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lunedì 22 giugno 2015

India: Jaygaon e un altro confine


L'astrologo

Jaygaon
Ce ne andiamo anche da Gangtok, è il destino maledetto del viaggiatore, quello di cominciare ad abituarsi ad un posto, girare con familiarità riconoscendone via via i luoghi, direi quasi sentirsi a casa e quindi doverlo abbandonare. Già, quindi giù a precipizio lungo le valli, tra le foreste impolverate verso una pianura calda, percorrendo una strada nazionale fatta di lavori continui, buche e traffico pesante di mezzi stracarichi che vanno ai 20 all'ora nei saliscendi e nelle controcurve, con deviazioni continue e sorpassi al limite. Si ripassa il confine di Malli e poi la strada comincia a distendersi con rettilinei più lunghi e meno ansiosi, anche se la velocità aumenta ed il tasso di probabilità di centrare uno dei tanti mezzi che occupano quasi completamente la carreggiata venendo in senso contrario, aumenta proporzionalmente. E' di nuovo la piana delle piantagioni di thè, ancora un po' a falsopiano, perché la montagna non ne vuole ancor sapere di cedere completamente il passo alla pianura e la strada che percorre il confine sud del Sikkim porta fino alla porta sud del nuovo stato che ci aspetta, il Bhutan, un'altra piccola realtà himalayana, che è riuscita a mantenersi regno in un gioco di equilibri geopolitici davvero non facili, con doti equilibristiche che ne fanno un caso da indagare con una certa attenzione, almeno a quanto se ne dice.

Al mercato
La curiosità è molta e cercheremo di indagare meglio nei prossimi giorni, se avrete ancora la pazienza di seguirmi. Per adesso godiamoci ancora questi scampoli di India di confine, nella parte estrema del West Bengala, fino alla città di Jaygaon, la porta principale di ingresso verso questo paese. Karma ci lascia in albergo, ansioso di tornare alle sue montagne, si vede che soffre un po' la pianura ed il suo bailamme meccanico. Gran confusione soprattutto di mezzi e di merci che si affollano per portare derrate e quanto serve. Checché se ne voglia dire, se vogliamo accettare il tipo di società che viviamo, il commercio ne è la linfa vitale che la alimenta e la fa vivere e prosperare. Si può blaterare di felicità e di noncuranza verso il denaro, ma dove vedi traffico di uomini e di merci, lì prospera tutto. Il mercante è quello che fa vivere ogni cosa, inconsapevolmente certo e per il suo interesse, ma questo sparge alimento a tutto quanto lo circonda, per qualcuno forse venefico, per altri linfa vitale ed il suo spostarsi porta questo nutrimento lontano. Meno barriere incontra, più si sparge con facilità, come un liquido la cui forza invasiva non è arrestabile. Come l'acqua alimenta e fa crescere, oppure se troppo violenta distrugge e fa danno, tuttavia scorre sempre tra le dita senza possibilità di essere fermata. Per questo il mercante odia frontiere e divisioni ed è il maggiore fautore di libertà in assoluto, la pretende e la cerca, naturalmente anche esagerando.


Tra sacro e profano
Qui lo vedi bene, la città ha un altro passo rispetto alla sonnolenza del resto del territorio agricolo che hai attraversato. I montanari sono chiusi quasi sempre nel sospetto e tendono all'isolamento che la natura impone loro e a cui non rinuncerebbero mai, i contadini sono legati al fazzoletto di polvere e fango che calpestano e che amano in maniera virale e spesso controproducente, sempre timorosi che venga loro strappata via, cosa che alla fine, proprio grazie a questa diffidenza atavica, avviene con regolarità. Il mercante vuole solo la libertà di muoversi, andare, varcare monti e attraversare mari, certo per arricchirsi, ma lasciando dietro di sé una scia di opportunità congruenti. A Jaygaon, il mercato è più vario e ricco che negli altri posti attraversati, la gente più scafata, i clienti più attenti e pretenziosi, perché vedono più cose, riescono a fare più paragoni, c'è concorrenza insomma. C'è più ansia forse e anche maggiori occasioni di violenza. Al lato della strada principale si forma un capannello di persone, qualcuno grida, altri si agitano, c'è uno svolazzare di stoffe, accorre gente. Hanno, pare, preso un ladruncolo, che cercava di rubacchiare qualche povera cosa esposta fuori di un negozio rutilante di luci al neon. Il reo è in mezzo alla gente con gli occhi bassi, vergognoso e pieno di timore. Parla a voce bassa, probabilmente balbetta qualche scusa. Non c'è polizia ancora intorno, che diversamente avrebbe cominciato a far roteare i lathi, i corti ma durissimi bastoni di legno che calano senza troppa attenzione su teste e braccia, quando ci sono da sedare questioni difficili.

