Visualizzazione post con etichetta Menton. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Menton. Mostra tutti i post

venerdì 9 giugno 2023

Madelaines e estate incipiente

Menton - Francia

"Destinazione mare
Ho chiuso la vita invernale
Do fiducia alla nuova stagione
Che tarda ad arrivare
Non smetto mai, non smetto di sperare"

La voce di Tiziano Ferro è piacevole ed evoca atmosfere di cruda bellezza, adatte ai momenti in cui devi adattarti a nuove situaziomi, quando pensi di aver chiuso definitivamente un capitolo e hai solamente la voglia di aprirne un altro. Il profumo delle madelaines riempie la cucina mentre faccio colazione, è un sentore di buono che ti rappacifica col mondo. Capisco bene Marcel che ne aveva fatto un punto fisso della sua Recherche, certo le sue motivzioni erano assai più profonde e la sua ossessione di certo molto più motivata, inoltre le mie madelaines non sono certo fragranti e delicati dolcetti appena sfornati dalla vicina pasticceria, ma semplicemente prodotti da forno industriali del vicino supermercato, anche se proclamano con vigore di non contenere assolutamente il bieco olo di palma e ça va sens dire, anche senza un sacco di altre cose mefitiche, il green washing colpisce senza pietà e di certo non assillava le mattine di Proust, ma il profumo c'è e non si può negare che poche cose come i profumi, gli odori, siano evocativi  più delle parole. Così questo aroma mi dice semplicemente Francia, Cote, aria pulita, luce intensa che tratteggia gli alberi di limone sulla collina. La spiaggia poi, in questa stagione ancora di passaggio, è splendidamente deserta, mancano decisamente le orde di pensionati italiani che attendono la fine della scuola per sobbarcarsi i nipoti e quei pochi gruppetti che si raggrumano sotto le scalette camminando con fatica sulla ghiaia grossa è costutuito essenzialmente da vedove che sperano che Macron l'abbia vinta sui casseur e risolva il problema pensionistico per consentire loro di godere ancora per un po' della reversibilità del marito. Beh ognuno pensa ai suoi problemi, si capisce. 

Comunque il sole fatica a faresi vedere deciso e per fortuna, perché oggi mi son dimenticato sia cappello che crema e non vorrei, già oggi pomeriggio cantare l'Aida, come si dice in questi casi. Il mare sembra davvero un olio, sarà che ci siamo fermati in una caletta abbastanza riparata e l'acqua è talmente chiara che si vede il fondo annche a un paio di metri, sembra davevro di essere ai caraibi, non fosse per la ghiaia. Il problema è calarsi dentro all'acqua, già perché pare di entrare dentro un freezer, altro che storie. E' un po' quella morsa che che ti prende i piedi appena scendi dal bagnasciuga e poi sale sui polpacci, modento le gambe come un cane inferocito. Resistere, che poi passa, è vero, dopo un po' gli arti sono intorpiditi completamente e ti sembra di essere ancora su quel lettino, pochi giorni fa quando le sostanze inoculate, a fin di bene certo, ti avevavo intorpidito il corpo oltre che il cervello. Insomma non è che si può rinunciare, ormai siamo qua e bisogna buttarsi, anche perché dovrebbe essere una mano santa per noi convalescenti. Chissà, essere un po' più in su, sulla collina in uno dei grandi alberghi belle epoque, anche se ormai sono tutti condomini pieni di cuneesi, tolta la divisa da ufficiale zarista e avvolto in un accappatoio immacolato dopo il bagno caldo, guardando di sottecchi la duchessina Elisejeva, sulla balconata, che guarda il mare e fa finta di non accorgersi della tua presenza. Solo cento anni fa, però che tempi. Invece noi stiamo qui ad arrostirci coi piedi nel ghiaccio in forse se buttarci o no. Alla fine prevale il coraggio e giù, un urlo soffocato anche per non turbare le madames, che si tengono le mani davanti alle prugne avvizzite, memori di tempi migliori quando si esponevano assieme a Brigitte, bramando il sole che non c'è. Una volta dentro però, che bello, il freddo passa subito, più che altro è il corpo che diveta completamente insensibile e neppure sentirebbe più l'odore delle madelaines. Certo che a giugno il sole è comunque infido e picchia duro anche attraverso le nuvole, così ci sono cascato per l'ennesima volta. Primo giorno, bella scottata e mal di testa. Speriamo passi per domani.



