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domenica 12 dicembre 2021

Pourún e bagna caôda

 

Torino - Cimitero monumentale - foto T.Sofi

Due giorni di sole, splendidi, rasserenanti, con un'aria tersa e cristallina che ti lascia guardare lontano. Raramente avevo visto subito dopo Asti, sull'autostrada, l'intero arco delle Alpi dalle Marittime fino alle Lombarde splendidamente bianche con la base scura leggermente tremula che non ne lasciava indovinare anche i paesini delle ultime colline. Che spettacolo, la pennellata bianca distesa con cura sulle ondulazioni dolci, i rami ormai spogli a segnalare che la vita è ancor lì dormiente ad aspettare. Non una asperità, non un disturbo a sporcarne la purezza ghiacciata che riflette la luce mentre fa la gibigianna come un monello giocoso. E il freddo che ti pizzica il viso non è neppure fastidioso se ti coglie vicino al Po, la sagoma della Mole di fronte e Superga lontana sulla collina, a chiacchierare con vecchi amici del tempo passato, il grande piacere dei vecchi, se hanno la fortuna di arrivare a questo momento. A rivangarlo, questo passato, avvoltolandone le zolle con amore perché rappresenta il nostro essere, quello che siamo stati, quello che avremmo voluto essere, nella consapevolezza di quello che saremo, inevitabilmente secondo un ciclo che non sarebbe neppure giusto voler cambiare. Ed il velo bianco sopra quelle lastre di marmo, sulle statue pensose, sui simulacri ormai secchi di fiori avvizziti ma ancora presenti, racconta la pace di una scelta che comunque non si sceglie; si accetta, si aspetta. Buoni i peperoni con la bagna caôda leggera. 


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sabato 2 novembre 2013

Sustanzialità epistemologica della polenta.


Flan di broccoli con fonduta.



Coniglio all'alloro.
Cara la mia gente, questa è proprio la stagione giusta! Magari più tardi mediterò un haiku dedicato, ma ieri, dopo aver adempiuto con serenità ai doveri cimiteriali (perché poi i cimiteri di montagna, col sole sono luoghi così sereni e piacevoli?), si imponeva un altro dovere forte, trovarsi con il gruppo di amici che a questa filosofia dedica spazio e tempo adeguati, per meditare su un tema importante e congruo alla stagionalità: la polenta. Bravo, fai presto a dire: ecco i soliti goderecci infami, che sorvolano sui problemi veri per darsi al bagordo. Magari di questo parleremo in altro giorno, ma la polenta è tema importante e va trattato come merita. Intanto la sua povertà filosofica e categoriale, impone tutta una serie di ragionamenti socialmente utili. Certo un cibo povero a cui ci si può richiamare per lasciarsi andare al cazzeggio mentale da bar. La realtà è più seria, quello che conta per ottenere un risultato, è solo in parte la materia prima, ma molto conta l'azione che la circonda. la capacità di manovrare gli eventi, il sentiment che spira intorno e che in fondo poco ha a che vedere con la sustanzialità della cosa in sé. Insomma, la polenta come metafora della vita? Forse, ma ragazzi bisogna saperla fare e presentare in modo acconcio e infine mangiarsela in buona compagnia, tutto il resto è Master Card. Partiamo dalla farina. Guardate che il Pignoletto rosso, di cui indegnamente eravamo serviti, può valere molto in termini qualitativi, ma infondo simile performance la avrebbe data un qualunque altro vitreo da alimentazione umana come il Marano o l'Ottofile tortonese o il più moderno Astico, a prescindere dal fatto che la maggior parte dei palati non inclini a fare troppe distinzioni, farebbero poca rilevanza anche con una qualunque precotta di bassa lega. 