Ornamenti
Davanti a lui un uomo ben vestito, che sembra torreggiare sull'altro che si fa sempre più piccolo. Si percepisce bene che con il solo atteggiamento vuole umiliarlo il più possibile, pronuncia con fare tagliente qualche parola sprezzante, poi lo colpisce in faccia con un pugno mentre i suoi scherani trattengono il colpevole, poi ancora uno schiaffone, infine l'uomo viene cacciato via con modi bruschi, del tipo: è meglio che non ti faccia più vedere da queste parti e lui scappa via cercando di dire ancora qualche ultima cosa a sua difesa, mentre qualche astante, la folla vuole sempre maramaldeggiare sul debole e sul vinto, lo insegue per assestargli ancora qualche colpo di giunta.  E' l'occasione per i piccoli giustizialisti che si fanno forza del numero e che poi tornano alle occupazioni usuali, contenti del diversivo, un po' come le vecchie tricotières che passavano il tempo sulla piazza della ghigliottina, alzando gli occhi dallo sferruzzare solo quando cadevano le teste. Nessuno gode di più della punizione di un debole che un altro debole come lui. Lo stradone centrale che porta alla barriera, un grande arco di legno colorato con draghi e altri animali fatati, è continuamente intasata di veicoli e di camion che alzano un polverone che solo la pioggia riesce a calmare trasformandolo in poltiglia scivolosa. Una fanghiglia che rimane un po' l'anima della città, ricca di traffici, leciti e certamente anche meno, a vedere ad esempio il numero di signorine pittate pesantemente, con trucchi esagerati, ciglia lunghe e vibranti e leggins che strizzano tutto il possibile evidenziando al massimo forme spesso sovrabbondanti.


Trattative al mercato
I ristoranti abbondano e spesso sono più sbrigativi, qui la gente passa e va. Però oggi capannelli si formano ovunque, sia nei bar che anche in ogni negozietto in cui sia acceso uno schermo televisivo. Negli stretti passaggi del mercato sono stese per aria festoni e bandierine coi colori dell'orgoglio nazionale che già facevano mostra di sé nei giorni scorsi. E' un'atmosfera tipica che aleggia in ogni parte del mondo in occasione di eventi sportivi importanti. Accidenti, siamo in piena coppa del mondo di cricket, lo sport nazionale e siamo alle semifinali. India- Australia, chi vince va in finale contro la Nuova Zelanda. I maschi della zona sono sovraeccitati e anche se il cricket è uno sport piuttosto lento e che si prende i suoi tempi; scordatevi di avere un servizio usuale nei bar o nei ristoranti. Mentre tu aspetti al tavolo, noti solo crocchi di gente con la faccia levata attorno agli schermi. Ogni tanto aumenta la tensione, che si scarica poi all'improvviso in un urlo di gioia liberatorio o in un gemito di delusione. E' tutto il pomeriggio che il match prosegue tra alterne vicende. Quando alla fine vedi che i capannelli si sciolgono ed i ragazzi se ne vanno via scrollando la testa, capisci che per questa volta non ce l'abbiamo fatta. L'Australia è volata in finale, sarà per la prossima. Tutto intorno rimangono solo tanti commissari tecnici della nazionale che, senza dubbi e con la competenza notoria dello spettatore del giorno dopo, spiegano come si sarebbe dovuto giocare, chi sarebbe stato meglio schierare e così via. All'albergo a cui rientriamo, quando ormai è buio, una figura piccolina in abito tradizionale bhutanese, ci sta aspettando da un po', è Tashi Puntso, che sarà nostro duce per la prossima settimana.

