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martedì 22 aprile 2025

Profumo di deserto

Sahara mauritano - Febbraio 2025


L'uomo è una bestia strana, se vive in città, sogna la campagna; ha casa in montagna, vorrebbe fare le vacanze al mare: si crogiola nelle comodità e vorrebbe avventure spartane nella natura. Siamo fatti così, ci piace e ci affascina quello a cui non siamo abituati, l'inusuale, l'incognito. Io sono il primo a cadere in questa dicotomia incongruente. Amo l'esotico e soprattutto il diverso da me, vorrei conoscerlo meglio e lo apprezzo anche se poi preferisco sempre il mio e quello a cui sono ormai abituato, a partire dal cibo, avendone assaggiato alla mia età, ormai, ogni declinazione possibile in giro per il mondo, ma alla fine mi manca sempre la mia cucina mediterranea in barba a tutto. E infine ho un'altra fascinazione che mi perseguita decisamente anche nella scelta delle mete che cerco di volta in volta, di anteporre alle infinite di cui purtroppo rimarrò privo, semplicemente per sopraggiunti limiti di età. Premesso infatti che sono amante della vita tra la gente, rimango cittadino per eccellenza e abitante assolutamente convinto dei condomini, dove, se vengono giù due dita di neve, puoi chiamare l'amministratore per sapere come mai non è ancora intervenuto per farla rimuovere, rimanendo al calduccio dei termosifoni a palla, senza che nessun vicino mi dia fastidio, per principio, alla faccia della casetta indipendente sogno di moltissimi, poi nell'intimo del mio animo, sono assolutamente affascinato dal deserto, dalla sua solitudine, dalla completa assenza di tutto, soprattutto la mancanza dell'uomo. 

D'altra parte come si fa a non rimanere presi da questo ambiente particolarissimo? La bellezza delle forme e dei colori, sia che siamo tra canyon di montagne scabre, rose dai venti e dalle escursioni termiche, sia che che abbiamo davanti quei mari di dune che si stendono all'infinito come un oceano sconfinato di cui non riesci neppure ad immaginare l'altra sponda. Le sfumature che le colorano, diversissime in ogni ora del giorno, cangianti nelle mille variazioni dell'ocra, ai gialli purissimi, al bianco candido come se fossero zucchero o neve, al rosso cupo, al viola quando scende la notte col suo mantello di velluto nero, accendendo una luminaria di stelle che non ha paragoni in nessuna altra situazione. Come si può poi, rimanere insensibili a quel senso di vuoto che ti prende non appena sei andato oltre il primo avvallamento e ti guardi indietro e non vedi più la pista o l'auto che ti ha condotto fin lì e subito ti chiedi se è possibile che tu ti sia perso per sempre, se riuscirai mai a ritrovaare la strada, i tuoi compagni, la via perduta del ritorno! O se guardi un cammello lontano che rumina qualche ciuffo di erbe secche seguendoti con la coda di un occhio azzurro cielo, con quello sguardo di superiorità che solo può avere l'unico essere vivente che conosce il centesimo nome di Allah. E quando incontri qualcuno in una tenda isolata nel nulla, che ti accoglie all'ombra della sera e ti prepara un tè alla menta rimestando il bricco e poi versando il liquido ambrato da un bicchiere all'altro per infinite volte, senza parole visto che se sei arrivato fin lì, avrai di certo avuto la tua buna ragione.

