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sabato 16 marzo 2019

Central India 1 - Notte in aeroporto




Cercando il vestito giusto

Verso Port Blair
E' buio fuori. Abbiamo lasciato il Bangladesh con un po' di dispiacere nel cuore, troppo poco tempo, troppe cose lasciate indietro sapendo che le probabilità di tornare a rivederle son quasi nulle. Com'era diverso, quando eri giovane. Lasciavi un paese, e difficilmente qualcuno tra quelli visti ti aveva deluso, con la ferma risoluzione di tornare, prima o poi. Il tempo davanti a te era tanto e potevi mettere questa possibilità nell'elenco dei desiderata futuri, anzi, l'esperienza sarebbe stata da guida utile, per quello che avevi imparato, per non ripetere errori e inesperienze. Adesso tutto è diverso. Quando lasci un luogo, porti con te la malinconia di un arrivederci falso, che già sai bene essere nella realtà un addio. Così ragioni mentre l'aereo vola nella notte fino alla vicina Calcutta, città che proprio perché hai già visto, diventa solamente tappa di transito in quel non luogo che è l'aeroporto, quella terra di nessuno dove si incrociano i destini della gente, quasi simile a tutti gli altri che hai visto, se non nella forma, quantomeno nella sostanza. Avresti voluto andarci via terra, di certo itinerario più interessante, ma la burocrazia dei visti lo ha impedito stavolta. Il solito braccino corto ti ha spinto poi, a guadagnare un giorno e a risparmiare contemporaneamente la inutile, ma riposante notte in hotel. Partiti tardi e questa volta per fortuna in ritardo, arrivati ancor più tardi, ormai è notte piena, con il prossimo aereo che parte la mattina presto e ancora tante ore davanti per aspettarlo sulle maledette poltroncine, scomode e sempre più dure ogni anno che passa. 

Al mercato
Certo, ti autoconvinci che arrivati a mezzanotte, saremmo giunti in camera coi bagagli, se andava bene alle 2:00 e visto che il volo è alle 5:50, per arrivare al più tardi alle 4, bisognava alzarsi alle 3:00, un'ora di sonno inquieto, quindi quella era la scelta giusta, ma accidenti trovare una posizione non dolorosa su 'ste cavolo di sedie è davvero un tormento. Cerchi di fartela passare, andare a cercare il punto dove tra un po' scatterà l'ora del check-in, di adocchiare quelle sedie che apparentemente sembrano più comode, avendo speso gli ultimi taka alla partenza per una merendina di segatura, ma è pesante, ragazzi, non abbiamo più l'età di passare le notti sulle poltroncine! Sumita, invece è una ragazzina dolcissima, seduta di fianco a me, col nostro stesso problema. Aspetta l'aereo di domattina che torna a Guwahati in Assam, poi sarà ancora in giro tutto il giorno per arrivare al suo paesotto e attacca bottone volentieri. Ha la voce sottile e piena di miele, parlando un bell'inglese corretto, ciondolando la testa per assentire e mostrando i capelli nerissimi sotto la dupatta chiara che li avvolge. E' venuta a Calcutta per un colloquio di lavoro. Sembra una ragazzina di quindici anni, così minuta e raggomitolata nel suo foularone colorato, ma è laureata in ingegneria e si vede che spera in un futuro diverso da quello che forse è stato il cortile della sua casetta di campagna che mi immagino popolata di capre e vacche, di escrementi da raccogliere e far seccare al sole. 

In volo
Forse è una di quelle ragazze che alla scuola del villaggio spiccava per la sua intelligenza o volontà oppure i suoi avevano già un minimo di benessere e sono riusciti a raggranellare i soldi per farle frequentare un istituto confessionale, forse cattolico. Da qui ha potuto spiccare il volo, cosa assai inconsueta per una ragazza, indiana, non di città, oltretutto di uno stato periferico e povero come l'Assam, verso una università cittadina e adesso è lì con quei due occhioni grandi e pieni di speranza che sogna la grande città, il lavoro di qualità che potrebbe dare una svolta alla sua vita. Che tenerezza fanno le piccole guanciotte rosa di Sumita, mentre gli occhi carichi di sonno si stanno chiudendo. Forse questa è ancora una terra di occasioni per chi ha la grande volontà di cercarle e di coglierle. Se ne va prima di noi, con un valigino minuto, come di certo saranno le sue cose. Buona fortuna! Due famigliole davanti a noi invece, non smettono un attimo di parlare, le donne almeno. Sono una mussulmana e una hindù, almeno questo raccontano i loro indumenti, tuttavia sembrano amiche per la pelle e sghignazzano allegramente mostrandosi l'un l'altra qualche contenuto sullo smartphone. La figlia di una delle due sta un po' più sulle sue, con la supponenza delle adolescenti distaccate. I padri invece sono più silenziosi, bello cicciotto e con una barbaccia salafita rossa di henné uno, svagato e con l'aria di chi sogna finalmente il suo letto lontano, l'altro, decisamente segaligno e allampanato, con baffi nerissimi. 

