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giovedì 28 novembre 2013

The day after.

Pastore Masai - Tanzania - Febbraio 2013

Senza fine. Questa è la sensazione che ti incombe netta quando butti lo sguardo intorno. Una retta precisa e geometrica che segna il confine tra cielo e savana. Azzurro e verde che quasi si confondono e che da qui, dai contrafforti digradanti che salgono verso il cono scuro del monte Meru, appaiono ancora più distanti. Un luogo di apparente solitudine coperto di pascoli antichi, ricchi e che la pioggia frequente fa ancora più verdi. Dispersa lungo il pendio, l'immensa mandria di Mbili bruca erba senza fermarsi un attimo con dedizione esemplare. Sono vacche bellissime con grandi corna bianche che si levano orgogliose, mantelli pezzati multicolori che si confondono tra di loro come un pigro camaleonte marezzato immobile e seminascosto tra le foglie. Tutto ti dà l'idea di ricchezza generosa, di una situazione florida da sempre, di una agiatezza messa insieme in anni e anni. Mbili è seduto su un grande masso di granito tondeggiante vicino al boschetto di acacie che nascondono lo specchio di acqua dove la mandria finirà ad abbeverarsi a sera. Appoggiato al lungo bastone di legno duro, tiene lo sguardo rivolto verso terra, come sempre. Si vede bene che non avrebbe voglia di parlare con quella gente venuta da lontano che si è fermata lì, al bordo della pista, chiassosa e maleducata e che corre qua e là come un gruppo di impala spaventati, fotografando tutto quello che si muove e anche quello che sta fermo. In fondo gli dà fastidio rispondere a tutte quelle domande così banali, che gli fa quel ciccione sgraziato e curioso, col un cappellino ridicolo in testa per sembrare di più all'idea che ha del cacciatore bianco. Vuol sapere tante cose, troppe. 

Come mai lui che è tanto ricco, forse uno dei più ricchi tra le tribù di tutta la valle, che si può permettere un mantello rosso fuoco di stoffa costosa e un telefonino così moderno anche se non ha nessuno da chiamare, se ne sta sempre lontano dal villaggio e non ha una nutrita serie di giovani mogli come si potrebbe permettere e perché non è capo del villaggio. Parla bene il mzungu, così a poco a poco si lascia tentare e gli racconta la storia. Di quando giovane ancora e già ricchissimo, pensava di essere il più furbo di tutti, già comandava al consiglio degli anziani e assaporava un potere quasi assoluto sulla tribù. Le ragazze più giovani e belle non aspettavano altro che portarlo nella loro capanna, anche se era piccolo e bruttissimo, per farsi regalare capre e vacche la mattina dopo. Quando venne la siccità, tutta la tribù soffriva e mancava tutto, le mandrie si assottigliavano e diventava sempre più difficile mangiare qualcosa. Così molti dividevano quello che avevano con gli altri. Quando fu chiesto a lui, aveva già predisposto tutto. Aveva portato le sue mandrie lontano, al di là dei pascoli conosciuti perché nessuno le vedesse e raccontò che le sue bestie erano quasi tutte morte e che poco poteva contribuire alla necessità comune. Quando scoprirono la sua menzogna, tutti gli uomini del boma rimasero in silenzio a guardarlo. Lui capì subito, lasciò sulla grande roccia davanti alla porta del villaggio le insegne del comando e se ne andò per sempre sulle colline lontane. Il bianco chiacchierone era curioso e insisteva a chiedere perché, con tutto il suo potere e la sua ricchezza si fosse rassegnato a lasciare ogni cosa. 