La splendida bellezza della solitudine e al tempo stesso dell'incontro, che è casuale ma mai banale, che regala il piacere del contatto umano a prescindere dall'interesse. Ed infine quello spazio magico che presenta ogni deserto, l'oasi, il punto di arrivo per eccellenza, la salvezza dallo spazio di morte, la presenza di vita, del verde che la protegge e che la permette, col dattero dono del cielo panacea di ogni male e nutrimento perfetto e con l'acqua che è patrimonio di tutti. Tra i nomadi di ogni deserto un discorso che riguardasse la diatriba avvenuta da noi qualche anno fa tra acqua pubblica e acqua privata, sarebbe un nonsenso incomprensibile e assurdo al tempo stesso. L'acqua nel deserto è "libera" per il diritto arabo e al tempo stesso di tutti. Insomma, abbiamo capito che il deserto è un luogo a sé stante che porta con sé tali e tanti spunti di riflessione da regalarti tempo per pensare e soprattutto, per rallentarlo questo pensiero occidentale vorticoso e veloce, in modo che tu possa fermarti ed apprezzare, per assaporarne la bellezza assoluta, delle forme e del pensiero stesso. Così, inseguendo questo languore, ho rimuginato per tutta la vita, non appena ho potuto, il tracciamento di itinerari che mi portassero a percorrere le piste di ogni possibile deserto del mondo. C'è stato un momento in cui sono stato addirittura lì lì per comprare una vecchia Land Rover, un cadavere che allora potevo comprare a qualche centinaio di mila lire, da rimettere a posto e che probabilmente mi avrebbe lasciato definitivamente a languire tra le dune, se mai mi fossi davvero avventurato in un deserto vero; proprio io che di meccanica non capisco nulla e ho la manualità delle creature prive di pollici opponibili. 

Mi rivedo giovane, mentre stavo esaminando una grande carta Michelin, già, allora si usavano le carte, pensate un po', che di certo ancora ho da qualche parte e che aveva il confine tra Marocco ed Algeria sbagliati e che, si diceva, nei vari passaparola tra appassionati, non bisognasse fare assolutamente vedere al confine, pena appunto il sequestro. Allora sognavo le tre mitiche traversate sahariane, la via di Tamanrasset, la altrettanto famosa Bidon 5, con l'arbre du Tenerè che si ergeva unico e solitario in mezzo al Sahara e che fu abbattuto da un camionista ubriaco che percorreva quella pista nella notte, credo negli anni 70, un bel centro direi, ed oggi è sostituito da un monumento di ferro. E poi la terza via, detta la pista dei pazzi che percorreva tutto il confine algerino, di cui parlavamo nelle foreste della Lapponia con un dentista fiorentino che l'aveva appena fatta nell'inverno precedente. Quelle che adesso fanno i poveri disperati del sahel per arrivare al sogno mediterraneo e che tanti lascia per strada o nelle profondità di quel mare sognato. Così uno dopo l'altro ho cercato di farmeli tutti i deserti del mondo, uno dopo l'altro a partire proprio da quell'immenso Sahara, che ne racchiude tutti i tipi, il deserto di montagna come quello delle oasi tunisine, gli erg di sabbia dalle dune gialle al fondo delle valli marocchine a Zagora, le dune rosso fuoco di Timimoun in Algeria, i reg sassosi battuti dal vento implacabile che portano alle colline dello Mzab,  quelli variati egiziani, lungo il Nilo e zigzagando tra le oasi dove spuntano rovine di templi antichissimi. 

E poi ancora le dune sinuose ed altissime del Namib, che si perdono nell'Oceano ed i deserti punteggiati di arbusti dove riescono a vivere i popoli San. Ho percorso le strade della penisola araba, nel disumano calore d'agosto, nella fascia rovente della Tihama yemenita ed i deserti bianche delle sugar dunes e quelli rossi dell'Oman, senza perdermi le dune ormai parco giochi dei vari emirati o gli spazi severi dell'Arabia Petrea di sasso severo, che portano fino alle rovine di quella leggendaria città nella roccia. Né mi sono negato i deserti stepposi dell'Asia centrale, Uzbechi, Turkmeni e Kazakhi e più recentemente, quelli Patagonici. E ancora, la Valle della morte negli Stati Uniti, tra i più affascinanti, i lembi estremi dei deserti Australiani o quello indiano del Tar, con le sue suggestioni di pastori migranti coi turbanti dai mille colori ed estrema possibilità, non mi sono perso neppure le dune del deserto islandese a nord di Reikiavik e già ve lo annuncio ho già in tasca i biglietti che mi porteranno in quel famoso Taklamakan, il deserto da cui non si esce, con le dune che di notte chiamano i mercanti incauti che vi si avventurano, inseguendo Marco Polo in quella mitica via della seta che ancora oggi fa discutere gli sciocchi. Insomma sicuramente ho già fatto molto per appagare queste mie voglie insane, ma sicuramente c'è ancora tanto da fare e poi evidentemente questa è una malattia che non guarisce e che ti porti dietro come un virus che non passa mai una volta che ti ha infettato. 

