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giovedì 15 marzo 2012

Lettere dal Laos 25: Rambo deve morire.


Il villaggio Akha.


La fontana pubblica.
Le cinque del mattino. E' ancora buio ma i canti feroci dei galli smuovono anche i morti. L'aria è frizzantina quando si esce nel chiarore soffuso che precede l'alba. Il villaggio è ancora addormentato. Il massaggio delle dolci fanciulle che ha preceduto il sonno del giusto è stato taumaturgico. La varie articolazioni sembrano rispondere alle richieste di movimento e solo l'epidermide mostra i segni della dura giornata di ieri. I piedi non danno cenno di sensibilità, ma non importa. In ogni dove bolle, graffi, ponfi misteriosi, puntini resi ancora più rossi dall'uso del mercurocromo, che i taglienti apparati boccali delle ingorde sanguisughe hanno lasciato sulle caviglie, cerotti come per rappezzare un pupazzo rabberciato malamente. La fontana al centro del paese funge egregiamente alla bisogna per una sommaria pulizia personale. Mentre i maiali cominciano a grufolare sotto le capanne, all'interno delle stesse si sentono i primi movimenti, gli scatarramenti affannati di chi vive in un clima dalle notti troppo fresche. I più mattinieri cominciano a uscire rassettati alla meglio. Mentre il sole si leva, le donne a gruppi, con le gerle in spalla, le ghette nere ben calzate per evitare graffi alle gambe, i neonati ancora addormentati attaccati al seno, si avviano verso i campi e gli orti nascosti nelle radure strappate alla foresta. 

Verso il bosco.
Ci guardano passando, il collo bloccato dalle cinghie del bastino, poi proseguono con ritmo deciso fino a che la jungla non le inghiotte. Ormai il villaggio è in piena attività, il fabbro ha acceso la minuscola forgia dove arrossano lame dei futuri machete, i bambini scorrazzano dappertutto; è domenica e non c'è scuola oggi. Tra le case, piuttosto grandi per contenere famiglie abbastanza numerose, spiccano di lato capannucce minuscole, come appese su alte palafitte e raggiungibili con malferme scalette. Contengono a fatica una persona, anche se da queste parti sono molto piccoli e minuti. Il nostro See, mentre fa bollire il pentolone di acqua da bere, ne illustra la funzione, ridacchiando. Sono utilizzate dalle ragazze da marito, che ci vanno a dormire quando conoscono qualche giovinotto a cui sono interessate. Il prescelto le raggiunge la sera, salendo di soppiatto la scaletta e si introduce nella capannuccia in cui passa la notte, al fine, come precisa See, di conoscersi meglio. Ma attenzione, niente bum bum, diversamente, se la pancia cresce, tocca sposarsi comunque. Pare che comunque le madri Akha, sappiano consigliare le figlie in  modo adeguato ad evitare impicci. Ormai è giorno fatto. 

Le casette delle ragazze da marito.
Consumiamo uova, verdure e il consueto zuppone in abbondanza, facendo finta di non vedere il mastellaccio dove sono stati sciacquati i piatti metallici, sotto l'occhio attento di un gruppo di osservatori, tutti maschi certo, le donne ovviamente sono già andate al lavoro nella jungla. Dopo aver lasciato un po' di materiale per la scuoletta e le caramelle, è ora di lasciare il villaggio. La strada è ancora lunga, anche se un po' meno faticosa. E' il cammino principale usato dagli abitanti per raggiungere la strada carrozzabile e si dipana a mezzacosta nella foresta come un sentierino inframmezzato di tronchi caduti. Il fogliame è rigoglioso e cerca di riprendersi in fretta lo spazio liberato dai passaggi precedenti. See e la guida Akha che ci accompagna, assestano buoni colpi di machete ai rami più ingombranti. Buttano un occhio di tanto in tanto per essere tranquilli che i goffi camminatori della domenica non si prendano qualche ramo in un occhio. Ma siamo ormai rotti all'esperienza e si procede di buon passo anche perché il sentiero è in leggera discesa e i piccoli tratti di risalita, benché ripidi, provocano solo pochi affanni e apnee abbreviate. 