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

martedì 21 settembre 2021

Trichechi e otarie

Battigia - Menton - sett. 21

Ohibo! Ho fatto un piccolo conto in un attimo di lucidità. In questi giorni dormo più o meno dalle 10 di sera alle 9 di mattina, circa 11 ore, a cui vanno aggiunte un paio d'ore di pennichella al pomeriggio, un paio d'ore tra operazioni nutritive, di cura del corpo e di esigenze fisiologiche varie, durante le quali opero in totale automatismo, in una sorta di totale annebbiamento mentale. A queste vanno aggiunte un paio d'ore di dormiveglia sulla spiaggia, cullato dal dolce suono della risacca e infine un'oretta (suddivisa in due mezz'ore, prima e dopo il dormiveglia) a mollo nell'acqua alla quale accedo strisciando come un tricheco spiaggiato senza curarmi dell'harem di tricheche che mi circonda, obnubilato ormai come sono. L'acqua è il mio elemento vitale, ci starei dal mattino alla sera, anche se in effetti non so neanche nuotare, ma rimanere cullato dall'onda con l'apparente sensazione di essere senza peso come quando l'aereo stratosferico, dopo aver raggiunti la quota di massima parabola, si lascia andare alla discesa e tu rimani lì a galleggiare senza peso per una decina di minuti (tutti avranno provato questa magica sensazione, almeno credo) non ha prezzo, così almeno dice Elon Musk. In effetti per me rimanere per un'oretta con questa sensazione di essere con una trentina di chili in meno di peso, così mi assicura Archimede, è così piacevole, da farmi rimanere appunto in uno status di assenza di pensiero, una pace mentale, una sorta di atarassia prospettica, dalla quale non mi smuovono né i bagnanti festosi, pochi in questa stagione, né le onde più violente provocate dalle barche di passaggio. 

Insomma, se avete fatto la somma siamo a circa 18 ore di totale stand by mentale, senza neanche la lucina rossa accesa, non mi serve. Rimangono solo sei ore giornaliere per pensare e di questi tempi direi sono già fin troppe. Qualcuno dirà che mi sto preparando al sonno eterno e sto allenandomi al momento in cui diventerò cliente di Bagliano. Ma se ci pensate bene, in fondo sei ore per pensare non sono poche. Quando prestavo la mia opera al mondo, obbligo necessario per procurarmi da vivere, cosa che ho sempre considerato una punizione biblica, benché abbia avuto la fortuna di fare un lavoro di grande piacevolezza, ma chi lavora come dipendente ha questo destino purtroppo, d'altra parte non ho avuto la voglia e la capacità di mettermi in proprio, per tentare soddisfazioni diverse, dovevo forzatamente dedicare dalle otto alle dieci ore al giorno, molti sabati inclusi a utilizzare la mia attitudine mentale (le braccia no, quelle non ho mai saputo o dovuto adoperarle, essendo nato con due mani sinistre e inadatte a qualunque lavoro fisico-pratico, unico muscolo usato nella vita, la lingua, pur senza aver mai fatto l'attore porno, non avevo le fisique du rol), per fare cose che esulavano completamente dai miei interessi e quindi il mio lavoro mentale era completamente avulso dalla mia vita personale. 