Ecco perché, complice un amico di Fb, che mi ha passato un contatto, nel febbraio scorso mi ero preso un piccolo spazio, meno di un paio di settimane, per fare una scappata in Mauritania, una meta un po' desueta, ma di cui avevo già inteso parlare molto bene e che sicuramente meritava una scappatella per dare un 'occhiata, tanto per dire. Così ho contattato l'ormai amico Ahmed e dopo avergli raccontato un po' dei miei desiderata, abbiamo organizzato questa cavalcata nel deserto mauritano sulla traccia di quella che avevo progettato da giovane per raggiungere Cinquetti, una di quelle mete perdute in mezzo alle sabbie che a me fanno sognare, come Timbuctu del resto, dove credo non riuscirò ad arrivare, in questa vita per lo meno. Insomma un programmino low cost, apprezzabile nella sua ideazione che però ha subito mostrato un male oscuro dentro di sé, come se tutto fosse partito male fin dall'inizio e che la tempesta fosse lì in attesa di scatenarsi. Subito i cari amici che di solito ci seguono in queste peregrinazioni, hanno dovuto rinunciare, rimettendoci anche voli, come sempre presi al massimo risparmio e senza rimborso oltre a qualche acconto. Per fortuna senza altri problemi gravi, subito dissipati e a me, una volta partita l'avventura è capitato sul posto il problema che già sapete e che non spoilero ancora se qualcuno ancora non lo sa. Comunque ecco qua i preliminari di questa avventura del signor Bonaventura, così almeno recitava il Corrierino dei piccoli che la mia mamma mi comprava tutte le domeniche e che io leggevo con grande fervore.


Oasi di Cinguetti - Mauritania


lunedì 30 maggio 2016

Deglet-ennour

Oasi di Ourgla - Algeria - gennaio 1978
Deglet-ennour, dito di luce: è il nome della varietà di datteri più pregiata. E' un dono del deserto, certo, ma come sempre la natura c'entra poco. E' l'intuito e l'ingegnosità umana che ha saputo attraverso millenni di lavoro, selezione ed intuizione, creare, migliorando una specie selvatica, questa pianta. Certo quando tra la sabbia apparentemente morta, trovi la palma carica di questi frutti deliziosi, pare davvero di essere nell'oasi delle barzellette, i quattro alberi tra le dune che non sono un miraggio, ma un punto di sosta privilegiato tra i mille colori del deserto. Stavano lì, solitari, vicino a un piccolo pozzo circondato da capre all'abbeverata nel vicino vascone malconcio; poco più lontana in un avvallamento, una tenda beduina, sotto la quale indovinavi un pastore assonnato, una donna dai capelli nerissimi e ornata di collana pesanti, fatte di monete d'argento che scaldava il pentolino del thè e qualche bambino che ruzzava nella sabbia. Adesso sembra impossibile ma in quel tempo traversare questo tratto di Sahara per Tamarasset, non muoveva alcun senso di paura. 

Due ragazzi ci si potevano avventurare senza problemi con una A112 a noleggio, bastava calcolare l'acqua e la benzina necessaria in sovrabbondanza. Dovevi solo decidere se seguire la strada verso sud o fare la traversata verso ovest per raggiungere Timimoun, la regina rossa delle sabbie sulla Bidon Cinq. Il deserto come simbolo di libertà assoluta, spazio infinito in cui perdersi o in cui ritrovarsi, mondo senza confini in cui dare un senso a quel desiderio interno insopprimibile che ti aveva spinto a partire, lasciando a casa la voglia del ritorno. I colori della sabbia riempivano i tuoi occhi di domande senza risposta. Fare pochi passi oltre la duna fino a che la strada era scomparsa ti portava in una saga fantasy di un pianeta lontano. Quattro palme cariche di frutti ad attenderti come per un appuntamento lungamente preparato ed atteso. Dita di luce, marroni, enormi, pastosi e dolcissimi per rallegrare il viaggio, per dargli un senso, per aiutarti a capire la vita.


