giovedì 12 novembre 2009

Il thé georgiano.

Eccoci di nuovo al treno, la costante dei grandi spostamenti di questo immenso paese. Sarà lo scartamento maggiorato rispetto al nostro che lo fa apparire più grande e più misterioso, sarà che arriva(va) sempre in orario, ma al contrario dell'aereo, che da noi è sempre stato considerato un trasporto di elite, lì il treno era per così dire un trasporto più aristocratico con i suoi coupé con le tendine e i vasetti con i fiori di plastica. Andrej mi abbracciò sulla banchina e mi fece scivolare nella tasca della dublijonka una piccola bottiglia di kognàk Ararat di 25 anni, aveva capito le mie debolezze o aveva qualche cosa da farsi perdonare. Chissà che cosa. Lo capimmo appena saliti sul vagone n. 13 del treno di mezzanotte per Kharkhov. Il maledetto aveva comprato due biglietti di terza classe (disse poi che si non era scovato di meglio) e ci trovammo catapultati nel bailamme della lotta proletaria per prepararsi in modo dignitoso alla lunga notte incombente. Zhenija, che era chiaramente fuori di testa, terrorizzato che la preziosa persona a lui affidata (cioè io), subisse disagi imprevisti, forieri quindi di future punizioni e processi, saltava qua e là come un ossesso creando confusione e ulteriore irritazione nella massa dei viaggiatori. Scavalcando montagne di bagagli, balle di masserizie e animali vivi, raggiungemmo a fatica la nostra area, una specie di scompartimento a otto posti con pancacce di legno, già completamente invase di bagagli. Cercai di infilarmi in un angolo per creare un microhabitat accettabile al fine di trascorrere alla meno peggio le dodici ore che ci attendevano, abbandonando la gestione dei nostri altrettanto ingombranti bagagli. Davanti a me due enormi bionde baffute in stile Irina e Tamara Press, praticamente senza bagagli, che risultarono essere dirette in Polonia per uno shopping tour, il commercio fai da te, che stava prendendo piede con la liberalizzazione, grazie al quale la gente si spostava verso i confini cinesi o europei per tornare ai propri paeselli carichi di merci da rivendere. Stavano sulla loro, anche se erano ben disposte ad attaccare bottone ma stringevano inesorabilmente verso l'angolo, grazie alla loro prorompente massa specifica una vecchina col colletto di pizzo e camicetta bianca di poliestere inamidata che tornava dal sanatorj di Kislovodsk, quello tanto sognato da Zhenija. Forse non aveva visto i tempi prerivoluzionari, ma di certo sembrava uscita dallo Smolnij di San Peterburg e questo mondo, anche per lo schiacciamento provocato dalle sorelle, le stava di certo stretto. Stava così muta e con l'occhio basso cercando di occupare meno spazio possibile e quando le offrii un amaretto, della scorta di cui mi aveva amorosamente dotato Tiziana, per i momenti di saudade, lo scartò con meraviglia e lo masticò adagio regalandomi con gli occhi una sensazione di piacere tale da farmi dimenticare la situazione di disagio. Le bionde invece lo divorarono con furia intente a pensare, golose, ai futuri guadagni. Di lato una famiglia di mongoli aveva disposto diverse balle di cotone ed altre masserizie nel passaggio centrale per guadagnare spazio e preparare una specie di giaciglio per la notte incombente e intanto avevano estratto una serie di beni di consumo da una sporta capiente. Stesero giornali da cui erano emersi due grossi pesci secchi e, mentre li sbranavano di gusto, cominciarono a sgusciare un numero