Spiaggia andamana
Me lo immagino, la mattina che se li pettina accuratamente ritoccandone il colore con uno spazzolino impregnato di nero. Pescano tutti da enormi sacchetti di patatine al gusto masala, il cui odore pestilenziale tracima tra le le file di sedie e arriva come un gas venefico fino a me che mi torco in tutte le direzioni cercando una posizione decente. L'odore di India è pervasivo ed inequivocabile. Intanto il tempo passa con una lentezza esasperante fino a quando con largo anticipo non arriva il momento di andare al bancone, espletare tutte le pratiche del caso, ormai anche qui devi fare tutto da solo, stamparti il boarding pass, checkkare i bagagli, cappero, con tutta la manodopera che c'è non si potrebbe dare un po' di lavoro in giro? Bravo dice il diavoletto, ma se cerchi sempre il biglietto che costi il meno possibile, che già si arrabattano a limare i costi in tutti i modi e poi le compagnie aeree falliscono lo stesso. Insomma la realtà è che non siamo mai contenti e soprattutto quando sei in condizioni di anche solo leggero disagio, il motivo per lamentarti è sempre pronto. Per fortuna ho perso un po' di tempo per litigare col cambista del l'unico baracchino aperto di notte nella grande hall di attesa. Sarà che è l'unico, sarà che all'aeroporto approfittano, ma il malandrino voleva cambiarmi 100 verdoni a 60 invece che a 79 rupie come recita il giusto bugiardino e che troveremo poi da ogni parte in giro. Una cresta del 25%, non male, anche se sono mezzo addormentato. Mi faccio dare indietro i soldi, che il drudo aveva già incamerato con destrezza, dopo uno scambio di male parole, ognuno nella propria lingua madre beninteso. 

Andamano
Intanto eccolo lì, l'aereo che ti porterà alle isole Andamane, zolle di terra sabbiosa, perdute nel golfo del Bengala, ma così a sud dal crederle, guardando l'atlante, a carico della vicinissima Birmania e invece per quelle bizzarrie della storia e della politica, accreditate all'Unione Indiana. E' uno sfizio che mi sono voluto togliere, soltanto tre giorni di certo troppo pochi per farsi un'idea, ma la curiosità è tanta ed a questo piccolo angolo di mondo, così lontano, di cui ho favoleggiato a lungo, fin dalle prima volte che venivo nel subcontinente e sempre rimandato, volevo buttare comunque un'occhiata. Forse solo per poter dire che ci sono stato, forse perché ho letto cose interessanti al riguardo, forse perché quando passi così vicino a qualche cosa che reputi interessante, vuoi almeno per un attimo posarci il piede. Eccolo qua, l'aereo parte in orario, la luce cresce nel cielo alla mia sinistra, mentre fa rotta verso sud, un paio d'ore e saremo arrivati. Certo che è un po' strano che per arrivare a uno dei tanti supposti paradisi perduti, ci voglia in fondo un attimo, lo stesso aereo con cui vai a Parigi o a Londra o a NewYork e che ti ci catapulta in un brevissimo lasso di tempo, assieme ad una valanga di altra gente. Forse non sarà proprio perduto questo paradiso, perlomeno lo hanno già ritrovato in tanti, così almeno mi sembra ad una prima occhiata. La stazione aeroportuale di Port Blair invece è in linea con le attese, uno spiazzo asfaltato con un capannone che mi sembra la stazione di Valenza Po. Si scende a piedi, le valigie calano giù assieme a te, allunghi la mano e sei già fuori a buttare un occhio per vedere se c'è qualcuno che ti aspetta.

Andaman Islands

SURVIVAL KIT

Voli - Come ho già detto per ottimizzare, evitando una notte a Calcutta, ho preso il volo Indigo da Dhaka delle 18:30, sui 70 Euro, senza dovermi così preoccupare del ritardo di un ora, tanto il volo Kolkata-Port Blair con Air India parte alle 5:50 e in due ore ti porta a destinazione per circa 100 Euro (8560 Rupie).