Polenta concia.
Magari per andare incontro alle mode del momento, il venditore lo avrà pure prodotto con metodi "naturali" e pertanto sarà stato ricolmo di micidiali micotossine, ma chi se ne frega, i nostri corpi hanno un potere tampone di gran lunga superiore alle meschine realtà della scienza. Le difese immunologiche sono soprattutto scatenate dall'affetto di cui siete circondati e dal piacere che provate assaporando cose gradite. E poi diciamola tutta, quello che fa la differenza è il tipo di macinazione, che lascia la granulosità ragionevolemente grossa ed una setacciatura parziale che rende la farina stessa anche se solo un poco, ma parzialmente integrale. Ecco quindi una pasta che, al termine dei regolamentari 40 minuti di cottura presenta una consistenza non troppo sbrodolosa, una sua sapidità intensa e non anonima e quella ruvidezza che consente un matrimonio felice con sughi e l'altra materia che la accompagna. E' un po' la storia delle paste rugose al punto giusto per raccogliere meglio il sugo. Qui si tratta di amalgamare ed incorporare in un abbraccio di amoroso senso che ti faccia apprezzare, consistenza, sapori e profumi unici, che trasformi la cacofonia di note, pur dolci ma casuali,  in musica d'angeli. E raramente connubio fu più perfetto di quello di ieri sera. Prima la calda accoglienza degli amici cari, che è l'ingrediente fondamentale, poi la tenerezza avvolgente di un coniglio lungamente cotto nella capace pentola, i cui sughi venivano assorbiti dal letto giallo oro su cui erano stati deposti. 

Prùs côit Martin Sèc al Vin
Dopo ancora, l'enorme teglia che sortiva dal forno dove la povera ma preziosa polenta aveva concesso una croccante gratinatura in superficie, mentre le sue viscere assorbivano e si confondevano in una dissoluzione amorosa, con una quasi pari quantità di morbida gorgonzola, lasciatemelo dire, davvero la regina dei formaggi, posto che il parmigiano sia il sovrano indiscusso. Non ho altre parole da aggiungere se non che ne ho mangiato una quantità immorale, di cui temevo pentirmi nella nottata, ma si sa che la polenta riempie subito e poi svanisce come la prima neve al pallido sole dell'inverno imminente e dunque ho dormito come un ciocco il sonno dei giusti. Non ha senso dunque, che vi parli più oltre dei delicati salumi che hanno preceduto il sabba, dell'inarrivabile flan di broccoli e fonduta, di leggerezza angelica che metteva dispiacere ad intaccar con la forchetta. Né vi parlerò dei dolciumi di fine pasto, un paio di torte che meriterebbero un discorso a parte, né infine, del tocco finale, una poderosa teglia di prus martin sèc al vin, di cui vi allego a fianco l'immagine, una poesia vera, quando emanavano, gemelline nel piatto, coi loro timidi piccioli rivolti verso di te, un aroma d'ambrosia vinosa, tra sentor di garofano e cannella, come a dirti: abbandonati a me, fottitene di Grillo, Berlusca e Epifano, mangiami e conquisterai il paradiso. Non potevi ingurgitarne altre, ché l'impenetrabilità dei solidi lo vietava, ma un provvidenziale e caritatevole doggy bag me ne ha concesso un meritato replay in altra occasione (oggi). Non guardate la foto dei funghi qui sotto, quelli grazie alla sensibilità dei nostri deliziosi anfitrioni, me li spazzolo oggi.

Porcini, grisèt e castagne.

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domenica 4 novembre 2012

Cimitero di montagna.



Il giorno dopo le abbondanti piogge, c'è un senso di pulito nell'aria, una chiarezza vivida che scansiona i pixel dell'orizzonte moltiplicandoli sempre di più. Mentre la strada sale verso la montagna, anche il verde spento del tardo autunno sembra accendersi, ormai quasi coperto dalle macchie di rosso e di giallo. Appena al di sopra, il sole forte come nelle giornate di pieno inverno, accende la neve di una chiarore abbacinante. Devi abbassare lo sguardo tanto è violenta la luce che quasi confonde i tratti spigolosi delle cime più chiare con l'azzurro cupo e smagliante del cielo. Sulle creste di queste Alpi cupe e arcigne soffia lontana una tormenta di polvere bianca. Il piccolo cimitero del paese digrada verso valle volto a sud per lasciarsi rischiarare completamente in ogni suo anfratto. Pochi sono gli angoli nascosti dove la prima neve è rimasta a coprire le pietre antiche. L'ombra l'ha risparmiata, quasi dimenticata, mentre i raggi violenti hanno già sciolto l'altra, che forse perché prima ed inesperta è risultata così tenera da non riuscire a resistere a lungo. Così i marmi sono lucidi e brillanti, inebriati per essere così quasi coperti dai tanti fiori portati da tutta questa gente, inusuale per il luogo sempre deserto, oggi invece così affollato. Poi a gruppetti se ne vanno e il luogo riprende la sua essenza fatta di silenzio e di bellezza triste.  Come sono belli i cimiteri di montagna quando il sole li riscalda.