Non avrebbe potuto facilmente comprarsi con un po' di vacche l'appoggio di qualche anziano? Le ragazze poi, anche se non contavano nulla nelle decisioni, avrebbero certo spinto perché lui rimanesse e si sa che durante la notte potevano essere assai convincenti con i loro uomini. Mbili alzò la testa con uno scatto e lo fissò per la prima volta gli occhi. "Ma in quale terra vivi, uomo, da voi non sapete cosa significa dignità? Come avrei potuto guardare in faccia il mio vicino insistendo a rimanere con gli altri dopo aver rubato al mio popolo, pretendere di amministrare il villaggio dopo avergli mentito e continuare ad avere su di me gli occhi di tutti, occhi muti che sapevano. Come è possibile che un uomo degno possa sopportare una simile vergogna? L'onore è l'unica cosa che rimane". Il bianco si alzò, asciugandosi il sudore con un fazzoletto, pensò di dirgli che ci sarebbe stato ancora molto da fare, appellarsi ai suoi fedelissimi che gli stavano sempre vicini, nutriti a latte e carne delle sue bestie, affinché lo spalleggiassero, che avrebbe potuto appellarsi al consiglio degli anziani dei villaggi, regalare un po' di vacche a qualcuno che testimoniasse che le mandrie erano fuggite a sua insaputa e che lui le avrebbe trovate miracolosamente dopo giorni e giorni, che avrebbe fatto libere e felici tutte le ragazze che avessero saltato per lui per amore, ma capì che forse era inutile, i valori cambiano da luogo a luogo. Fece ancora un paio di foto alle vacche sparse sulla collina, poi salì sulla Toyota che aveva già il motore acceso e se ne andò lasciando una lunga scia bianca polverosa e puzzolente.


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mercoledì 27 novembre 2013

Gōng - Chǐ.



E' ben nota quale sia in Oriente, l'importanza dell'onore e della vergogna che deriva dalla sua perdita irrimediabile. Addirittura in Giappone, per una persona che ricoprisse un alto rango, una funzione pubblica, uno status importante, era assolutamente insopportabile una posizione del genere. Il solo pensiero di essere sfiorato da un dubbio, un sospetto di essersi comportato in maniera disonorevole, non poteva che essere seguito da un gesto che chiarisse a tutti la propria uscita definitiva dal consesso della società civile. L'unica possibilità offerta era il Seppuku (meglio conosciuto da noi come Harakiri), il suicidio rituale con la spada sacra che ridava alla persona il suo rango di uomo onorato. Non era necessaria una condanna o una riprovazione, il grande uomo sapeva da sé cosa fosse necessario fare senza che neppure glielo si chiedesse. In Cina è ben noto come il perdere la faccia, sia considerato in modo talmente negativo e sminuente che nessuno che voglia mantenere un rapporto con qualcun altro si mette in condizione di "far perdere la faccia" al suo dirimpettaio. La lingua con la capacità illustrativa dei suoi segni illustra tutto questo con chiarezza. 功 - gōng, è uno dei differenti modi per dire: Onore. Le due parti del carattere significano Lavoro e Forza. Quindi l'unico modo per conquistarsi l'onore è operare con costanza e decisione e senza ombre per ottenere l'apprezzamento degli altri. Al contrario il segno di Orecchio unito nello stesso carattere a quello di Smettere, Cessare dà: 耻 - chǐ, che significa Vergogna, Umiliazione, Disonore, perché chi si trova in questa condizione per una sua mala azione non riesce più a sopportare di continuare ad ascoltare cosa si dice di lui, anzi smette semplicemente di ascoltare quello che è evidente a tutti. 

La sua stessa pronuncia con quel terzo tono che prolunga il suono della sillaba, prima alta poi bassa poi ancora molto alta, quasi interrogativa di come si possa giungere a tanto, pare sottolineare il senso di stupore e disprezzo per questa condizione umana. Sono due concetti molto legati e che riverberano in una frase fatta: 不知羞耻 - bù zhī xiū chǐ (letteralmente Non Conoscere il Disonore della Vergogna) cioè Essere spudorati, Non avere neppure il ritegno della vergogna. In questo mondo non si riesce a capire come una persona che ha commesso anche solo un qualcosa che sia eticamente disonorevole possa ancora rimanere, ad esempio, in una carica pubblica e non preferisca ritornare nell'anonimato per farsi dimenticare per sempre. Incomprensibile sarebbe il cercare cavilli di ogni tipo per rimanere attaccati a quella carica e prolungare il più possibile l'esposizione a quel disonore conclamato e non sopportabile. Crescerebbe nella gente un senso di orrore e di disagio che impedirebbe nel modo più assoluto a quel tale di ottenere anche il minimo rispetto e quindi consenso, anzi ad ogni sua parola o discorso, le persone che gli stanno intorno volgerebbero il capo dall'altra parte fingendo di non ascoltare, di essere distratte, semplicemente ignorandolo. Per fortuna che quello non è un mondo democratico che ricerca consenso e voti, altrimenti quella persona non troverebbe più un solo cittadino disposto a dargli fiducia. Che strana gente, così incredibilmente diversa da noi. Non riusciremo mai a comprenderli, così diversi e primitivi che non conoscono le sottigliezze della resistenza politica e loro d'altra parte non riescono a capire noi.