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domenica 12 aprile 2015

Il flower market


Il book market


La tomba di Madre Teresa
Mi rendo conto che, in questo raccontare, non riesco a lasciare Calcutta. Ci rimango morbosamente attaccato così come non ci si riesce a staccare da qualcosa assieme ti respinge con i suoi eccessi,  ma allo stesso tempo ti attrae con un suo fascino perverso. E infatti ci sono ancora cose da osservare in una città dove apparentemente c'è poco da vedere. Per esempio la tappa obbligata della casa di madre Teresa. Come sempre i luoghi delle missioni cattoliche rappresentano uno stacco netto rispetto a quanto sta intorno e questo non fa eccezioni. Nel caotico andirivieni del quartiere, anche questo è un momento di calma e di riflessione, anche se è ormai diventato un luogo di culto più che un'opera in piena attività; una specie di piccolo museo cresciuto attorno alla tomba di questa donna che ha inventato un nuovo modo di affrontare la realtà indiana, risalendola dal basso, dalla parte più disperata e trascurata della coda, sovvertendo in parte i meccanismi che hanno sempre regolato questa società, quelli degli ultimi che sono tali perché in qualche modo se lo sono meritato nelle loro vite precedenti, che si aiutano solo saltuariamente e per un motivo egoistico, quello di acquisire meriti personalmente e non per quel senso di compassione verso l'altro che nutre i principi buddhisti o cristiani, che pongono questo aspetto in seconda linea. 

L'ingresso della Coffee house
La casa è popolata di suorine che svolgono le consuete attività dei conventi, mentre il pellegrinaggio attorno alla semplice camera della santa e più ancora vicino alla sua tomba che, pur nella sua spoglia semplicità assume una posizione totalizzante, rimane lo scopo della visita con i suoi contorni classici di distribuzione di santini e medagliette ricordo. Giustamente il lavoro vero dell'opera rimane nascosto in altri luoghi e lasciato a chi se ne occupa per vocazione, così qui ci si passa come ad una stazione della via crucis, quasi un obbligo inderogabile. Ma ci sono altri volti della città ancora da scoprire, come quello di tentare di comprendere dove sta andando l'India moderna, quella dei giovani che a decine di milioni cercano di costruire a fatica il futuro di questa nazione. Nella zona nord della città, il quartiere universitario è tutto un immenso mercato di libri. Tutto assume le dimensioni proprie a questo mondo, così ogni strada, ogni vicolo, è un seguito di negozi, bancarelle, piccoli spazi letteralmente oberati da pile esagerate di volumi, pubblicazioni, materiali di studio che soffocano il venditore dietro una cortina di carta stipata tra lamiere e teli di protezione dalla pioggia frequente. L'incongruità tra fango o polvere, a seconda del momento e la necessità di ordine e pulizia del libro in sé, qui si coniuga all'indiana. 

Indian coffee house
Carretti e trasporti pieni di risme di dispense, volumi di ogni spessore legati alla meglio in pacchi con spaghi provvisori, viaggiano in ogni direzione schivando animali e traffico, mentre colonne di ragazzi si aggirano davanti ad ogni stallo, consultando, scegliendo e comprando. Ognuno poi se ne va con qualche cosa sotto il braccio, forse solo una speranza di futuro. Tanti giovani e ragazze in questo quartiere, forse non molto diversi rispetto ai loro coetanei del resto del mendo, forse solo con opportunità, ma anche determinazioni differenti. Non rimane che prendersi una sosta in una Indian coffee house. Ce ne sono diverse qui. Grandi sale al primo piano di vecchi e marci edifici coloniali dai soffitti altissimi che tengono due piani, con ingressi da incubo, dove pendono grappoli di fili elettrici e di contatori in rovina, in cui si dispongono file infinite di tavoli quadrati a cui sedersi a prendere un caffè o un thé in quello che al tempo degli inglesi doveva essere un momento di sosta in un ambiente superiore e che è rimasto immutato, con i lunghi ventilatori che dal soffitto muovono pigri l'aria umida e dolciastra, mentre fuori il mondo è passato in un altro secolo. Un gusto retrò da assaporare con calma. Ma rimane almeno ancora un luogo di cui voglio parlarvi, che forse meglio di tutti sa raccontare il violento contrasto di Calcutta e che ne rappresenta forse meglio di tutti gli altri il suo volto morbosamente attrattivo rispetto ad una realtà sulla carta affannosamente dura e disarmante. 

Una bancarella in College street
Man mano che ci si avvicina all'Hooghly river, le strade si fanno, se possibile, ancora più affollate e caotiche; non ci sono più grande arterie di scorrimento e passata la ferrovia tutto diventa un confuso seguito di baracche e costruzioni precarie. Non riesci a farti strada tra il movimento di gente e mezzi di ogni tipo. Sullo sfondo l'immensa sagoma del ponte Howrah che domina l'area con la sua antica campata di profili di ferro percorsa ogni giorno da milioni di persone. Anche da lontano avverti il brulicare di questa folla che in un seguito di autobus puzzolenti, carretti, risciò e soprattutto a piedi, percorre nei due sensi gli oltre 700 metri questa icona architettonica dell'Asia e proprio sotto l'inizio della sua arcata, dietro ai ghat dove continuamente una umanità dolente si lava, pulisce e vive la propria vita e la propria religione, si estende il mercato dei fiori, un altro specchio innaturale di questa città sopra le righe. Sì, perché proprio qui dove è più forte il precario della povertà più lurida, tra le montagne di immondizia create dall'affollamento umano, che un clima impietoso rende marcia e maleolente, che la troppa acqua o il troppo calore masticano e impoltigliano per aumentare la durezza di viverci, la presenza dei fiori è evidentemente una necessità inderogabile, non si capisce se per obbligo di religione e sentimento o se per mitigare con la loro presenza quasi salvifica di colore e profumo, questa povertà sporca e apparentemente senza speranza. 