consistente di uova sode, dopo aver aperto e posto sul tavolinetto in equilibrio precario un grande recipiente di cetrioli in salamoia e un paio di bottiglie di vodka. Al mio fianco un orco ceceno, con una imponente barbaccia nera si era già accoccolato, reclinando il testone dalla mia parte e aveva cominciato a russare. Non riuscivo a capire dove sarebbe riuscito a mettersi Zhenija, non appena fosse ritornato dalla missione esplorativa di cui lo avevo incaricato, quella di trovare una sistemazione appena più decente, con la forza del danaro, cosa che ci dava un innegabile vantaggio rispetto ai nostri concorrenti. Intanto arrivò una bigliettaia camurriosa che pretendeva da me qualcosa che, a causa della mia povertà di comprensione non riuscivo a capire; che volesse controllare i biglietti o la nostra prenotazione? Mistero, fatto sta che capii che voleva farmi sloggiare dalla mia tana, per sistemare una coppia di banditi caucasici dalla faccia scura e decisi a conquistarsi il loro posto al sole, figurativamente parlando. Tutti nello scompartimento presero parte attiva alla discussione, sembrava il processo di Biscardi, che ricordo allora era già alla 14° edizione; per fortuna ritornò Zhenija con gli occhi spiritati che gli schizzavano dalle orbite per la tensione. Come gli avevo imposto, aveva tentato di comprare lo scompartimento privato della capavagone che pretendeva 10.000 rubli, circa 15 dollari, per cederlo e voleva l'autorizzazione all'enorme esborso. Lo maledissi per il cronico e ormai geneticamente incistato rifiuto di responsabilità e lo rimandai di corsa a bloccare l'affare, prima che un'altra coppia distinta che stava risalendo il vagone in cerca di occasioni, ce lo fregasse. Andò di corsa e tornò raggiante e vincitore, interrompendo la diatriba con la bigliettaia che cominciava a spazientirsi, come del resto i ceceni. Trasportare i nostri bagagli nella nuova accogliente sistemazione fu un sollievo e la notte buia e tempestosa calò con mano plumbea sulle nostre nuche assieme al torpore della tensione dissolta. Venimmo svegliati al mattino dalla cortese dezhurnaija che portava due bicchieri colmi di profumato thé georgiano forte e ruvido; la potenza del rublo le apriva completamente la chiostra dei denti ricoperti di acciaio, il sorriso metallico ma sereno di chi si era guadagnato la giornata. Anche Zhenija era di buon umore, così le cose dovevano marciare in un paese serio e anche se la tensione ed il sudore gelato gli aveva provocato una fortissima tracheite, sorbì il suo thé con voluttà assicurando che non ci sarebbero stati problemi e anche se la broncopolmonite avesse preso il sopravvento (come sembrava probabile) avrebbe tenuto bordone fino alla morte. Ci teneva molto a dimostrare la sua affidabilità a quello che ancora riteneva uno spietato supriore, al vertice della sua visione gerarchica e ci vollero mesi a farmi considerare come un amico oltre che un collega. La sconfinata pianura del Donbass coperta di neve, scorreva intanto lenta al nostro fianco. Ancora thé indiano medio forte e Zhenija, vista la disponibilità della vagonaia, ordinava senza vergogna; gli bruciavano i 10.000 rubli comunque, ma i continui accessi di tosse catarrosa scemarono di intensità mentre il treno entrava in stazione, ovviamente in orario. Sulla banchina, sull'attenti, la figura barbuta e paurosamente magra del dostovieskiano Alexej, ci aspettava come la grande mietitrice per l'appuntamento fatale.