Unite alle otto ore di sonno e poco altro ecco che anche qui non rimanevano che sei ore scarse per le mie elucubrazioni e meditazioni filosofiche, più o meno quanto adesso. Quindi non accetto nessuna critica in merito e continuerò a rotolarmi ancora per un po' di giorni tra battigia e acqua da buon tricheco anche se non dispongo di uno strato di sugna paragonabile, anche se mi ci metto d'impegno per incrementare lo spessore e difendermi dal freddo artico, che mi consenta di rimanere immerso di più senza sentire la morsa del gelo quasi autunnale dell'acqua della côte, siamo sui 25°C esterni, non so l'acqua che mi avvolge, dove i branchi di otarie che mi circondano, sguazzano felici occupando il mio spazio vitale. Vuol dire che questa sera cercherò di incrementare lo stato con qualche ostrica e un bel fritto misto, poi vi dirò.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

mercoledì 15 settembre 2021

Eden

 

Menton

Mi sono fatto convinto, direbbe Montalbano, che se c’è mai stato un giardino dell’Eden, o come volete chiamarlo a seconda della vostra religione, che ognuna ha il suo particolare Paradiso terrestre, questo è sicuramente stato ideato in riva al mare. Non c’è ragione che non sia così, date retta a me che ne ho viste tante e tanti di posti bellissimi e accattivanti. Certo la montagna è magnifica, le vette incombono e portano a considerare il sentimento del sublime, d’accordo, ma al mare innanzitutto c’è il mare e questo credo che nessuno lo possa negare, è un assioma lapalissiano e incontestabile. E al mare non puoi stare che bene. Bastano i piedi al contatto con la sabbia, quella pressione delle dita che la penetrano come fosse carne viva, calda e pulsante, il leggero crocchiare che provoca il tuo peso quando il tallone la penetra e la stessa fatica dell’onda che bagna appena la riva, dove vai a mettere il piede affinché sia lambito dolcemente, affinché tu possa sentirne il calore, l’umidore accogliente di quel liquido amniotico da cui arriva la vita di questo pianeta. La carezza del sole sulla pelle e il profumo che ad occhi chiusi senti arrivare da quel piano azzurro in perenne movimento, un odore salso e sapido, di alga viva, di pietra bagnata, di scoglio scolpito dall’impeto della spuma bianca che lo tormenta nell’acme  infinito, mentre si sbrindella in mille schizzi di piacere. 

Il caldo non ti soffoca mai, intanto perché sei pressoché nudo, quasi allo stato di natura, anche se sgradevole alla vista, ma pazienza, in fondo nessuno vede se stesso e la tendenza comunque è a soprassedere, a giustificare, in ogni caso a non essere troppo severi nel giudizio, anche se non ci sono vesti che occultino o camicie che facciano difetto. E se per caso fa troppo caldo, proprio lì a due passi, c’è il più straordinario modo di rinfrescarsi, ogni altro è un succedaneo, un sostituto miserevole e non paragonabile al bagno di mare. Una vasca infinita nella quale crogiolarsi all’infinito e poi ancora. E quando ne sei sazio, se mai arrivi ad esserlo, c’è tutto quello che sta alle spalle della battigia, una terra di latte e miele, da cui vengono brezze di monte, leggere e profumate, sentori di rosmarino e borragine e più avanti odori più forti di lentischi e tamerici selvagge ed aspre (sempre così sono le tamerici, lo dicono almeno i poeti, io non so neanche cosa siano, al pari degli asfodeli dell’altro giorno, ma dai, fa tanto poetico e suona benissimo). Il monte del mare poi, è quasi sempre selvatico e spinoso, la macchia mediterranea impenetrabile e aspra, ma ricca di profumi forti e distintivi che richiama sempre il salmastro dell’ingombrante vicino. 

