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mercoledì 27 novembre 2013

Gōng - Chǐ.



E' ben nota quale sia in Oriente, l'importanza dell'onore e della vergogna che deriva dalla sua perdita irrimediabile. Addirittura in Giappone, per una persona che ricoprisse un alto rango, una funzione pubblica, uno status importante, era assolutamente insopportabile una posizione del genere. Il solo pensiero di essere sfiorato da un dubbio, un sospetto di essersi comportato in maniera disonorevole, non poteva che essere seguito da un gesto che chiarisse a tutti la propria uscita definitiva dal consesso della società civile. L'unica possibilità offerta era il Seppuku (meglio conosciuto da noi come Harakiri), il suicidio rituale con la spada sacra che ridava alla persona il suo rango di uomo onorato. Non era necessaria una condanna o una riprovazione, il grande uomo sapeva da sé cosa fosse necessario fare senza che neppure glielo si chiedesse. In Cina è ben noto come il perdere la faccia, sia considerato in modo talmente negativo e sminuente che nessuno che voglia mantenere un rapporto con qualcun altro si mette in condizione di "far perdere la faccia" al suo dirimpettaio. La lingua con la capacità illustrativa dei suoi segni illustra tutto questo con chiarezza. 功 - gōng, è uno dei differenti modi per dire: Onore. Le due parti del carattere significano Lavoro e Forza. Quindi l'unico modo per conquistarsi l'onore è operare con costanza e decisione e senza ombre per ottenere l'apprezzamento degli altri. Al contrario il segno di Orecchio unito nello stesso carattere a quello di Smettere, Cessare dà: 耻 - chǐ, che significa Vergogna, Umiliazione, Disonore, perché chi si trova in questa condizione per una sua mala azione non riesce più a sopportare di continuare ad ascoltare cosa si dice di lui, anzi smette semplicemente di ascoltare quello che è evidente a tutti. 

La sua stessa pronuncia con quel terzo tono che prolunga il suono della sillaba, prima alta poi bassa poi ancora molto alta, quasi interrogativa di come si possa giungere a tanto, pare sottolineare il senso di stupore e disprezzo per questa condizione umana. Sono due concetti molto legati e che riverberano in una frase fatta: 不知羞耻 - bù zhī xiū chǐ (letteralmente Non Conoscere il Disonore della Vergogna) cioè Essere spudorati, Non avere neppure il ritegno della vergogna. In questo mondo non si riesce a capire come una persona che ha commesso anche solo un qualcosa che sia eticamente disonorevole possa ancora rimanere, ad esempio, in una carica pubblica e non preferisca ritornare nell'anonimato per farsi dimenticare per sempre. Incomprensibile sarebbe il cercare cavilli di ogni tipo per rimanere attaccati a quella carica e prolungare il più possibile l'esposizione a quel disonore conclamato e non sopportabile. Crescerebbe nella gente un senso di orrore e di disagio che impedirebbe nel modo più assoluto a quel tale di ottenere anche il minimo rispetto e quindi consenso, anzi ad ogni sua parola o discorso, le persone che gli stanno intorno volgerebbero il capo dall'altra parte fingendo di non ascoltare, di essere distratte, semplicemente ignorandolo. Per fortuna che quello non è un mondo democratico che ricerca consenso e voti, altrimenti quella persona non troverebbe più un solo cittadino disposto a dargli fiducia. Che strana gente, così incredibilmente diversa da noi. Non riusciremo mai a comprenderli, così diversi e primitivi che non conoscono le sottigliezze della resistenza politica e loro d'altra parte non riescono a capire noi.


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sabato 28 settembre 2013

Cronache di Surakhis 58: Dimissioni di Massa.

