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venerdì 9 marzo 2018

Malie e fascinazioni



Bene, finita la buriana elettiva e aperti i giochi successivi, che saranno lunghi, io almeno credo, direi che è ora di lasciare che si divertano per un po' mentre il paese va in malora e pensare ad altro. Così, per me almeno che sto cercando di  tirare gli ultimi colpi utili è venuto il momento di ripartire. Certo io sono morbosamente sensibile al fascino dell'Oriente, coi suoi profumi, i suoi colori, le sue folle oceaniche e dense, i suoi panorami corrosi. Mi hanno da sempre attirato i suoni lievi e le folle caciarone, il tintinnare delle campanelle, la forte presenza dell'adesione al soprannaturale e contemporaneamente alla superstizione, anche se questo spinge inevitabilmente alla preminenza dell'irrazionalità sui fatti. Purtroppo anche se affascinante, checché se ne dica, questo spinge le masse verso il fondamentalismo religioso di ogni parte, basta vedere quello che accade nell'induismo indiano o nel buddismo birmano, dando per scontato lo slittamento verso la radicalizzazione che ha avuto l'islam degli ultimi decenni. Tutto questo è la parte che, oltre che irritarmi, mi intristisce di quel mondo e quindi preferisco non farmene influenzare troppo, ma lasciarmi coinvolgere da quella parte etnograficamente esotica e dalla presenza così forte e ricca di arte millenaria che l'Oriente propone. Non solo, ma in generale, quel senso di tranquillità e sicurezza che hai da quelle parti e che è indubitabilmente non ha pari in nessun altra area dal mondo, dalla Latino America, alla stessa Europa e ovviamente agli Stati Uniti. Inoltre riveste ulteriore attrattiva la facilità degli spostamenti, la assoluta economicità delle soluzioni di viaggio e non ultimo l'estrema varietà dei punti di interesse. Insomma non ci dovrebbero essere alternative all'Oriente, a parte la cucina che amo poco. 

Ma l'uomo è così, un essere instabile per definizione, che spesso non ama seguire le strade tracciate, le soluzioni inevitabili e logiche. Ecco quindi che già da un po' mi ha preso questo desiderio di Africa, questa malia oscura ed indefinibile che mi fa volgere la testa quasi controvoglia, ma con una morbosa attenzione e desiderio verso questo sud del mondo, un po' sconosciuto, un po' misterioso, un po' fascinoso. Un vento di malia che spira leggero ma continuo e che racconta di terre lontane, piene di suggestioni nuove e di note antiche, anche se muoversi in quei luoghi è tanto più difficile, faticoso e volte insicuro. Di là non spira la storia dei millenni, ma il profondo ed imperscrutabile buco nero dei milioni di anni, quello dove tutto ha avuto inizio, dove il germe generativo della nostra specie ha mosso i primi incerti passi per affacciarsi e quindi conquistare il mondo e forse infine per distruggerlo. Un luogo dove la povertà è ancora importante e generatrice di problemi epocali che dalla nostra sponda si vuole interpretare, forse naturalmente, forse umanamente, da un punto di vista che tiene conto solo dei propri problemi e del proprio particulare. Il mondo della fame e della miseria, delle guerre e delle carestie, della violenza tribale e delle corruzioni governative, ma anche dei paesaggi infiniti, della natura primigenia ed esplosiva, delle colture marginali, della polvere e del fango, degli immensi fiumi e foreste e dei deserti di pietre e di sabbie, dei mille colori della terra e dell'esplosione dei tramonti nei cieli. 

Solo in Africa ho visto orizzonti così vasti, cieli così carichi di stelle, inquietudine così pesante  negli occhi di uomini e bimbi e serenità così esplicata nei sorrisi di chi batte il mortaio nelle corti dei villaggi. Le file di donne con le taniche d'acqua sulla testa che percorrono i bordi delle strade, la scia polverosa di un'auto che percorre lontana una pista di terra rossa, le mandrie di bovini bianchi e magri dalle corna imponenti mentre la macchia rossa del mantello di  un pastore la sorveglia da lontano appoggiato ad un lungo bastone. Come fai a resistere a questi richiami. Profumi forti riempiono le narici, la voglia di Africa madre si fa sempre più forte e stringente, quasi un obbligo. Quindi prepariamo le borse e prepariamo soprattutto l'animo, è venuto finalmente il tempo di ripartire. Quasi tutto è ormai pronto, mancano pochi giorni e la strada verso il parcheggio Mariuccia sarà tracciata e le sliding doors che portano all'uccello di acciaio si spalancheranno. Qualcuno ci aspetta laggiù ansiosamente come chi parte. E' la storia dell'arciere che colpisce il bersaglio non perché abbia preso la mira, ma perché è la freccia stessa che è indissolubilmente unita al centro e senza dubbi o difficoltà, andrà a colpirlo, non per una volontà precisa ma per inevitabile destino.



