Quando cade a terra una grande quercia è un momento di grande tristezza per chi le sta attorno e solitamente, abituato da anni alla sua presenza, la considerava parte immutabile del paesaggio. Magari era da tempo che il parassita maligno ne aveva attaccato la forza e la prestanza, ma tutto continuava così senza che tu pensassi che prima o poi sarebbe potuta arrivare la fine. Il giorno che il tronco non resiste più e il grande albero si piega per sempre e cede infine perché non è più possibile lottare, allora tutto appare evidente e capisci come tutti gli altri che la grande quercia non ci sarà più. Nasceranno e cresceranno altre piante, altri fili d'erba, altri alberi imponenti, ma il paesaggio attorno non sarà mai più lo stesso. E anche se è una cosa naturale nel cerchio della vita, tutto questo è molto triste.
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venerdì 22 aprile 2016
martedì 4 giugno 2013
Ad un amico che se ne è andato.
Quando un amico se ne va, ti sembra che ti manchino le parole. Hai in mente una sedia vuota a cui, in fondo non facevi caso, anche se inconsciamente provavi una sorta di inquietudine, ma che solo adesso capisci non si riempirà più. Un senso triste di mancanza, di vuoto. Quando un amico se ne va, ti lascia qualche frammento lontano a cui ripensare quasi con un sorriso; una sera di novembre sulla Piazza Rossa a guardare la stella color rubino della torre Spaskaja, mentre cadevano fiocchi larghi e leggeri; un giorno di fine febbraio sulla Tvjerskaja a mangiare un gelato al latte dalle babuske, che battevano i piedi all'angolo del Kalzò. Così non riesci neanche a pensare a quello che rappresentava, a quello che è stato capace di costruire dal nulla, a quello di cui gli eri, assieme a tanti, debitore. Quando un amico se ne va, ti lascia così, solo con un ricordo.
lunedì 27 dicembre 2010
Fichi alla mandorla.
Natale è proprio un coacervo di tradizioni. Sembrano fatte apposta per mettere insieme i ricordi, le cose care. Ti faranno sentire un po' melenso certo, però che calore, che senso di piacere crogiolandosene. Ecco ne ho appena finito una che mi è particolarmente cara. Era l'ultimo rimasto dal pacchettino avvolto nella stagnola, stretta e chiusa nella carta colorata. Ne sento ancora il gusto dolce e pastoso, solo appena amarognolo alla fine. Penso ci voglia molto a prepararli, fatica e attenzione, il gusto di fare le cose bene con affetto. Credo che si prendano i fichi secchi, ma solo quelli migliori, belli grandi, carnosi e non asciutti, li apri e ci metti dentro un mandorla, poi li unisci per quattro a croce e in fine li passi in forno, che rimangano ancor più zuccherisi e delicati, quasi croccanti fuori e pastosi dentro a meglio descrivere il sentimento di chi li ha fatti per te. Tutti gli anni me li porta una mia cara amica, che mi sa goloso e mi vuole bene.
Li ha sempre preparati il suo papà, una persona davvero speciale che in tutte le cose che ha fatto nella vita ha messo sempre la stessa attenzione, la stessa determinazione di farle nel modo giusto, come vanno fatte. E quest'anno che non li ha più potuti preparare, non avevano lo stesso sapore, anche se dolci e morbidi come si addice alla bellezza dei ricordi; la sottile punta amara alla fine, era un poco più forte, forse era troppo venata di tristezza. Dai Maresciallo, lo sappiamo che li stai facendo ancora, da qualche parte; non ce n'è di uguali e qua continueremo a ricordarceli, sfregando appena i polpastrelli che per un po' rimangono appiccicosi, mentre il profumo caldo rimane ancora a lungo nella mente e nel cuore.
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martedì 2 novembre 2010
Zuppa di ceci.
Già la sera prima aveva con religiosa precisione, messo a bagno i ceci secchi e i grandi fagioli Bianchi di Spagna, che nei giorni precedenti aveva, al mercato, scelto tra i migliori. Li metteva in due grandi scodelle da caffelatte, che era di rigore invece per cena, leggermente sbrecciate, con il bordo cerchiato da una spessa linea marrone. Poi al mattino cominciava la preparazione della zuppa di cui non conosco l'operatività (ma che potrete vedere da Acquaviva, da cui ho anche razziato la foto) e che arrivava in tavola orgogliosa e fumante a pranzo, nella gigantesca zuppiera a fiorellini vermigli, che la mia mamma appoggiava, sorridente, al centro del tavolo. I ceci ed i fagioli diventati rigonfi e giganteschi, adagiati su grandi fette di pane, si usavano solo quelle che in Alessandria son dette biove, spandevano nell'ambiente un profumo di salvia, mentre il mestolo pescava in quel brodo spesso e corposo, che la cotenna di maiale aveva reso sapida e gustosa. Il pranzo finiva poi con gli Ossi di morto, dolcetti croccanti duri e dolcissimi che il mio papà aveva comprato e che da qualche giorno teneva saggiamente nascosti. Che delizia! Me ne mangiavo sempre due piatti, forse prevedendo, anche se non a livello cosciente, quanto mi sarebbe mancata poi, epifania irripetibile di un momento, di un calore, di uno stato che la vita, nel suo svolgersi naturale, ti avrebbe cambiato senza provare rimorso.