Donna Akha.
I piedi sono ormai ridotti a sanguinacci rigonfi e ormai non fanno più nemmeno male, diciamo che ormai hanno perso il contatto con la realtà, forse bisognerà amputare, ma non importa, si prosegue per inerzia e la bellezza del cammino sotto la volta verde cupo cancella ogni altro pensiero. Ti godi soltanto l'esperienza ed ogni volta che uno squarcio di cielo si apre tra gli alberi, la cresta azzurra delle montagne lontane cancella ogni resistenza residua. Lasciarsi andare avvolti dall'ambiente che ti circonda. Si rimane seduti attorno alle foglie di banano a mangiare i residui delle provviste, mentre See, inarrestabile, con foglie e giunchi, intreccia cappellini, palle, braccialetti e altri ornamenti; raccoglie radici speziate ed erbe dalle virtù miracolose che mette nella bisaccia, approfittando dell'occasione. Il giorno corre veloce tra tronchi colossali e ripe fangose dove indovini le tracce dei rari animali che si nascondono alla vista del nostro disturbante passaggio. 

Pranzo nella jungla.

La guida Akha, dall'occhio buono, nel senso che dall'altro non ci vede, che non ha mai parlato, ci lascia quando gli alberi si fanno più radi. Un cenno di saluto, poi scompare avvolto dal muro verde. La strada si fa più facile costeggiando vasti spazi dove la foresta è stata cancellata per dare spazio agli alberi della gomma, aree che l'ingordigia cinese di materie prime si sta comprando a poco prezzo in questa parte del mondo. Camminiamo ormai sugli arginelli delle risaie in secca del fondovalle, siamo vicini alla strada. Il nastro di asfalto appare di colpo dietro una curva, una vista così desiderata e adesso che è comparsa, all'improvviso così fastidiosa e volgare. Ma non è finita. Il tuktuk non è all'appuntamento, così tocca marciare ancora una mezz'ora per raggiungere il villaggio Kamù lungo la strada, dove annegare il dispiacere per la fine dell'esperienza con la Beer Lao ghiacciata del ritorno alla civiltà. Un letto comodo e morbido aspetta, dove gettarsi con un pensiero ai commenti letti prima di partire e non presi nella dovuta considerazione, che davano questa esperienza come " più impegnativa del previsto" e un altro alla gentile signora che ce l' aveva confermata come di "moderate difficulty". Ma che goduria essersela fatta! Come diceva quella signora uscita dal cinema: "Ho pianto tutto il tempo, come mi sono divertita!".

La meritata birra.

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mercoledì 14 marzo 2012

Lettere dal Laos 24:Nel villaggio Akha.

Il villaggio Akha.
 

Bimbi e maiali.
Le capanne del villaggio Akha si allungano sul fianco di un largo sentiero sterrato sul crinale della collina. Entriamo in paese dallo stradino che si fa spazio nelle ultimi propaggini del bosco. Subito dopo le prime case siamo circondati da torme di maiali neri e di cani che guardano con curiosità senza abbaiare. Su ogni veranda anziane catarrose e nugoli di bambini che corrono sotto le palafitte giocando. A piccoli gruppi le ragazze tornano dai lavori dei campi con grandi gerle trattenute da una fascia sulla testa o da un piccolo bastino di legno. Hanno il seno scoperto, la blusa del costume tradizionale lo lascia in bella vista, mentre i ricchissimi ricami rossi, verdi, blu del grembiule e delle bordature accendono di colore i sorrisi incorniciati dalle decine di placchette metalliche e di perline bianche dei cappelli. La nostra presenza in paese è accettata con un misto di curiosità e compatimento per questi grassi stranieri dall'apparenza distrutta che si trascinano stancamente tra le case. La risalita del monte attraverso la jungla ci ha davvero stremato. Le gambe non si sentono più; la schiena è a pezzi; braccia e visi offesi  presentano segni inequivocabili di un ambiente ostile e vendicativo che appena può, ferisce. Raggiungiamo una capanna in cima al monte, vicina a quella più grande dedicata alla scuola.