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venerdì 11 agosto 2017

Il tarlo dell'Oriente

Myanmar - Mruak 'U - Preghiera

Mentre la brezza di questa aria che spira leggera tra i monti e le forre che scendono tra i pini, mi parla di lievi sensazioni che ormai nascondono ed ottundono definitivamente le calure estive (forse finite?), la voglia di pensare ha la sgradevole tendenza ad andarsene, forse alla ricerca di una pensione meritata, checché ne dica Boeri, ed emerge un po' spocchiosa come una grillina mai in vacanza il desiderio di rimanere lì, come inebetito di fronte al paesaggio per assorbirne gli odori, le sensazioni sulla pelle, i rumori attutiti, da subire senza approvazioni o dinieghi. Forse è questa la meditazione? O più semplicemente è lo sprofondare in una forma di otium così apprezzato dai latini, che non è ben chiaro se snervi la coscienza o la vivifichi. Sembra però facile non pensare, invece nel gorgo nero di questi meandri profondi, dove forse c'è davvero di tutto, come in una soffitta abbandonata di un film horror e dove puoi pescare a volontà, ricordi sbiaditi che forse erano squallida routine e che ora ti appaiono rosati splendori; desideri mai avverati, forse perché impossibili da raggiungere, forse soltanto rimasti lì per pigrizia o ignavia o incapacità; pulsioni represse di cui forse ci sarebbe da vergognarsi oppure così comuni da diventare banali, in ogni caso da studiare da partedi psicologi, anche bravi. 

Guardi la sagoma del Forte in lontananza, così vituperato da alcuni, così splendido e unico, così prorompente nella sua personalià da far di sé un manifesto inoppugnabile per una valle ed intanto le domande ti salgono da dentro, se le consideri, generando allo stesso tempo risposte così difficili da trovare e così inutili da ricercare. Una perdita di tempo che bene si affianca all'inattività, cercata certo, mai forzata per fortuna. Intanto, mentre una nuvola chiara si sposta verso sud aumentando lo spazio di azzurro sopra di me, ho una questione che mi arrovella. Ma perché l'oriente mi affascina a tal punto da costringermi come un assuefatto irreparabile ad andarci continuamente e quando ne sono distante, mi rimugina dentro una specie di groppo spinoso che non mi dà pace fino a quando non ricomincio a macinare progetti, itinerari e informazioni. Eppure di paesi di quell'area ne ho ormai visti parecchi, dal vicino all'estremo, dovrebbero bastarmi come esperienze rimuginate e invece no, il tarlo continua il suo lavoro incessante, spesso fastidioso. Io credo che sia una questione di fascino dell'esotico. 

Mentre il sud, l'Africa ha sempre rappresentato per me il selvatico, il misterioso, l'ancestrale che mescola alla voglia di conoscenza anche un misto di paura e diffidenza, l'Oriente sta lì come un insieme di sirene esotiche che invitano ad avvicinarsi, a bearsi nel farsi sfiorare, a mostrare i suoi misteri esibendoli come orchidee voluttuose ed invitanti, cariche di passione, di sensualità, di bellezza. Sono luoghi sognati fin dall'avvicinarsi alla letteratura dell'infanzia, Salgari, Kipling, che ti raccontavano mondi di bajadere, di tigri e di re dalle vesti dorate; di caverne misteriose, di immense statue di divinità feroci o misericordiose, di montagne bianche e inaccessibili, di paradisi perduti da raggiungere, di saggi dalle barbe bianche da ascoltare. In fondo tutte cose create dalla fantasia, esagerate e mitizzate al punto da deludere spesso chi ci arriva finalmente, magari con sacrificio. Tuttavia questo mondo è talmente ricco ed è capace di regalare tali e tante sensazioni, che tutto il negativo che riesci ad immaginare, la sporcizia, la puzza, il disgusto per la povertà carogna, l'affollamento barbarico e tanto altro, diventa ad un tratto, appena varcato quel limite invalutabile del pregiudizio e della ripulsa, parte dell'attrazione fatale, tratto positivo da reinterpretare, assimilare, sopportare in nome del tutto quanto puoi ammirare, godere, vivere. 

Quanta arte incontri per le vie dell'Oriente, quanta storia, quanto sapere e poi aggiungi natura e paesaggi sconvolgenti, ambienti selvaggi, deserti, foreste, mari e spiagge, colline verdeggianti e picchi innevati così estremi da non trovare paragoni. E poi gli uomini che ci vivono, molti vicini a noi o per lo meno ansiosi di raggiungerci inseguendole nostre stesse chimere, altri invece così lontani e diversi, isolati e nascosti, ma portatori di differenze e culture che puoi trovere solo lì e quasi da nessuna altra parte del mondo; un passato ancora e profondamente presente e forse non per molto. Insomma un insieme di attrattive che riescono a stimolare anche una statua di marmo, mi sembra o forse sembra soltanto a me, attaccato da questo virus che non lascia scampo, che una volta riuscito ad attirarti in questo gorgo, non ti lascia andare più, sei costretto periodicamente a ritornarci. La scusa è la solita, non ho ancora visto il tal posto, non ho ancora percorso quell'itinerario, mi manca ancora quel paese. Tutte storie, la realtà è questo profumo di Oriente non ti lascia più e continua a mandare dei richiami ai quali è impossibile resistere. Comunque il prossimo viaggio lo farò a Ovest, tanto per coerenza e poi, in fondo non era anche questo il desiderio di Colombo, buscar el levante por el ponente?