Il corso di Jaygaon


SURVIVAL KIT

Jaigaon - Città di confine sud con il Bhutan, il principale con l'India. 220 km da Gangtok, considerate 4/5 ore più le soste (dogana del Sikkim, traffico, deviazioni, strade in costruzione e manutenzione ecc.). Circa 50.000 abitanti, punto di sosta obbligatorio per sbrigare le pratiche di passaggio del confine. Molti alberghi. Se non avete ancora comprato i classici souvenir da turisti, questo è l'ultimo posto per averli a prezzo decente. In Bhutan, il regno della felicità interna lorda, tutto costerà il doppio o il triplo, ma lassù in fondo il denaro non è importante. Nella via principale, massima concentrazione di alberghi di ogni classe e ristoranti.  La città dall'altra parte della frontiera, prosecuzione di Jaygaon si chiama Phonshuling e si può raggiungere anche a piedi..
Da Gangtok a Jaygaon


Al mercato
Hotel Hibis - Ben posizionato sulla via principale, relativamente nuovo, quindi piuttosto pulito. TV, acqua calda, wifi, camere ampie e bagno pulito e con buone dotazioni. Una soluzione comoda per passare la notte vicino al confine. Farsi dare una camera sul retro perché la strada trafficatissima è piuttosto rumorosa anche di notte. Ristorante solo vegano (questo anche per la colazione) siccome siamo in inverno niente bevande in frigo. Se non lo siete, mangerei fuori.

Kasturi Restorant - Uno dei pochi non vegani. Comoda posizione sul corso principale che va alla frontiera, al primo piano dell'omonimo hotel. Menù molto vario, ma alla fine si finiranno per scegliere i soliti piatti indiani e cinesi. Riso fritto, Noodles, Aloo paratha, Tandoori ecc. Main course attorno ai 150/200 R. Servizio rapido e gentile, Sala spaziosa e dall'apparenza piuttosto elegante. Accettabilmente pulito secondo gli standard indiani, comunque c'è penombra. Probabilmente valido anche l'Hotel, ma più caro dell'Hibis.

La via principale di Jaygaon



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Al mercato
Cucina economica ma elegante

mercoledì 20 maggio 2015

India: Cuccette per signori


Lungo la via.


La mosche di Dibrugarh
I treni nella notte sono sempre una parte esoterica e misteriosa di un viaggio. Quell'atmosfera calda e zuccherosa che ti avvicina completamente al paese che stai percorrendo, non con la frenesia dell'auto che si muove nel traffico convulso o l'ansimare asfittico dell'autobus di lunga percorrenza, ma nella scansione percussionistica che ti accompagna col tatàn tatàn delle ruote sui binari, mentre il buio avvolge una umanità viaggiante, cullandola per ore ed ore. Il vagone si è riempito a poco a poco e gli scompartimenti hanno preso vita con la presenza di famigliole o gruppi vari che oltre ai bagagli hanno portato con sé quanto ritenuto opportuno a dare una sensazione di agio a tutte quelle ore di permanenza prevista. Le cuccette lungo il corridoio invece sono occupate da singoli, che spesso cercano di rintanarsi velocemente quasi fossero invidiosi del calore familiare che traspare loro vicino. Diversamente da altri paesi, qui gli scompartimenti non sono chiusi da porte, ma il corridoio e le stesse cuccette disposte per il lungo hanno soltanto una spessa cortina che, tirata, conferisce un minimo di privacy, un po' come quel treno, se lo ricordate, del film A qualcuno piace caldo con quella meravigliosa Marilyn che ci faceva sognare, mentre spuntava proprio dietro quelle tendine grige. I treni notturni sono luoghi filosofici, categorie dello spirito dove si forma una comunità particolare che assume quel momento come una parentesi di vita da destinare ad una esperienza mentale oltre che fisica. 

Comprando spezie al mercato di Dibrugarh
Nello scompartimento vicino cominciano subito ad aprire cartocci di varia metratura, approntando un vero e proprio banchetto che proseguirà fino all'ora di dormire. Si spande nella carrozza l'aroma del masala, l'anima dell'India. Intanto noi siamo stati identificati come stranieri e come tali oggetto di particolari attenzioni, sia da parte dei compagni di viaggio, che soprattutto dagli addetti che continuano a venire a buttare occhiate con le più varie motivazioni, dalle spiegazioni sul viaggio, alla distribuzione dei vari accessori necessari, cuscini e lenzuola e successivamente distribuzione di acqua, viveri di conforto, thé e così via. Anche gli addetti alla pulizia continuano a far finta di scopettare nelle nostre vicinanze. Malauguratamente mancifico un tizio dall'occhio volpino, timoroso di non riconoscere la stazione a cui dobbiamo scendere e terrorizzato di finire a Delhi, stazione finale di arrivo, non sapendo che verremo continuamente avvisati e che il convoglio si fermerà a New Jalpaiguri, la nostra meta tra 18 ore, per una mezz'ora buona. Non riuscirò più a togliermelo dai piedi, in quanto avendomi evidentemente catalogato come vacca da mungere, si presenta in continuazione con le scuse più varie, speranzoso di scucirmi altro denaro. Un rude controllore, irritato da questo comportamento evidentemente non in linea con la policy delle ferrovie indiane, lo caccia, intimandogli minacce varie. Il tizio prima giustifica la sua presenza con una serie di pulizie da completare, mostrando lo scopettino a riprova, poi sparisce per sempre. 

