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giovedì 17 marzo 2016

Voglia di fragola

Mio papà è il terzo da sinistra, sul ponte che non esiste più.
La melanconia non è di per se stessa un sentimento negativo. Anzi, la puoi considerare anche come una pausa dalla frenesia continua, un momento di pace in cui la mente cessa di torturarsi in mille pensieri, ma rimane lì, crogiolandosi come un grasso gatto giallo nel suo cesto morbido. Un po' come quando non sei ancora ben sveglio, ma invece di stropicciarti gli occhi, ti raggomitoli di più sotto le coperte cercando di mettere in sintonia i ritmi circadiani del tuo corpaccio di vecchio rimbambito col tepore della stanza dove si è creato uno stato senza tempo e senza pensiero. E' lì, nelle pieghe della mente, che sta lo scatolone dei ricordi, beato chi ce l'ha bello grande e pieno, così quando si apre, da solo, magicamente, i foglietti vengono fuori da soli e un po' a caso, privi di quella consequenzialità logica che impone la mente attiva. Ed ognuno di essi continua a riscaldarti piano piano come una stoffa morbida che ti carezza la guancia. 

Il mio papà aveva un orto, anche troppo grande per le sue forze. Forse quando era stato giovane, avrebbe disprezzato questa attività, ma col passare degli anni il veder crescere gli ortaggi gli dava una soddisfazione sempre maggiore. Se ne tornava a casa, facendo quei cinque chilometri in bicicletta, con le borsate di pomodori o di fagiolini o di zucchini, con gli occhi che brillavano, quasi volesse dimostrare a se stesso quanto era bravo. In verità non se ne aveva affatto male per il fatto che suo figlio se ne disinteressasse completamente, pur usufruendone appieno e parassitando comunque il meglio della produzione, forse perché quella generazione aveva una sua visione del mondo molto diversa da quella attuale e in quella scuola di pensiero appariva del tutto logico che il figlio che aveva studiato, suo orgoglio massimo che esorbitava anche il buonsenso a causa del suo amore traboccante verso la sua unica prole, si tenesse al di fuori da cose così materiali. 

Aveva sempre avuto un rispetto quasi timoroso per le attività di pensiero, forse non tanto perché le ritenesse di livello meritoriamente superiore, ma in quanto le accomunava alla natura stessa del potere, con una equazione automatica che presupponeva appartenere alla classe dei padroni coloro che esercitavano attività intellettuali, con la capacità quindi di relegare quelli che usavano le mani nella classe dei servi, comunque costretti a subire. Un po' la storia che diceva: il padrone sa mille parole, l'operaio cento, per questo lui è il padrone. Infatti un po' di delusione forse la covava, da quando si era accorto che comunque il suo unico figlio, non sarebbe diventato capo del mondo. Tuttavia, l'amore viscerale che nutriva per me e la mia famiglia è poi sempre stata la sua ragione di vita e individuare qualche nostro, anche se piccolo, desiderio, era l'inizio del piacere nel cercare di soddisfarlo. 

Quella volta avevamo portato con noi da una gita in montagna qualche stolone di fragoline raccolte in un bosco, lassù tra le malghe di un alpeggio lontano. Anche se non aveva ben capito perché preferissimo quei piccoli frutti stentati ai bei fragoloni rossi e rigonfi che si stavano imponendo nelle scelte comuni, il giorno dopo corse subito a trapiantarli in mezzo alle altre, anzi ne incrementò la superficie, visto il nostro manifestato interesse. Poi appena arrivò il sole caldo di aprile, eccolo tornare a casa pedalando furiosamente con due borse nere colme di fragole rosse, grosse e succose mescolate alle altre piccine ma profumatissime e dal sapore più intenso. Che gioia gli leggevi negli occhi quando cercava soddisfazione allo sforzo, le prime erano sempre per noi e poi ogni due o tre giorni, ecco un nuovo rifornimento, fino a fine maggio, quando arrivava, un po' dispiaciuto con l'ultimo raccolto.