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mercoledì 15 marzo 2017

Odore di Oriente

Mar cinese meridionale -  febbraio 2014


L'oriente profuma. Ha odore forte spezia, di vegetazione che sta marcendo, di caldo umido che stordisce e fiacca la mente. E' quel sentore dolciastro dell'immondizia che fermenta, degli scoli delle fogne che si mescola a quello delle orchidee ed ai tanti fiori senza nome che affollano gli spazi. Fiori grassi, dai petali colorati a tinte così violente da turbare l'occhio abituato alle nebbie pallide e diafane del nord. Per qualcuno è solo puzza, per altri è un'aroma irresistibile che chiama, inebria, stordisce, come quello di certi formaggi, vomitevole per alcuni, da svenimento per altri. In ogni caso non  tale da suscitare indifferenza. 

Odore di foresta umida, dai suoni lievi, che sembra quasi senza vita. Ma se sai ascoltare ne avverti subito il battito leggero, come quello di un cuore delicato e profondo, dai sentimenti nascosti, carichi di mistero, senza grida acute, ma fatto di onde basse che accarezzano il tuo sentire, mentre cammini su un tappeto ovattato di materia morta che ritorna alla terra. Come passare a piedi nudi su un tappeto di carne viva e fremente. Sabbia calda e pesante che profuma di sale, di conchiglie sfatte, di alga putrida, di confine tra la vita e la morte scandito dal tintinnare di campanelle esposte al refolo dei venti all'angolo di un tetto spiovente.

Chiama come una sirena maligna, per attirarti nelle sue secche da cui non riesci a districarti, fino a che non rimani impigliato per sempre in quella pania untuosa ed avvolgente. Profumo denso, spesso, che si accompagna a suoni sottili e scanditi, ottusi dalla calura e dall'umidità, coperti di una muffa nerastra che ricopre il fondo del quadro, come una resina aggrappante che consente di dipingerci sopra a pennellate larghe e sfumate, mentre l'acqua scende dal cielo tra nuvoloni altrettanto neri che aspettano la sera per insanguinarsi completamente e il vento dell'est si spegne a poco a poco prima che anche il mare diventi nero. Come si fa a resistere.


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giovedì 19 dicembre 2013

Er.



L'ideogramma che voglio raccontarvi oggi ha una storia antica. Anche se col passare dei secoli ha assunto un diverso significato, quello della semplice preposizione "a", oppure "fino a", nel cinese antico, il segno 而- ér,  era un vero e proprio pittogramma. Rappresentava infatti la stilizzazione di un mento con una fluente barba, con il primo tratto orizzontale ad indicare la bocca a cui sono attaccati una serie di lunghi peli che scendono diritti. Si sa che la barba folta, per un popolo tendenzialmente glabro come quello cinese, era un segno di grande distinzione che caratterizzava solo gli uomini anziani e per questa ragione, saggi a prescindere, essendo il concetto di rottamazione del vecchio, quanto di più lontano possa essere compreso in quella cultura. Pertanto se capitate da quelle parti, una bella barba, soprattutto se grigia o meglio ancora bianca, vi darà di certo uno status ed una attenzione particolare, facendovi partire, sia nelle trattative commerciali che nei contatti quotidiani da una posizione di vantaggio. Il suo significato antico era dunque quello di Essere attaccato, saldo. Secondo alcuni, partendo dalla scrittura dei segni più antichi, il pittogramma poteva far pensare anche ad un seme che diffondesse le sue radici, abbarbicandosi saldamente al terreno sottostante. Spesso infatti il segno orizzontale netto rappresenta la linea della terra. In ogni caso questo senso di essere incollato, abbarbicarsi, rimane in tutti i derivati della lingua moderna. Ad esempio se si pone il nostro sopra il segno di Donna otteniamo: 耍  - shuǎ, Recitare o Ricorrere all'inganno. 

