lunedì 3 maggio 2010

Lettere dalla Kampuchea 2: Invece di giocare a bocce.


Stamane mi sembra di avere le sinapsi un po' meglio collegate tra di loro, quindi tentiamo di dare un senso a questo viaggio che potremmo definire come una presa di conoscenza di una realtà che desideravo toccare con mano, in un' area del mondo che mi interessa particolarmente e di cui avevo solo sentito dire. Intanto precisiamo che tutto è nato per casualità. Un amico, voi direte il solito pensionato che non ha niente da fare e che invece il da fare se lo va a cercare, impiega una parte del suo tempo cercando di dare una mano a chi ha bisogno e così mette a disposizione le sue conoscenze professionali per aiutare la Cambogia in uno dei suoi problemi più critici, quello dell'acqua. Ha già collaborato alla costruzione di due acquedotti e alla fornitura di innumerevoli pozzi che consentono a famiglie che disponevano solo del liquame fangoso dei fiumi e delle paludi attorno a casa, oltre a quella che cadeva dal cielo, di poter avere a disposizione dell'acqua dignitosamente pura che, da controlli effettuati, ha ridotto considerevolmente i problemi delle infezioni gastrointestinali ad alcune decine di migliaia di persone. Non mi sembra una cosa da poco, invece, magari di andare a giocare a bocce. Però questo tipo di persone non amano neanche parlarne troppo di queste cose e quasi con ritrosia, ti raccontano, sollecitate, dei risultati ottenuti e dei progetti futuri, che con tanta fatica cercano di mandare avanti; son fatti così, le cose le fanno invece di raccontarle. Così quando mi ha detto che per la tredicesima volta in otto anni tornava laggiù per delle verifiche all'ultimo progetto e per istruire gli addetti ai controlli sulla qualità delle acque, ho approfittato per accompagnarlo, come turista al seguito, con una certa invidia per chi le cose le sa fare, da parte di chi, come me invece, ha campato solo raccontando chiacchiere. Il gioco delle parti si è nuovamente riproposto. Lui è andato a lavorare, mentre io, come al solito, me ne sono andato a zonzo per il paese, senza la pressione di un giro organizzato a date fisse, col desiderio di esplorare per capire, cosa che è sempre al centro del mio interesse. Viaggiare in questo modo è sempre gradevole perchè ti permette di cogliere, da un piano per così dire paritario, gli aspetti anche meno appariscenti di un paese, quelli che traspaiono solo se ti siedi sul pulmann insieme ai monaci che vanno ad una festa o se vai a comprarti la frutta al mercatino dietro la guesthouse, stando seduto al mattino al tavolo di un localino a mangiarti una scodella di noodles mentre la vita ti scorre attorno, i bambini in divisa vano a scuola, i motorini carichi di polli e maiali, vanno al mercato, la città si mette in moto a poco a poco. Il problema di aprile è il caldo opprimente, avremo modo di parlarne nei prossimi giorni. Il sole a piombo ti soffoca con l'umidità che appiccica la pelle ai vestiti, ti secca la gola e ti toglie le forze, quando cammini a fatica, cercado riparo nelle ombre corte del tropico. La polvere della stagione secca, gli odori forti che la temperatura accentua ti vogliono dare un senso di disagio, che però tende a diminuire se tenti di assimilare e di sintonizzarti col ritmo della vita locale. Muoversi come loro, adagio, cercando di scacciare il senso di fastidio per un clima che è quello che è, a cui bisogna lasciarsi andare. Allora pian piano, ci si adatta e si viene assimilati dal sud-est asiatico; anche mentalmente ci si dispone meglio ad accettare quello che ti circonda, trovandolo naturale. Ecco perchè la gente, ti appare tutto sommato serena, indipendentemente dalle condizioni in cui vive. Phnom Penh è chiaramente una capitale periferica, bloccata per decenni dalle cose di cui parleremo e che da poco si dibatte per seguire la strada percorsa dai suoi vicini, con tutti i problemi che questo sviluppo porta, assieme naturalmente alla parte positiva. Così sei circondato da un allegro caos privo di riferimenti, in un traffico a cui devi abituare i comportamenti, altrimenti non riuscirai mai ad attraversare la strada, nella folla tranquilla che ti circonda e da cui ti devi fare assimilare se non vuoi trovarti a disagio. Così è cominciato il primo giorno di un viaggio per caso, che neanche la cenere del vulcano è riuscito a impedire.

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Non ho l'età.

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2 commenti:

Angelo azzurro ha detto...

Onore e lode all'amico che si presta a questo nobile impegno.
Nei tuoi confronti confesso una sana( ma innoqua) invidia. Trovo che questo modo di viaggiare, di "vedere" immersi nel reale e non nel solito circuito turistico, sia una delle esperienze più appaganti e piene

laura ha detto...

innocua con la q??

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