In questa stagione poi, la folla ha lasciato la spiaggia e stare sulla rena a piedi nudi, quasi da soli (oggi ci saranno state venti persone in un chilometro), solo qualche presenza lontana che prova col piede la temperatura dell’acqua, non ha prezzo. Sarà per questo che per non farti godere troppo, chi pensa all’organizzazione generale ha deciso che da oggi qui sulla côte debbia piovere, cielo grigio e nuvole spesse che non promettono nulla di buono, come dire: non farti troppe idee in fondo sei un travet con la nuvoletta nera che ti segue, non pretendere troppo, soffri in silenzio e vediamo se starai bravo, tra qualche giorno. Anche domani pioverà, stavolta copiosamente, pazienza, tanto siamo già nel paradiso terrestre, perché lamentarsi, al limite come consolazione, c’è sempre la sfilata dei ristoranti sulla passeggiata. E se non mi sentite per qualche giorno non fateci caso, un po’ sarà la pigrizia che mi prende quando mi spiaggio come un otaria, un po’ il roaming che con i suoi costi nascosti mi impedisce di collegarmi.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

lunedì 16 settembre 2019

Mare, profumo di mare...


Che ci volete fare, la Cote ha un profumo speciale, la macchia mediterranea, i cespi di rosmarino e quelli di lavanda, il sentore di aglio che esce dalle finestre aperte delle case sulla strada mentre torni a casa. E poi la luce, quella intensa e forte che ti obbliga a socchiudere gli occhi e pervade tutte le superfici, schiarendole un po' ma senza cancellare i colori, che diversamente sarebbero così intensi, così violenti. D'altra parte, se venivano fin qui quei pittori che hanno saputo rivoluzionare la fine dell'800 è proprio per l'impressione che conferisce all'ambiente questa straordinaria luminosità, che forse fa bene anche anche allo spirito e non soltanto all'occhio. Luce per schiarire l'oscurità, anche quella dei pensieri. Aroma di limoni, aspro e dolce allo stesso tempo di quello di anice del Pastis, servito nei tavolini dei vecchi bar con le tavole di legno e le sedie impagliate dei villaggi arroccati sul monte che sorveglia le spiagge alle spalle. E se risali le balze di quello che rimane degli antichi terrazzamenti, ecco i tronchi secolari degli ulivi, custodi del tempo. Già, gli olivi che ancora producono poche bottiglie di olio gentile e leggero, che naturalmente se vuoi, devi pagare a peso d'oro e di certo, con la fatica che si fa a produrlo, non avrebbe senso pagarlo di meno. 

Scomparirà certo, ma intanto li vedi ancora questi tronchi straordinari contorti e "vecchi" oltre ogni altra parola. Basta vedere quelli di Cagne sur mèr, nella villa che fu di Renoir, arruffati e raggomitolati su se stessi, tante volte raccontati nei suoi quadri. Ma attenzione, sembra che anche qui assieme alle sparate dei sovranaioli nostrani e ai "moru" che di notte passano il confine sui sentieri del monte, abbiamo esportato anche la xilella, sì proprio lo stesso ceppo che arriva dalla Puglia, dove naturalmente tra i cultori delle sirene e delle scie chimiche, la sua esistenza era negata. Solo che qui non fanno come da noi, che si dà retta ai bufalari o si intervista sull'argomento Al Bano o altri esperti di questo livello, deridendo magari gli scienziati che si occupano del problema. No, qui lo prendono sul serio e mentre noi abbiamo lasciato devastare allegramente una superficie che tra poco coprirà l'intera regione, massacrando un'economia, qui, alla scoperta delle prime due piante colpite, hanno steso un cordone sanitario strettissimo, abbattendo subito quello che c'era da abbattere, senza tante storie. Neanche se ne è parlato più di tanto. Non fa notizia tra i tavolini, ai bordi delle strisce di ghiaietta spianata per giocare alla petanque, tra il profumo di Bandol e vin de sable rosé.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