Infatti nell'opera cinese, attaccarsi una maschera sul viso, sia una lunga barba o quella di una donna (le donne non potevano recitare in Cina e le loro parti erano interpretate da uomini), indica allo spettatore automaticamente il ruolo che interpreterà ancora prima che parli e l'attore, concettualmente, recita un ruolo diverso dalla sua reale natura, si traveste da personaggio ingannando così la platea. Se gli si affianca il segno di Misura (che è una mano stilizzata) otteniamo: 耐 - nài, Resistere, riuscire a sopportare, controllarsi. Insomma, anche se la politica è indecente, se il governo è corrotto e incapace, l'uomo saggio nella giusta misura, riesce ad avere la capacità di sopportare e di resistere, non impugna forche né picconi, perché chi grida è solo lo sciocco o il colpevole, ma attende, guarda e giudica quando è il momento. Rimane seduto sereno accarezzandosi la barba con la mano. Se vogliamo enfatizzare ancora di più il concetto ecco la parola bisillabica: 耐心 - nài xīn, che si ottiene aggiungendo il segno di Cuore, tipico di tutte le parole con un significato di sentimento o stato d'animo. Cosa significa? E' la condizione in cui si trova chi deve riuscire a sopportare il peggio, controllando l'ira, la voglia di spaccare tutto, la necessità di resistere alle pulsioni più violente che lo prendono se ad esempio il saggio sta ascoltando un telegiornale. La Pazienza. Fin che dura la barba naturalmente.


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mercoledì 4 dicembre 2013

Globalizzazione del pensiero.

Tanka tibetana del MAO di Torino

Già la globalizzazione! E pensare che la maggior parte di quelli che te la raccontano, sostengono che è una rogna di questi ultimi decenni, mettendone in evidenza solo le poche parti negative e trascurandone tutti i vantaggi. Beati i buoni tempi antichi dove la gente se ne stava chiusa nella sua città murata e a Frittole manco si sapeva se a Firenze c'era un sindaco rompiglione. Ma sarà stato davvero così o anche un tempo le notizie correvano senza telefonino? Oggi ve ne racconto una curiosa. Di certo sapete tutti che Giulio Cesare fu talmente grande e famoso da far diventare il suo nome l'antonomasia per il condottiero al comando di uno stato. Dopo di lui tutti gli imperatori si fregiarono del titolo di Cesare e il nome stesso Cesare (in latino Caesar pronunciato con la C dura) è passato in altre lingue ad indicare l'imperatore, come nel tedesco Kaiser e nel russo Czar. Fin qua nulla di nuovo, d'altra parte la mala pianta dei romani aveva conquistato tutta l'Europa ed il Mediterraneo quindi è nella logica che la sua cultura abbia permeato questa parte di mondo. Ma allora c'era una cesura netta data da forti barriere geografiche quasi insormontabili tra il nostro e gli altri mondi. Eppure la conoscenza della potenza di Roma era arrivata anche nel lontano Oriente, con cui avvenivano comunque fior di scambi, mediati da quei furbacchioni di arabi che naturalmente lasciavano filtrare meno notizie possibili, per poter continuare a fare grassi guadagni rivendendo le merci orientali spacciandole per proprie, diciamo che era uno dei primi tarocchi mercantili.. 

Perché la storia è sempre la stessa, conoscenza è potere e il commercio e gli scambi sono sempre stati la vera linfa creativa della nostra specie. La potenza militare va loro al seguito, buona ultima, della cultura. I mercanti sono sempre stati quelli che hanno fatto crescere il mondo nel bene e anche soprattutto nel male. Dunque oltre agli annali dell'impero cinese, in cui si parla di Roma, della potenza e della ricchezza di quell'impero lontano, del grande signore An Tun (l'imperatore Antonino Pio) che snobbò gli ambasciatori del Regno di Mezzo che gli avevano recato doni (ma in quel momento c'era a Roma la peste e quel gruppo di barbari Sini furono presi per una piccola tribù di chissà dove senza importanza), c'è qualche traccia di Roma in quel mondo? Avrete notato quel signore a cavallo raffigurato in una tanka tibetana del XV secolo esposta al MAO di Torino, Museo straordinario per conoscere arti e culture orientali, forse unico in Italia e pertanto giustamente ignorato e sempre sul punto di chiudere i battenti. Si tratta di un semidio del pantheon buddista tibetano, guerriero straordinario e conquistatore implacabile, feroce con i nemici ma saggio governante di uomini che domina su una lontana città, capitale di un regno ricchissimo. Il suo nome? Gesar Kh'Rom. Certo appare bizzarro e incredibile che tra gli altipiani oltre l'Himalaya sia arrivato il nome di Cesare di Roma. Pure tracce di questa leggenda risalgono a prima del V secolo e da allora il personaggio, con le sue gesta mirabolanti è stato sempre presente nei racconti guerreschi fino a creare una saga epica di racconti di fatti eroici che da quasi 1000 anni gira in Oriente. (vedi la bella voce su Epic of King Gesar su Wikipedia). 

