mercoledì 12 luglio 2017

Malaysia 35 - Una giornata nella longhouse


Sul fiume

Alla ricerca dell'approdo
E' piovuto in abbondanza quasi tutta la notte. La pioggia picchietta impetuosa sul tetto di lamiera ondulata battendo un rumore metallico e continuo che ti accompagna con dolcezza verso un sonno quieto. Al massimo senti qualche ronfo lontano attutito dalle stuoie delle pareti. E' una sensazione di piana meraviglia quella che accompana il dormiveglia dubbioso. Sei dall'altra parte del mondo a riposare su una palafitta malferma in mezzo a una foresta lussureggiante mentre a pochi passi da te dormono il sonno del giusto un buon numero di tagliatori di teste, certamente ex, ma se sei stato tale lo rimani culturalmente per sempre, almeno credo e questo potrebbe inquietare qualcuno. Una situazione certamente esotica ed inusuale, eppure che senso di pace, di appagamento, di bellezza anomala. Difficile fermare i tortuosi sentieri della mente che si rincorrono come inseguiti da un cinghiale barbuto tra la fanghiglia che la pioggia ha lasciato tra gli alberi. Ma certo, anche qui si mangia, si ama, si vive. Forse i punti in comune sono maggiori di quelli palesemente diversi. In fondo l'uomo ha stereotipi identici dappertutto. Il chiarore della luna piena scivola tra le aperture del ruai disegnado tatuaggi tribali sulle pareti del fondo. La notte è ancora lunga. Ci vorrà tempo perché compaia al di là delle colline il chiarore fumoso, la nebbia azzurra che racconta l'arrivo dell'alba. C'è ancora molto tempo per dormire. 

Tornando a casa
Invece di colpo scoppia l'inferno. Un numero sicuramente spropositato di galli si mettono tutti insieme a cantare il presunto arrivo della nuova giornata. Sono le quattro e mezza in punto e mi assicureranno che qui è sempre così. Puntualità svizzera, si direbbe. I biechi pennuti strillano con tutta la forza che hanno in gola riempiendo l'aria con strida acide che rimbalzano sulle lamiere, i loro chicchirichì, chissà come si dirà in lingua locale il verso del gallo, si fanno eco l'un l'altro senza soluzione di continuità. Quelli del capo villaggio, devono essere, in quelle gabbie della balconata, proprio dietro la mia testa; gli rispondono quelli in fondo alla longhouse, poi, con ritmo invidiabile tutti gli altri intermedi. Impossibile tentare di dormire. Intanto anche qualcun altro comincia a muoversi; si sentono rumori soffocati qua e là. Finalmente verso le cinque e mezza, qualcuno comincia ad uscire ed a badare a qualche incombenza quotidiana. La notte è ormai decisamente più chiara, si sa che ormai dovrà ritirarsi e fare spazio al giorno. Alle sei, sono quasi tutti svegli, chi si prepara per andare in paese con uno dei barchini dell'imbarcadero, chi andrà a pescare, chi cercherà di scendere attraverso uno dei piccoli e scivolosi approdi lungo le rive del fiume, per raggiungere qualche piccolo spazo ricavato nella foresta per coltivare qualcosa, ortaggi, pepe, qualche legume. 

Campo di pepe
Qualcuno invece parte per la caccia, speranzoso di tornare nel primo pomeriggio con qualche preda da dividere con le altre famiglie del villaggio. I galli smettono la loro canzone tutti insieme all'unisono. Sono ormai le sei e il silenzio adesso è quasi anomalo. Intanto la signora, o meglio la sua aiutante ha preparato colazione, fagioli, uova, thé, caffé e biscotti. Riconosco la marca di quelli che avevamo comprato in paese. Sono perfidi e di certo galleggiano nell'olio di palma; il capo è già partito per commissioni in città, la figlia pure, lavora al paese vicino in un ufficio governativo. Adesso la longhouse è quasi spopolata, Di bambini non c'è traccia tranne per qualche piccolissimo, gli altri sono alla scuola pubblica e tornano una volta al mese. Appoggiati alle stuoie solo gli anziani; una vecchia su una specie di carrozzella è stata amputata a un piede e mi chiede se sono medico, casomai potessi farle qualcosa. E' diabetica grave, come ha diagnosticato il dottore che una volta al mese fa il giro dei villaggi facendo una specie di ambulatorio per chi ne ha bisogno e la signora era stata poi portata in città per l'intervento. Impongo subito di portarle via la dolcissima bibita gasata che si stava allegramente scolando. La figlia esegue di corsa mentre la vecchia mi guarda un po' male. Raccomando di eliminare dalla dieta il più possibile di carboidrati, ci vuole un attimo a sentirsi il dottor Schweitzer, quando vedi che tutti ti stanno a sentire annuendo col capo. 