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Tarda primavera.

mercoledì 31 ottobre 2012

Cimiteri.

Piccole strade di campagna che corrono incerte tra colline basse. Verdi rilievi che la bruma densa dell'incipiente novembre, ingrigisce un poco, attutendo i colori, che pur vorrebbero essere più vivi e carichi. Il giallo e rosso delle foglie si sfuma in questo preludio di tardo autunno, confondendosi in una pacatezza attutita priva di rumore ed eccesso. Le prime brine già piegano il grano appena spuntato, nelle semine ottobrine. Chissà come, sono sempre queste le strade che portano ai cimiteri di campagna, tutte uguali nella loro variabilità casuale. E' il tempo ormai; un appuntamento che affronti contrastato, triste ma allo stesso tempo carico del calore del ricordo che cancella l'affanno delle perdite più recenti, quello che ti fa sereno se pur malinconico, come la terra che ti circonda e ti accompagna. Ad ogni curva, che ripercorri ben poche volte ogni anno, ecco qualcosa che ti porta ad un frammento lontano. Qui forse c'era un quadratino di vigna del nonno dove si arrivava solo col carretto che un vecchio cavallo tirava affannato lungo la salita terrosa e piena di pietre, l'unico rimasto dall'attività di cavallante trasportatore del prozio. Forse ero stato portato anch'io quaggiù, ma tanto piccolo da non poterlo ricordare. Forse ero stato messo vicino al tronco di quel grande olmo, mentre i miei aiutavano la vendemmia di quei pochi grappoli. 

Poco più in là, una leggera erta che ti porta a scollinare dall'altra parte della valle, solo un piccolo valico che pareva così duro e impossibile da percorrere con la bicicletta da ragazzino, anche se facevo forza sui pedali senza la speranza di poter percorrere in sella quegli ultimi metri. E tutte quelle vecchie lapidi in fila, antiche, quella dei nonni così in alto che appena appena le vedi; forse costavano meno quei posti scomodi, ma erano così vicini al cielo. Nei paesini di collina i cimiteri sono in discesa e quando giri tra le tombe vedi tutta la valle di fronte. Un senso di aria e di libertà incongruo, perché se vieni qui, non te ne puoi più andare. La strada continua rapida. Eccone un altro. Ma questo in una cittadina, più grande e ricca. Qui vedi più conclamato lo status sociale anche nell'ultima dimora. I fiori più grandi e più esibiti, un senso di maggiore fretta. Non c'è molto tempo per fermarsi ad osservare. Guarda quella ragazza, così giovane, che bella fotografia, uno sguardo sognate ma già triste e consapevole. Lì in basso il mio zio, con l'antica lapide consumata dove forse mia nonna aveva imposto che fosse scritto "reduce dalla Germania e mancato dopo pochi mesi a venti anni". Ci leggi tutto lo strazio di quella perdita insanabile che la piegò precocemente e poco più in là il nonno che pagò questo dolore l'anno successivo. Fuori, quel piccolo banco che vende come allora i torroni, bianchi e dolcissimi ma con la mandorla amara.



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venerdì 9 settembre 2011

Cimitero belle epoque.