Flower market
I fiori come necessità di bellezza da consumare in quantità sproporzionate, affinché coprano con la loro patina edulcorante ogni bruttura, ogni sofferenza. Tutto il mercato è ricoperto da questa merce, così velocemente deperibile che deve essere continuamente rabboccata da arrivi di altro materiale, sempre fresco, sempre pronto. Ogni postazione di vendita e distribuzione è soffocato di fiori, suddivisi per necessità , tipologia d'uso e categorie. Qui tappeti di tageti gialli o mucchi di rose in bocciolo, là enormi mazzi di amarilli dai colori diversi. E ancora gerbere, dalie, margherite di ogni dimensione che affollano i teli stesi a terra impedendo un passaggio agevole. Poi stuoli di persone che si affannano sui nuovi arrivi, li mondano dalle foglie inutili, li raggruppano secondo colori e varietà, altri compongono corone infilando con rapidità in fili continui i fiorellini singoli a formare spesse catene da mettere al collo dei festeggiati, altri ancora che compongono costruzioni in architetture bizzarre e maestose, attorno a statue e tralicci. Addetti trasportano poi queste corone in mazzi che li sovrastano completamente e arrivano al successivo banco di vendita quasi sepolti dalle catene fiorite. Chi vende a numero, chi addirittura a peso. I venditori di petali hanno mucchi immensi davanti a loro e ne formano sacchi che i compratori golosi già immaginano sparsi sotto delicati piedi ricoperti dalle volute barocche dell'henné di spose bellissime drappeggiate di ricchi sari rossi e dorati. 

Mully ghat
Negli spazi ristretti tra i banchi e i negozi, a terra non c'è più nemmeno polvere, fango o sporcizia, solo un unico tappeto vegetale di verde, di foglie e steli scartati, di fiori morenti, di spine di rose che attentano a piedi non protetti, di vegetazione anch'essa alla fine della sua brevissima esistenza votata al piacere degli occhi. Il profumo forte delle collane di gelsomino, che immagini ornate chiome corvine e lucide, cancella ogni altro odore. Quando torni sulla riva del fiume, dove sui gradini popolati da altra umanità, si va sgranando ogni residuo di bellezza, l'acqua fetida e infetta, passa, portando via tutto, residui di verde assieme alla cenere dei morti, come se lo stesso carico di  dolore inconsapevole potesse lavare via tutto, povertà, sporcizia e malattia, verso il mare lontano, rendendo ogni cosa di nuovo fruibile alla vita, mentre le piccole statue di dei ancora rossi per la furia gioiosa dell'Holi appena passato anche qui, garantiscono spazio per tutti, basta che abbiano un senso di accettazione senza domande. Il treno rugginoso, carico fino all'inverosimile, dove mille teste si affacciano ai finestrini chiusi da inferriate, fischia passando tra le baracche che sembrano scostarsi per fare posto al Garuda di ferro sferragliante che va verso la vicina stazione ingombra dai mille bambini di strada in cerca di qualcosa che consenta loro di raggiungere il giorno dopo.

Il treno


SURVIVAL KIT

Il venditore di petali
Book market - College street - Nel quartiere dell'Università nella zona nord della città, ottimo posto per osservare l'India dei giovani e riposarsi un poco in una coffee hose vittoriana d'epoca coloniale.

Flower market - Spettacolare punto di osservazione del ponte Howrah, situato appena sotto l'inizio dell'arcata sulla riva destra del fiume. Portare scarpe chiuse per evitare di pungersi con le spine di rose che tappezzano i passaggi. Da qui si arriva ai vari ghat sul fiume come il Mully ghat o il più lontano Babu ghat, odori pesanti e sensazioni altrettanto forti, garantite.