Di ritorno dal bosco.
E' un vasto ambiente leggermente sollevato dal suolo, con un pavimento rialzato in legno coperto di stuoie, sotto il quale pascolano una enorme scrofa con una decina di lattonzoli grigi e magri. Ci gettiamo sul giaciglio boccheggianti senza avere la forza di fare altro. Poi prevale la necessità di rassettare almeno un poco i corpacci dolenti. Mi tolgo scarpe e calze macchiate irrimediabilmente da quello che sembra fanghiglia rosso scura, raccolta durante la salita e nel torrente. Orrore, non si tratta di fango ma di sangue sparso su tutte le caviglie da una manciata di sanguisughe che ormai rigonfie fino allo spasimo dei miei umori vitali, scoppiano soltanto a sfiorarle. Le stacco con difficoltà sotto gli occhi di una torma di bambini venuti a godersi lo spettacolo dei falang impediti, mentre See ridacchia maligno in un angolo della capanna, dove sta radunando i materiali per accendere il fuoco e preparare la cena con un drappello di aiutanti e semplici curiosi attirati dalla novità. Tento una maldestra disinfezione delle parti offese, ma ho i piedi che paiono due bistecche medium rare, che puliti a fatica con la poca acqua a disposizione in un gran bacile di alluminio, mostrano i segni e le ferite per il cammino percorso. Ho bolle e gonfiori da tutte le parti; è incredibile addirittura fin sulle mani, provocate dall'abrasione del bastone da cammino. C'è poco da fare, non sono adatto alle fatiche dell'esploratore.

Ragazza Akha.
Ma, come dice la pubblicità, lasciarsi andare, completamente sfatto a piedi nudi, appoggiato alla parete di frasche della capanna, mentre la palla rossa del sole incendia il cielo, precipitando nella V decisa delle colline lontane, non ha prezzo. Intorno, la gente del villaggio si prepara per la notte. Rumori di stoviglie e di fuochi. Risate trattenute e più forti, scaracchi di tosse catarrosa, che infestano la notte come i mocci dai nasi colanti dei bambini che rimangono in osservazione attenta. Il buio cala in un attimo e i piatti in tavola nel nostro "lodge", ché questa è la definizione ufficiale, sono ormai illuminati solo dai fasci bianchi delle nostre torce opportunamente tenute sulla testa. Una giornata dura. Quando pare che non rimanga altro da fare che stendersi sulle stuoie perché la notte possa riparare le ferite e prepararci al nuovo giorno, ecco arrivare, opportunamente convocate, quattro ragazzotte (ma a seno opportunamente coperto da una felpina similAdidas, si intende) incaricate di un massaggio ristoratore, compreso nell'economia del trekking col supplemento di un dollaro e mezzo. Un'ora di rudi pressioni sui muscoli devastati, tra ridacchiamenti e sospiri dolenti, poi le ragazze se ne vanno e la palpebra si chiude da sola. Morfeo, clemente e lenitivo, stende la sua mano caritatevole sulle membra offese. Sono già le 20 e 30 e domani sarà di nuovo dura.

Massaggio Akha.


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martedì 13 marzo 2012

Lettere dal Laos 23: Lost in the jungle.

Turista tedesco di passaggio.
 
Coda alla vaccinara.
A certi personaggi come quello che vedete nell'immagine, andrebbe quanto meno impedita la partecipazione a certe operazioni, se non addirittura, per semplice decenza, inibito l'accesso a determinati territori. E non ditemi che sono esagerato, il fatto è che quelli che potremmo definire oversize oversixties, con smanie giovanilistiche che si pensano in grado di fare qualunque cosa invece di valutare le proprie possibilità, non li fermi neanche col bazooka e quando decidono di andare, sono tragedie. Comunque, in questa area laotiana del cosiddetto triangolo d'oro, percorrere a piedi le foreste fitte che ricoprono le alte colline, trovando piccoli villaggi tribali non diversamente raggiungibili, è una opzione imperdibile e ghiotta a cui è difficile rinunciare. E poi che sarà mai, non cadiamo dal pero, sicuramente tutto  sarà organizzato per facilitare i turisti più bolsi, dando loro il sapore dell'avventura. Si sa che pagando ti portano di peso anche in cima all'Everest, figuriamoci se un piccolo trekking nei boschi può creare problemi. Eccoci dunque all'ufficio del turismo di Luang Nam Tha, base per l'esplorazione del parco naturale Nam Ha, che propone diversi percorsi, garantiti ad impatto sostenibile per l'ambiente e per le popolazioni locali. 
Tarzan e le liane.

