venerdì 13 settembre 2013

Recensione: Kawabata - Mille gru.

E' un po' l'estate, per me, del rispolvero dei Nobel e devo dire, molto interessante questo autore, primo giapponese Nobel per la letteratura, che ha scritto molto nella prima metà del secolo scorso. Uno stile conciso ed essenziale, si potrebbe definire minimalista, per raccontare questa storia semplice e concisa, Mille gru, dal nome che indica un disegno tradizionale delle stoffe giapponesi, quasi un Haiku in prosa, dove ogni descrizione minimal è un richiamo a un fiore, a una stagione, a uno stilema orientale perfetto. Par quasi di scorrere un rotolo di pitture o un libro delle brevi poesie di Basho. Tra i suoi temi, è sempre costantemente presente il concetto di bellezza, spesso riferito ad oggetti e situazioni o ai classici dell’estetica giapponese, l’ikebana, i bonsai, le pitture. All’interno del racconto, poi, ci sono tutti gli ingredienti classici dei sentimenti forti del Sol Levante. I suoi personaggi sono pallidi ed inquieti, ma mai vitali e prorompenti come quelli del suo amico Mishima, del quale seguì la via del suicidio, dopo una serie di depressioni devastanti, proprie di molti giapponesi tradizionalisti dopo la fine della guerra. 

Costantemente presente è inoltre un erotismo sempre legato alla morte ed alla sofferenza, con la continua impossibilità di unirsi all’oggetto del proprio desiderio. Un sottile intricarsi di obblighi a cui non ci si può sottrarre ed a cui la infinita serie di sottintesi, di cortesie e di movimenti stereotipati, ti costringono come in una gabbia virtuale da cui non si può uscire. Tutti temi presenti in questo romanzo breve, Mille gru, dove i personaggi scivolano verso il loro destino in un continuo intrecciarsi di vita, di desiderio e di morte. Sullo sfondo, cornice in cui si inquadra tutto, la cerimonia del thé, simulacro perfetto della vita giapponese, carica di un estetismo esangue e perfetto da lasciare incantati e affascinati al tempo stesso, dai movimenti stereotipati, ai bellissimi ed antichi oggetti necessari. Uno scrittore definito neoimpressionista, che a mio parere vale la pena di conoscere, per fare un tentativo di comprendere culture ed estetiche così lontane dal nostro sentire.


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giovedì 12 settembre 2013

Pensionanti e pensionati:



La fine dell’estate si sta avvicinando, ma le spiagge del mentonese continuano a rimanere affollate come non mai. D’accordo, in parte sono popolate da una colorita fauna di russi neoborghesi che adesso possono permettersi la vacanza sulla Côte, sognando forse i fasti fin de siècle dei loro nonni zaristi. Niente a che vedere con i milionari, i nuovi ricchi putiniani, quelli sono a Montecarlo o nelle ville sarde lasciate libere dai nostri evasori in fuga  verso lidi meno indagatori, oppure, già condannati che aspettano di ridarsi e rifarsi con la politica attiva. Si tratta invece di poveracci che stanno assaporando il sogno della pensione Mariuccia, con materassino gonfiabile e asciugamano da spiaggia libera, in Francia tutte le spiagge sono libere, è la terra della Liberté, dunque questo popolo della libertà affamato di piaceri occidentali, si stende felice sui sassi con costumi anni ’50, guardandosi attorno esaltato per le posizioni conquistate. Lì ci sono due caucasiche scure come sarde (della sardegna intendo) coi baffi pronunciatissimi, più in là una famigliola bianca come il latte in attesa di diventare vermiglia. Li noti subito perché quando entrano in acqua non fanno tutte quelle facce di sofferenza che abbiamo noi. Per loro l’acqua anche a 17°C è sempre caldissima. 