Cammini a passi lenti e risali piano piano la montée du souvenir, tra le case strette tra di loro che sembrano stringere sempre più anche la salita, legate agli angoli da piccoli archetti antichi, lasciandoti a tratti intravedere scorci di scale, di piccole discese verso il mare ancor più piccine, tra vasi, oleandri, gatti che ti guardano curiosi come a dirti perché sali. Quando arrivi alla cima, qualche scalino ancora per montare un ultimo muro, un contrafforte severo ed ecco che esci dalla visuale dei tetti arancio che si alternano a piani incrociati gli uni con gli altri e sei sulla cima del promontorio dove più in alto non si può più salire e da un piccolo cancello entri in una serie di terrazze che dominano tutto il paese dall’alto, lo  stanno a guardare senza stancarsi, diresti come coloro che, innamorati, non sanno staccarsi neppure per un momento dall’oggetto del loro amore, motore immobile di sentimento. E’ il cimitière du Vieux-Chateau. Passi da una terrazza all’altra circondato da vecchie lastre di marmo sbiadite, sbrecciate, ricoperte di licheni antichi e leggi i nomi che a malapena ancora si intravedono.

Qui risplende la gloria di  tutta la belle epoque, quando Mentone era la meta agognata dalla nobiltà russa ed inglese, famosa per il suo clima ritenuto miracoloso per guarire la tubercolosi. E poi rimanevano qui nel piccolo cimitero a guardare per sempre questo mare di cui si erano innamorati. Fanciulle di venti anni, ecco Olga, Natasha, Irina, Hellen, Mary e le tombe dei principi, Trubetzkoy, Volkonsky, Urussof, gli zii di Roosvelt, Ellis il creatore del rugby ed una interminabile fila di uomini e donne che non hanno saputo resistere al fascino di questo luogo e sono rimasti qui a guardarlo per sempre da queste terrazze incantate, circondati dalla bellezza, dai profumi del Mediterraneo, così forti come vengono dai cespi di rosmarini e di erbe odorose, dai colori degli oleandri che risalgono la collina. E’ stata un’epoca straordinaria, la fine di quel secolo, così piena di eccessi, di bellezza, di idee, di arte e di cultura. E chi poteva la voleva avere negli occhi fino all’ultimo questa bellezza, illudendosi forse di poterla conservare anche dopo la morte. Quando scendi fino ad arrivare sul sagrato del Parvis S. Michel con i suoi minuti ciottoli bianchi e neri, con le chiese barocche che fanno da quinta e gli antichi palazzi a lato, devi fermarti per forza, prima della grande scalinata all’italiana che scende verso il mare, a guardare da questo palcoscenico l’azzurro davanti a te, mentre sale l’odore di salso e di mare.


giovedì 11 novembre 2010

Allegria!

Nebbia fitta e temperatura attorno allo zero questa mattina. Buon segno, vuol dire che è tornato il bel tempo, c'è il sole in alto, tra un poco si farà largo a colorare di oro zecchino le foglie che ancora si ostinano a stare sui rami lunghi e neri, come quelli del lungo viale del cimitero. Sono passato di lì a trovare i miei, stamattina presto. E' un luogo di pace, pieno di gente tranquilla che si è lasciata alle spalle tutti i problemi che avranno angustiato le loro vite. Un luogo sereno dove il frizzantino dell'aria che ti pizzica le guance, non sembra dare fastidio, anzi ti accompagna mentre cammini lungo gli infiniti camminamenti, bordati da marmi che la brina ha reso lucidi. Ne stanno facendo un'ala nuova. Migliaia di posti allineati, ordinati, in attesa di un acquirente che a poco a poco si riempiranno, senza fretta, ma in sicurezza. Un business certo che non può avere crisi, pochissimi sono gli immortali, pochi pensano di esserlo. La periferia di Alessandria invece è piena di spettri di case nuove che nessuno compra, fantasmi che baluginano nella foschia che avvolge una città morente, una città di vecchi con pochi figli in attesa di andarsene.