Mother's Teresa House - 54a, Bose road - Piccolo museo con i ricordi della santa vicino alla sua tomba. E' possibile anche visitare la camera dove è vissuta negli ultimi anni. Chi è interessato a vedere parte della sua opera, casa ospedale e orfanotrofio, deve spostarsi di qualche via più in là.
Venditori di composizioni floreali

Un venditore di collane di fiori


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sabato 11 aprile 2015

Il tempio Jain


I templi Jain


Nel tempio
Vasanta Jain fa il sacerdote da più di quaranta anni, da quando i suoi lo portarono al tempio ancora bambino. Scelsero per lui questa strada quando lo videro come folgorato, girarsi intorno con gli occhi sgranati a guardare lo spettacolo di quel caleidoscopio di colori, di vetrini colorati incastonati nelle colonne, dei milioni di pietre dure che spiccavano nel marmo bianco a formare volute complesse, fiori multicolori, geometrie che quasi stordivano la mente catturando l'attenzione in maniera ipnotica. Le svastiche augurali, le piastrelle coi disegni fitti, tutte lucide e splendenti sembravano accompagnare il salmodiare lento dei sacerdoti presenti, quasi come se queste voci facessero da sottofondo al sonno della divinità. Ne rimase avvinto per sempre. Da allora dopo aver percorso i vari gradi del sacerdozio, ogni mattina all'alba sale i bianchi gradini, dopo aver attraversato il giardino con i curvi vialetti bordati di palme nane e sosta un poco sotto la grande veranda dal tetto risplendente di ori e di milioni di vetrini colorati, poi entra nella grande sala illuminata dalla prima luce del mattino che tracimando dalle fessure si fa colorare dall'alabastro sottile in mille sfumature diverse. I pavoni con le tessere dalle tante gradazioni di blu, fanno corona dai vasi, le piccole luci delle offerte si accendono ad una ad una. 

Vasi 
Compie i gesti di rito, la pezzuola bianca davanti alla bocca per impedirgli di inghiottire e quindi far del male a qualche pur minuscola creatura vivente, si aggiusta il grande dothi bianco che gli avvolge la vita lasciandolo a torso nudo e comincia le preghiere del giorno davanti al sancta sanctorum che contiene la venerata statua di Lord Shithalnathji e controlla la fiamma della lampada che sta lì accesa senza spegnersi mai dal 1867. Un filo rosso gli avvolge il dorso passando sopra la spalla sinistra ad indicare la sua origine bramina. Poi va all'altare di marmo e comincia a comporre con farina di riso di diversi colori, un piccolo mandala propiziatorio. Dall'altra parte del tempio ancora deserto di fedeli arrivano i canti degli altri sacerdoti. C'è una atmosfera di grande serenità mentre la luce aumenta moltiplicandosi nei continui rimandi dei vetrini che ricoprono le pareti. Anche il giardino prende vita. Gli specchi d'acqua e le fontanelle rimandano i colori delle cascate di fiori che ricoprono le aiuole o sono posti ad ornare le porte, gli altari, le statue. Rose rosse, rosa, gialle bianche in tante sfumature diverse, è la loro stagione per rendere gloria. Le tageti piccoline ed umili hanno invece la forza del numero, spesse ed ammucchiate a formare corone grasse e corpose, in cascate ricche e complesse. 

Preghiere
Anche le stoffe e gli stendardi  dai viola accesi o dai rossi purpurei sembrano stesi per far meglio risaltare il candore abbacinante del marmo. C'è aria pulita intorno; come sembrano lontane le strade di Calcutta che pure stanno appena fuori dai grandi portali, popolate di mendicanti e di storpi che fanno ciondolare le membra deformi in attesa della pietas dei fedeli. Ma il tempio rimane ancora deserto, forse è presto, forse la festa dell'Holi appena finita, che ancora colora le strade ed i volti di polvere rossa, richiede qualche giorno di calma, il fatto è che qui si respira una pace assoluta. Vasanta è rimasto in meditazione accoccolato nella posizione del loto, gli occhi semichiusi, le mani aperte verso l'alto con i pollici e gli indici uniti, le labbra che forse mormorano una preghiera per la mente. Sembra quasi un affronto scattare una foto, ma la meditazione non deve essere così profonda, gli occhi si aprono in un sorriso e Vasanta si avvicina parlando a voce bassa, sembra quasi dare una benedizione, poi, con la testa leggermente piegata da un lato chiede un'offerta. Cento rupie sono un po' poco, conferma, meglio duecento. Pecunia non olet ed il tempio ha tanto bisogno. 

Mendicanti fuori dal tempio


SURVIVAL KIT


Parswanath temple - Badridas temple str. Donazione gradita. Nella zona nord di Kolkata il tempio Jain di Lord Shithalnathji costruito nel 1867 è formato da 4 templi diversi, circondati da bei giardini ordinati e fioriti. Molto più ricco e colorato dei classici templi Jain cosa che offusca un po' la purezza, ma ne aumenta il fascino grazie allo sfolgorio dei colori. Nella zona di Belgachia a circa 30 m. dal centro. Un'oasi di bellezza al centro di Kolkata da vedere meglio al mattino presto quando non c'è quasi nessuno.