Che malinconia dolce in questa mattina grigia, mentre cerco di sentire quel profumo di fragolina nell'aria, mentre cerco di tenere gli occhi ancora chiusi per un po'. Con gli occhi chiusi si vede così bene quel rosso vivo tra le foglie verdi, nella borsa nera con dietro il sorriso di papà. Tepore, colore, profumo in una grigia mattina di marzo, con la nebbia bassa, forse sarebbe proprio l'ora adatta per andare a vangare l'orto, a preparare il terreno in lunghi solchi ordinati per piantare le fragole. Con la temperatura ancora fredda ed il fiato che si condensa nell'aria. I tre pioppi in fila che fanno da confine in fondo al campo già mostreranno le prime gemme. La vite di luglienga sembra ancora secca, invece, intorpidita dall'inverno non ancora finito. Come mi dispiace non averti saputo dire tutto quello che volevo dirti, anche se sei stato con me fino a 96 anni. Che paradosso assurdo! Come mi manchi, papà. 

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sabato 28 dicembre 2013

Paltò di cammello


Ai Giardini della stazione - Alessandria - 1938
Già ho sottolineato più volte che mio papà, almeno prima di sposarsi, amava fare l'elegantone, pur con i mezzi non credo proprio larghi del periodo autarchico dell'anteguerra. Eccolo dunque qui, ai giardini della stazione di Alessandria, coi piedi nella neve. Si nota subito il vestito scuro, i pantaloni col risvolto e le pinces pronunciate alla vita. Immancabile il panciotto con catena di orologio, cravatta a pois e sciarpa a righe, per non parlare del tranch chiaro con fodera tipo scozzese in lana pre-Burberry's. Ovviamente obbligatorio Borsalino grigio e scarpe fatte a mano, tanto quelle se le faceva lui da solo. Però ricordo bene, da discorsi vari che mi sono rimasti per la testa, che il capo a cui teneva di più e che all'epoca doveva essere davvero un must, era il classico paltò di cammello, di cui non sono rimaste purtroppo immagini fotografiche. E non parlo ovviamente del colore, ma di un autentico tessuto di lana di cammello, che con ogni probabilità, in periodo in cui l'Italia si era dotata di un Impero africano, era disponibile su piazza. Credo che avesse un sarto sotto i portici di piazza Garibaldi; d'altra parte allora i vestiti o te li faceva tua mamma o tua moglie o dovevi andare dal sarto, visto che non esisteva ancora il concetto di capo confezionato. Di quel cappotto con la martingala, pare fosse particolarmente orgoglioso e che lo tenesse come una reliquia, tanto ne magnificava il calore durante il freddo inverno, in rapporto alla leggerezza e poi soprattutto il taglio e l'eleganza specifica del capo stesso. 

Credo che lo conservasse con molta cura, ben avvolto e con le palline di naftalina dentro in estate, del resto allora il rapporto con le cose non era di certo il moderno stile usa e getta, più naturale in una società del consumo che forzatamente necessita di questa filosofia per avere una crescita costante. Lo tirava fuori solo quando faceva davvero freddo e quando andava a passeggio con i suoi amici. Poi, col matrimonio e con la guerra le cose devono essere radicalmente cambiate e anche la scala dei valori deve aver subito degli scostamenti significativi. Infatti, a parte le magnificazioni verbali al riguardo, io quel cappotto di cammello non me lo ricordo per nulla, se non per sentito dire, come di cosa che deve essere tassativamente presente nel guardaroba dell'uomo elegante. Poi, quando avevo sei o sette anni, la mia mamma si mise all'opera, prese il paletot, ormai vecchio credo, lo smembrò e a colpi di forbice e di pedale della macchina da cucire, regalo di nozze, confezionò un bellissimo paltò di cammello, con una piccola martingalina per me, che inconscio del valore dell'oggetto, lo calzavo contento quando si usciva con la neve. Mi metteva in testa un piccolo purillo marrone scuro, che prima di uscire mi calcava in testa ma un po' a sghimbescio sul lato sinistro, come evidentemente amava portare i cappelli il mio papà e attaccato alla sua mano si andava fino in via Dante a prendere tre fette di bellecalda, ma stando bene attenti, a non sporcare con le dita unte, quel bel paltò di cammello. 


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sabato 21 dicembre 2013

Biciclette.

Anni '30 - Sul ponte del Tanaro (quello che non c'è più).