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venerdì 13 maggio 2016

Timbuctu 52 giorni

Marocco - Valle del Dra - agosto 1984

Scommetto che anche le mie fan più appassionate faticheranno a riconoscermi in questo bel pivello di 32 anni fa (ed altrettanti chili fa). Beh il cappellino è rimasto lo stesso anche adesso, assieme allo sguardo perso nel vuoto e un po' assente, segno di intelligenza scarna anche se essenziale. Insomma un ometto del deserto che sognava Timbuctù e la sua famosa biblioteca in cui scoprire la poetica di Aristotele tradotta da qualche sufi arabo dell'X secolo, insomma un sogno per mettere in crisi il mio concittadino che solo 4 anni prima aveva pubblicato Il nome della rosa. Il deserto mi aveva sempre attratto morbosamente ed in seguito avrei avuto modo di calcarne altri, ma questo, il più grande e smisurato del mondo, divenne presto terreno via via più difficile e impervio fino a diventare impossibile. Chissà se mai potrò avere un'altra opportunità? Quelle dune immense, a volte rosse o gialle o grigie o ancora di altri mille colori e sfumature, un Pantone che il muoversi del sole rende così ricco e infinito da apparire ingannevole. 

Quelle tende nere vicino ad un palmizio rado e spelacchiato, con uomini schivi seduti attorno ad un fuoco a bere thè alla menta. Come si muove in fretta il mondo. Timbuctù regina delle sabbie, regno irraggiungibile con quei 52 giorni trasformati in un mai esistenziale, fatto di violenze e di soprusi in nome di Dio, come mi sei mancata in questi anni. Un ragazzino di forse dieci anni, Jussuf, spuntato dal palmeto alle mie spalle, con in mano una manciata di datteri freschi enormi, zucchero fatto frutto per il ristoro del passeggere, mi indicava la strada, lì dove lo strettissimo pezzo di asfalto era finito, che si inoltrava sinuosa tra le dune ancora basse in fondo alla periferia del paese per perdersi dietro una duna immensa giallo ocra, dalla cresta ondulata e gentile, invitante come una sirena che ti chiama a perderti dentro di lei. Chissà cosa è diventato oggi che avrà più di quaranta anni, una vittima, un carnefice, un uomo in fuga alla ricerca di una vita migliore o un grasso spettatore della ruota che gira, seduto all'ombra corta della casa di terra bianca, tenendo tra le mani datteri ancora uguali a quelli che teneva suo nonno e il nonno di lui, di certo meno saporiti di quelli della sua infanzia. Qualcuno mi sa dire se c'è ancora questo cartello a Zagora, lo spartiacque tra case e deserto, limine estremo dell'avamposto della vita?


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giovedì 10 novembre 2011

Un cappello da pastore a Mbaaya.




Il nastro d’asfalto malandato che va verso nord a Saint Louis è una retta infinita che taglia la brousse come uno di quei confini tracciati con la riga sulle carte delle potenze coloniali. Ad ogni chilometro si rarefanno le piante già secche e striminzite e tra i cespugli radi si fa largo il seccume e la terra rossa, quasi senza accorgersene, diventa sabbia. Il sahel è terra di confine ed il soffio rovente dell’Harmattan da nord ti ricorda che il sahara non è poi così lontano, anzi ad ogni anno si mangia qualche chilometro in più come un buco nero vorace che inghiotta stelle e pianeti, paesi e capanne. Incroci camion malandati che arrivano dalla Mauritania, macchine sbilenche cariche di una umanità varia che si trascina verso non luoghi nascosti tra gli orizzonti fluttuanti dei saliscendi della strada. Anche se c’è l’asfalto, la necessità di evitare le buche improvvise e traditrici rende più sicure le strisce di sterrato ai fianchi, così è sempre polvere quella che vedi, quella che senti, sulla pelle, negli occhi, tra i denti. La distanza è scandita da piccoli abitati anonimi annunciati da un cartello scolorito o reso quasi illeggibile dalla ruggine. Ecco tra due scheletri di alberi secchi: Mbaaya. 