I Fantozzi pronti al cimento, non hanno però l'anello al naso e a precisa richiesta sul grado difficoltà dell'impresa, ben esibiti stazza, muscoli flaccidi e carenza di fiato tipica degli uomini da divano, nonché l'attrezzatura di fortuna, scarpette da ginnastica leggere, zainotti da picnic al parco Forlanini e così via, la gentile addetta alle informazioni, dopo aver squadrato dall'alto in basso lo squinternato terzetto, sentenzia: "moderate difficulty, no problem", parole magiche che senza dubbio fugano i dubbi e rasserenano i trekkers decisi a tutto pur di non perdere nessuna occasione. Eccoci così nelle mani di See, piccola guida kamù, uomo dei boschi, munito soltanto di machete e infradito (cosa che ci rinfranca ulteriormente), a fare un po' di provviste al mercato, tra verdure e il macellaio locale. Un'oretta di tuktuk ed eccoci, di buon mattino  al limitare della jungla. Traversate facilmente le risaie del fondo valle, il percorso si getta tra gli alberi seguendo il corso di un piccolo corso d'acqua che segna la strada. Pochi passi e hai già perduto ogni punto di riferimento, circondato di alberi altissimi, mentre la luce fatica a penetrare tra le foglie spesse. Anche nella stagione secca, la foresta pluviale è ambiente umidissimo e caldo. 
Si prepara il fuoco.

Si mangia.
Ti senti subito ricoperto di sudore mentre cammini su un terreno molle e viscido di fogliame marcio, di legni fradici, tra alberi caduti e spostando a fatica le enormi foglie che pretendono di cancellare ogni traccia di passaggio. In realtà non esiste un sentiero, ma il nostro See e la guida locale si fanno largo nel sottobosco, seguendo sempre la traccia del piccolo torrentello. Saltelli sulle pietre scivolose, finendo continuamente nell'acqua fangosa quando, invece di portare attenzione a dove metti i piedi, non fai che guardarti attorno colmo di meraviglia e sovrastato da questa natura incombente, rigogliosa, prepotente che rifiuta la presenza umana. Beh, non siamo nati ieri, di certo, prima o poi si arriverà ad un'area picnic, appositamente predisposta per i grassi turisti occidentali. Intanto, i nostri due accompagnatori, sono una miniera di informazioni, mostrando e raccogliendo piante medicinali, radici mangerecce, frutti sconosciuti dalle virtù miracolose che finiscono nella piccole bisacce che portano al fianco. Ogni pianta è fonte di materiali utili, ecco da una foglia un robusto ventaglio per vincere la calura, un ramo diritto fornisce un robusto bastoncino da nordik walking, un piccolo frutto aspro sarà utile per recuperare dosi massicce di vitamina C. Il cammino è faticoso ma non impossibile in un ambiente davvero unico e straniante. 
Inghiottito dalla jungla.