La notte era scesa livida sulle Colline profumate. La città, ma anche tutto il pianeta era avvolto dai fumi e dalle esalazioni che l'esplosione, dovute all'incuria progressiva, delle centrali a merda, avevano provocato. I litigi delle varie fazioni avevano bloccato ogni decisione e quando i grandi contenitori che raccoglievano gli escrementi di tutto il pianeta erano esplosi, i delegati, impegnati nel decidere se i colori delle nuove divise dovessero rappresentare anche i quartieri di rispettiva elezione e soprattutto il numero di ancelle di piacere a cui ognuno aveva diritto, avevano fatto spallucce. Intanto il liquame saliva e nella città bassa era già arrivato al primo piano ed aveva invaso le caverne basse, quelle scavate alla base delle montagne di immondizia che da decenni ricoprivano la città. I cunicoli delle miniere erano tutti chiusi e i minatori si aggiravano neghittosi in cerca di qualche cosa da mettere sotto i denti. Avevano così scoperto una verità a lungo coperta dalle autorità cittadine. Tutti si erano chiesti infatti come mai dalle centrali a merda, dopo la produzione di energia, non uscissero scorie di nessun tipo e pochi avevano fatto caso che le grandi fabbriche per la produzione del pastone, il cibo che veniva fornito gratuitamente ai lavoratori come salario (era stata una grande conquista sindacale, che aveva barattato la gratuità del lavoro con la fornitura gratuita di cibo, diritto inalienabile dei cittadini di Surakhis), erano situate proprio a valle delle centrali stesse e qui affluivano le scorie esauste dopo l'uso. 

Qualcuno aveva capito che era proprio la merda che rifluiva dai serbatoi digestori, la materia prima fondamentale con cui venivano fabbricati i cosiddetti pani base e i pastoni aromatizzati con cui venivano fatte le minestre. Molti gourmet obiettarono che era proprio la materia prima a dare al prodotto quell'inconfondibile sentore delizioso, che tutti ritenevano una caratteristica fondamentale della cucina planetaria, famosa in tutta la galassia e Charly Littlestones, capo della potentissima setta dei bioeconaturisti, si era spinto a dire che in fondo la merda era il più biologico e naturale tra tutte le materie prime, fornito oltretutto stagionalmente e a chilometri zero. Tuttavia questi argomenti ormai non appassionavano più molto la popolazione che oramai, anche nei quartieri alla base delle colline, ce l'avevano alle ginocchia mentre la fornitura di cibo era stata sospesa da giorni, così tutti gli occhi erano rivolti al palazzo del governo, dove l'imperatore era rinchiuso nel palazzo circondato dalle guardie che lo dovevano tradurre al patibolo e rifiutava di aprire le porte. I suoi accoliti e la sacerdotessa Massa, la più influente delle sue fedelissime, si era dimessa per solidarietà e questo suo gesto simbolico aveva trascinato tutti gli altri in una ordalia che era poi degenerata in una orgia epocale, anche se svaniti i fumi dell'alcool e degli afrodisiaci, le dimissioni erano state firmate da tutti col sangue, pur mantenendo l'uso della casa di piacere parlamentare dove tenevano seduta fissa, allietati dalle sacerdotesse e altre prebende minori, come stipendi e pensioni. 

Il governo era alle corde, il provvedimento sui colori delle divise era ormai saltato e anche l'importantissimo decreto che doveva stabilire in via definitiva il numero delle pieghe dei pepli delle assistenti succhiatrici ormai era impossibile da definire nei tempi previsti. Ogni decisione era sospesa. Di fuori le banda di Cricket si aggiravano lanciando slogan contro il palazzo, ribadendo la loro rinuncia alle prostitute di stato che tanto ognuno si aggiustava da solo, anche se poi molti di loro avevano obiettato che non era giusto pretendere un pié di lista per ogni prestazione usufruita. I più, però, scrutavano il cielo per individuare scie chimiche lasciate dalle astronavi andromediane, che portavano i clandestini fino in prossimità del pianeta per poi lasciarli nello spazio vicino, in mano ai predatori di organi. Insomma c'era un po' di confusione e anche se l'imperatore aveva dichiarato ufficialmente che prima di consegnarsi alla milizia avrebbe preferito fare esplodere il pianeta (molti pensavano infatti che fosse stato un suo ordine preciso quello di far fuoriuscire la merda dalle centrali, per creare un diversivo) e che prima dell'estremo sacrificio (quello del pianeta), se ne sarebbe andato in esilio su Capella III, il pianeta delle vergini multivulvari, dove avrebbe scrittole sue memorie, deluso del fatto che il suo mondo a cui tanto si era dedicato, non lo amasse più, dopo tutto quello che lui aveva fatto.