venerdì 14 settembre 2018

Nice matin



 
Devo dire che Nizza è una città sottovalutata. Ci passi in macchina, tagliandola fuori con l'autostrada o attraversandola tutta sulle sopraelevate di grande scorrimento ed hai l'impressione di una città banale, fatta di grandi e disarmanti periferie e di traffico convulso, invece se ci cali dentro e vai appena più in là della promenade des Anglais, scopri un centro storico, quello della città vecchia e il vecchio porto, dove passeggiare diventa davvero un gran piacere. Belle piazze dalla presenza piuttosto italiana, come piazza Garibaldi (d'altra parte era Italia a tutti gli effetti no?), una gran serie di viuzze e vicoletti, tutti pedonalii naturalmente, dove puoi camminare per ore tra negozietti e locali per tutti i gusti, inclusi quelli che servono solo al banco e poi ti porti il vassoio al tavolo e ti mangi le varie specialità nizzarde, dalla socca alla pissaladiere e a tanto altro. Poi, magari nascoste dietro angoli antichi, gli ingressi seminascosti di belle chiese, poco appariscenti all'esterno, ma che manifestano tutta la loro voglia di esibizionismo barocco, non appena ne oltrepassi la soglia. 
Non dimentichiamo poi i musei, che mi riprometto ogni volta di vedere, specialmente quello di Matisse e quello di Chagall ed alla fine rimando sempre, tanto ho già capito, sarà per il prossimo anno a questo punto. Poi un'altra cosa che mi ha molto colpito, è il grande spazio, proprio a ridosso della città vecchia, che da poco tempo è stato occupato per un'area davvero enorme,  di un bellissimo giardino, curatissimo, nel quale passeggiare all'infinito, tra fontane, verde, fiori e alberi. Certo quasi tutta l'area prima era occupata da un gigantesco parcheggio, che a tale scopo è stato sacrificato, forse con gran nervosismo dei tanti italiani che arrivano e non sanno dove mettere la macchina, ma forse non sarà un piacere maggiore sedersi su un prato di erbetta che sembra un tappeto di lana, tra sbuffi di vapore freddo che si levano dal suolo per raffreddare la temperatura, piuttosto che schivare una fila di macchine incolonnate? 


Forse è così che si attira il turismo. E pensare che io vivo in una città dove per vincere le elezioni da sindaco devi promettere di togliere le vie pedonali dal entro e di ricoprire di asfalto i resti dell'antico duomo appena ritrovato per guadagnare12 posti al parcheggio sulla piazza centrale della città! Così va il mondo, che volete che vi dica, poi alla fine ognuno ha quello che si merita. Intanto io la giornata di ieri me la sono davvero goduta, bevendomi una bella birra ghiacciata, mentre guardavo tutte la belle ragazze che sfilavano intorno al mercato, con lo spettacolo del castello che domina il centro e la sua cascata d'acqua che sembra precipitare giù fino alle case o forse sarà stato anche il piacere di passare un bella giornata con cari amici che non vedevo da tempo, parlando di viaggi e di esperienze piacevoli. A' la prochaine!



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

domenica 9 settembre 2018

Voglia di far poco

Sarà l'aria. E' un mistero, ma quando sono qui sulla Cote, che qualche giorno di riposo, il pensionato bolso ha disperato bisogno di trascorrerle anche qui, vengo preso da un senso inesplicabile di sdilinquimento che mi farebbere trascorrere un lasso di tempo anche illimitato in una sorta di quieto abbandono, quasi un sonno dei sensi e dei pensieri, uno stato di assenza cosciente, che mi permetterebbe un dormiveglia indefinito, abbandonato indifferentemente sulla spiaggia o su una poltrona in terrazza, senza fare assolutamente nulla, se non leggiucchiare distrattamente un libro o scarabocchiare, sbagliandolo, un sudoku. E, dirò di più, non mi sento assolutamente in colpa, anzi meno faccio e meno farei; quasi quasi mi pesa anche varare faticosamente il mio imponente corpaccio lungo la pendenza della spiaggia, lasciandolo scivolare sulla battigia fino allo sciabordio dell'onda. Poi nell'acqua, l'amico Archimede aiuta molto e di nuovo diventa faticosissimo riguadagnare la riva. Però quello che stupisce, è proprio quell'atmosfera atona, in cui tutto è in stand by, specialmente il cervello, per cui leggi i titoli del giornale e invece di fare un balzo terrorizzato per quello che sta accadendo, ti giri dall'altra parte emettendo al massimo un leggero sospiro. 