Il venditore di foglie per il pan di betel
Lo rivedremo solo all'arrivo quando occhieggia dietro la zona toilettes per controllare se mai fosse possibile introitare qualche ultimo spicciolo. Nel corridoio di fianco al nostro scompartimento un signore molto distinto si prepara per la notte, ammonticchiando una serie di giornali da leggere prima di addormentarsi. Le ore passano e stazioni buie e deserte scorrono davanti ai finestrini. Qualche fermata rada, con la sola voce metallica che pronuncia il nome del posto all'apparenza abbandonato. Il treno è già pieno, quasi nessuno è più salito dopo la partenza. La notte acquieta i rumori. Le luci via via si spengono e si ode soltanto più il russare ritmato di una madama enorme in sari rosso fuoco che era circondata da una torma di bambini, che copre quello più sommesso dei miei compari di viaggio. Ho difficoltà a dormire sui treni, così come sugli aerei, il dondolio non mi culla, però rimane un buon tempo per pensare, fare bilanci. Ormai sono alla metà di questo viaggio. Ho completato quell'area, misteriosa a raccontarla, nel nord est; territori remoti, lontani dal governo centrale, terra di villaggi e genti solo per caso indiana e che magari non si sente neppure tale. Una povertà non cattiva e fetida come quella delle megalopoli, ma pur sempre ansimante verso una vita migliore e conosciuta, che proprio per questo forse si  danna all'autocommiserazione e specie nei giovani, lascia ingombranti spazi al desiderio compulsivo di un cambiamento purchessia. Una situazione diversa da quella dei loro nonni, ma più dannata ed ansiogena. 

Sul Rajdhani Express coi compagni di merende
Adesso invece, e siamo solo ad un migliaio di chilometri di distanza, entrerò nella zona himalayana vera e propria, un mondo diverso, con religione, filosofia e abitudini differenti. Quali saranno qui i problemi, le aspettative? L'alba matura lenta quando sei già sveglio, tagliando l'odore di treno. Dapprima un chiarore lontano che individua l'orizzonte, poi la luce che muta impercettibilmente, come regolata dallo spostamento lentissimo di un reostato magico. Emerge dal buio una piana infinita, fatta di campi grandi e secchi che attendono l'acqua del monsone, punteggiati da file di palme scheletrite. Casupole sparse coi tetti di paglia. Piccole cittadine che il convoglio quasi ignora, rallentando solo un poco la velocità al passaggio, così da darti tempo di vedere le montagne di immondizia e le file di baracche coperte di teli di plastica annerita od i fagotti che identificano coloro che neppure quella disgraziata baracca possono permettersi. Questa, al confine del Bangla Desh, è una delle zone più povere del paese. Il treno intanto si rianima come un corpo assonnato che al mattino si stropiccia gli occhi, crogiolandosi ancora un po' nel torpore dolciastro degli odori della notte. Viene distribuito con sussiego un vassoietto di colazione. Chi può tenta di rassettarsi, ci sono ancora molte ore prima della nostra destinazione. 

La stazione di New Jalpaiguri
Il signore distinto al nostro fianco si è già ricomposto completamente ed attacca bottone in un inglese puntiglioso. E' un professore naturalista dell'università di Dibrugarh che sta andando anche lui a Darjeeling, dove forse è atteso per una conferenza. Da tutta la vita si occupa dello studio dei delfini del Bramaputra, una specie autoctona evidentemente di grande interesse. Una specializzazione singolare che evidentemente lo mette in una nicchia ecologica simile a quella degli animali che esamina. Come tutti i suoi connazionali tuttavia, mostra una certa soddisfazione nel constatare che europei siano interessati al suo paese, in particolare se arrivano dall'Italia, paese che gode di una notevole popolarità. Si chiacchiera del più e del meno, inclusa la vicenda marò, che come sospettavo, è quasi del tutto misconosciuta al di fuori, forse, del Kerala, dove è stata usata soprattutto a fini politici locali. Intanto, chiacchierando, passano le ore e quando il treno rallenta per entrare nel grande snodo ferroviario di New Jalpaiguri, con precisione svizzera, sono le 13:05, come da programma. Un po' di confusione sulla banchina. Una vera e propria delegazione accoglie il professore alla sua discesa. Evidentemente è davvero un personaggio importante. Al di là delle montagne di bagagli, Karma, mai appellativo è più azzeccato, ci aspetta con un cartello in mano col mio nome.