C’è poi il gruppetto di strafighe coi costumini con pajettes, guai a togliesi il reggiseno, quella è roba da occidentali depravati. Ma tutti gli altri, che come rondini infastidite non vogliono saperne di mollare il lido e tornarsene a casa loro, chi sono? Ma è chiaro, ragazzi, sono i famigerati pensionati italioti, in buona compagnia dei colleghi francesi, i rétraités, che distingui subito per le facce lunghe e lamentose, in quanto in attesa dei prossimi provvedimenti di Hollande, che pare, a leggere sui vari siti Lepeniani, che si accanirà prossimamente proprio su di loro. Li distingui subito perché non parlano, ma ingrugnitissimi, stanno a testa bassa a leggere Nice matin, mentre la moglie fa la maglia, sferruzzando nervosamente. I maschi solitari, quelli cacciati dal branco familiare, invece si radunano sui campi di petanque e non ordinano neppure più il regolamentare Pastis. Tirano le loro boccette, misere anche quelle, piccoline, non come quelle italiane, grosse, maschie e robuste, tranne che che nei paesetti dellarrière-pays, dove le strade sono tutte in salita e si gioca con le bocce quadre, se no le vai a riprendere in mare, ma stanno sempre a testa bassa senza neanche litigare. Ormai hanno perso la speranza di fregare la Merkel anche loro. Invece la massa vera e propria che tiene campo sulla battigia è costituita dal pensionato italiano, che la popola con orgoglio e direi anche pregiudizio. 

Intanto è sicuro di avere fegato tutti, avendo comprato qui da tempo immemorabile quando con la liquidazione in Liguria non gli davano neanche la chiave del garage e poi era convinto di non pagare le tasse, invece qui gli cavano anche la pelle, perché di levare l’IMU non se ne parla e da queste parti le tasse sulla casa sono roba seria mica gli scherzi nostri e che non gli capiti di schiattare, se no i figli si puppano un bel 20% di tassa di successione, in più quel filibustiere che non metteva le mani nelle tasche degli italiani, gli ha anche fregato un bel 5 per mille di scudo fiscale. Adesso son tutti lì che non hanno neanche più la forza di andare a fare il bagno. La maggior parte legge il Giornale come la Bibbia e fa cenni di assenso con la testa. Io devo stare un pochino lontano perché sono allergico e mi viene subito l’orticaria sulla chiappe se rimango alla distanza da cui riesco a leggere i titoli. Chissà come mai negli ultimi anni sono così aumentate le allergie, saranno gli OGM. Un gruppo di femmine vicino a me, fanno salotto col mignolo alzato, direi delle vere cagamaretti, avrebbe detto mia mamma, sento fare delle interessanti disamine sul rapporto tra Verdi e Telonius Monk, Puccini no, è tutta un’altra cosa, specialmente il finale della Turandot. 

Più in là invece sono distese tre mummie magrissime, inumate sicuramente da secoli e solo da poco portate alla luce in scavi recenti, con la pelle più scura e incartapecorita dell’uomo di Similaun. Però una delle tre deve leggere qualche papiro che richiama alla vita, perché una subito si erge come se il sacerdote le avesse insufflato l’anima dalla bocca o una scopa, ma da un'altra parte e fa scorrere olio e mirra sulla cartapecora brunita, passando sulle costole a vista e sui due borsellini rattrappiti e sgonfi che le pendono davanti miseri, una mano scheletrica ricoperta di anelli etnici. Alla doccia, una balena disumana espone le sue grazie libere e selvagge allo spruzzo di fine stagione, carne tremula come se piovesse, diversamente chiazzata di rosso, una pezzata svizzera. Quattro trippone sotto un ombrellone di fortuna si stanno scannando in una partita di burraco, bresciane dall'accento. Insomma questi pensionati non se ne vogliono andare, non c’è neanche più la scusa dei nipoti da guardare, quelli ormai sono andati a scuola e rimangono abbarbicati a questi sassi scolpiti dalle onde e non ci pensano neanche a fare armi e bagagli e tornarsene a casa. Non ce n’è per nessuno, eppure dai, rondini tornate al nido, le vacanze estive sono finite. Adesso basta, bisogna pensare a quelle autunnali.



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mercoledì 11 settembre 2013

Recensione: T. Mann - I Buddenbrook.