Blue Sky Cafè - Sudder street - Posto di ritrovo molto popolare nella zona del New market per molti occidentali che viaggiano fai da te. Simpatico e con camerieri molto cortesi che ti riconoscono alla seconda volta che ci vai. Abbiamo cenato 2 o 3 volte. Ottimo pollo tandoori e anche piatti western. Garlic cheese nan, da provare. Prezzi solo poco più alti dei ristorantini indiani della zona. Quasi sempre pieno. 





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venerdì 10 aprile 2015

Tra edifici coloniali e divinità

Dopo l'Holi Festival




Trasporti
Calcutta non ha monumenti di grande rilevanza come Delhi, Mumbay o altre grandi città indiane, ma il visitatore di deve accontentare di piccole cose lasciate dagli inglesi che pure accendono alla memoria sinfonie di un secolo passato, come i classici edifici della BBD Bagh, la grande piazza circondata dai vecchi luoghi del potere o il Victoria Memorial Hall, un catafalco vittoriano con tanto di cupolone in marmo bianco, piazzato con largo respiro in un enorme parco, un polmone verde in cui l'aria sembra addirittura più fresca e meno umida e dove si affollano i visitatori locali. Gli indiani amano i grandi spazi dei parchi all'inglese coi prati verdi ben curati, una delle cose lasciate in eredità dalla potenza coloniale e ci passano volentieri le ore di riposo, quasi volessero prendersi una pausa dall'affanno della polvere e della confusione della metropoli che li circonda. La fila di carrozze ricoperte di specchietti e di archi fioriti all'ingresso, completano il quadro e sono utilissime alle spose che vengono qui a fare le foto di prammatica. Allo stesso modo, più in piccolo, il parco che circonda la cattedrale di St. John, viene popolato da famigliole che fanno picnic e gruppi di studenti che fingono di studiare mentre tacchinano le compagne. All'interno il suono dell'organo di un volenteroso musicista ricrea atmosfere in linea con le tombe neogotiche sparse nel giardino, dove leggi file di nomi inglesi morti qui, forse rosi dalle malattie e dalla nostalgia, forse tronfi della loro importanza spocchiosa di dominatori in un paese selvaggio, circondati da stuoli di servitori, mentre le diafane mogli morivano di tisi o di febbri malariche. 

Turiste indiane
Sono i lasciti classici delle odiati /amati colonizzatori, eppure stranamente, uno dei vezzi più gettonati dai visitatori è quello di accalappiare gli scarsi stranieri che ciondolano nei vialetti e prenderli nel gruppo per scattarsi infiniti selfies coi gli smartphone più disparati, generalmente cinesi, a testimonianza futura di essere arrivati dal paese nella grande e cosmopolita città. Poi è di nuovo traffico ingorgato da ogni specie di veicolo a trazione meccanica, umana o animale, che occupa spazi, aria e suono ricoprendo ogni cosa di polvere, fumi, decibel. Ti devi fare strada suonando all'impazzata per crearti un varco percorribile tra rishò a piedi o pedalanti che ti chiudono la via, carretti stracarichi di latte colorate, camioncini pieni di balle bianche impilate fino ad altezze impossibili, sciami di Api Piaggio gialle e nere che trasportano gente zigzagando in tutte le direzioni e auto di ogni epoca, vecchie Ambassador bianche e pesanti SUV giapponesi, minuscole Maruti e Nano, la miniauto da 2000 dollari per tutte le famiglie che doveva motorizzare l'India, ma  a cui esplodeva la batteria e pullman dalla carrozzeria ricoperta di scritte per nascondere la ruggine, tram che risalgono all'impero che sferragliano e camion giganti ricoperti di luci e pendagli beneauguranti, con consigli impressi sul retro come Horne please, come se qualcuno pensasse di farsi strada in altro modo. Ma ieri era Holi una delle più importanti feste Hindu. E' una specie di carnevale o di festa per l'arrivo della nuova calda stagione. 