Mio papà aveva una bicicletta nera. Certo, lui che non ha mai avuto la patente, in qualche modo doveva pure spostarsi, però nella vita, mai né un motorino né altro mezzo a motore. Solo e sempre la stessa vecchia bicicletta nera. Ce l'aveva almeno dagli anni 30 ed ha continuato ad usarla sino ad oltre 90 anni, almeno fino al 2002. Negli ultimi anni ci è anche caduto parecchie volte. Lui continuava a dire che era perché aveva preso male una buca o sfiorato il marciapiedi, in realtà era qualche problema di salute che non voleva ammettere, però una qualche mano sulla testa doveva avercela avuta, perché non ha mai riportato conseguenze, mai rotto un dito e sono stati gli unici incidenti che gli sono capitati sui mezzi di trasporto. Certamente una bicicletta che resiste almeno una settantina di anni, dimostra che la roba di qualità dura nel tempo. Insomma chi più spende meno spende, alla faccia della robaccia cinese, direbbe subito qualche antiglobalizzatore. Aveva superato egregiamente anche la guerra quando mentre andava a Valenza, sulla colla dovette buttarsi nel fosso di fianco alla strada della Colla perché un aereo aveva cercato di mitragliarlo; però l'unico vero tragico incidente che aveva subito era stato un terribile scontro frontale con una altra bicicletta mentre mi portava sul seggiolino montato sul manubrio allo stadio Borsalino. Io fui l'unica vittima dell'evento, precipitato a terra e con le ginocchia irrimediabilmente sbucciate, cosa che mi procurò cure amorevoli per settimane. Mi sembra che in seguito, vista la pericolosità del traffico, quel seggiolino fu smontato e accantonato definitivamente. 

Per la verità di quella bicicletta originale, alla fine rimaneva assai poco, in quanto durante gli anni un sacco di pezzi si erano rotti ed erano stati sostituiti, a partire dalle ruote che, all'origine avevano i cerchioni in legno, uno dei quali si era clamorosamente spezzato in marcia mentre stavano andando di corsa al rifugio mentre cominciavano i bombardamenti, con mia mamma che stava sulla canna, come si usava a quei tempi. Lui era arrivato a casa dal lavoro in ritardo mentre suonavano ancora le sirene, così arrivarono al riparo, con la bicicletta in spalla, proprio mentre vicino alla stazione cadevano le prime bombe. Ma si vede che non era destino neanche quella volta. Il campanello arrivò dopo, mi ricordo quando ancora ero bambino e a forza di scampanellare agli incroci si ruppe il grillettino che si spingeva col pollice, unica defaillance dovuta ai materiali difettosi. Poi si dovette cambiare la pedivella rotta spingendo sulla salita di Valle San Bartolomeo con le borse cariche di pomodori. Successivamente si squarciò completamente la sella e innumerevoli volte fu sostituita la catena. Negli ultimi anni una fase critica la passarono le camere d'aria, che sebbene più volte cambiate, avevano strane perdite dalle valvole, tanto che si ritrovava spesso con una gomma a terra e doveva tornare a casa a piedi, mugugnando. E poi ore e ore passate in cantina con pezze, carta smeriglio doppio zero e soluzione per ripararle. La dinamo invece rimase in perfetto funzionamento fino alla fine. Roba buona insomma, non come quella di mia mamma, acquistata in tempi di autarchia, coi freni a filo, inaffidabili, che mio padre criticò sempre senza pietà. Già in quegli anni avevamo pure subito l'embargo europeo, frontiere chiuse, tutta roba fatta in casa a chilometro zero. 