La rilettura dei classici  rimane sempre un esercizio interessante e che vale la pena di compiere. Da un lato perché i valori riconosciuti vorranno pur dire qualche cosa, dall’altro per, come dire, controllare la loro tenuta ed attualità  nel tempo. Il tomo di Mann è un po’ uno dei suoi pezzi forti, con un tema comunque classico, la storia e la caduta di una grande famiglia. Il romanzo, anche se rileggendolo oggi, mostra una certa ridondanza barocca, soprattutto nelle descrizioni accuratissime dei personaggi, sia fisiche che del loro abbigliamento che dura intere pagine, rappresenta comunque un colossale affresco sulla vita della borghesia nordeuropea dell’800. Un’ambientazione fastosa che certamente eccitava la fantasia di un Visconti, con ambienti carichi di mobili d’epoca e tappezzerie fastose, vestiti di seta, trine, ghette e guanti bianchi. 

La storia si snoda attraverso quasi cinque generazioni della famiglia Buddenbrook nella città anseatica di Lubecca, l’inno al potere di una borghesia rampante che stava soppiantando la nobiltà in forza degli affari, dei commerci e del danaro che tutto questo comportava. Il danaro che, ad onta di tutto il resto, dignità, onestà, reputazione, era poi alla fine l’unico ed il vero strumento di misura del potere per cui le diverse famiglie lottavano senza tregua, per avere la supremazia e il rispetto nella città. Un raccontare ricco e puntiglioso in cui vengono ben delineate le diverse figure con tutti i loro particolari, i loro difetti, molti, e le loro virtù, poche. Ritratti gustosi e tristissimi che si alternano attraverso le vicende umane che conducono infine alla decadenza della famiglia, ridotta alle poche donne che rimangono alla fine del secolo, prive di sostanze e degli uomini che, pare, fossero gli unici in grado di dare lustro, in un finale che, fin dall’inizio, appare come un destino già scritto ed inevitabile. Se non ve lo ricordate più, una scorsa non fa male; per lo meno, pur con le ovvie tare che si portano dietro le cose scritte un secolo fa, si pesa subito la differenza tra un grande scrittore e tanta robaccia stampata adesso.


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martedì 10 settembre 2013

Recensione: Pearl Buck - Tutti sotto il cielo.

E’ probabilmente l’ultimo romanzo scritto dalla Buck nel 1973 poco prima della sua morte ed è forse quello che più degli altri rappresenta una sorta di compendio della sua vita. Dalla storia della famiglia MacNeil, si indovinano larghi tratti autobiografici, la vita trascorsa a Pechino e quella successiva in terra d'America. Ma a colpire è non solamente la vicenda pratica dell’emigrante di ritorno, con tutte le difficoltà insite nel rientro e nel doversi riadattare ad una vita ormai dimenticata o per i figli nati all’estero, affatto nuova e diversa. Lungo tutto il libro infatti, serpeggia la condizione terribile che spesso attraversano coloro che si trovano a vivere questa vicenda, stranieri in tutti i luoghi, pur avendo due patrie entrambe amate. Il dramma di trovarsi americani in Cina e cinesi in America, consapevoli di appartenere convintamente a due tradizioni diverse, che si comprendono entrambe e che dovrebbero solo arricchire invece di provocare continuamente sensazioni dolorose e nostalgie insoddisfatte. E’ però soprattutto la totale incomprensione di chi li circonda a rendere il tutto più difficile e pericoloso, quando si vorrebbe solamente spiegare la complessità delle situazioni a gente a cui invece non interessano i distinguo, ma vorrebbero solo spiegazioni e soprattutto soluzioni semplici, come quell’ascoltatore che alla conferenza in cui Malcolm cerca di spiegare le motivazioni dell’affermarsi del comunismo in Cina, gli ribatte che sarebbe certo meglio, invece di fare tante chiacchiere, buttare un bel paio di bombe atomiche per risolvere tutto. 