SURVIVAL KIT

Dal web -La linea del  Rajdhani express Dibrugarh-Delhi
New Jalpaiguri - Railway junction - Città che con la sua gemella Siliguri, ha assunto una importanza fondamentale dopo la spartizione che aveva bloccato le comunicazioni tra tutta l'area nordorientale dell'India (Assam e piccoli stati limitrofi) con il west Bengala. Così attraverso la nuova linea costruita nel 1950. questa città cresciuta fino ad arrivare all'odierno 1.500.000 di abitanti, si è trasformata nella porta del nord est e passaggio obbligato per arrivare nel nord Bengala e su fino agli stati himalayani del Buthan e del Sikkim. 

Il tratto da Dibrugarh - New Jalpaiguri (980 Km)

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mercoledì 16 febbraio 2011

Il Milione 38: Tattoo e mangiare con le mani.


Nella sua esplorazione via terra, difficile e pericolosa per i tempi, ma di certo non come oggi, visto che quelle zone ancora non erano cosparse di mine antiuomo, il nostro Marco Polo arriva fino ai confini orientali dell'India, una vasta zona che comprende l'attuale Bangla Desh e il Bengala indiano, fino allo stato dell'Orissa.

Cap. 122


...e dopo lasciata la provincia di Mien (Birmania), v'è una provincia verso mezzodie ch'à nome Gangala (Bengala), che negli anni Domini 1290 che io era ne la corte, il Grande Khane non l'avea ancora conquistata, ma tuttavia v'era oste per farlo. In questa provincia ànno loro linguaggio e sono pessimi idoli e sono a li confini dell'India. Elli fanno grande mercatantia di care spezie che ànno, spigo e galinga e zinzibe e vivono di carne pesce e riso.

Ancora oggi, percorrendo queste aree rurali del subcontinente è tutto un susseguirsi di piccoli villaggi tra le risaie, popolate di contadini che alternano la loro difficile vita tra il fango che genera il loro alimento principe e i piccoli mercati spontanei che sorgono tra le capanne, dove su teli improvvisati a terra vengono offerte immutabili, le spezie di allora. Piccole piramidi di radici di zenzero, mucchietti di coriandolo, mazzi di erbe odorose e poi via, seduti nelle approssimative taverne a mangiare i cibi di strada, pesce di fiume in un sugo piccante in cui intingere palline di riso mescolate con le mani (mi raccomando con la destra, che la sinistra serve ad altri più immondi usi, e usando solo la punta delle dita che fa più chic, ma come dice qui Acquaviva, potete anche succhiarvele per non perdere il condimento che è il più buono e come si dice, se no si gode solo a metà). Beh il nostro Marco ci sarà stato anche abituato, giacché allora a Venezia la forchetta non l'avevano ancora inventata, ma vi assicuro che sulle prime, questo impastare il riso per mescolarlo al resto, su piatti fatti di grandi foglie di banian, mi ha messo un poco in difficoltà. Solo la fame poi, fa superare le barriere interculturali. Ma questa non è la terra degli indiani, ma degli Adivasi, "quelli che c'erano prima". Sono le tribù primitive che popolavano l'area prima dell'arrivo degli Arii, disprezzate dalla cultura ufficiale indù, e rimaste ancorate alle antiche tradizioni, che stupirono anche il nostro Marco.
Questo è uno dei tanti aspetti interessanti di queste genti che oggi vivono isolati nel folto delle foreste del Bengala e dell'Orissa, primitivi che contro voglia stanno per essere spazzati via dall'ingordigia del nostro mondo e dal nostro prepotente sistema di vita. Gli straordinari tatuaggi che ricoprono i corpi delle diverse tribù dai Kutia, ai Gondria, ai Khond sono ancora oggi esibiti per la loro bellezza e la ragazza che mi mostrava orgogliosa il suo viso ricoperto dai segni che simulavano i baffi della tigre, uguali a quelli che la sua progenitrice mostrò a Marco, forse non li farà più a sua figlia e anche al mercato, accanto alle piramidi di peperoncino rosso come il fuoco che promette, cominciano a vedersi, cucchiai e forchette di alluminio, assieme ai coloratissimi braccialetti di plastica cinese. Il Gran Khan ha compiuto definitivamente la sua conquista.


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