martedì 4 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 3: Spettri e sorrisi.

Le strade di Phnom Penh , polverose e gremite di motorini, biciclette e tuk tuk, sono un forno caldo già la mattina presto. Però sono tutti in movimento vorticoso e tu vieni trascinato via facilmente da questo flusso ininterrotto di uomini e mezzi. Scendo dall'albergo, in una stretta via laterale e subito mi vengono incontro i conducenti di tuk tuk in attesa del primo cliente, che stazionano fissi, giocando a carte per ingannare l'attesa. Ma non c'è la fastidiosa aggressività per accaparrarsi il passeggero delle vie di Bangkok, tutto avviene in maniera più rilassata, anzi nei giorni successivi, ci si comincia a conoscere, evidentemente le postazioni sono fisse, e ci si scambia un saluto allegro anche se poi te ne vai via a piedi. Se no, una breve contrattazione e poi salti sul carrettino, il motorino trainatore si mette in moto e faticosamente ci si butta nel traffico. Il primo giorno ovviamente lo dedico a Palazzo Reale e alla pagoda d'argento con i suoi splendidi giardini. Sempre a passo lento, inseguito dal sole a picco. I turisti sono pochi; come suggeriscono le guide, aprile è un mese da evitare, così ci si può concentrare sulla massa dei Cambogiani che rappresentano la quasi totalità della gente che si incontra. Una popolazione giovane e giovanissima, a prescindere dalle condizioni, dall'aria allegra e serena. Difficilmente, rivolgendoti o semplicemente guardando qualcuno non ricevi un sorriso di risposta. Eppure al di là del fatto che questo è un paese poverissimo, dove le condizioni sanitarie sono difficili, la storia recente della Cambogia, è un tale concentrato di orrori e di fatti inaccettabili, da rendere incredibile questo atteggiamento. Certo le poche persone anziane che si incontrano sorridono meno. Loro forse hanno difficoltà a cancellare o a rimuovere le immagini della loro vita, le indelebili istantanee che ognuno di loro ha di certo vissuto in prima persona. E' difficile anche capire come, in un paese privo di risorse strategiche e in una posizione geopolitica tutto sommato ininfluente, si siano potute scatenare la furia e la violenza della disumanità più feroci del secolo scorso. Invece, benché formalmente neutrale durante la guerra del Vietnam, fu corridoio di passaggio er i Vietkong, cosa che diede motivo agli Stati Uniti di rovesciare sull'est del paese migliaia di tonnellate di bombe e di napalm, ma in modo "non ufficiale". Morirono circa mezzo milione di persone che avevano la disgrazia di stare da quelle parti, gli altri rinforzarono le file dei Khmer Rouges che cominciavano la guerra civile. Così finito il Vietnam e filati via gli americani, gli Khmer Rouges presero il potere e comincia uno dei più spaventosi genocidi della storia. In pochi giorni viene abolita la moneta e la proprietà, le città vengono chiuse e la popolazione in parte uccisa e deportata nelle campagne a coltivare la terra di un paese ormai alla fame. Il maoismo più teorico viene applicato alla lettera nel tentativo di creare l'uomo nuovo, senza legami col passato, che deve essere totalmente cancellato, i bambini tolti alle famiglie ed allevati in comune, tutti in un lavoro agricolo di quasi schiavitù, nutriti con un brodo di riso due volte al giorno e null'altro. Qualunque sospetto di intellettualismo o di legame col passato, ad esempio portare gli occhiali, significava essere ucciso. Torture e violenze di ogni genere venivano comunemente perpetrate secondo la regola che era meglio uccidere dieci innocenti che rischiare di lasciare libero un possibile controrivoluzionario. Dopo tre anni, dieci mesi e venti giorni (tutti ricordano come un mantra questo numero) e circa tre milioni di morti arrivano i Vietnamiti che fanno fuori gli Khmer Rouges e il paese allo stremo, si avvia ad una difficile pacificazione, in una situazione di carestia totale che provocò un nuovo consistente numero di vittime. Dopo il ritiro dei Vietnamiti ricominciano le lotte che conducono nella metà degli anni novanta ad una ulteriore guerra civile in cui quattro diverse fazioni si combattono ferocemente, oltre a disseminare il paese di mine, in gran parte fornite da noi e dai cinesi, con un ulteriore tributo di vite umane. Finalmente questo fiume di sangue soffocò, annegandoli, gli odi incrociati e gli spiriti del male sembra abbiano finalmente lasciato in pace questo paese da una dozzina d'anni, ma i segni sono difficili da cancellare, le ferite dure da rimarginare. Nel paese c'è tanta voglia di dimenticare, di voltare pagina, per lo meno negli occhi di chi ed è ormai la maggioranza, quelle cose non le ha viste direttamente. E' la forza rigeneratrice dei paesi giovani, che vogliono solo andare avanti. Ma quando arrivi in qualcuno dei tanti luoghi della memoria, per ripassare quello che in fondo già sai, vieni aggedito da un'onda di tale devastante ferocia, da rimanere senza fiato, senza capacità di dare una spiegazione logica a quanto passa davanti ai tuoi occhi. Così intorno alla scuola Tuol Sleng, diventato il carcere S-21, con 17.000 persone, rinchiuse, fotografate metodicamente prima e dopo la tortura e quindi uccise nei modi più barbari, gli affitti sono insolitamente bassi. Pochi vogliono vivere lì attorno, temono che gli spiriti di quei morti non li lascino in pace, perchè di notte, quando tira forte il vento da sud, si sentono le loro grida affievolite, in sintonia con la regola numero 6 del manuale del prigioniero, secondo la quale durante la bastonatura e gli elettroshok, non si poteva gridare forte, ma era concesso di emettere lamenti a bassa voce. E anche il monsone, per quanto forte e violento non riesce a lavar via tutto quel sangue. L'interno della scuola ti afferra duro alla gola, con la sua serie di foto orribili, gli ambienti, gli strumenti di tortura, le celle di un metro per tre, le catene, gli slogan appesi. La stessa situazione di degrado in cui vive il museo stesso, con i suoi ambienti scrostati e sporchi, le foto ingiallite, strappate e cadute o malamente penzolanti dai muri, l'immondizia abbandonata negli angoli, contribuiscono ad aumentare l'angoscia spaventosa che ti accompagna nella visita, nel seguire il percorso di tanta gente che poi andava a terminare la propria esistenza nelle fosse comune dei killing fields, con le loro montagne di crani e di ossa, con l'albero dei bambini, dove, presi per i piedi, venivano sbattuti contro il tronco per non sprecare pallottole, la cui corteccia non riesce più a rimarginarsi.
Esci annichilito, con un groppo alla gola e hai difficoltà a trattare il trasporto con il conducente di tuk tuk che ti aspetta allegro al di là dell'ingresso, mentre ti offre una coke presa dalla ghiacciaia di plastica rossa. Ti sorridono tutti. Soltanto le rare persone che vedi oltre i 50/60 anni, sorridono poco, anzi in generale non sorridono affatto, sembra quasi che abbiano una sorta di piega amara sulla bocca. Qualcuno ti parla in francese. E allora anche tu rimetti in moto il cervello annichilito ed assente e cominci a chiederti, ma costui come mai è ancora vivo, quale è la sua storia, da che parte stava allora, ma capisci che in questo modo non c'è futuro accettabile e sei contento che tutti quegli altri occhi giovani che ti guardano, abbiano imparato a sorridere.
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5 commenti:

acquaviva ha detto...

sconvolgente come la conoscenza di tutto questo orrore a noi occidentali sia arrivata sollo in minima parte...

enrico ha detto...

Davvero è una cosa che ha pochi paragoni, a questoaggiugi la faccenda delle mine, in cui noi, come venditori, abbiamo fatto la nostra buona parte e poi ti assicuro che dormi male.

ParkaDude ha detto...

Non se parla mai abbastanza, di questa storia, e dalla pazzia deviata dell'ingegneria sociale di Pol Pot.

E anche delle mine Fiat (se non sbaglio) se ne parla davvero poco.

Bravo Enrico.

enrico ha detto...

La ditta del gruppo era la Valsella se non sbaglio , ma adesso l'hanno chiusa.

laura ha detto...

Si parla poco di tutti i genocidi perpetrati nella storia, a parte l'olocausto ebraico e con questo non vorrei essere fraintesa. Ma dagli armeni ai tutsi, per citare solo alcuni dei più recenti, la storia dell'uomo è costellata di morti innocenti di cui spesso nessuno sa nulla. Quando accendo le notizie della bbc mi stupisco sempre di quante cose succedano nel mondo, più brutte che belle, di cui nei nostri telegiornali, imbibiti di beghe politiche (vogliamo chiamarle davvero politiche?) da portinai, berlusconismi di ogni genere e ammazzamenti di cronaca, non vi è neppure un cenno.

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