mercoledì 22 luglio 2009

Il verde dei pini.


La temperatura fresca e il verdeggiare delle conifere che mi circondano mi portano ancora a quell’agosto dell' 81 in Anatolia. Avevamo lasciato da un giorno l’azzurro e solitario specchio del lago Van, sulle cui rive deserte, un ragazzo era uscito dall’acqua e ci aveva fermato dicendoci: “Questo è il Kurdistan, ragazzi, buon viaggio e buona fortuna!” rituffandosi subito dopo. Risalivamo la strada verso est nella direzione dell’Ararat e della frontiera iraniana fino a che prendemmo un strada laterale che tagliava la montagna e che si trasformò ben presto in uno sterrato difficile, dove la mia vecchia 127 si inerpicava con un po’ di difficoltà tra pascoli e malghe isolate in mezzo alle macchie di conifere. Alla cima di un colletto, la pista si dirigeva zigzagando verso un gruppo di casupole in legno al centro delle quali, una piccola folla sembrava festeggiare. Ci fermammo per dare un’occhiata e fummo subito notati, tanto che due uomini si staccarono dal gruppo per venire a passo veloce verso di noi. Riconosciuti come italiani, fummo subito informati che si festeggiava una circoncisione di un primogenito e cooptati senza possibilità di rifiuto a partecipare. Era la famiglia, allargata ad un centinaio di persone, di un emigrante appena tornato per le vacanze estive, che ci accolse con calore e simpatia. Il ragazzino dodicenne, bardato in divisa similmilitare con tanto di cappello con visiera, aveva l’occhio stranito e non particolarmente entusiasta di essere entrato nel mondo adulto tramite quella particolare tomia prepuziale che non doveva essere stata molto divertente a quanto ci raccontò l’orgoglioso genitore. Fummo subito travolti dalla festa; Tiziana, trascinata via dalle donne nella zona dei preparativi dove un gran pentolone e molte griglie svolgevano il loro compito istituzionale, mentre io e Rob. raggiungevamo i maschi seduti a terra attorno alle grandi tovaglie stese, dove a poco a poco venivano portati i cibi. Eravamo al posto d’onore ed onore facemmo al banchetto. Ballammo a lungo dopo abbondanti libagioni di raki, formando un cerchio di uomini, mentre le donne sedute battevano le mani ridendo. Ce ne andammo prima che scendesse la sera, tra grandi saluti e auguri di buon viaggio. Chissà che vita avrà avuto quel ragazzo oggi almeno quarantenne; chissà se sarà stato ripagato della cortesia e dell’ospitalità che ci usò la sua famiglia o sarà stato trattato da straniero puzzolente, sfuttato nel lavoro, licenziato per primo senza aiuti quando le cose volgevano al peggio. Oggi magari è tedesco integrato, coi figli in una buona scuola e una bella casetta col davanzale fiorito oppure è tornato, scacciato, alla sua terra a rimuginare odio e rancore, a inventare i fantasmi di domani, a creare il fanatismo di chi viene aiutato a richiudersi nel passato, spinto da un mondo che lo ha rifiutato per egoismo ad abbracciare un fondamentalismo rinfocolato da chi morirebbe senza il nutrimento infetto dell’odio.

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