Due costruzioni appena iniziate ed abbandonate a metà, forse da anni con i ferri storti e rivolti al cielo, poi qualche recinzione di mattone crudo bassa, dietro cui intravedi baracche  a un piano spoglie e all’apparenza deserte. Un largo spiazzo abbandonato di terra polverosa e qualche banco lungo la strada con poche cose, qualche banana, batate, frutti di baobab, fasci di legna. In uno, accanto a qualche stoviglia, alcuni cesti di paglia intrecciata, l’unica nota colorata in mezzo all’ocra polverosa. Tra questi un cappello peul a cono, come ho visto in testa a qualche pastore che seguiva la sua mandria bianca dalle alte corna. Passa un camion lasciandosi dietro un’altra nuvola di polvere che stenta a posarsi. La donna avvolta nella sua lunga veste bianca sembra non accorgersene. La trattativa è breve, prendo il cappello e risalgo in macchina in fretta riparandomi il viso. Ce ne andiamo anche noi. A Mbaaya, immobile nel tempo, è rimasto tutto esattamente come prima.

sabato 22 ottobre 2011

Autunno africano.

Sahara 1980


Sabbia rovente

di petrolio in fiamme.

Foglia caduta.



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domenica 20 febbraio 2011

I datteri di Tobruk.

Voglio ritornare sui disordini che si stanno diffondendo a macchia d'olio nel Mediterraneo del sud ed in Medio Oriente. Da noi sono trattati molto di striscio, essendoci vicende decisamente più epocali come le minorenni ed il Festival, ma in questo modo non tutti si stanno rendendo conto di quanto stia accadendo e di quanto la situazione possa essere dirompente. Tuttavia sarebbe bene cominciare a rendersi conto, guardando un po' aldilà dell'entusiasmo naturale per il successo di rivolte ancora almeno apparentemente pacifiche, che in linea di massima, è sempre accaduto che il disordine fosse foriero di un pesante peggioramento di vita per i popoli coinvolti e spesso anche per i loro vicini, per un paio di decenni almeno, prima che le cose ritrovassero un minimo di equilibrio.


Quello che trovo difficile da interpretare è che i movimenti popolari che hanno coinvolto tutti e ripeto, tutti contemporaneamente questi paesi, quasi avessero una regia unica e ben coordinata, risultano invece in palese contraddizione tra di loro, benchè la matrice comune sia l'opposizione a regimi genericamente autoritari. Anche questa richiesta dal basso di democrazia accoppiata alle difficoltà ingenerate dalla crisi economica lasciano perplessi. Al popolo vero della libertà teorica non è mai fregato nulla, rimanendo queste cose appannaggio delle élites intellettutuali che coinvolgono al massimo gli studenti. Ma, mentre in alcuni di questi paesi masse popolari si rivoltano al potere corrotto che privilegia i sodali, in altri sono gli sciiti che spingono contro il potere economico sunnita richiamandosi ad una maggiore ortodossia religiosa, in altri ancora è il laicismo delle classi più erudite che vorrebbe togliere potere ad uno stato teocratico, infine ci sono casi come la Libia di questi giorni dove prevalgono motivi più squisitamente tribali con divisioni ataviche tra aree del paese lasciate nel limbo a causa proprio di queste appartenenze. Questo paese è davvero strano in effetti e ci è sempre parso come privo di problemi economici. Ci è così vicino, ma lo conosciamo davvero pochissimo. Pensate che questo è l'unico paese dove è stato mio padre al di fuori dei confini italiani. Ce lo avevano mandato soldato, quando era stata inventata la quarta sponda, credo un paio d'anni nel 38 e nel 39, speditoci col vapore a presidiare l'impero.