Nepente - Foto T. Sofi
Intanto il figlio di Sindin, la vedova, ha preparato la barca. E' lunga e sottile, scivola sull'acqua del fiume senza sollevare onde, come non volesse far avvertire il peso della sua presenza. Un'insenatura nascosta, da cui comincia un sentiero tortuoso tra i grandi alberi, le felci giganti, il sottobosco che copre il fango scivoloso. E' una foresta dura e apparentemente impenetrabile, la temperatura elevata e l'umidità pesante rendono i vestiti immediatamente bagnati di sudore, che comincia a gocciolare dalla fronte dopo pochi passi. Eppure è proprio la ricchezza rigogliosa ed avvolgente di tutto questo verde che te la fa apparire bella e assolutamente non nemica, anzi forse disponibile ad offrire parte di sé per permettere anche alle speci aliene ad essa di sopravvivere. Farfalle giganti, fiori dai colori maligni, nepenti dalla grande sacca con l'opercolo ammiccante che invogliano insetti malcapitati a scendere in quella che sarà la loro dolce tomba. Il terreno è scosceso e difficile, un saliscendi tra collinette e dossi, impediti da tronchi caduti e foglie marcescenti, apparentemente più facile quando puoi risalire ruscelli che si scavano la strada dove il bosco è più rado. 

La vedova Sindin
Viene spontaneo seguirli camminandovi dentro, se non fosse per le sanguisughe che qui trovano la loro migliore collocazione, il loro habitat naturale. In fondo, a pensarci bene, si usavano anche nella nostra medicina tradizionale, non è vero? e quindi viva i rimedi di una volta quando si stava così bene col profumo di pane che usciva dai negozi e tutto era naturale e poi intanto abbiamo tutti la pressione alta. Una piccola radura per riposarsi, intanto che Sindin cerca di mettere assieme un pranzo. Lei è il figlio hanno tagliato un grosso bambù la cui canna scavata sarà il contenitore di cottura, riempito di erbe raccolte durante il cammino, tocchetti di pollo, riso e verdure, ma c'è anche una griglia per dei piccoli pesci. Acceso il fuoco rimane da preparare la specialità del locale. 

"Pentole" di bambù e cuore di palma - Foto T. Sofi
Infatti Sindin si mette di buona lena ad abbattere una piccola palma che sta sul bordo della radura. Ne taglia il tronco a pezzi poi ne leva la parte esterna, andando sempre di più verso il centro, dove si trova il bianco cilindretto tenero e dolce, il cosiddetto cuore di palma, che da noi era di moda qualche anno fa venduto in barattolo.  Ti richiama subito alla mente la gag di Tognazzi che ricavava lo stuzzicadente dal "troncio", ma qui sembra che si faccia così. Quando la barca risala la corrente lenta, i raggi del sole rimbalzano in un baluginare di scintille dorate sulle acque verde scuro. Tra il sottobosco alto della foresta che scorre al tuo fianco, arrivano le grida di un gruppo di cacciatori. Hanno preso un babiroussa, il maiale barbuto e lo stanno già facendo a pezzi sul posto. Qualche altra barca è già arrivata. Una donna grassa che a mala pena riesce a far rimanere in equilibrio la lancia sottile porge un secchiello che viene subito riempito con un gran pezzo di dorso. Al di sotto della pelle grigia e pelosa vedi uno spesso strado di lardo giallognolo. La dona ride soddisfatta e spinge il remo facendo prendere il largo alla barca. La longhouse è avvolta dalla vampa di calore del giorno pieno. Nessuno in giro. Neanche i cani ce la fanno a girellare intorno. Anche il totem all'ingresso della salita che porta alla longhouse, ha gli occhi socchiusi e sembra intorpidito dal caldo. Meglio coricarsi almeno per un po' sulla stuoia.


Cacciatori


Il cuore di palma - Foto T. Sofi
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