Eppure non si era mai tirato indietro quando, con noncuranza verso i suoi interessi personali, aveva corrotto, rubato e operato ogni genere azioni indecenti, per il bene dei suoi sodali ed in fondo della popolazione tutta, secondo le leggi di natura. Pianeta ingrato che non lo meritava. Meglio che fosse distrutto per sempre, la galassia non lo avrebbe rimpianto. Nella città bassa, invasa dai liquami e soffocata dalla puzza, intanto l'ira sorda degli schiavi ribolliva silenziosa e molti, sui cumuli di immondizie cominciavano ad affilare lame di fortuna e a fissare a lunghi bastoni, le mazze pesanti. Paularius, che riusciva, per innata consapevolezza, a prevedere gli andamenti dei tempi, aveva trasformato in crediti galattici tutte le sue proprietà e, con solo una dozzina di concubine a cui era particolarmente affezionato, aveva lasciato il pianeta da qualche giorno, per trasferirsi su un sistema solare periferico e vedere cosa sarebbe successo. Lì apprezzavano molto la cucina di Surakhis. Avrebbe aperto una pizzeria in attesa di tempi migliori, intanto i cambiamenti climatici non influivano sulla quattro stagioni. 


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Civiltà perdute.

giovedì 10 marzo 2011

Scandalo a Kigali.

Non è che ci sia tanto da stupirsi. L'Africa non solo è un continente perduto, cuore di tutti i disastri e le paure dell'umanità. Arretrato culturalmente e civilmente, preda di tutte le pulsioni e i peggiori sentimenti della specie umana. Alcune parti, poi, le più nascoste e lontane, sono ancora peggio se possibile e hanno visto anche in anni recenti genocidi, carestie e le peggiori prevaricazioni che mente umana possa pensare, provocati dai più bassi istinti dell'uomo forse per natura corrotto, avido, predatore. Il Ruanda è uno di questi luoghi perduti, fossa e girone infernale della bestialità umana. Quando si pensa di aver visto abbastanza, sempre nuovi esempi spuntano a dimostrarlo e forse da lì nascono e si diffondono barzellette ammiccanti che dipingono usi tribali, ma quanto mai reali. Così a San Valentino, mai data fu così in contrasto con l'anomalia morale, a Kigali, la capitale, addirittura un importante ministro, Joseph Habineza, ha dato sfogo alle sue più basse passioni, organizzando un festino, si ipotizza, a luci rosse con giovani ragazze di bell'aspetto.

Certo è chiaro che usare la forza del potere e del denaro per sfogare i propri istinti è comune nella razza umana, ma il fatto che proprio i vertici di una classe politica corrotta non si esimano dall'uniformarsi a questi costumi, può accadere solo in questi paesi del sottosviluppo e dell'arretratezza. Ma non basta, come sempre le foto delle performance, solo ipotizzate, per carità, sono uscite sui giornali e qui abbiamo davvero toccato il fondo a dimostrazione della distanza che per fortuna manteniamo da questi paesi. Il farabutto, due giorni dopo, il 16 febbraio, non sopportando il disonore si è dimesso da ogni incarico. Avete capito bene: DIMISSIONI! Vien da dire che questa gente non ce la farà mai. Anche se li aiuteremo in tutti i modi, con mezzi concreti e soprattutto con l'esempio, ci vorranno secoli prima che arrivino a comportarsi in maniera consona e civile come prevede una democrazia compiuta come la nostra.