O forse sarà la luce, questa luce forte che ti appanna l'occhio e rivigorisce i colori magnificandoli all'estremo, il verde delle piante, i viola, i rossi, gli amaranto dei fiori che a cascate si affacciano fuori delle case, le gonne leggere delle ragazze che svolazzano, le attrezzature da mare. E' una luce assolutamente diversa da quella a cui siamo abituati noi della bassa che del mare, da piccoli, avevamo solo sentito parlare. Per forza che tutti i grandi pittori dell'800 venivano qui, incantati proprio da questa luce assordante che ti segna l'anima e la pelle, ovviamente se non usi la protezione 50. Così rimango qui, neghittoso, ma senza sensi di colpa, in posizione orizzontale a respirare come diceva il Buddha, ma almeno lui stava seduto sui calcagni, io no, mi farebbero male le ginocchia. Non mi smuovono neppure sentori leggeri di fritture di pesce, pissaladière e bouillabbesse, che pure qui dovrebbero smuovere i morti. Non ho neanche la voglia o il desiderio di mettere insieme le informazioni, di studiare, di preparare tutta la logistica per la prossima partenza, che ormai è già lì che sta incombendo. Si sa, tempus fugit.  Già scrivere queste poche righe rappresenta uno sforzo notevole, per cui scusatene la povertà. Vuol dire che finisco di leggiucchiare il libro che stavo sfogliando, poi scivolerò nell'acqua con la grazia di un tritone innamorato di un affresco seicentesco. Domani vedremo.



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

mercoledì 3 settembre 2014

Al mare è un'altra cosa

Dite quello che volete ma al mare è un’altra cosa. Prima di tutto c’è il mare, che già non è cosa da poco. Te ne stai lì, a mollo, abbracciato da quel liquido amniotico che è un vero piacere fisico. E’ così, veniamo dall’acqua e ci stiamo da papi. Poi se sei grasso e corpulento, ti ci senti leggero come una piuma, fresco mentre fa caldo, baciato dal sole anche se non sei bello, respiri iodio anche se c’è puzza, ti passa pure la fame. Nell’acqua si sta bene, circondato da signore poco o nulla vestite che si stirano languide sotto la carezza del sole come bagnanti di Renoir, sì certo un po’ cicce e rosate, ma suvvia diciamolo forte, abbiamo coraggio, ma a chi piacciono le magre? E poi l’aria, tersa fina, piena di luce. Per forza che correvano qui da tutte le parti i pittori en plein air di fine 800. Dove la trovi una luce così chiara e netta da rischiarare anche gli animi più foschi, la più grigia malinconia. I ciotoli della riva risuonano sotto i piedi come campanelline tibetane. Ti raccontano di pace e di serenità. Voglia di dormire, di riposare sotto il sole caldo, ben riparato s’intende, che riscaldi le ossa sì, ma non offenda la pelle delicata. Ci sarà tempo per fare tutto nei prossimi giorni. Leggere un poco, preparare pezzi e qualche haiku lieve per quando non ci sarò, pochi giorni state tranquilli e studiare anche un poco quel nuovo mondo incognito che mi aspetta. Cibi leggeri e spirito rinfrancato. Ma come si sta bene al mare!

mercoledì 4 settembre 2013

Otarie in pensione.