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lunedì 12 aprile 2010
Il barbiere del sud.
Non potete credere come possa essere divertente partecipare ad una riunione di ultranovantenni che si ritrovano una volta l'anno per rivedersi, raccontarsi un po' e contarsi anche. Si tratta di un gruppo di compagni di corso dell'Accademia Militare. Noi abbiamo portato il nostro che, tramite mail e telefonate varie è stato un po' l'organizzatore dell'evento (le mail se le fa da solo ovviamente, dopo aver preparato gli inviti con Power Point, aggiustato le foto con Photoshop e così via). Certo la cosa che più colpisce è la voglia che hanno di raccontare cose, fatti, eventi del loro percorso. Ovviamente la guerra la fa da padrona e come potrebbe essere diversamente visto che un fatto di una portata così devastante non può non avere segnato in modo decisivo chi l'ha vissuta in prima persona. Però vi assicuro che ascoltare i vari raccontini (certo se li sentite per la prima volta) è un vero spasso. Così il pomeriggio è trascoso tra scene da Mediterraneo nelle isole greche e lande desertiche del nord Africa dopo El Alamein. A titolo di esempio voglio riportarvene un fatterello che uno degli arzilli convenuti, ha infiocchettato con un buona attitudine affabulatoria nonostante i novantadue suonati. La scena si svolge in un paesino del sud durante l'avanzata degli alleati. Si sa che l'uomo è cacciatore e il militare in libera uscita ancora peggio. Dunque il prode capitano aveva un abboccamento fisso con una gentile signora del luogo che si era mostrata assai disposta a concedere i suoi favori, evidentemente stordita da fascino della divisa. Causa marito gelosissimo, gli incontri dovevano essere studiati con attenzione. Tra l'altro in quei tempi, non è che si andasse tanto per il sottile ed era facile che le pistolettate girassero con facilità. Per ingannare l'attesa, mancando ancora due ore al tete à tete che era stato preparato con cura in una accogliente e discreta casa fuori paese, decise di andare dal barbiere per presentarsi in perfetta forma. Il barbiere lo prese subito sotto le sue attente cure e nel classico chiacchiericcio che avveniva mentre la lama affilata del rasoio scorreva sulla sua gola offerta alla bisogna, estrinsecò la sua convizione di dover stare attentissimi alle proprie mogli, con un paese così popolato di soldati in cerca di facili avventure. L'occasione fa l'uomo, anzi la donna ladra, ma lui aveva quattro occhi e la sua la teneva ben guardata, ma di certo se l'avesse scoperta in una situazione appena discutibile, non avrebbe esitato a dare all'incauto la lezione fatale, ché da quelle parti così si usava. In quel mentre si aprì la porta della barberia ed entrò una signora di bellissimo aspetto, che altri non era che la moglie dello stesso barbiere che veniva a chiedere il permesso di poter fare visita ad una parente fuori paese nel pomeriggio. Subì un pressante interrogatorio, sulle reali necessità della visita, che troppo spesso era ripetuta, ma vista l'insistenza e le condizioni di salute della congiunta, il permesso venne concesso e la signora se ne andò a testa bassa. A tutti i presenti il buon barbiere fece notare il suo polso duro e indagatore, approvatissimo dal consesso; atteggiamento peraltro non rinunciabile dato il pericolo rappresentato da tutti quei militari in giro. Rassicurato riprese a passare con un sorriso soddisfatto, la lama sulla gola del nostro capitano che con la salivazione completamente azzerata non aveva fatto un cenno , né profferito parola. Infatti la signora, altri non era che l'oggetto delle sue attenzioni che stava recandosi con un po' di anticipo la convegno amoroso. La sorte aveva voluto che essendo di spalle non aveva avuto il tempo di rivolgerle un cenno di saluto e l'atteggiamento gelido e la scarna parlata della donna sull'attenti, era dovuta unicamente alla sorpresa dell'inaspettato incontro. Fuggì dal negozio quasi di corsa, appena tolto il grembiale bianco, ancora terrorizzato, ma poi, più dell'onor potè il digiuno e l'incontro giunse a buon fine, che, come si dice, la paura genera ancora maggiore soddisfazione. Certo che anche a questa età l'amore per i particolari non svanisce e devo dire che, avendo la certezza di arrivarci in questo modo, per altri trenta anni, firmerei subito.Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:
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