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giovedì 27 gennaio 2011

Caffelatte.

Accidenti se ci siamo abituati bene. Voglio fare una pubblica confessione, poi se mi giudicate colpevole mi dimetterò. L'altro giorno sono andato a comprare la frutta dove andiamo di solito, una specie di supermercato specializzato che a poco a poco sta uccidento tutti i piccoli fruttaroli di un tempo grazie ad una scelta grande ed a prezzi per tutte le tasche. Ce l'ho in simpatia anche perchè non offre niente di "naturale" o "sedicente "biologico". Ma non è qui che voglio andare a parare. Bombardato dal flusso mediatico del chilometro zero, ho girato qua e là per ispirarmi tra montagne di arance e clementine, interi cassoni (si chiamano "bins" per i tecnologicamente informati) di mele di quattro diverse varietà, kiwi e altre frutti di stagione in quantità all'apparenza illimitata, per non parlar delle verdure ed ho riscontrato con orrore che papaie e manghi erano finiti.

Mi sono davvero irritato perchè, vi dirò la verità, ci ero quasi andato apposta e mi pregustavo questa sera di affettarmi di gusto quelle belle e carnose fette di mango maturo profumatissimo (lì hanno quello meraviglioso, il brasiliano coraçaõ de boy, una vera delizia) e di affondarmi il cucchiaino nella mezza papaya (laggiù la chiamano mamaõ, che nome sensuale! lo credo che le brasiliane sono così gettonate) mondata dei suoi semini neri, dopo averne riempito la cavità rimasta con una cremina ottenuta frullandone l'altra metà con rum e lime con qualche scaglia di cioccolata amara sopra. Sì, sì, me ne son tornato a casa davvero irritato. Adesso son qua che sto riordinando le vecchie foto di quando ero bambino, in fondo sono passati solo cinquanta anni, forse è per questo che molti ricordi rimangono così vividi.


C'è sempre tenerezza a ricordare il passato. Eravamo lì alla sera, attorno al grande tavolo della cucina, ascoltavamo la radio aspettando mio papà ferroviere che tornava a casa avendo finito il turno pomeridiano. Doveva allargare bene la porta per fare entrare la bicicletta, che stava in casa davanti alla macchina da cucire, ben protetta dai furti. Eppure allora non c'erano né zingari, né extracomunitari, però di biciclette gliene avevano già rubata una e ci stava attento, essendo l'unico mezzo di locomozione familiare. Così cominciava la cena. La mia mamma toglieva il bricco dalla stufa che mi stava dietro e serviva a me e a mio papà il caffelatte in una grande tazza dal bordo marrone. Mi girava anche lo zucchero: "űn cűgiar sul che se no 't ven la diabete". Da un pacchetto grande mi tirava fuori tre Biscotti della salute, che qui chiamavano i cruciòn, che tuffavo nel tazzone fino ad imbibirli al punto che una parte si staccava e cadeva rovinosamente nel latte stesso schizzando intorno.


Ma non venivo mai rimproverato per questo. Avevano un gusto confortevole, forse al fondo un leggero sentore di anice che non so meglio definire, ma che ho ben chiaro nel ricordo. Il bordo più consistente che si frangeva in bocca, la spessa polpa porosa imbevuta che sembrava saziare. La cena finiva lì, eppure ero già un bimbo, diciamo così grassoccio. I nutrienti necessari non sono poi molti. Non ho più sentito quel profumo, è vero che ci manca sempre qualcosa. Ieri mi sono consolato con un pomello, un delizioso agrume thailandese con enormi spicchi carnosi, che ti riempiono la bocca di fantastico mix dolceamaro di pompelmo e di terre lontane. Si fa una gran fatica a sbucciarlo però, accidenti a lui. E comunque tutto questo non prova nulla, non accanitevi contro di me che tanto non mi dimetto.



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