Il personaggio, via di mezzo tra Artù e Orlando è presente nelle letteratura del Tibet come Ge-Sar Gyal Po, in quella mongola come Gesar Khan, nella Russia siberiana come Geser o Kesar,  in un ciclo epico fin dal XII secolo, signore del leggendario regno di Ling (nel cinese antico Roma era chiamata 拂菻:- Fúlǐn - La foresta che si oppone). Tutta questa tradizione è stata mantenuta viva attraverso i secoli dalla tradizione orale dei cantori e dei bardi dell'Asia Centrale dal X secolo in poi, guarda che strane coincidenze come da noi cantori e menestreli) e di cui si trovano tracce in molte minoranze cinesi dai Bai, ai Naxi, agli Yuguri, così come nelle storie dei Kalmucchi, gli Hunza pakistani ed i Ladakhi dell'India del nord. Pensate che il secondo re del Buthan teneva a corte un bardo specializzato nei racconti epici di Gesar che sono stati raccolti in 31 volumi. Dal punto di vista etimologico il concetto di Cesare è passato attraverso il Bizantino Καῖσαρ al Turco Phrom Kesar nominato poi nella Bactriana (Iran e Afganistan) e noto già nell'VIII secolo come lontano cognato di un epico re locale, arrivando quindi in Tibet come Phrom o Kh'Rom Gesar, uno dei Re delle quattro direzioni (quella dell'Ovest) già nel X secolo da leggende precedenti. L'epica turca fa poi riferimento ad un Fromo Kesaro a capo nell'VIII di un esercito arabo invasore. Direi che ce n'è abbastanza per riflettere un po' sulla globalizzazione. L'uomo è un animale mercantile che accoppia alla voglia di arricchirsi anche quella di conoscere e raccontare. E' un po' come un'ape operosa che andando lontano a bottinare sparge qua e là granuli preziosi di polline che feconda alberi lontani.

Gesar Krom da Wiki



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mercoledì 27 novembre 2013

Gōng - Chǐ.



E' ben nota quale sia in Oriente, l'importanza dell'onore e della vergogna che deriva dalla sua perdita irrimediabile. Addirittura in Giappone, per una persona che ricoprisse un alto rango, una funzione pubblica, uno status importante, era assolutamente insopportabile una posizione del genere. Il solo pensiero di essere sfiorato da un dubbio, un sospetto di essersi comportato in maniera disonorevole, non poteva che essere seguito da un gesto che chiarisse a tutti la propria uscita definitiva dal consesso della società civile. L'unica possibilità offerta era il Seppuku (meglio conosciuto da noi come Harakiri), il suicidio rituale con la spada sacra che ridava alla persona il suo rango di uomo onorato. Non era necessaria una condanna o una riprovazione, il grande uomo sapeva da sé cosa fosse necessario fare senza che neppure glielo si chiedesse. In Cina è ben noto come il perdere la faccia, sia considerato in modo talmente negativo e sminuente che nessuno che voglia mantenere un rapporto con qualcun altro si mette in condizione di "far perdere la faccia" al suo dirimpettaio. La lingua con la capacità illustrativa dei suoi segni illustra tutto questo con chiarezza. 功 - gōng, è uno dei differenti modi per dire: Onore. Le due parti del carattere significano Lavoro e Forza. Quindi l'unico modo per conquistarsi l'onore è operare con costanza e decisione e senza ombre per ottenere l'apprezzamento degli altri. Al contrario il segno di Orecchio unito nello stesso carattere a quello di Smettere, Cessare dà: 耻 - chǐ, che significa Vergogna, Umiliazione, Disonore, perché chi si trova in questa condizione per una sua mala azione non riesce più a sopportare di continuare ad ascoltare cosa si dice di lui, anzi smette semplicemente di ascoltare quello che è evidente a tutti. 

La sua stessa pronuncia con quel terzo tono che prolunga il suono della sillaba, prima alta poi bassa poi ancora molto alta, quasi interrogativa di come si possa giungere a tanto, pare sottolineare il senso di stupore e disprezzo per questa condizione umana. Sono due concetti molto legati e che riverberano in una frase fatta: 不知羞耻 - bù zhī xiū chǐ (letteralmente Non Conoscere il Disonore della Vergogna) cioè Essere spudorati, Non avere neppure il ritegno della vergogna. In questo mondo non si riesce a capire come una persona che ha commesso anche solo un qualcosa che sia eticamente disonorevole possa ancora rimanere, ad esempio, in una carica pubblica e non preferisca ritornare nell'anonimato per farsi dimenticare per sempre. Incomprensibile sarebbe il cercare cavilli di ogni tipo per rimanere attaccati a quella carica e prolungare il più possibile l'esposizione a quel disonore conclamato e non sopportabile. Crescerebbe nella gente un senso di orrore e di disagio che impedirebbe nel modo più assoluto a quel tale di ottenere anche il minimo rispetto e quindi consenso, anzi ad ogni sua parola o discorso, le persone che gli stanno intorno volgerebbero il capo dall'altra parte fingendo di non ascoltare, di essere distratte, semplicemente ignorandolo. Per fortuna che quello non è un mondo democratico che ricerca consenso e voti, altrimenti quella persona non troverebbe più un solo cittadino disposto a dargli fiducia. Che strana gente, così incredibilmente diversa da noi. Non riusciremo mai a comprenderli, così diversi e primitivi che non conoscono le sottigliezze della resistenza politica e loro d'altra parte non riescono a capire noi.