Manifestazione di partito
Tutti sono autorizzati ad andare in giro fino a tarda notte, con sacchetti pieni di polvere colorata, prevalentemente rossa e lanciarla addosso a chi passa, meglio se indossa vestiti candidi. Dappertutto si vedono residui della battaglia del giorno prima. Sui marciapiedi e sui muri, ma soprattutto sul viso e sui capelli della gente che passa ridendo, si notano intense sfumature vermiglie, gialle o blu, che non è chiaro se siano lasciate in essere in qualità di medaglie al valore della battaglia compiuta o se rimangono per oggettiva difficoltà a lavarsele via. Uno dei quartieri dove il bombardamento deve essere stato più massiccio a giudicare dal colore delle stradine e dei vicoli, è il quartiere di Kumartuli, dove la religione di mescola all'artigianato per creare uno show continuo di colori e di forme inusuali. Subito dopo aver lasciato il grande corso di scorrimento, costellato da una infinita fila di bandierine rosse con falce e martello, di uno dei tre o quattro partiti comunisti che cercano visibilità scannandosi l'un l'altro come è tradizione in tutte le sinistre del mondo, ti infili in una serie di stretti e tortuosi budelli circondati da baracche basse, negozietti, ma soprattutto laboratori che altro non sono che bui antri dove una umanità dolente, impasta fango e crea strutture di cannicciato leggero con stecche di bambù come sostegno per costruire forme ed effigi di qualcuno di quei trecento milioni di dei del pantheon hinduista da esporre o fare sfilare durante le feste. L'apice del lavoro si ha a novembre quando si prepara la ricorrenza di Kali/Durga e tutta la città si para a festa per l'occasione. 

Le statue di Kumartuli
Ogni negozio appronta la sua specialità, divinità sedute dalle molte braccia, ballerine ammiccanti dalle vesti succinte, statue di Khrishna mollemente appoggiato su una gamba mentre suona il piffero e una delle sue Gopi preferite gli si aggrappa alla spalla innamorata. Poco più in là divinità tantriche allacciate in amplessi fantasiosi, Buddha dallo sguardo sereno, animali dalla genetica incerta e Ganesha ridenti con la proboscide oscenamente pendula. Le opere sono di ogni forma e dimensione, riprodotte a catena per formare un esercito  pronto ad essere schierato nelle processioni od esibito dai potenziali acquirenti. Non c'è occasione infatti in cui assieme ai suonatori e alle danzatrici di prammatica, non venga esibita una o più statue colorate della divinità interessata all'avvenimento. Ma la zona più affascinate del quartiere è quella dove si raggruppano le botteghe che rifiniscono le statue stesse ricoprendole di una iridescente gamma di colori così vivi e smaglianti da abbagliare l'acquirente visitatore. Braccia e carni rosa confetto, volti blu, labbra rosso vivo, con occhi neri e ciglia lunghissime e ammiccanti e infine tutto il caleidoscopio delle vesti ricchissime e ridondanti. Le botteghe stesse diventano templi con fedeli che portano offerte e accendono lumi. Fai fatica a lasciare il quartiere da cui non ti puoi portare via niente se non una serie di immagini sbiadite ed è di nuovo traffico ansioso. 

Laboratori a Kumartuli

Dopo la festa dell'Holi
SURVIVAL KIT
Victoria Memorial Hall - Costruito in marmo bianco nel 1901 in memoria della regina Vittoria. Vasto parco con l'edifico al centro con un museo. Ingr. ai giardini 10 R, al museo 100 R. Intorno carrozze multicolori. Spazio piacevole dove trascorrere un'oretta di tranquillità dal traffico della città e fare incontri con locali desiderosi di chiacchierare.

Una statua di Kali
Chiesa di St John .- 2/1, Council House Street, Kiran Shankar Roy Rd, B B D Bagh - Vicina al centro, con pronao neoclassico di colonne alla greca, costruita nel 1787 ospita il mausoleo del fondatore di Calcutta e altre tombe dell'epoca tra cui il Black Hole memorial. All'interno grande organo, spesso suonato e dipinto copia del cenacolo leonardesco con figura molto femminile al posto di San Giovanni.

Holi festival - E' il festival dei colori, durante il quale ci si bersaglia con acqua o sacchetti di polvere colorata e anche vernice. Quest'anno 2015 cadeva venerdì 6 marzo. E' una delle più antiche feste della religione Hindu e segna l'inizio della primavera. Termina con un grande falò che scaccia gli spiriti cattivi. Attenzione a non trovarvi al centro della battaglia.

Kumartuli - Quartiere nella parte Nord di Kolkata, popolato di fabbricanti di statue per i festival religiosi. Colore assicurato. Si raggiunge anche con la metropolitana. Da non perdere, uno dei luoghi più affascinanti della città.


Il Victoria Memorial Hall


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mercoledì 8 aprile 2015

Calcutta o Kolkata?


Per le vie di Calcutta


Un mese è tanto ed è poco. Passa in un attimo, ma quando ti sposti ogni giorno ed ogni giorno incontri persone diverse, vedi cose nuove e spettacoli che cambiano continuamente, alla fine nella tua povera testa di vecchietto pretenzioso di capire, si affastella una tale quantità di informazioni che alla fine la confusione totale è il minimo che tu ti possa aspettare. Quando arrivi a casa stanco e confuso, fai fatica a mettere in ordine le cose e le emozioni, a volte le confondi con le aspettative che avevi, spesso troppo esagerate, altre inattese e ancor di più per questo memorabili. Se poi il luogo che hai lasciato è l'India, un paese dove già di per se stessa, la confusione è sovrana, le cose si complicano ancora di più, per questo, come avrete notato, continuo a rinviare l'inizio del mio raccontare. Nella speranza, vana, che i faldoni sulla scrivania si rimettano a posto da soli, che tutto riprenda l'ordine che fa scorrere racconti e ricordi con un fluire gradevole e senza scosse. Niente da fare, le cose non si sistemano da sole, bisogna prenderle in mano e con fatica cominciare a dipanare la matassa. 