Qui perdi il senso del tempo, perduto nella jungla salgariana, dove devi solo pensare ad andare avanti, facendoti strada in un mondo ostile ma bellissimo. Quando l'ansimare comincia a diventare penoso, eccoci alla base di una cascatella che apre uno spazio nel muro verde. I nostri puliscono alla meglio lo spazio tra le rocce, poi, utilizzando una bambagia ricavata da un albero vicino, si accende un fuoco fumoso con i rami umidi raccolti lì attorno. Ecco che vengono estratti tutti i materiali raccolti nella mattinata. Un grande bambù, opportunamente tagliato fornisce una pentola, dove vengono messi a cuocere, piante raccolte, foglie dai profumi forti, un fiore di banano sminuzzato, piccole radici di galanga, la spezia citata da Marco Polo. Grandi foglie di banano vengono distese a formare una tavola, altre piccole foglie tenute da uno stecchino fungono da cucchiaio, alcuni robusti steli lunghi e diritti saranno le bacchette da tavola. Ecco un pranzo improvvisato e scodellato al momento (ma non avevamo immaginato esserci l'area picnic appositamente predisposta di griglia e catering?). Ma non c'è molto tempo per riposare. Fa caldo e lasciamo il torrente, prendendo un'erta fangosa che si inerpica lungo il fianco della montagna di cui gli alberi impediscono di vedere la cima. La fatica si fa subito importante. Bisogna arrampicarsi tra le piante facendo leva a forza di braccia. 

Una sosta.
Le gambe diventano subito pesanti e legnose, caviglie e ginocchia tremule sono continuamente a rischio, le scarpine da ballo scivolano sulla terra rossa viscida come una saponetta, gli zaini malfermati ballonzolano da una parte all'altra sbilanciandoti e minacciando ad ogni passo di farti precipitare tra i tronchi spinosi più in basso. See indica con preoccupazione le grandi foglie che non bisogna toccare assolutamente, pena pruriti feroci, ortiche malefiche truccate da innocuo fogliame domestico. La salita è infinita e se di tanto in tanto ti puoi fermare appoggiato ad un tronco, il respiro spezzato, i muscoli doloranti, basta volgere lo sguardo più in alto, sperando di intravedere nella cupola verde il termine della sofferenza. Invece il cammino continua, sempre più pesante, difficile, faticoso. Sono quasi le cinque quando emergiamo dalle cime degli alberi nella parte alta della montagna, dove il terreno è stato parzialmente liberato per una primordiale agricoltura taglia e brucia. Ancora un'ora di falsopiano tra piccoli campi che mostrano solo più le culture rinsecchite. Riposiamo  un poco, distrutti, sotto un riparo di frasche usato dai contadini durante il lavoro dei campi. See e l'altra guida ci guardano con un sorriso (di compatimento?). Un ultimo strappo ripidissimo ed ecco sul crinale del monte la lunga fila di capanne di un villaggio Akha. Forse siamo in salvo.

Il villaggio Akha.

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domenica 12 febbraio 2012

Lost in the jungle.

La jungla come la raccontano nei libri. Salgari, Rambo, Full metal jacket, la sensazione e' quella. A qualche chilometro dalla Cina, la foresta pluviale laotiana e' densa e fitta, dura da penetrare.  Pochi metri e sei perduto e lui, l'uomo della foresta che ti porta, che dall'ambiente che lo circonda ricava tutto quello che serve per sopravvivere, si sente a suo agio perfettamente. La fatica invece e' fatica vera, coi piedi che scivolano, l'acqua che entra dappertutto, il fango rosso che ti colora la pelle nascondendo il sangue che sgorga dalle ferite delle sanguisughe. Sudore e ansimare sordo dei corpi non adeguati, fuori tempo e fuori luogo. Poi arrivi sul crinale e la sagoma ancora lontana del villaggio ti ripaga di tutto. Capanne di frasche e di legno. Bambini che ridono dietro ai maiali. Mani sapienti di ragazze Akha che non hanno conosciuto il rumore degli elicotteri che arrivavano da dietro la collina con il loro vento di morte, ma che dalle nonne, che quegli orrori hanno vissuto, hanno imparato chissa' come, a massaggiare i muscoli provati. Una stuoia nella Longhouse dove stendersi al calar della notte. Solo il canto dei galli stamattina per ricordarti il nuovo giorno con le sue sfumature aranciate dietro le colline alte, velate di nebbia azzurrina. Uomo d'occidente che ti stupisci della normalita' dell'alba che incombe tra le risaie a gradoni e gli alberi della gomma, quante cose hai dimenticato!

martedì 8 febbraio 2011

Il Milione 37: La jungla degli unicorni.