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sabato 1 giugno 2013

Il Bar Baleta: Il gioco del Mah Jong.

Il gioco del Mah Jong - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).
Mah Jong


Questa è bella. Vedo dal blog di Partecinesepartenopeo, ottimo riferimento per le notizie dalla Cina, che a Tolosa al campionato mondiale di Mah Jong 2013, il primo dei 13 partecipanti cinesi si è classificato addirittura quarto e il secondo solo settimo (tre francesi ai primi tre posti). La scusa ufficiale, per coprire la vergogna del mancato primato nel gioco da tavolo più famoso del Celeste impero, è stato il jet lag, anche se nella squadra si mormora che i giocatori cinesi non sono più all'altezza, essendo il gioco stato sospeso per alcuni decenni da Mao in persona, in quanto divertimento capitalista e che bisognerebbe far giocare qualcuno di Honk Kong, dove non c'è stata crasi rivoluzionaria. Infatti la prima volta che ci andai, nel 1973, rimasi sorpreso, sentendo arrivare da ogni sottoscala e da dietro ogni tenda del mercato, il ticchettare tipico delle tessere del gioco sulle tavole di legno. Qualcuno dice che proprio questo picchiettio ha dato il nome al gioco stesso che significa letteralmente "Acchiappare l'uccello della canapa", simulandone il verso. Certo, io, il gioco delle 144 tessere, lo conoscevo già da tempo. Lo si giocava indefessamente proprio al bar Baleta, arrivato non si sa come, forse da Ravenna, unico luogo italiano dove era conosciuto. Gino dice che un giorno, passeggiando a Genova in via Pré, la famigerata stradina del malaffare, aveva visto su una bancarella una cassettina elegante con tante tesserine dai segni esotici. Da un lato affascinato dall'oggetto, dall'altro dal diavolo levantino che lo attizzava lo acquistò subito per non far mancare al bar la novità, desideroso comunque, tanto per cambiare, di incrementare i consumi. Il gioco però, aveva un suo gruppo fisso di aficionados, presi naturalmente in giro senza pietà dagli altri avventori, che guardavano con una sorta di commiserazione i quattro, raramente otto giocatori, che, come carbonari si ritiravano nei tavoli di fondo della sala carte, mescolando le tessere con le stecche di legno prima di buttarsi nel bailamme dei raddoppi e dei conti complicatissimi, come isolati da quanto accadeva attorno. 

Non era un gioco come gli altri, che invariabilmente attiravano attorno ai tavoli numerosi spettatori, i cosiddetti angolisti a commentare e criticare furiosamente i giocatori. Al massimo se ne fermava uno o due, rimasti spaiati dalla quartina necessaria. Io ne sono stato un accanito appassionato, assieme a Barni, De Florio, Chiappino, Cartocci e qualche altro. (Gino mi suggerisce anche Baiardino, il rag. Pastorino, Invernizzi e il giovane Mortarotti poi insigne bridgista azzurro). Ore ed ore, fino a notte tarda a discutere di tris di venti e di draghi, a ricordare una famosa chiusura pescando "la luna nel pozzo" o a passare dispiaciuto la stecca del "vento dell'est" che dà diritto ad un raddoppio supplementare (vi dice niente, eh?). Il fascino dell'oriente? Chissà. Quei piccoli parallelepipedi di plastica colorata, in fondo succedanei delle carte (il gioco alla fin fine non è che una versione un po' più complicata della scala quaranta), mi hanno sempre attirato morbosamente come tutto quello che arrivava dall'Oriente. Il disegno di Gino parla chiaro, il giudizio del bar ci giudicava come "i Cinesi" e io sono certamente quello col cappello a cono di fronte. Oggi credo che nessuno lo giochi più da queste parti. Io, ogni tanto tiro fuori quello che ho comprato tanti anni dopo in Cina, più per nostalgia che per altro, tocco le tessere con gusto, avvertendo lo strofinio dei polpastrelli sulla superficie di osso, scivolando poi sul dorso ruvido di bambù. Ascolto il rumorino secco, il "pigolio" che fa il pezzo toccando il legno del tavolo, guardo ad una ad una le incisioni complicate e barocche dei Fiori e delle Stagioni, quelle che identificano la bellezza del set e non avendo più giocatori con cui dividere il piacere, mi resta solo il gusto di sognare, prima di riporlo nella scatola di legno duro, un mondo lontano nello spazio, fatto di odori forti di pesce marinato, di spezia dolce, di caldo umido opprimente oppure lontano nel tempo, in quei tavolini della saletta dietro il vicolo, al di là di quella porta a vetri, chiusa per sempre.


