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mercoledì 24 novembre 2010

Con la cultura non si mangia.

Si fa presto a parlare di cultura. C'è chi dice che la cultura non si mangia, altri estremizzano sottolineando che "con" la cultura non si mangia, dimenticando, magari chi ci vive. Sarà pur vero che senza soldi non si fa cultura, ma alla fine io credo che in qualche modo a questo pane è difficile rinunciare e si tentano strade parallele. Ero al primo anno di università e grazie ad un inatteso risultato alla matura, avevo avuto un posto gratuito al Collegio Universitario di Torino. Uscito quindi per la prima volta dal guscio di una cittadina di provincia, dove al massimo avevo visto la Corazzata Potionkin al circolo del cinema del sabato mattina (con conseguente dibattito, naturalmente), mi ritrovavo di fronte ad un'offerta vasta e stimolante di musei, arte e spettacoli a cui non ero abituato.

Mi attirava soprattutto il teatro, ambiente e fenomeno a me ancora completamente sconosciuto. Che però costava un sacco, cosa che pareva tagliar la testa al toro. Fui così coinvolto da un compagno di collegio, un napoletano scafato alle difficoltà della vita, che mi aprì le porte del gruppo della clack del teatro Alfieri. Si andava una mezz'oretta prima dell'inizio dello spettacolo e in uno stanzino, un anziano, almeno così mi sembrava, capoclack ci dettava le malizie del mestiere. La mano a conchiglia per dare un colpo secco e il più possibile ritmato e rumoroso, ben distinguibile dalla massa che si sarebbe subito posta al seguito, scatenando un applauso fragoroso.

I momenti topici per il battimani, dalle entrate in scena della prima donna, ai punti chiave dove l'attore, al termine di un pezzo importante, disponeva una acconcia pausa in attesa dell'applauso; la ripresa quando, alla passerella finale, l'approvazione del pubblico, che si stava alzando per andarsene a casa, sembrava scemare prima delle varie uscite previste della compagnia. L'ordine era di non sprecare le forze quando la folla faceva il suo dovere, guidare invece il gradimento quando l'intensità dello stesso era sul punto di spegnersi, sempre con apparenza casuale, non preparata. Il capo avrebbe dato l'avvio con un paio di colpi ben scanditi e noi dietro, si era in cinque o sei, a rendere corposo l' avvio, poi le cose marciavano da sole. Lui stesso pensava a dispensare qualche "bravo" qua e là al momento opportuno.

Così mi feci tutta la stagione, affascinato da quel contatto con la parola viva, così lontana dalla patinatura della celluloide, così reale e vicina, così coinvolgente come mai avrei pensato. Mi godetti Gassman, Poli giovanissimo, Foa e tanti altri. Fui stravolto da Beckett e Ionesco, ammirato da Molière, stordito da Shakespeare e come mi parve affascinante la leggerezza di Goldoni che nelle letture a scuola pareva così insipido. Un orgia di sensazioni mai provate insomma. L'unico problema era quello di cercare di sfilarsi, mettendosi in fondo alla coda degli applausi finali, sfuggendo alle occhiate del cerbero che ci controllava. Il Collegio chiudeva a mezzanotte e venti e anche correndo, se arrivavi dopo, ti toccava andare a dormire alla stazione.


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lunedì 16 novembre 2009

Libiamo ne' lieti calici.