Non devono stupire questo tipo di semplificazioni che sono proprie non solo degli americani, molto disinteressati, si dice, a comprendere il mondo esterno a loro, ma ogni giorno dobbiamo constatare come sia più facile generalizzare e proporre soluzioni semplicistiche, di fronte ai problemi che ci pone continuamente la realtà e la storia. Sull’immigrazione, sulle crisi economiche, sull’affermarsi dei fondamentalismi, in generale la gente ha sempre un punto di vista molto semplificato e non riesce a capire come mai non vengano prese decisioni così facili e semplici da capire. Basterebbe mitragliarli sulla riva o tirare qualche bella bomba come dico io o rimandiamoli tutti a casa, è così semplice no? Si sente dire ogni giorno al mercato o al bar davanti al cappuccino. E’ troppo complicato cercare di capire la galassia delle differenze tra sciiti e sunniti, tra alauiti e wahabiti e così via. Questa frustrazione che dovette essere propria della stessa Buck nel periodo maccartista, in cui il fatto di avere vissuto in Cina rendeva la cosa di per sé sospetta, dovette pesarle molto e la chiusura tutto sommato ottimista del libro va forse messa in relazione alle caute aperture che in quel periodo si prospettavano verso l’Oriente, con l’inizio di cauti contatti extradiplomatici e lo storico incontro avvenuto appena un anno prima tra Nixon e Mao con la famosa politica del ping pong. Interessante proprio per i temi davvero universali che propone.




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lunedì 9 settembre 2013

Recensione: Pearl Buck - Figli

Un libro molto in linea con lo stile più classico dell’autrice, profonda conoscitrice della Cina e seguito ideale de La buona terra. Una saga familiare che pone la sua attenzione, come si evince dallo stesso titolo, sull’importanza che rivestono i figli, naturalmente maschi, nella storia delle famiglie. Nella Cina estremamente indebolita dell’inizio del secolo scorso, in cui il potere centrale aveva scarsa presa sulle provincie lontane, si creavano centri di potere locali nelle mani di piccoli signorotti della guerra che con milizie proprie tenevano un predominio sulle popolazioni. Su tutto, i concetti, comuni a tutte le culture, della roba e della terra, topoi costanti delle storie della Buck. I tre figli di un ricco proprietario terriero, che era partito da umili origini e che aveva creato dal nulla la potenza della famiglia, prendono strade diverse ed i loro figli ancora di più, vista la loro incapacità di trovare una dirittura di insegnamento che potesse metterli in grado di proseguire le orme del capostipite. Alla fine il ritorno a quella terra che aveva dato la potenza alla famiglia e che era stata poi snobbata in favore di altre, più lucenti chimere. Nel mezzo tutta una serie di figure tipiche della società contadina e provinciale cinese, come sempre godibilissime, sempre pronte a sottolineare la dura posizione della donna, davvero marginale e meschina in quella società. Ma il nuovo avanza e sullo sfondo incombono le avvisaglie di quei movimenti e quelle idee rivoluzionarie che ancora fumose ed embrionali di cui nessuno riesce ancora a capire la portata futura dirompente. Per chi ama il genere e soprattutto l'ambientazione, si può ancora leggere con piacere.

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sabato 7 settembre 2013

Recensione: L. Roccia - Ci ho messo una vita ad avere vent’anni.

Un libro tutto sommato divertente soprattutto per i torinesi che conoscono molti dei nomi citati in questo racconto autobiografico in cui, uno dei più noti medici piemontesi, Luciano Roccia, percorre la storia della sua vita. Roccia, famosissimo in Italia ed all’estero per aver portato tra i primissimi, l’agopuntura nella pratica medica, soprattutto per la cura del dolore e le sue peculiarità anestetiche, si racconta senza veli. Senza dubbio una vita di avventure incredibili che lo ha portato in giro per il mondo in una girandola di situazioni e di donne bellissime, al cui fascino è evidentemente sempre stato molto soggetto. Certo la letteratura è un'altra cosa, ma il volumetto si legge velocemente e il divertimento del racconto vi indurrà ad una certa benevolenza nel giudizio letterario. Come a tutti gli scrittori della domenica, molto si può perdonare facilmente in cambio di una storia ricca di aneddoti e facezie.



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venerdì 6 settembre 2013

Mare v/s Monti: vexata quaestio.