Niente guerra d'Africa quindi, per sua fortuna non dovette mai sparare un colpo, posto che avesse pallottole nel ferro vecchio che gli avevano dato in mano, ma vita grama nel deserto roccioso di Tobruk e della Cirenaica. Mi parlava di interminabili giorni a languire tra caldo e mancanza di acqua, nelle perenni necessità pratiche dell'Italiano che nella sua storia è sempre stato abbandonato a sé stesso ad arrangiarsi, privo di supporto e di logistica. Cimici e dissenteria, brande di telo in tende strappate e buche nella sabbia come sanitari, uova che cuocevano su piastre roventi al sole, la vita di tutti i giorni. Pochissimi i contatti con i locali, semplicemente perché non se ne vedevano proprio. Un paese deserto nel deserto, apparentemente inutile di cui nessuno capiva ancora le potenzialità, dove rimanere a guardia di una fortezza Bastiani che nessuno voleva, per giorni infiniti col moschetto in mano, sufficiente solo a fare qualche tronfia foto di rito con baionetta al fianco. Si portò a casa soltanto un casco coloniale che ancora rammento da bambino e che non ho più ritrovato. Gli unici ricordi, i datteri dolcissimi, un po' poco per eccitare la mia fantasia e qualche piccola foto ingiallita (mio padre è quello in basso). Così è finita che nonostante la mia curiosità endemica che mi ha portato in quasi 90 paesi del mondo a cercare di capire cosa c'è nella testa degli uomini, senza naturalmente averne neppure la minima cognizione, non sono mai stato nell'unico posto che ha visto mio padre. Ho paura che, data la situazione, questa figurina mi mancherà ancora per parecchio tempo.



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domenica 18 ottobre 2009

Dune 2

Quella di ieri era una minaccia e va mantenuta. Dunque bisognerà descriverlo questo deserto che tanto mi prende, coi suoi colori soprattutto. Già, il colore del deserto che accarezza le dune durante tutte le ore del giorno e accompagna il rumore del motore dell'auto alternandosi in dissolvenze continue negli scatti del contachilometri. Quando il mantello nero di Nut si sfuma in grigio, già in alto si sta combattendo la battaglia tra il rosa dell'aurora e l'arancio destinato a trionfare. Sulle dune più lontane la veste rosa si muta di colpo in giallo cupo, che si rischiara pian piano col passare dei minuti. Mentre il sole si alza, il giallo si illumina sempre di più fino a che le creste delle dune, ora più vicine, formano linee dorate e preziose. Poi, mentre la pista si infila tra le sabbie, il bianco abbacinante copre ormai tutta la landa a perdita d'occhio, scontrandosi all'orizzonte con l'azzurro terso e limpido. Dopo il meriggio, lungo tutto l'arco di caduta del sole, è un alternarsi continuo di tutta la gamma delle ocre. Dapprima tenue e chiarissime, quasi a confondersi col bianco, poi terre gialle che vanno scurendosi col passare delle ore, le sfumature d'ocra dipingono i fianchi dolci dell'erg modellati da un vento sottile ma sempre teso. Infine, mentre le dune circondano la pista alte come montagne, tutto il sangue che il sole perde nella sua voglia di vivere, riempie terra e cielo, impregna la sabbia poco prima che, mescolate al viola ed all'indaco, le lunghe dita nere ricolino giù dai fianchi ripidi e impercorribili. E' proprio tutta una sbrodolata di frasi fatte, ma è proprio così che accade. Però, su tutte le sensazioni che il deserto provoca, quella che più ti prende alla gola è anche la più letteraria di tutte: la paura. Anche se il deserto è vivo, e scorgi qualche traccia di animali qua e là, o cerchi il branco dei cavalli selvaggi nel Namib o vedi dromedari lontani o piccoli insetti che si nascondono nella sabbia, solo la stretta strada asfaltata col suo nastro nero o la pista battuta da antichi passaggi, sono punti di riferimento che rassicurano, anche se da ore non si incontrano altre auto e si cerca ansiosi la prossima balise. Però quando ci si ferma a lato e si percorrono anche solo pochi metri oltre un monticello di sabbia terrosa o ci si inoltra tra due grandi dune, improvvisamente i recettori inviano alla mente una sorta di tarlo inquietante. Ti giri e non vedi più nulla di amico, l'ambiente ti è totalmente alieno e senti che nessuno ti potrà mai aiutare, che sei irrimediabilmente perduto, che non ritroverai mai più la pista, adesso avverti soltanto l'assenza di tutto. Poi, fatti solo pochi passi, salito un mammellone roccioso o il sif tagliente e mobile della duna, ritrovi soltanto poco lontano la strada. Quella tenue striscia battuta diventa subito una cosa conosciuta, che appartiene alla tua cultura; è un punto di riferimento psicologico che rincuora, è il legame tra il tuo pianeta e questo altro mondo sconosciuto, immenso, pericoloso. Poi un giorno ti lasci alle spalle anche l'ultima oasi, alle sabbie si sostituiscono infiniti falso piani stepposi coperti di alfa dura e tagliente; la cultura fondata sul dattero è sostituita a poco a poco da quella dell'ulivo. E' ormai il mediterraneo, una dimensione familiare e amica, quasi monotona.