Kharkhov era allora una città sonnecchiosa. Noi la attraversavamo con una traballante Zhigulì bianca, passando sotto le cupole delle tante chiese ortodosse, tutte rigorosamente aperte e frequentatissime, accompagnati dal frenetico concerto dei colpi di tosse di Alexiej, più gravi e catarrosi e quelli più secchi e frequenti di Zhenija, che però, assicurandomi che si trattava di broncopolmonite, ma in forma lieve e che quindi stava benissimo ed era perfettamente efficiente, manifestava una insolità allegria nel constatare il degrado economico e di qualità di vita che ci circondava. Il fatto che gli chiedessero rubli al posto dei cuponi lo metteva di buonumore, una rivincita netta del suo status di russo così compromessa dal disfacimento dell'URSS che si avvertiva ogni giorno di più. Passammo in un supermercato, una mia fissa, quando sono in un posto che non conosco. E' sorprendente quante cose si capiscono della situazione di un paese, nei luoghi di commercio, guardando le pubblicità in TV o semplicemente osservando le vetrine dei negozi. Comprai tre rasoi elettrici per un totale di quattro dollari, utilizzando lo spread tra la velocità dell'inflazione e la lentezza della burokratija sovietica nell'aggiornamento dei prezzi, mentre le commesse mi blandivano in quanto italiano. Si era già sfruttata questa opportunità a Teberda quando per un dollaro ci eravamo comprata l'opera completa di Majakovsky, rilegata in nero, per Stefi, lasciando per probabile mancato utilizzo, delle belle mazze da hokey che venivano via a 20 cents cadauna. Altro che derivati. Il nostro ossuto Caronte per tre giorni, ci traghettò da un incontro all'altro, tutti con una caratteristica comune, la più totale e completa mancanza di soldi veri. C'era evidentemente, un notevole fermento di iniziative commerciali, con nomi fantasiosi come il grossista "O la borsa o la vita" o la gioielleria Ukranian Beauty ed anche le fabbriche come quella dei rasoi di cui ho già parlato o gli inscatolatori di interiora di pesce macinate e colorate di nero a simulare malamente un improbabile caviale. Erano tutti convinti che il commercio fosse una fonte miracolosa di montagne di dollari. Se era considerato un criminoso mezzo di arricchimento fino a pochi anni prima, significava che bastava aprire una attività commerciale per vedersi piovere addosso cascate di denaro facile. Ognuno che aprisse una rivendita di cioccolata o di televisori era certo, in qualche mese, di poter aprire una banca, perchè anche lì era chiaro che così sarebbero poi arrivati i soldi veri. Ma la realtà è sempre un po' più dura e complessa. Ad esempio alla fabbrica di gioielleria dove si contava di piazzare un ordine di scatolette, si accorsero che queste costavano più dei "gioielli" stessi e così ce ne andammo anche da lì sperando in un futuro migliore. La zhiguly esalò l'ultimo respiro e contemporaneamente bucò squarciando una delle gomme, liscia come la pelle di un neonato. Attraversammo allora il Gorky park a piedi nella neve poco profonda, calpestando le tracce lasciate dagli sci di fondo che percorrevano i lunghi viali di alberi carichi di bianco. Si sentivano solo le nostre risate ed i colpi di tosse dei malati che arrancavano con fatica. La luce gialla e bassa dei lampioni rischiaravano un poco l'oscurità del pomeriggio invernale, ma per la serata Alexiej ci aveva preparato un coup de théatre in senso letterale, infatti, preso il filobus di ordinanza, eccoci davanti all'Opera dove si rappresentava la Traviata. Che bello vedere la gente di un paese dove mancano anche i soldi per riscaldare le case, che non rinuncia comunque alla cultura, che non pensa solo ad aprire rivendite, a scambiare soldi, ma si veste nella maniera più elegante che gli consente la situazione e si siede nelle poltrone di un teatro, ascoltando con con commozione e applaudendo senza riserve. Anche i calici che l'ukraino stretto aveva trasfomato in bakaly erano levati al cielo tra le dorature dei palchi liberty. Fuori la notte era ormai fredda e gelata.

martedì 21 ottobre 2008

Teatro

Oggi voglio solo segnalarvi che:
Venerdi 24 e Sabato 25 Ottobre Nunzio Caponio e Francesca Falchi svendono le loro menti al Teatro Olata a Quartucciu (Cagliari) con: DENTROTERAPIA“...una seduta di psicoterapia dove una donna parla ad un uomo. Tra di loro un telefono che squilla, scandendo un match fatto di intuizioni e ragionamenti. Scoprirsi per scoprire. Segreti nascosti e rivelati, imbarazzanti fughe, mondi che si intrecciano. Un ironico ed acuto affresco sulle manie e sulle fissazioni della mente di due individui che si fronteggiano in cerca di una via d’uscita da una realtà che non gli appartiene più, in direzione di mondi altri...” a soli 5 "euri" approfittatene!

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!