Eccoci dopo una breve pausa a seguire il viaggio verso sud del nostro Marco Polo. Ormai non si tratta della carovana del mercante ma della ricca e importante delegazione dell'ambasciatore o governatore di provincia quale era stato nominato, essendo ormai nella manica dell'imperatore. Il cammino prosegue verso luoghi che erano allora difficili da attraversare, ma chissà, forse meno di oggi. A quei tempi solo la jungla fitta e le sue insidie si frapponevano ai mari del sud, oggi magari anche le mine o i signori dell'oppio. Vediamo dunque come ci descrive il difficile habitat del nord della Birmania, quando lasciati gli altipiani transhimalayani si segue il corso dei grandi fiumi verso l'oceano Indiano.

Cap. 120
Si discende per una grande china che dura due giornate e mezzo e poscia truovasi una provincia a le confini de l'India ch'è chiamata Amian (la Birmania). E l'uomo va per 15 giornate per un luogo disabitato e sozzo, ov'à selve e boschi con liofanti e unicorni assai e altre diverse bestie, che uomini e abitagioni non v'à.

Che senso di sperduta solitudine si prova in queste foreste, le stesse, certamente meno estese di un tempo, essendo gli spazi divorati a poco a poco dalla voracità della voglia di vivere della nostra specie, che a poco a poco costringe gli animali selvaggi a ridursi fino a scomparire. Ma basta camminare per pochi minuti al di là della prima fascia di alberi, ed ecco, il sentiero si fa più difficile da cogliere, sembra addirittura scomparire, il rigoglio di una natura, che caldo e umidità rendono aggressiva e rapidissima a riprendersi i suoi spazi appena l'uomo si riposa per un attimo, si fa incombente e ti senti subito perduto, in preda ai suoni della jungla, ai suoi rumori sconosciuti, ai fruscii preoccupanti, che non sai se amici o mortali. L'anno scorso ho camminato un'oretta da solo per raggiungere un torrente dove antiche pietre scolpite testimoniavano la religiosità universale dell'uomo. Alberi e liane, felci gigantesche, arbusti che nelle nostre case sono alti un palmo e lì ti sovrastano, radici enormi che avvolgono rocce corrose dalle piogge. Tra squittii, grida, urla, fruscii di un mondo vivo e pulsante, solo il tempo in cui vivi si cancella, percorrevo il sentiero di Marco e forse lui era lì davanti a me solo di pochi passi anche se fuori della mia vista. Poi ecco nella radura un elefante, ma con la bardatura in groppa per fare il giro col turista di turno e la bancarella dove fermarsi un po' a raccogliere le forze e mangiare pollo con zucca e papaya. La città è ancora lontana.

Cap. 121

...e dopo che à cavalcate le 15 giornate per questo così diverso luogo, truovasi una città ch'à nome Mien (Yangoon) grande e nobile, la gente è idola e àn lingua loro.Questa città è molto ricca e sottomessa al Grande Khane (fu conquistata nel 1283) e anticamente fue un ricco re che quando venne a morte lasciò che si dovesse fare due torri, una d'oro e una d'ariento, ch'elle sono alte bene 10 passi e grosse come si conviene. La torre si è di pietra, tutta coperta d'oro di fuori grosso bene un dito, si che vedendola par tutta d'oro. Ed è tutta piena di campanelle endorate che suonano tutte le volte che il vento le percuote.

Sotto le grandi pagode dorate il tempo non è passato, basta chiudere gli occhi ed il vento smuovendo le larghe foglie dorate appese ai piccoli batacchi, risuona un lieve tintinnio che riempie questi luoghi magici, portando con sé le preghiere dei fedeli che si accalcano davanti ai piccoli altari, oggi come allora, con piccole offerte di frutta, scuotendo lentamente sottili bastoncini di incenso.



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venerdì 21 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 16: Solo nella foresta.