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mercoledì 1 agosto 2012

Il segno di Olimpia.

Cosa avranno queste Olimpiadi per tenere tanta gente incollata al televisore, alle pagine dei giornali, per tenere impegnati attorno ai tavolini dei bar improvvisati tecnici di ogni sport? Eppure senti discutere con apparente competenza di differenza tra Ippon e Wazari nella presa che eliminato il nostro nel judo o della parata di quarta che ci ha fatti fuori nel fioretto, roba che poi per quattro anni non ne parla più nessuno. Quei poveracci che si sono fatti un mazzo tanto, qualcuno sacrificando le ferie per pagaiare in qualche impianto straniero o tendere le corde dell'arco fino allo spasimo, se ne torneranno nelle loro palestre, alla loro fatica anonima che non desterà più la gola degli sponsor miliardari e tutti si tornerà al calcio e ai capricci di Balotelli e Cassano. Che volete siamo fatti così, eppure questo appuntamento quadriennale ha davvero un qualche cosa di inspiegabilmente magico. Anche le vecchie lenze come me, che vogliono fare tanto i cinici, si commuovono a vedere un Nigeriano improbabile canottiere che arriva quando tutti gli altri sono già andati a fare la doccia o il judoka che non molla e pur fasciato tira fino alla fine per vincere la sua gara personale con sé stesso o quell'altro africano che nella scorsa edizione aveva appena imparato a nuotare e nei 100 stile libero a momenti annega nella piscina. Le facce di chi ha lavorato tanto e benché favorito, esce sconfitto da chi ha indovinato la giornata della vita, l'exploit di quelli che inattesi stupiscono gli avversari, le lacrime di chi non ce la fa o di chi non crede di avercela fatta; di chi con sincerità si batte per il proprio paese, di chi sgomita per fare il portabandiera, di quelli che finalmente conta l'onore. 

Certo ci sono i miliardi sotto, lo so, non sono nato ieri, però c'è di certo qualcosa di più. I simboli sono ancora importanti per fortuna in questa umanità smagata e menefreghista e una medaglia, per cui hai lavorato duramente per quattro anni non te la può togliere più nessuno per tutto il resto della vita. Ci sono comunque i simboli che a poco a poco smuovono montagne, come la prima volta ai giochi per le donne di certi paesi e se pure con un hijab speciale, che piacere sarà vedere quella pacioccone saudita che si farà pure sbatacchiare per terra da qualche imperturbabile nipponica, ma avrà comunque vinto per tante sue amiche e connazionali. Che volete sono un semplice, così quando più di trenta anni fa mi aggiravo tra le colonne cadute ed i marmi corrosi di Olimpia, che qui sono le radici vere di Europa, non ho saputo resistere ai simboli e anche io mi sono fatto il giro di corsa di quello stadio così antico, dove gli uomini (sì solo gli uomini lo so, ma correvano nudi, santa polenta, chi sa se avevano un qualche tipo di sospensorio) si riunivano da tutto il mondo conosciuto e si fermavano le guerre e ci si batteva anche allora per arrivare primi e chi lo faceva, aveva certo solo una corona di alloro, ma poi viveva a pappa e ciccia per tutto il resto della vita, non vi preoccupate.


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