Il paese l'aveva subito e aveva dovuto aggiustarsi da solo, certo non come adesso che certi imbecilli pensano che l'autarchia ce la dovremmo imporre da soli ricominciando col sistema delle barriere. Beh, in verità anche a mia mamma era stata regalata da mio nonno una bicicletta di gran classe come regalo di nozze credo, una Maino robustissima, ma gliela avevano subito rubata. Già tempo di ladri di biciclette allora, così era arrivata una succedanea di poco spessore grigia, che comunque era durata fino alla fine degli anni 90, quasi 50 anni , mica poco. Ma la bicicletta nera di mio papà, che splendore, lucida e cromata, con i freni a bacchetta, garanzia di sicurezza assoluta. Negli ultimi anni era diventata quasi un pezzo di antiquariato, tanto che un tizio lo aveva fermato per la strada per acquistargliela, offrendo in cambio una moderna bicicletta nuova. Soprattutto il fanale aveva attirato il collezionista. Pezzo d'epoca ad ogiva nera con due piccole spie carenate in alto. Faceva davvero gola. Mio papà rifiutò sdegnosamente la ghiotta offerta. Peccato che qualche giorno dopo, nello stesso posto dove si era svolta la trattativa, dopo aver lasciato incautamente la bici fuori dal negozio per andare a comprare un polletto amburghese allo spiedo, che gli piaceva tanto, con grande stupore scoprì che glielo avevano rubato. La cosa lo depresse parecchio, ma anche se sapeva bene chi era stato il ladro, masticò amaro e si comprò un fanale nuovo, che però era tutt'altra cosa certamente. La vecchia bici nera continuò comunque a fare egregiamente il suo lavoro ancora per anni. Adesso, da quando lui se ne è andato, giace abbandonata in uno scantinato, di certo con le gomme sgonfie e coperta di polvere. Credo che senza di lui, dopo tanti anni passati insieme, non avrebbe più voglia di ricominciare ad andare in giro. Non ho neanche voglia di andare a vedere se è ancora lì. Mi rimane solo la chiavetta del lucchetto che faceva scattare una barretta tra i raggi che, chissà perché, continuo a tenere nel mazzo delle altre chiavi.


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lunedì 30 settembre 2013

La tempesta.

dal web

Mi suda il collo. Me la ricordo da quando ero piccolo questa frase. La ripeteva mio papà, quando qualche cosa che gli sembrava grave e stazionava nell'aria come i prodromi di un violento acquazzone che sta per arrivare a  far disastri e a portare via tutto. Acqua e grandine, come quelli che a fine estate arrivano dalla parte di Biella. Li sentiva nell'aria, che sembrava più pesante del solito, come fosse un gorgogliare lontano che si avvicinava in fretta, preannunciato da un colore scuro scuro nel cielo di nord ovest. Nuvole grigio scure che occupavano la parte bassa di un cielo, già rovinato, che da tempo aveva perduto la chiarezza e l'azzurro estivo. Quando arriva fa danni, danni gravi, spacca tutto e tu non puoi fare nulla, anche cercare di mettersi al riparo è impossibile se sei in campagna, guardi in alto e speri invano che giri verso Spinetta, tanto lì avevano già la Montecatini che soffiava veleno, cosa vuoi che sia. Quando stanno per arrivare queste cose, quelli che stanno sotto, nel campo, possono solo guardare in su, non hanno nessuna possibilità di interferire, di modificare, di cambiare il corso delle cose, solo subire. Uno dice, beh lì è la natura che fa il suo corso, che ci vuoi fare. Eh no! 

Anche quando le cose le conducono gli uomini, accade tutto nello stesso modo, solo che il disastro lo guidano loro, con pervicace incoscienza, con totale dispregio di quanto succederà inevitabilmente, quello che conta è la situazione del signore degli anelli del momento, conta solo lui e quando si avvede che sta per crollare, con sguardo terreo, preferisce che tutto perisca con lui, una specie di punizione per chi non lo ha aiutato, salvato, amato, difeso abbastanza, Lui, che tanto ha fatto per questa feccia priva di riconoscenza. Che muoiano tutti, visto che deve, Lui, perdere tutto. E' sempre stato così, i più grandi infami della storia, prima di scomparire, vinti dal rivolgimento delle cose e dei tempi, prima di lasciare o tentare di fuggire verso l'amara via dell'esilio, hanno cercato di bruciare la città o far saltare il fortino. Sotto, nella città bassa, la folla muta, guardava il cielo gonfio di nubi. Qualcuno piangeva, conscio di quanto stava per accadere, altri non capivano, altri ancora invocavano il nome salvifico del tiranno, che venisse a trarli fuori dall'impaccio, mentre lui dalla torre dava fuoco alle polveri; qualcuno ballava sulla tolda della nave. Stamane il cielo è nero, mi suda il collo, ragazzi.


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martedì 2 aprile 2013

Scarpe rotte.