Oggi sarà una giornata lunga. Alle 5:00 la donnina della pensione Bun Nath, che io mi ostino a chiamare Bunpàt grazie al costo, mi ha preparato la consueta omelette col riso. Anche il proprietario, ancora assonnato, viene a salutarmi con grande calore. Guardo ancora la postazione internet free (4 PC con cuffie e Skype in una pensione da 13 $ a notte), le loro tastiere con appiccicati i caratteri cambogiani e i loro windows taroccati e poi salto sul costosissimo mezzo che ho dovuto procurarmi per questo lungo giro fuori dai sentieri battuti. Questo è uno degli svantaggi di muoversi da solo. Questa tour mi costerà quanto le quattro giornate precedenti, albergo compreso, un bel verdone da cento, ma anche se ho trattato alla morte come un cammello egiziano, non sono riuscito a scendere sotto questa cifra. L'autista è un ragazzotto dall'apparente età di dodici anni, con le unghie (di tutte le dita, non la consueta mignolesca) talmente lunghe, da sperare che non mi afferri il collo se non lo mancificherò, le mie giugulari ne sarebbero irrimediabilmente tranciate. Per ora la strada è buona e risale verso le foreste del nord, che a poco a poco diventano più fitte, gli alberi più alti, i bassi arbusti, più impenetrabili. I gruppi di capanne diventano più rari ai bordi della strada, circondati dal verde in piccole radure di terra rossa che una agricoltura primitiva tenta di strappare al bosco, secondo il devastante modo del taglia e brucia. Forse pochi sanno che i maggiori danni all'ecosistema forestale del mondo non lo hanno fatto le multinazionali del legno, ma i milioni di agricoltori primitivi che ancora oggi usano questa tecnica; ma questo è un lungo discorso che va ad inficiare tutta la religione del buon selvaggio che conosce e ama la natura e si guarda bene dal mettersi contro la Grande Madre Terra che conosce e rispetta. Nessuno, specialmente chi ci campa sopra, vuole ammettere che l'uomo è un parassita inquinatore del pianeta per il solo fatto di vivere e di esistere. Beng Mealea, la mia prima meta di oggi, è un grande complesso templare perso nella jungla, poco frequentato e di raro fascino. Il mio pulmino (che spreco, nove posti tutti per me solo) si ferma nel vicino villaggio che, di primo mattino è però, già sveglio ed in piena attività. Lo gnomo, privo probabilmente di corde vocali, mi indica un ponticello su uno stagno, che poi si rivela essere il grande fossato che circondava il tempio e si dispone alla cura delle sue mani, brandendo una grande limetta da unghie, dopo aver abbassoto lo schienale del mezzo. Passo il ponte e mi inoltro nel bosco. Un paio di cartelli all'ingresso, assicurano che gli Italiani hanno sminato con cura tutta l'area (speriamo abbiano lavorato bene; che curioso però, prima una ditta italiana ha guadagnato per vendere queste porcherie, poi il nostro stesso paese ha speso un sacco di soldi per andare a toglierle; misteri del commercio internazionale). Comunque mi tengo al centro del sentiero segnato, anche per le esigenze fisiologiche, come suggerisce la Lonely; meglio farsi trovare in una posizione imbarazzante che avere qualche sorpresa peggiore. Comunque non c'è un'anima viva. Poi tra grandi alberi slanciati dalla corteccia bianca e sfilacciata, un basso muro in rovina. Entro attraverso un varco, probabilmente un portale crollato e dopo poco il tempio emerge tra il verde fitto, soffocante. Tutte le costruzioni, basse e pesanti sono avvolte dalla jungla che ha lavorato a lungo, insinuando le sue radici maligne tra le pietre, sollevandole, indebolendone le strutture principale, tentando di vincere l'opera umana scalzandone le fondamenta, rivoltandone le pietre ad una ad una come fossero un gran mazzo di carte da mescolare e confondere. Ma non è stato così facile o per lo meno ci vorrà ancora un po' di tempo per finire il lavoro. I muri perimetrali, anche se ricoperti di grandi tronchi sono ancora ben