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sabato 18 aprile 2009

Shí




Premettiamo che oggi ho preso una formina di Montdor, ho fatto sulla parte superiore un piccolo scavo con un cucchiaino e dopo avervi versato mezzo bicchierino di Sauternes che mi ero tenuto appositamente da parte, e dopo averlo avvolto in carta argentata, l'ho infilato a 180° C nel forno per 20 minuti. Toltolo, l'ho spartito a cucchiaiate con la mia famigliuola, che sembra abbia gradito, innaffiandolo col rimanente della bottiglia. Ciò detto passiamo ad esaminare l'ideogramma Shí , ben importante in Cina, in quanto laggiù si ama molto stare intorno alla tavola, sia coi famigliari e amici che per fare affari. I neonati vengono presentati con un gran pranzo (non bolliti, come pensano alcuni), e affari e dispute si appianano e si concludono al ristorante, come ho spesso avuto modo di constatare. Anche il matrimonio tradizionale si celebra con un sorso di thè dalla stessa ciotola durante un gran pranzo per legittimare l'inizio della vita in comune di due persone. Il carattere dunque è composto, partendo dall'alto da quello di "insieme", più sotto "pentola" e ancora sotto "mestolo. Quindi "radunarsi in casa di chi sta cuocendo il riso, partecipando alla mensa", quindi "mangiare", un'azione sociale comune, non solitaria. Il termine è usatissimo in espressioni come : Yué shí - mangiare la luna per dire "Eclisse" durante la quale la luna viene divorata dalla cattiva stella LuòHou Xing; oppure Shí yan - mangiare la parola per dire tradire la parola data. Quindi, messo (temporaneamente) da parte Montd'or e Sauternes, in onore di Niki e della sua ricetta mi preparo il riso basmati e la cannella per la prossima settimana e stasera pollo alle mandorle con le bacchette (scusa Doc) e poi manifestazione di Kung Fu al palazzetto.

Per addolcirvi la bocca, beccatevi questa lirica primaverile di Meng Hao Jan del solito periodo Tang.




Breve visita ad un vecchio amico.




Per me miglio e pollame, da un caro vecchio amico;
sono invitato alla sua casa.
Piante verdi e rami tutto intorno al villaggio,
tra montagne azzurre, chine sulle case.
Sulla veranda davanti all'orto,
tra i boccali pieni, parliamo dei raccolti dei gelsi.


giovedì 19 febbraio 2009

Ascoltando la cetra

Ho un grande rammarico, quello di non saper suonare nessuno strumento. Invidio molto chi lo sa fare, specialmente se è bravo. Deve essere una straodinaria soddisfazione produrre o meglio riprodurre una melodia seguendo canoni precisi, sentieri già percorsi da molti, eppure sempre nuovi e diversi. Qualcuno assimila i suoni ai colori ed ecco da una tavolozza infinita colare infinite sfumature che si dispongono in ordinato disordine nell'ambiente. Amo tutta la musica, vicina o lontana, nel tempo e nei luoghi e nelle culture. Forse il pianoforte sarebbe stato troppo paludato (e poi è complicato portarselo dietro per suonare qualcosa quando ti viene voglia), ma il violino, così acuto e preciso, dirompente nella sua voglia di perfezione o l'oboe, tranquillo e nobile come un dignitoso aristocratico di campagna. Meglio di tutti il violoncello, uno strumento perfetto, di sonorità talmente piena e completa, da soddisfare il piacere dell'ascolto e della produzione del suono stesso anche senza nessun altro compagno. Ma mi sarei accontentato anche della chitarra, che pure ho tentato di strimpellare in gioventù, pochi accordi per accompagnare le canzonette atte a sensibilizzare la sensibilità femminile. E' tra tutti lo strumento femmina per eccellenza, tanto rotonda può essere la sua sonorità, a tratti lanquida, a volte stridula, sensuale al punto giusto quando vuole esserlo e alla pari scostante e nervosa se pizzicata con sgarbo. Con che dolcezza il suo arpeggio veste di trine delicate una melodia suadente o il mi basso, che colora il sottofondo con dolcezza materna, per scatenare poi la furia delle corde alte toccate contemporaneamente, fino ai suoni metallici e scostanti del plettro che insiste parossisticamente sul cantìno. Peccato che non abbia trovato il tempo di studiare musica, mi sarebbe stata gradita compagna spesso. Perchè tanto ti può dare l'esecuzione musicale; ti soddisfa se lo fai per te stesso, un piacere solitario che ha pochi uguali e ti può curare, aiutare nei momenti di difficoltà, far gioire anche della solitudine o aiutarti a stemperare le difficoltà, calmare l'eccitazione e le paure, preparare la mente alla soluzione degli altri problemi. Ancora di più se lo fai per gli altri, dai piacere a te stesso e a chi ti ascolta, che si lega a te in una unione mentale di comune sentire, di soddisfazione dei sensi. Forse per questo, in oriente le donne che si occupavano del benessere degli uomini, dovevano essere capaci musiciste, dalle gheishe giapponesi, alle concubine cinesi o nel sudest asiatico, una delle capacità richieste era proprio avere grande pratica ed abilità con la mandola o la cetra o il p'i p'a, il liuto cinese. Una donna che non conoscesse la musica aveva poche possibilità di interessare il signore.
Ecco dunque per sottolineare questo concetto, una bella lirica di Li Tuan, vissuto in epoca Tang, che caratterizza i suoi versi con piacevoli ed insolite osservazioni.