Così eccomi riemergere dalle nebbie padane del parcheggio Mariuccia, intabarrato per il freddo e l'umidità e uscire dopo un tempo indefinito (chissà perché chi non riesce a dormire in aereo ha sempre l'impressione di rimanere in un limbo indeterminato, prima di uscire dallo stargate che lo immette in un altro spazio tempo, un po' stordito e con gli occhi cisposi che bruciano a forza di sfregarli) da una sliding door dove, dove la zaffata di caldo umido ti attacca alla gola assieme a odori e suoni già provati, che avevi messo in una parte di cervello da tempo non utilizzata, ma che comunque riconosci subito. E' una parte di India ancora sconosciuta, forse rimasta ancora indietro nella corsa selvaggia allo sviluppo o forse travalicata da questa rivoluzione che tutto macina lasciando indietro la parte debole. Un treno in marcia che non ha lo stesso effetto trascinatore per tutti. Così, nella terra dei più poveri , dovi i ricchi sono tanti ed esageratamente ricchi, tutto diventa ancora più difficile e agganciarsi a quel treno spesso significa anche esserne travolti. Calcutta è lo specchio di questa metafora. 

Voglio chiamarla Calcutta e non Kolkata, come vorrebbe essere etichettata adesso che è ancora cresciuta e si crede importante, la terza città dell'India, perché solo così la senti reale, come la sua miseria dura e cattiva, con il suo odore di fogne e di sporco che neanche il monsone più violento riesce a spazzare via, assieme al peso insopportabile della calura estiva. È la sua povertà marcia che ti prende alla gola, anche se sfiori soltanto le baracche di legno e lamiera degli slam seminascosti dietro i piloni delle sopraelevate o le montagne di immondizia dove tanti vivono e abitano, sotto teli di plastica nera o dentro i cilindri di cemento delle fogne future che sono lì da decenni in fila, in attesa di essere usati.  È il suo sentore di India che avvolge tutto con il profumo di curry, i fumi di incenso, la polvere della stagione secca che ti attacca alla gola o l'umidità spessa dell'estate che tutto bagna e corrode lasciando pareti nere, strade nere, stoffe nere. 

Calcutta dove cammini facendoti largo tra i fagotti senza forma coperti di stracci lerci che ancora non si muovono perché è mattino presto, con qualche bambino nudo che comincia a correre in strada per andare alla pompa pubblica ad illudersi di portare via lo sporco della giornata sotto il fiotto violento dell'acqua. Violento come tutto quello che lo circonda, perché la povertà è violenta e non ha pena per chi cade. Calcutta dove la folla ti circonda e ti schiaccia come un unico corpo vivente, per le strade, nei cento mercati, per entrare negli edifici dalle piccole porte buie a cercare la propria anima perduta; Calcutta dove i mille e mille risciò si muovono ancora tirati da un uomo, animale dis-umano che porta altri uomini. Calcutta dove i fagotti sul marciapiede si agitano e scoprono corpi e membra che cercano di sopravvivere per un altro giorno, anche se ogni tanto qualcuno, ogni mattina, non si muove più, esausto infine di questa vita e forse pronto a ricominciarne una nuova, magari finalmente migliore. Calcutta, dove l'India di oggi è  rimasta quella che era ieri.



SURVIVAL KIT

Parking a Malpensa. - Anche questa volta sono andato al CERIAPARK che pur se un po' più lontano dall'aeroporto (12 Km) offre tariffe molto convenienti per le soste lunghe. Infatti applica un prezzo di 25 € fissi + 1 € al giorno. Così in totale ho speso solo 51 €. Il parcheggio è annesso ad un albergo (Da Mariuccia 4* - da 45 €) che risulta molto comodo per chi partendo presto ha necessità di fermarsi una notte. Consigliatissimo.

Volo Air India - Milano -Delhi (via Roma) - Kolkata. Acquistato molti mesi fa a prezzo stracciato 450 €. Compagnia un po' stringata nel servizio, ma posti abbastanza larghi. Cambiano spesso orari anticipando o ritardando un po'. All'andata l'aereo fa scalo a Roma allungando in viagio di un paio di orette, ma al ritorno è diretto, cosa abbastanza comoda. Comunque era il miglior prezzo del momento.


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