Piove ed il tempo è grigio, come è raro vedere anche in questa grigia città di provincia che ha denominato Grigi i propri calciatori. Non ti viene neanche la voglia di uscire, visto che devi fare lo slalom tra le buche piene d'acqua sui marciapiedi e sull'asfalto ormai sconnesso, la cui riparazione,  il dissesto finanziario ha lasciato ai posteri ed io ho le scarpe consumate e non ho voglia di bagnarmi i piedi. Era la prima cosa che mi chiedeva mia mamma, quando rientravo a casa dopo la pioggia: se avessi i piedi bagnati. Per le attente madri degli anni cinquanta per cui si poteva andare a giocare in strada senza correre pericoli e senza essere sotto costante sorveglianza, restare con i piedi bagnati era foriero di disgrazie catastrofiche, come minimo pleuriti e polmoniti varie, a cui la maglia di lana e le mutande lunghe, mani sante in ogni caso, avrebbero frapposto una troppo timida barriera. Dopo di che, finiva invariabilmente allo stesso modo. Me la vedo ancora la mia mamma che, brandendo le umide calzature andava da mio padre con aria imperiosa: "Is fanciòt us bagna i pé!". Iniziava allora la procedura standard. Mio padre, appena libero dal lavoro, andava in un negozietto di via Milano e tornava a casa con tutto l'occorrente. Suole nuove e colla tedesca, potentissima. Anche lui come me successivamente, si era lavorativamente riciclato nel mezzo del cammin della vita. Era, è vero, Ferroviere Capo deviatore, ma dai 16 ai 30 anni, credo, aveva lavorato in una azienda artigianale di scarpe e  questa competenza manuale, aveva mantenuto per il resto della vita. Sapeva fare le scarpe a mano il mio papà. Mica male. 

Aveva, in camera da letto, ben coperto da fogli di giornale, che nessuno ci mettesse le mani,  un deschetto da ciabattino fornito di tutti gli strumenti del caso, alcuni costruiti da lui stesso. Trincetti affilati d'acciaio, lesine dalla punta ricurva per forare il cuoio, spaghi idonei, un pesantissimo "piede" di ghisa a tre dimensioni di suola in cui infilare la scarpa da riparare, uno speciale martello ricurvo e ogni genere di chiodi di tutte le dimensioni, incluse le cosiddette semenzine che si metteva in bocca per poi prenderle ad una ad una e piantarle nelle suole. Tutto il deschetto era cosparso di ritagli di cuoio, tacchi e altri strumenti di cui non so il nome. Mentre io stavo a guardare, si sedeva su uno sgabello basso, con un pesante grembiale sulle ginocchia, ritagliava il disegno della suola su un foglio di giornale poi, trinciava la pezza di cuoio e dopo averla ben smerigliata con la carta vetrata zero, la cospargeva della famigerata colla tedesca (brevetto teutonico), usando un dito che poi rimaneva irrimediabilmente impiastricciato per ore. Aspettava dieci minuti canonici, che conferivano alla colla la sua presa micidiale, quindi la applicava alla scarpa da risuolare, infilata nel piede di ghisa e liberata dalla suola vecchia. La ribatteva bene col martello in modo che fosse bene aderente, poi col trincetto rifilava con precisione le parti debordanti della nuova suola, che successivamente lisciava con un altro attrezzino che era stato fatto arroventare sul gas. 

A volte il guaio era più grave e la tomaia aveva qualche punto in cui non era più aderente alla suola. Allora bisognava provvedere alla formidabile doppia cucitura, con un grosso ago e spago da ciabattino, dopo aver fatto tutta una serie di fori tra tomaia e suola con la lesina. Lavoro di precisione che non doveva in alcun modo trasparire dall'esterno, a cui si applicava con calma calcandosi gli occhiali sul naso. Dopo che la cucitura era stata ben ribattuta, si riapplicava la fodera interna e a fine mattinata le scarpe erano pronte. Le metteva per terra e me le faceva provare. Caméina 'n po' e uarda s'it fan ma' i pé. Andavo avanti e indietro due o tre volte in cucina, davo il mio assenso informato e mamma si impadroniva al volo delle calzature, ormai come nuove e le lucidava con grande cura e attenzione con il Brill nero, steso su una pezzuola morbida. Il giorno dopo non mi bagnavo più i piedi, anche se c'era l'uragano. Come erano comode quelle scarpe appena risuolate, ti sentivi il piede più caldo; allora forse non me ne rendevo conto, anche se me lo sentivo dentro, ma era quasi come se fosse stato avvolto da un abbraccio affettuoso, pieno d'amore. Adesso, le scarpe consumate, devo buttarle via,  ma mi manca l'odore penetrante di quella colla ed anche il mio papà mi manca molto, eppure, coi piedi bagnati non mi è mai venuta la pleurite.