Ascoltando la cetra

Vibra la cetra dorata sul suo saldo supporto,
per il tocco della bella, dalle dita di giada.
Poichè brama attenzioni dal suo giovin signore,
si concede, ogni tanto, di sbagliare un accordo.

domenica 16 novembre 2008

Competizione e competitività

Il competere è la grande maledizione dell'umanità. Da un lato non si può negare che sia stata la molla dell'evoluzione che ha fatto trionfare la specie e abbia fatto avanzare la civiltà. In ogni caso giustifica la sopraffazione di una cultura sulle altre, che poi a poco a poco, scompaiono o vengono assimilate. Il competere per arrivare primi o anche solo per essere più efficienti, è glorificato dal nostro modello di sviluppo. Bisogna correre, lavorare di più degli altri e meglio, per batterli, per sopraffarli. Questa necessità spinge inevitabilmente ad oltrepassare i nostri limiti e se non si riesce bisogna comunque farlo anche a costo di ricorrere all'illecito, nello sport come nel lavoro, perchè comunque battere gli altri è più importante della serenità del fare bene le cose. Tutto questo genera sviluppo e miglioramento della specie nel suo complesso, ma è fonte di infinita infelicità per il singolo. Genera solo e comunque insoddisfazione, risentimento, accidia e male di vivere. Vincente è bello, perdente è un insulto, un marchio di infamia. Ma tutti sono perdenti e infelici, uno solo vince e solo per un giorno nella maggior parte dei casi, poi anch'egli precipita nella massa e da effimero winner diventa loser, la banale normalità. E anche in quell'unico istante di supremazia, non c'è gioia, serenità, c'è solo il piacere infame della sopraffazione degli inferiori. Forse l'evoluzione ha connaturato questo elemento tragico nella nostra specie. Diceva Gengis Khan: - Non c'è nulla di più esaltante per un uomo, che vedere il nemico inginocchiato ai propri piedi, ucciderne i figli, violentare le sue mogli, rubare i suoi cavalli.- In tutto ciò è racchiuso il successo della nostra specie. Le culture che facevano della felicità dell'uomo il fine ultimo, sono state spazzate via e il diritto alla felicità esiste solo sulla carta della Costituzione Americana (vane ed inutili parole) e negli intenti del Re del Buthan, mentre l'Oriente, terra antica di compassione e di meditazione ha sposato l'idea occidentale vittoriosa del vincente, superandoci di slancio nella corsa appunto ad arrivare primi. Miliardi di nuovi infelici chini sui deschetti da lavoro senza fine, la cui efficienza è invidiata e posta ad esempio dai nostri pifferai. Droghe e stimolanti, presto distribuiti gratuitamente, ci aiuteranno ad aumentare la nostra efficienza, a dare un rendimento più alto, a lavorare più intensamente e più a lungo.
Ciò detto, vi lascio ad una serena domenica (spero per voi di lavoro). Io devo allenarmi per un gioco di destrezza sul web dove sono ad un passo dal primo posto e non ho quindi altro tempo da perdere.

mercoledì 15 ottobre 2008

Il carattere cinese Nǚ (uguale al kangi giapponese Onna) significa Donna. In contrapposizione all'ideogramma Uomo che è composto di due parti, il carattere di Risaia e di Forza a chiarire che è appannaggio del maschio il duro lavoro dei campi, questo è la stilizzazione di una figurina femminile vista di fianco, graziosamente inginocchiata nell'atto di porgere con le braccia tese qualcosa al suo uomo (padrone, signore). Potrebbe essere una tazza di thè, come un panno morbido per detergersi il sudore o una veste colorata con cui coprirsi dopo l'amore. Questo chiarisce molto sull'idea della distinzione dei ruoli nelle culture orientali; un deciso riconoscere che i due sessi sono nella realtà due specie diverse, contrastanti, in armonia oppure irrimediabilmente avversarie e nemiche tra di loro. Yin e Yang, le due metà della mela o quello che vi pare, ma diverse e con fini differenti. La cultura occidentale nell'ultimo secolo è invece sulla via di eliminare del tutto questa distinzione, annullando le dissimiglianze, cercando di sovrapporre le tipologie anche fisiche oltre che comportamentali e psicologiche, mantenendo al più la "petit difference", ma se ne può comunque discutere. Ovviamente anche in oriente (che teniamo ben presente, stiamo colonizzando culturalmente con il peggio di ogni nostra ideologia) questo indirizzo guadagna ogni giorno terreno, tanto è vero che in Cina la donna ha nel campo lavorativo e del potere "pubblico" molte più "pari opportunità" che da noi. Mi piacerebbe conoscere i vostri commenti su questo concetto e su quello che ne può derivare.

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