sabato 17 ottobre 2009

Dune.

Vi piace il deserto? Attenzione perchè oggi ho voglia di sbrodolare, quindi la faccio lunga, siete avvertiti. Sarà questo inverno precoce, ma parlare di deserto, una delle mie passioni, mi consola. Per carità è velleitario parlare di un argomento di cui si è già sommersi di libri di poeti, foto di grandi maestri, pubblicazioni avvincenti. Si è già detto di tutto, anzi già troppo, per cui se uno parte per una traversata ha già la testa piena di spazi infiniti, paesaggi disperanti, tramonti struggenti a cui ogni persona di buon senso deve soccombere di schianto. Quindi prepararsi alla delusione del troppo sognato. Macché , è tutto come avevi letto , sognato, anche di più. Quello di cui ti illudevi di poter dire:"tutte balle per i gonzi" è proprio lì a schiacciarti con la sua evidenza. Pensavi ad immaginette oleografiche da legione straniera, frasi fatti di mediocri scrittori, coloriture di aspiranti esploratori che si travestono da eroi, eppure ce le hai lì davanti da toccare, da vedere, per poter dire goffamente: è impossibile che sia così bello. A questo punto, come avevi letto nel libro, che ti aveva fatto un po' sorridere per la sua ingenuità, ti devi lasciare avvolgere dal nuovo pianeta che ti circonda, devi assimilarne il ritmo per sperimentare sensazioni nuove e grandi. Frasi fatte, però è così che succede. Ne ho visto solo qualcuno di deserto, dalle propaggini cespugliose del Taklamakan cinese a quelle di Gibson, le dune grige del Rub-alKhali yemenita, quelle rosso fuoco del Namib, quelle giallo ocra del grande erg occidentale, le sassosità egiziane, l'infinito viola di Timimoun, il tenue rosa del Tar indiano o il giallo pallido della Death Valley fino alle piccole dune islandesi e altri ne vorrei vedere. Certo frasi fatte. L'immensità del deserto. Si viaggia per ore per raggiungere un posto "vicino". Parli del prossimo paesino ed è come dire Venezia se sei a Torino. Dopo giorni di viaggio controlli la carta e vedi che hai fatto un trattino piccolissimo e allora scatta la seconda frase fatta. La disperazione e l'annichilimento del deserto. Se dopo trecento kilometri sei ancora tra le stesse dune di sabbia sottile che il vento porta a cancellare la pista, se dopo ore o giorni, la pietraia del serir continua implacabile battuta dal vento, ti senti davvero piccolo ed estraneo per sconfiggere questo universo e allora per sopravvivere devi allearti con esso, assumerne il suo ritmo. Allora basta poco per fare diventare possibile e vincere quella che credevi solo una espressione letteraria. Tutto diventa più naturale, quasi familiare. Fermarsi ad una tenda beduina, senza lingua comune, bere assieme un thé alla menta scambiandolo con un piccolo dono; scandire i momenti della giornata secondo il movimento del sole; percorrere il deserto secondo piste antiche e approdare alle oasi, isole che galleggiano nel mare sabbioso e godere un riposo tranquillo sotto i palmeti tra un gorgoglìo di canaletti. Nutrirsi col Deglet Ennour, il dito di luce che pende a cascata dalle palme, il dattero, frutto di un'agronomia secolare su cui si è fondata una grande civiltà fatta di tolleranza e allearsi con l'animale che sconfigge il deserto, il dromedario dallo sguardo scostante ma fiero, perchè è l'unico a conoscere il centesimo nome di Hallah. Mi avete fatto venire sete, ma molto ancora vorrei dire per cui riprendo domani.