Il lungo e sofferto commento di ieri al mio Siamo nati per soffrire, da parte di Corto Maltese, necessita di una risposta un po’ più articolata di un semplice botta e risposta, per cui oggi ho pensato di confezionare quello che l’amico Dottor Divago ha codificato come Ris-post, diciamo un post che funge da risposta e contrappunto vero e proprio a commenti così meditati e densi di contenuto. Ora, caro il mio Maltese (non ti posso certo chiamare Corto perché constato e d’altra parte conosco la complessità del tuo argomentare) so bene la febbre che ti divora (nomen omen) e il fuoco sacro che subito ti avvolge al solo parlar di montagna, purchessia. Eppure ti conosco come conoscitore ed estimatore anche dell’altro elemento. Capisco, il Caribe è altra cosa, ma sono convinto che il concetto di mare in sé non ti sia nemico, anzi. Ora lungi da me voler impostare una diatriba sulla superiorità tra montagna e mare, sarebbe di certo ozioso ricercarla. D’altro canto a quel tale che argomentava lunghi distinguo tra la bionda e la bruna, è stato ben risposto: perché non tutte e due, filosofia che mi trova pur sempre d’accordo. Ma voglio insistere sul fatto che per la mia sensibilità, che tu hai già ben sottolineato in altro campo, dallo gnocco alla cerva, quella situazione che presenta il mare e che potremmo modernisticamente definire come “liquida”, in contrapposizione alla statica solidità che al monte, maggiormente si addice. Capisco il tuo elogio della montagna, vista come sfida continua a raggiungere la vetta, che ti attende, motore immobile, attirandoti magneticamente con la continua minaccia della richiesta, al tuo corpo di un ulteriore sforzo per concedersi, demi- vierge scostante che il piacere della conquista ti spinge ad affrontare. 

Il mare invece è lì a disposizione, si offre semovibile come dicevano Cochi e Renato, sempre disponibile ad accoglierti, fille de joie che ne ha già viste di tutti i colori e ti promette sempre nuove esperienze, pronto ad avvolgerti in un abbraccio amniotico, un ritorno alla sicurezza dell’utero da cui veniamo e a cui continuamente bramiamo ritornare. Forse però è vero che è sbagliato cercare supremazia tra le due offerte ed è più giusto afferrarle entrambe, cum grano salis naturalmente, per cui la Rognosa te la lascio volentieri (e anche la ragazza che hai citato, direi che ha già dato in merito) e approfitterò invece della pur assai popolata battigia per sognare terre lontane, preferendo la breve sofferenza dell’offesa del ciotolo arrotondato sulla pianta del mio piede tenerello, alla costrizione insopportabile della pedula, infame strumento di tortura, stivaletto malese dell’inconscio, tritatrice ultima di unghie dei pollicioni. Niente gambe indurite, piante dei piedi dolenti e ricoperte di bolle, niente fiatone disperante per la mancanza di ossigenazione di polmoni ormai infiacchiti e non certo per un sano ed orgasmico entusiasmo, ma stazione orizzontale prolungata e galleggiamento pur precario nell’elemento più docile ed avvolgente, al fine di poter, invece di costringere il muscolo, liberare la mente nei consueti voli pindarici propri del pensionato. Salutami gli amici ortolani e boletofagi che ti seguiranno domani (che è poi oggi) e bacia come si merita la deliziosa fanciulla che per amor tuo si sottopone a questi supplizi camminatori, altro che Cinquanta sfumature e simili pulsioni sadomaso!


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giovedì 5 settembre 2013

Recensione: T. Terzani - Fantasmi.

Un volume di grande interesse che raccoglie tutti i reportage e gli articoli di Terzani sulla Cambogia usciti sui giornali italiani a cui ha collaborato con l'aggiunta di quelli pubblicati su Der Spiegel, inediti in Italia. Un libro fondamentale per capire la storia recente e passata di questo paese straordinario. Indispensabile a chi vorrà visitarlo e per chi, avendolo già visto non riesce a dimenticare i cumuli di ossa ammonticchiati nei santuari degli Khmeri rossi. La storia ti accompagna passo passo fin da quando la guerra del Vietnam stava per finire e la rivoluzione che avanzava era vista da tutto l’occidente con speranza e simpatia. Terzani la visse in prima persona sul posto, lasciandoci quasi la vita. Poi poco a poco, quando si chiusero ermeticamente le frontiere e cominciò il tragico esperimento della creazione dell’uomo nuovo che doveva passare per lo sterminio reale di quasi un terzo della popolazione, si rese conto dai racconti dei profughi che arrivavano in Thailandia attraverso la foresta, dapprima incredulo, temendola propaganda, poi, con grande onestà intellettuale, riconoscendo i suoi errori di giudizio, degli orrori che stavano accadendo al di là del confine, tra il totale disinteresse internazionale che anzi, accettava Pol Pot come unico referente ufficiale. 