Non so darmi una spiegazione. Certo anche la montagna mi piace molto, ma il mare ha qualche cosa di indefinibile e di indefinito che mi prende non appena arrivo a vedere la linea retta di quell’orizzonte incerto, di quel confine che quasi si confonde col cielo, in quella leggera sfumatura di azzurri che si sfrangia lontano. In fondo anche in montagna sto da papa, mi spaparanzo a guardare il verde cupo dei contrafforti e i crinali corrosi dalla natura, tranquillo e beato, ma al mare, c’è un non so che di mistero e di possibilità aperta che mi tiene più sulla corda, mi fa sentire tonico invece che mollaccione, sebbene spiaggiato sul bordo dell'arenile a sentire l’onda che si frange leggera. La montagna è chiusa; il mare è aperto; all'esterno, alla conoscenza, all'altro da sé, alla possibilità di esplorare il mondo. Anche quest’anno dunque ce l’ho fatta a conquistarmi questo posto al sole, protetto da regolamentare ombrellone casalingo s’intenda e posso fare esibizione di me tra i sassi consumati dalla risacca, come un robusto tricheco a protezione del suo harem. Butto l’occhio appannato intorno. Siamo ormai nella stagione di appannaggio del pensionato nullafacente che intasa le spiagge, lamentandosi di tutto, salvo ringraziare il cielo che ancora gli viene consentita questa vita di delizie. Molti di questi sono probabilmente già morti, solo che ancora non se ne sono resi conto. 

Sulle spiagge sassose di Mentone, la fauna è varia ma sempre uguale, come la popolazione delle otarie sulla costa della Namibia, ci si ammucchia sdraiati in ordine sparso cercando una buona posizione tra il ciotolame. In massima parte italiani arrivati qui non avendo abbastanza dané per permettersi un monolocale in Liguria e qualche francese con in mano Nice Matin dove campeggia il faccione della Le Pen che spara contumelie contro les Arabes. Niente di nuovo insomma neanche quest’anno. I gruppi misti di madame che sferruzzano, lanciando un’occhiata distratta ai nipoti lasciati in ostaggio da genitori lavoratori, parlano di pomodori e di bouillabaisse e ormai non si tirano nemmeno più in ballo cavaliere e bunga bunga, argomenti già venuti a noia. Posso sonnecchiare sereno; mollare a lato il libro che ho tra le mani e che ormai faccio fatica a tener su (ma quando mi deciderò a prendere un e-reader) e aspettare di aver troppo caldo per rimanere sdraiato e far scivolare il corpaccio unto verso l’acqua che aspetta di abbracciarmi, dandomi la deliziosa sensazione di una congrua diminuzione di peso corrispettiva al volume dell'ingente volume d'acqua spostato. Grazie Archimede.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:
Puzza.
Les kouignettes
Siamo nati per soffrire.

mercoledì 19 settembre 2012

Gorbio, un village pérché.




Un altro consiglio per un pomeriggio da passare lontani dalla spiaggia, se non ne potete più di sole e di acqua salata. Per chi è in zona dunque, ecco Gorbio, uno dei tanti paesini arroccati in posizioni a nido d’aquila, appena a ridosso della costa. Per una stradina di otto chilometri, partendo da Mentone, che risale una valle all’apparenza solitaria e selvatica, tra pini, olivi e macchia mediterranea, tra rocce incombenti e scoscesi strapiombi,  arriverete sullo sperone roccioso su cui è abbarbicato un gruppo di case il cui colore quasi si confonde con la roccia, se siete controsole. Nella piazzetta che vi accoglie al limitare del paese, fa bella mostra di sé, un olmo tricentenario piantato nel 1713 in occasione del trattato di Utrecht, con il quale tutta la regione veniva passata al regno di Savoia. Ti avventuri per le stradine coperte, tra le case con le piccole finestre e le facciate corrose dal tempo, nel dedalo dei vicoli, scansando gli anziani che lungo le ripide scale giocano alle tradizionali bocce quadre (eh se no sarebbe un bel problema, rincorrerle giù fino al mare) fino ad arrivare alla chiesa che compare all’improvviso dietro un angolo e alla cappella dei penitenti neri. Poi proseguendo nel labirinto di viuzze arrivi al punto più alto del paese, alla torre Lascaris, il palazzotto fortificato (ce ne sono già tracce nell’anno 1000) dove dal sommitare potrai godere di un panorama di tutta la costa davvero impagabile, che nelle giornate più chiare arriva fino al promontorio di Bordighera. Volendo potrete anche ritornare a piedi (è tutta discesa, ehehehe).





Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:


sabato 3 settembre 2011

Siamo nati per soffrire.


Sì, ci sono momenti in cui è davvero difficile prendere la decisione; anche perché sai cosa ti aspetta e vuoi allontanare da te l’amaro calice. Ma prima o poi bisogna dimostrarsi uomo ed andare in fondo al proprio destino. Eppure stavi lì, tranquillo, coricato o tuttalpiù seduto senza che nessuno ti sollecitasse, senza che ci fossero obblighi di alcun genere; potevi continuare così per un tempo indefinito. In fondo cosa è il tempo durante la meditazione? Una variabile trascurabile dell’esistenza, un aspetto privo di valore da non considerare. Allora, avevi appena finito di compitare un kakuro; avevi sbagliato tanto per cambiare, ma nulla turbava comunque la tua serenità. Chi se ne frega se il kakuro non viene, è un altro non essere che dà sfogo ai contatti delle sinapsi, ma il terzo occhio della mente intanto vaga lontano, concentrato su un punto fisso, dove all’infinito si incontrano le linee dell’orizzonte. Due azzurri diversi ma non ridondanti, due aspetti del fuori di te che si assimilano, si confondono. Forse è il sole che picchia troppo forte. Ecco allora che, come spinto da una forza estranea e maligna al tempo stesso, la tua massa corporea (notevole peraltro) si leva come per magia, frutto di meditazione tantrica o di levitazione magnetica e scivola lenta ma decisa verso il suo varo naturale. La ripa ciottolosa agevola la discesa verso la superficie liquida in lieve movimento. E’ un attimo. Quello che dovrebbe essere il naturale abbandono in un desiderato liquido amniotico in cui proseguire l’ottundimento dei sensi si rivela per quello che è. Un terrificante luogo di supplizi. Già il ciotolume infame ha offeso la tenera pianta delle estremità stanche, ma si pensava che la sofferenza sarebbe stato presto lenita dalla legge di Archimede, non appena a varo concluso, il peso avvertito del corpo fosse stato sminuito dalla spinta verso l’alto. Purtroppo si erano fatti i conti senza l’oste. Il primo contatto con la superficie liquida mostra immediatamente quale sarà la morte di cui si dovrà morire. Una temperatura artica, assolutamente inopportuna per questi luoghi e per queste ore, ha trasformato l’onda che si frange sulla battigia in uno strumento di tortura. I piedi sono ormai dentro, non si può recedere dal cimento e già mille aghi di gelo penetrano la tenera cute; man mano  che si procede più avanti, il tormento sale  impietoso lungo i polpacci, raggiunge le cosce ben  tornite (così diceva Omero) e devi prepararti ad affrontare la prova più dura. Una sosta si impone, per raccogliere le forze e tentare una resistenza. Ma sta per arrivare il momento più duro, quando lo sciabordìo dell’onda tenta maligna di bagnare quel che non vorresti mai. Il costumino è ben poca barriera al gelido abbraccio a cui ti appresti. Tenti di salvare il salvabile e mentre l’onda arriva impietosa, ti rizzi sulla punta dei piedi o alla peggio tenti un piccolo saltello per evitare l’inevitabile, ma poi, eccone una più violenta e cattiva e una torbida mano di ghiaccio ti afferra e ti strizza, non ti lascia più, ormai ne sei preda posseduta e ti trascina nel gorgo. Ancora un fiato, un’ultima resistenza mentre sale il livello circondandoti il molle ventre che solo chiederebbe calde carezze e ti lasci andare vinto definitivamente mentre l’acqua ormai ti arriva alla pappagorgia. Poi come per magia fisica o forse termodinamica la sensazione di gelo si attenua, gli aghi ghiacciati si ritraggono, gli iceberg puntuti altro non sono che colpi di onda quasi tiepida e piacevole. Che goduria il bagno, quasi quasi sto a mollo fino all’ora di pranzo!  

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!