Chi volete che compri nuove case in una città che perde continuamente abitanti, che invece comprano loculi ; quelli sì che servono. Seppellire un morto è un atto di pietà che distingue la nostra specie. Tutto ciò che muore va seppellito, se no puzza. Anche un governo morto va seppellito in fretta, non è bello tutto l'odore di marcio che si spande dappertutto prendendoti in gola. Ai tempi della prima repubblica qualcuno diceva che in fondo è meglio un governo incapace istituzionalmente di fare alcunché piuttosto di uno che faccia danni e forse c'è una grande verità in tutto questo, ma è quell'odore che da fastidio. Uscendo dalla porta monumentale, il sole sta facendo già capolino nell'umidità. Gli alberi di Ginko biloba del viale sono ormai quasi completamente spogli e sotto, cammini calpestando il mirabile tappeto d'oro delle loro foglioline primordiali a ventaglio. Che peccato che sotto, nascosti qua e là come mine antiuomo, ci siano quei malefici frutticini a pallina marcescenti. Che puzza di merda quando inevitabilmente ne calpesti uno.


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giovedì 10 dicembre 2009

Notte allo Spiektr.

Eravamo dunque tornati a Mosca. Dopo quasi un mese di viaggio in cui avevamo attraversato l'occidente dell' URSS, dopo sette notti passate sui treni, dopo aver tastato il polso, malato, di un paziente che si era preso una bella botta e non aveva ancora capito se sarebbe guarito o se era destinato a perdersi completamente, ritrovavamo una Russia diversa, preoccupata ed incerta sul futuro, con le stazioni della metro che si popolavano di una nuova fauna di anziani in cerca di qualche mezzo di sostegno, vendendo qualcosa, disegnando ritratti o facendo qualcosa di completamente sconosciuto prima, chiedere semplicemente l'elemosina. Mosca, però, non aveva perduto l'appeal del centro dell'impero e mi pareva davvero di essere tornato nella civiltà. Nell'appartamento che ci fungeva da ufficio, in un bel quartiere di case antiche (e le scale con tutti i gradini regolari) il rumore della macchina da scrivere di Angela aveva un suono familiare ed il ticchettio del telex, ti faceva sentire vicino al mondo come lo conoscevi. Rivedemmo parecchia gente che avevamo conosciuto nel giro e che si erano precipitati a Mosca per definire qualche progetto, dal Coreano, un intrallazzone con due fessure sottili al posto degli occhi, che non beveva mai vodka, a Kostija che avevamo conosciuto in treno e che voleva rappresentarci a Stavropol, a Kiril con i suoi problemi della linea di riempimento della vodka, a Marat che ci guardava inorridito mentre brindavamo al suo prossimo matrimonio, divorando spesse fette di salame italiano, senza pensare che lui era mussulmano osservante. All'imbrunire andai a Novodevichy, il monastero delle vergini, silenzioso e coperto di neve. Bellissimo e cristallizzato nel gelo della sera; deserto e silenzioso col suo cimitero con le lapidi dai nomi famosi, Scorrevano davanti a me, anche se cercarli costò un po' di fatica Cechov, Eisenstein, Bulgakov, Gogol, Stanislavsky, Khrushchev; che emozione camminare in questi luoghi. La storia russa al completo, che 'a livella aveva confinato in questo lembo di terra coperto di bianco. Me ne tornai in albergo tranquillo dopo una visita ad un Berioska, uno dei negozi per occidentali che stavano per essere sorpassati dalla storia. Alla mia visita successiva, non li avrei più trovati, tutti sostituiti da profumerie dai nomi occidentali e pieni di griffe famose. Anche l'albergo era cambiato. Non eravamo più al tetro Pekin, uno dei sette grattacieli staliniani in stile neoassiro, brutte copie dell'Empire State Building, ma in una delle nuove realtà del cambiamento, un alberghetto "commerciale", tutto quello che era di iniziativa privata era chiamato così. Si chiamava Spiektr, un nome una garanzia. Una decina di camere in una casetta antica e bassa a due piani, il vero opposto del falansterio sovietico in stile pensione Mariuccia. Le tenutarie erano due sorelle di enormi e generosissime dimensioni, agghindate come alberi di Natale, che vestivano sempre camicette bianchissime di pizzo, stirate con cura, anche se di puro poliestere che emanava tremendi sentori corporei anche a buona distanza, a causa del calore torrido che regnava tra quelle mura. Era imbarazzante, anche se compensato dai grandi sorrisi che Tanija e Irina dispensavano portando i cetrioli e la smijetana per la colazione. Il luogo era tranquillo ed aveva un non so che di familiare e, anche se un gruppo di coreani della Samsung che lo popolavano, aveva l'abitudine di giocare a Gim tutta la notte, ti dava una sensazione di calore. Al limite bastava spegnere un po' i termosifoni di notte per non morire arrosto. Riuscii anche ad avere una telefonata con l'Italia (non c'erano ancora i telefonini allora) ma sentire la mia bambina che piangeva perchè non tornavo ancora a casa, mi mise una gran tristezza. Andai a dormire presto, l'indomani arrivava R. dall'Italia e dovevamo prepararci per il giro in Siberia.