Il rivoluzionario che aveva studiato a Parigi, che voleva liberare il paese dalla corruzione e dalla decadenza che arrivava dall’occidente, che voleva aprire i luoghi del potere come le scatolette di tonno e che sognava per il “suo” popolo nuovo, una decrescita felice che facesse scomparire il denaro, fonte di corruzione per un ritorno totale alla campagna, era partito come un liberatore dalla politica sporca e corrotta che lo aveva preceduto. Per venti anni Terzani continua a seguire le vicende di questo paese, descrivendocele puntualmente, riuscendo ad intervistare tutti i principali attori dei fatti e non riuscendo ad accettare che, quando tutto il mondo si è ormai reso conto dei massacri compiuti, si debba pragmaticamente invitare al tavolo delle trattative anche i colpevoli delle atrocità più terribili della storia dell’umanità. Davvero un libro da non perdere se intendete programmare un viaggio in questo meraviglioso paese, per capire davvero la Cambogia e i Cambogiani.



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mercoledì 4 settembre 2013

Otarie in pensione.



Non so darmi una spiegazione. Certo anche la montagna mi piace molto, ma il mare ha qualche cosa di indefinibile e di indefinito che mi prende non appena arrivo a vedere la linea retta di quell’orizzonte incerto, di quel confine che quasi si confonde col cielo, in quella leggera sfumatura di azzurri che si sfrangia lontano. In fondo anche in montagna sto da papa, mi spaparanzo a guardare il verde cupo dei contrafforti e i crinali corrosi dalla natura, tranquillo e beato, ma al mare, c’è un non so che di mistero e di possibilità aperta che mi tiene più sulla corda, mi fa sentire tonico invece che mollaccione, sebbene spiaggiato sul bordo dell'arenile a sentire l’onda che si frange leggera. La montagna è chiusa; il mare è aperto; all'esterno, alla conoscenza, all'altro da sé, alla possibilità di esplorare il mondo. Anche quest’anno dunque ce l’ho fatta a conquistarmi questo posto al sole, protetto da regolamentare ombrellone casalingo s’intenda e posso fare esibizione di me tra i sassi consumati dalla risacca, come un robusto tricheco a protezione del suo harem. Butto l’occhio appannato intorno. Siamo ormai nella stagione di appannaggio del pensionato nullafacente che intasa le spiagge, lamentandosi di tutto, salvo ringraziare il cielo che ancora gli viene consentita questa vita di delizie. Molti di questi sono probabilmente già morti, solo che ancora non se ne sono resi conto. 

Sulle spiagge sassose di Mentone, la fauna è varia ma sempre uguale, come la popolazione delle otarie sulla costa della Namibia, ci si ammucchia sdraiati in ordine sparso cercando una buona posizione tra il ciotolame. In massima parte italiani arrivati qui non avendo abbastanza dané per permettersi un monolocale in Liguria e qualche francese con in mano Nice Matin dove campeggia il faccione della Le Pen che spara contumelie contro les Arabes. Niente di nuovo insomma neanche quest’anno. I gruppi misti di madame che sferruzzano, lanciando un’occhiata distratta ai nipoti lasciati in ostaggio da genitori lavoratori, parlano di pomodori e di bouillabaisse e ormai non si tirano nemmeno più in ballo cavaliere e bunga bunga, argomenti già venuti a noia. Posso sonnecchiare sereno; mollare a lato il libro che ho tra le mani e che ormai faccio fatica a tener su (ma quando mi deciderò a prendere un e-reader) e aspettare di aver troppo caldo per rimanere sdraiato e far scivolare il corpaccio unto verso l’acqua che aspetta di abbracciarmi, dandomi la deliziosa sensazione di una congrua diminuzione di peso corrispettiva al volume dell'ingente volume d'acqua spostato. Grazie Archimede.


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Puzza.
Les kouignettes
Siamo nati per soffrire.

domenica 1 settembre 2013

Tanka: La bella gru bianca allarga le ali.

Tai Ji in Cittadella col Maestro Damiano Doria.


Aria tra i palmi,
ancorato alla terra;
cerco me stesso.

La luna ride, grassa,
Quanto inutile affanno!


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Tarda primavera.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!