martedì 10 febbraio 2009

Il mondo è piccolo

L'incontro con le due donne Himba ci aveva lasciato le camicie sporche di rosso proveniente dall'impasto di grasso e sangue animale con la terra, di cui le donne si spalmano il corpo per proteggere la pelle dai parassiti e renderla più morbida,attraente ed odorosa. Da qualche ora la Toyota seguiva una pista bianca che da sabbiosa si era mutata nel deserto ciottoloso del nord della Namibia. Il confine angolano non era molto lontano, quando la notte ci piombò addosso in pochi minuti, silenziosa come un commando, buia e senza stelle, senza avvertire. Cercavamo un campo tendato che ci aspettava, forse, a un centinaio di chilometri a nord di Opuwo, sulle rive di un fiume in secca. Questo per lo meno, è quanto ci aveva fatto capire il nostro autista, un Botswaniano dalla pelle rugosa e cappellaccio da cacciatore bianco, poco loquace e quel giorno ancor più parco di parole. Mentre le due lame di luce fioca dei nostri fari, cercavano la strada, girava la testa qua e là stringendo le fessure degli occhi per interrogare il deserto, cercando indizi, segnali, risposte difficili da interpretare. Non riuscivamo a procedere a più di 20/30 all'ora, sia per la difficoltà della pista, che per l'oscurità che ci avvolgeva. Dopo un paio d'ore di caligine nel nowhere, la preoccupazione inespressa dei terzi trasportati, non usi alle incertezze africane, si faceva spazio con colpi di tosse, spostamenti nervosi e occhiate interrogative scambiate con sguardo dubbioso. Non appariva chiaro se era la pista a zigzagare nel bush o la macchina che tentava di trovare un appiglio conoscitivo tra le rocce tutte uguali, tra i bordi ripetitivi. Ad un ennesimo tentativo di interrogazione muta, l'autista bofonchiò un no problem per nulla rassicurante. La notte sconosciuta genera paure dimenticate, di altri tempi e di altri luoghi, raccontati o soltanto letti, di incubi lontani. Passò altro tempo, silenzioso e denso, quando d'un tratto in lontananza parvero comparire delle fioche luci tremolanti, come di fuoco da campo. Con un largo giro, la macchina si diresse decisa verso la speranza, assopendo il timore di uno sconfinamento in Angola, cercando comunque un punto fermo, per comprendere dove eravamo finiti, se ci eravamo persi o ritrovati. Man mano che ci avvicinavamo, scrutavamo lo sguardo del cacciatore, che rimaneva inespressivo o forse dubbioso, così almeno ce lo faceva apparire la paura. I fuochi erano più vicini e scoprivano masse scure inquietanti. Arrivammo vicini senza capire; era un campo e da un varco uscirono due sagome nere che si avvicinarono alla macchina, guadagnando terreno verso di noi che eravamo scesi titubanti. Guerriglieri, predoni? Uno dei due mi puntò una torcia in faccia e subito sentii una voce strozzata che diceva:-Ma, dottore, cosa ci fa qui?- Appena la luce scoprì anche il suo volto, rimasi interdetto. Lo sguardo sorpreso di un importante fornitore della nostra azienda mi colse nella situazione di "Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico disperso in Africa?". Annaspai alla ricerca di una spiegazione e mi uscì soltanto un:- Ingegnere, avevamo urgente bisogno di una pressa da 200 tonnellate e la stavo cercando dappertutto!- Era il nostro campo e finì a spiedini di kudù e sidro namibiano attorno al fuoco. I leoni avrebbero aspettato almeno fino all'alba per attaccare.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!