lunedì 2 novembre 2009

Torrone bianco.

Piove quasi sempre il due di novembre e il cielo è grigio piombo. Una vena di malinconia nell'aria. E' una malattia che si incista con gli anni? Probabilmente sì. Forse c'è meno disincanto nella testa, forse una visione più concreta delle cose. Quasi sessanta anni fa, avrò avuto quattro o cinque anni, in questo giorno si ripeteva una tradizione annuale che ancora ricordo con sporadici flash. Era mattino presto e la mia mamma mi portava, tenendomi stretta la mano alla stazione a prendere il treno per Valenza. Il viaggio (il primo di tanti che avrebbero percorso la mia vita) durava solo una ventina di minuti, ma a me bimbo, che guardavo la campagna grigia che correva fuori dal finestrino, sembrava così lungo. Uscivamo dalla stazioncina ed a piedi percorrevamo una carrareccia sempre fangosa per arrivare alla cascinotta della nonna, vicina alla ferrovia. Poi, tutti e tre, salivamo lungo la collina di fronte per andare verso il cimitero. Come mi pareva lunga e faticosa quella strada. Sicuramente mi lamentavo, già figlio capriccioso di tempi diversi da quell'ambiente contadino e lontano nel tempo e nello spazio. Attraversavamo un quartiere della città, arrivando finalmente a quella grigia costruzione tra i prati, di cui avvistavo le guglie lontane col piacere di chi vede la fatica arrivare al suo termine. Sostavamo un po' davanti alle due tombe, dove la mamma aggiustava con cura i fiori portati da casa, disponendoli con cura in una lattina dell'olio cilindrica e avvolta con carta dorata per non farla riconoscere. Io forse non comprendevo neanche bene il significato di tutto quello, ma ho davanti a me solo la piccola figura nera della nonna di cui non ricordo il viso e neanche la voce, ma forse parlava così poco, ingobbita e vinta dal dolore della mancanza del suo uomo, ad aiutarla a sopportare la perdita del figlio poco più che ventenne, appena dopo l'illusorio ritorno a casa, ucciso dalle offese del lager tedesco. Poi uscivamo e finalmente arrivava il momento tanto atteso. La nonna mi prendeva con sé ed andavamo fino ad un grande banchetto, che mi pareva tutto illuminato a festa con cascate di dolciumi e di ogni altro ben di dio che fosse desiderabile. Un posto del Bengodi dove mi veniva consegnata una sbarretta di torrone che subito con affanno, mi affrettavo a scartare del cellophan esterno e cominciavo a sbocconcellare lungo la strada del ritorno che mi pareva più corta, mentre ero intento nell'operazione. Che buono quel pezzo di torrone che si rompeva con uno schiocco netto mentre ne forzavo l'angolo duro e dolcissimo, mentre la mamma mi diceva: "Attento che ti rompi un dente!". Bianco e saporito, rigorosamente alla mandorla, guai a comprare quello con le "giapponesi". Chissà perchè a casa mia c'era questa avversione per le arachidi, forse simbolo di scarsa qualità prebellica. Quando arrivavamo alla piccola e malandata cascina, la tavoletta era quasi finita, il piacere sopito, il desiderio appagato. Prima di andare a riprendere il treno, attraversando un'aia piena dei segni della presenza di qualche gallina, che evitavo con attenzione, si stava un po' in quella grande stanza con un grande camino annerito dal fumo di cui non riesco a ricordare altri particolari. Poi ce ne andavamo verso la stazione, mentre la nonna rimaneva sola davanti al cancello, a guardarci andar via. Anni dopo ho ricercato quella vecchia casa dove la nonna avrebbe ancora trascorso un paio di anni di solitudine e avevo ritrovato solo qualche pezzo di muro ancora in piedi, in rovina come di un rudere millenario. Sono tornato per rivederlo un paio di anni fa, ma non sono stato capace di riconoscere nemmeno il luogo fisico preciso, sepolto sotto le belle villette degli orafi valenzani che coprono la collina rivestita di bei prati all'inglese. Mi è rimasto solo rumore secco della barretta che si spezza contro i denti, il sapore dolce di quel torrone bianco ed alla fine, il leggero sentore amaro, che ti rimaneva in bocca, dopo aver masticato la mandorla.