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giovedì 21 luglio 2011

L'orologio della ferrovia.

Ci sono a volte piccole cose o situazioni apparentemente di poca importanza che se trascurate ti lasciano come un sottile senso di colpa, una sfumatura di amarezza per un compito non svolto soltanto per pigrizia. Mio papà faceva il ferroviere, deviatore capo, come ci teneva a precisare e come tale è sempre stato legato ad una certa precisione per quanto riguardava l'ora. Si sa che una volta i treni arrivavano sempre in orario e questo è ormai un paletto fisso e inamovibile. Dunque a quel tempo ogni ferroviere veniva dotato di apposito orologio, per sua natura e necessità precisissimo a prescindere. Era un grande orologio da taschino con catena allegata di una serie speciale costruita appositamente per le ferrovie dello stato, anzi FF SS, allora istituzione sacra e immagine di serietà assoluta che veniva fornito gratuitamente e una sola volta nella vita. Era quindi un segno distintivo, una mostrina significante, un segno del comando in possesso di chi, evidentemente responsabile, doveva avere una certezza assoluta dello scorrere del tempo per regolare di conseguenza, in virtù di tabelle e orari, azioni e decisioni da cui sarebbe dipeso il regolare flusso del traffico. Si trattava di deviare i treni di volta in volta, decidendo quale binario era il migliore, smistando il traffico ed evitando magari di mandarne due sullo stesso binario alla stessa ora. 

Andando in pensione l'orologio rimaneva di proprietà del ferroviere stesso, quasi fosse una medaglia al valore, un riconoscimento che mantenesse anche a lavoro finito un segno distintivo di appartenenza ad una congregazione. Così l'orologio lasciò per sempre il taschino e rimase per decenni appeso ad un piccolo supporto sul mobile di quello che negli anni '60 si chiamava tinello. Ogni sera alle nove in punto, mio papà lo prendeva tra le mani con cura e, forse era una mia sensazione, gli dava un'occhiata acquosa piegando leggermente la testa da un lato, chissà se ricordando qualche fatto importante o semplicemente con un refolo di nostalgia, poi lo caricava facendo girare avanti e indietro il pomellino dentato superiore con un movimento ritmico sempre uguale, facendo attenzione a non spingerlo troppo a fine corsa. Poi lo riappoggiava con cura al suo supporto dandogli ancora un'ultima occhiata languida. L'esattezza dell'ora non veniva neanche controllata, neppure quando la radio dava l'ora esatta con il cinguettio dell'uccellino del Gazzettino Padano (incredibile, si chiamava proprio così il notiziario dell'una). Sarebbe stato come mettere in discussione un dogma. Quando me lo sono portato a casa mia, quel famoso orologio, l'ho messo pressappoco nella stessa posizione in cui ha stazionato per quasi cinquanta anni. 

Il cambio di abitudini è spesso deleterio per gli anziani e non avrei voluto che qualche posizione negativa (così almeno prescrivono le regole del Fang Shui) avesse influenza sulle sue performances, anche se avevo provveduto a fargli fare un check up completo prima di spostarlo. Il fatto è che adesso che sta lì ed è venuto il mio turno, ogni tanto, anzi se devo essere sincero, spesse volte, mi dimentico di caricarlo. Così, quando mi volto e ci fissiamo per un attimo, io per sapere l'ora, lui per dirmela, mi accorgo di colpo della mia smemoratezza e lui, fermo con le lancette bloccate, mi guarda con una espressione di muto rimprovero. No, certo non è arrabbiato con me, ma mi pare scrollare un po' il capo come a dire che non c'è niente da fare, dove avranno la testa 'sti ragazzi, cosa combineranno nella vita se neanche si ricordano di caricare l'orologio. Io allora lo prendo quasi di soppiatto, giro e rigiro la rotella quasi facendo finta di niente, come se pensassi ad altro, ma sto bene attento a non forzare il fine cosa, poi lo rimetto al suo posto e me ne vado al computer senza voltarmi. Ma quegli occhi continuo a sentimeli dietro le spalle come una carezza leggera.


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