riconoscibili e le basse torri, anche se in apparente equilibrio instabile, puntano ancora orgogliosamente verso gli scampoli di cielo che si aprono tra la massa verde che si affanna cercando di ricoprire il tutto. (Frase fatta: E' un posto magico). Rimango a lungo a godermi questa lotta muta, immobile solo in apparenza; intorno soltanto i suoni della foresta. Dopo un po' una scultura grigia, rannicchiata alla base di uno stipite sembra muoversi, lentamente. Di fronte a situazioni inusuali, la mente dà risposte imprevedibili, fa apparire mostri in fondo ai laghi, muta animali in uomini. Mi avvicino con cautela. Non era pietra, ma un custode che mi guarda senza espressione, come l'Avatar di un viedeogioco. Senza parlare, fa un cenno e si avvia lungo il cornicione esterno. Lo seguo meccanicamente lungo un percorso quasi obbligato, arrampicandomi su cumuli di pietre crollate, di livello in livello, aumentando il grado di difficoltà. I cortili interni sono colmi di pietre crollate, qualche stupa ha ceduto definitivamente alle forze preponderanti del bosco, altri sembrano precariamente in bilico, pochi resistono con sereno orgoglio. Giriamo a lungo nell'interno del tempio, secondo un percorso apparentemente casuale, ma forse obbligato. Di tanto in tanto, il mio Vigilio si ferma, mi indica un portale un po' nascosto, una statua che emrge a fatica tra le rovine, oppure semplicemente guarda uno scorcio, come colpito egli stesso, che qui ci vive, da questa bellezza straordinaria. Poi abbassa la testa e si riavvia. Non mi sono accorto, ma sono già passate due ore quando ci ritroviamo ad un altro varco del muro di cinta. Lui si ferma, è arrivato ai confini del suo mondo e mi libera, previa mancetta, per lasciarmi tornare nel mio. Giro un po' nel villaggio; c'è una piccola scuola gremita di ragazzini che si scopre essere un orfanotrofio. Vorrei entrare a dare un'occhiata, ma una americanotta tarchiata all'ingresso, mi fa capire che non è 'ccosa, anche se i ragazzi, dal cortile, mi salutavano con gran vigore. Così torno a risvegliare il mio Caronte unghiuto. Altre due ore per una cinquantina di chilometri per raggiungere un sito ancora più selvatico. Koh Ker, l'antica capitale abbandonata da oltre mille anni nelle foreste del nord. Su un'area di 30 chilometri quadrati rimangono una quarantina di templi ancora incredibilmente ben conservati. Per ogni piccolo quadrante un rassicurante cartello che indica il paese che ha partecipato allo sminamento, questa era una delle aree più ricche di questi deliziosi oggetti. Non sto più a tediarvi sul fascino di queste costruzioni, nascoste tra gli alberi, ognuna da ricercare nel bosco tra le radure con qualche capanna qua e là. Nel tempio più grande, una immensa piramide grigia, incontro diversi bambini che tornano da scuola con una gran voglia di famigliarizzare col naso lungo. Faccio la consueta distribuzione di biro, sempre apprezzatissime, ricordatevene, quando andate in questi luoghi, e percorro chilometri a piedi. Anche il caldo sembra mordere meno o forse sarà la magia del posto che non lo f sentire. Comunque andarsene è difficile, ma mancano ancora un paio di orette per arrivare a Stoung, la mia meta di questa sera, dove mi aspettano gli amici, che hanno quasi finito il loro lavoro all'acquedotto locale. Altro che sognare nella jungla. Lì c'è gente che ha sete, qui invece si chiacchiera soltanto. Un po' mi sento in colpa, ma quando arrivo alla Guesthouse Sokimec, davanti al distributore, sono talmente stanco che neanche mi accorgo che non c'è ancora corrente e le pale del ventilatore cominceranno a girare, forse, tra un paio d'ore. Non 'c'è neanche il lavandino, né lo sciacquone, anche se hanno appena montato una tazza nuova di pacca, ma la casserola di plastica dentro al secchiellone pieno funge benissimo e poi per 4 dollari a notte cosa pretendi.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!