lunedì 29 giugno 2009

Un sorriso prima di andarsene.

Sono montagne poco conosciute i Maramures, eppure così piacevoli e verdi in estate. Le estreme propaggini dei rilievi balcanici prima che la terra si rilassi nel delta danubiano. Una terra poco popolata, fatta di piccoli paesi segreti, chissà se oggi spopolati dall'emigrazione, che nascondonevano piccole perle contadine, villaggi antichi, chiesette in legno con antiche pitture. Gente che all'epoca di Ceaucescu pareva serena, figuriamoci. Avevamo pranzato a casa di una famiglia mista, lui camionista italiano, lei rumena, a cui avevamo chiesto una informazione sulla strada da percorrere. Non ci avevano lasciato andare via; volevano farci assagiare la mamaliga con torcitura, una sorta di polenta e formaggio di montagna appena preparata. Il vino lo avevamo noi e loro, che avevano portato i quattro bambini in vacanza dai nonni, pensavano di essere scortesi a non offrirci ospitalità. "Quando arriva uno straniero, bisogna accoglierlo bene, se no che gente saremmo." ci disse la signora, come per sottolineare una cosa scontata. I bambini ci chiedevano come facevamo a fare i turisti se non sapevamo il rumeno, ma fu facile spiegare loro che con chi ha la buona volontà di capirsi, ci si intende anche se è muto. Erano un po' tristi, perchè da poco era morto lo zio, mentre, di notte cercava di abbattere un albero nel bosco per avere legna per l'inverno, cosa proibita dal regime e c'era rimasto sotto. Quando li lasciammo, uscirono tutti sulla strada per augurarci buon viaggio. Ci avevano segnato la strada per arrivare a Sapinta, un piccolo paese, dove di fianco alla chiesa, come in tanti altri luoghi c'è un cimitero. Ma questo è diverso dagli altri. Il becchino del paese ha lavorato qui per oltre cinquanta anni ed aveva un hobby. Non solo si occupava della sepoltura, ma in un piccolo laboratorio, con il legno dei boschi vicini, preparava per ognuno una croce di legno con una larga superficie che poi dipingeva con colori vivacissimi, su cui, oltre ai dati del defunto, intagliava delle figurine che rappresentavano la causa della morte e una poesia che raccontava qualcosa del defunto, dai suoi meriti ai suoi difetti, incluse anche le maldicenze del paese. Un epigramma mordace, accettato da tutti con affetto; una Spoon River balcanica triste e delicata a tratti, altre volte irrisoria e tagliente. Entrare nel piccolo cimitero dava però un senso di allegria languida. Girare tra l piccole tombe nella terra, non dà senso di tristezza. Deve essere lieve riposare lì, tra quei monti solitari, tra gente gentile che ti sorride quando la saluti.

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