mercoledì 11 novembre 2009

Incontri del terzo tipo.

Non voglio farla più molto lunga; a questo punto bisogna restringere il brodo e anche quella volta urgeva la voglia di andare a riprendere il treno per il nord, ma devo ancora ricordare una piccola galleria di personaggi che incontrammo nei giorni rimanenti e che possono aiutare a capire la situazione confusa di quei giorni di cambiamento, in un paese che era rimasto immobile per settanta anni. C'era di tutto in giro, a cominciare dal primo viceministro agroalimentare, con una interminabile fila di questuanti in attesa che superammo tra i mormorii, ma si sa agli stranieri era concesso tutto e che ci ricevette con grande pompa e mi insignì direttamente di un corno istoriato di qualche animale, come segno di importante considerazione da parte dell'amministrazione locale; secondo Zhenija, un KGBista classico nei modi e nell'aspetto. Poi, al kolkhoz Patria e libertà, un colossale direttore della vecchia guardia, che aveva pienamente compreso l'avvicinarsi della fine di un sistema e che davanti a noi staccò dal muro il ritratto di Lenin, maledicendo Gorby e Elzin allora ancora compari, prima del fratricidio, seguito da un lacrimoso elogio di quando c'era Lui e del bene che aveva fatto al mondo agricolo con tutti l'annesso show delle disgrazie dei poveri contadini, grandine inclusa. Era però un ambiente che mi era consueto, a causa del mio precedente lavoro, a contatto con la stessa tipologia di persone, stessi lamenti, stesse nostalgie, anche se il ritratto lo avevano staccato molti anni prima. Così mangiammo uova sode e peperoni in composta, tra grandi brindisi a base di Stalichnaija, inneggianti all'agricoltura negletta in tutte le parti del mondo. Io guardavo Andrej dall'altra parte del tavolo che cercava di trattenere i sogghigni malevoli, senza partecipare all'ordalia che incluse una serie classica di proverbi contadini e l'elogio della fratellanza tra i popoli. E ancora l'incontro a Stavropol, in un fantomatico ente di sviluppo economico con un trombone prepotente che volle spiegarci a tutti i costi, come quello che stava accadendo fosse tutto un "gomblotto" dell'occidente per mettere in ginocchio il paese più ricco ed efficiente del mondo, una Russia dove il sottosuolo ospita tutta la tavola di Mendelejev (frase ricorrente nei panegirici tromboneggianti) e che presto avrebbe visto un cambio di dieci dollari contro un rublo, mentre il suo scherano continuò per quasi un'ora a fare cenni di approvazione con la testa, incontro che si concluse con la eventuale richiesta di prebende su fantomatici fumosi affari da concludere in futuro. A seguire, la visita a Lermontov, una delle tante città che non esistono sulle mappe, a fianco ad una montagna zeppa di uranio e segretissima sulla carta. Adesso c'è, ho controllato su Google maps, ma non ci si avvicina più di tanto , subito compare "siamo spiacenti ecc.". Con la sua fabbrica di concimi all'apparenza innocua. Chissà come, ma in tutti questi affaire di uranio, c'è sempre una fabbrica di concimi; comunque questa produceva effettivamente urea che voleva esportare in occidente, uno dei grandi affari del momento. Infine l'ultima cena nel locale dove ci facevamo le nostre colazioni e che scoprii essere un night club di nuova generazione, anche se la mise mattutina della tenutaria, qualche sospetto me lo aveva già provocato. Qui venimmo avvicinati da due personaggi molto equivoci che parevano usciti da un serial di terz'ordine sulla mafia. Grandi e grossi, col gessato di ordinanza, gonfio sotto l'ascella sinistra, che si qualificarono come i proprietari del locale e che, avendo saputo della nostra qualifica di bizniesmeny (plurale russo di businessmen), ci proposero di aiutarli in una loro attività parallela di produzione di parquet di lusso. Declinammo l'offerta, in ogni senso lontana dal nostro settore di attività, ma i due ci vollero raccontare a lungo dei loro interessi e delle difficoltà che c'erano a far partire nuovi affari in un paese ancora con poche certezze e soprattutto con nuove imposizioni fiscali. Io raccontai delle tasse che anche da noi chiedono alle imprese oltre la metà dei profitti, loro ribatterono che, nella nuova Russia le tasse sulle loro imprese (?) erano del 90%, ma bastava non pagarle. Ce ne andammo, ancora una volta unici clienti, salutati con affetto da tutte le maestranze del locale, sulla claudicante e stracarica Prinz di Andrej che ci portò fino alla stazione di Nievinominsk, dove su un treno cupo e fumante, ci attendeva una lunga notte prima di entrare in Ukraina.

martedì 10 novembre 2009

Neve bianca.

Torniamo allora nel Nord del Caucaso, dove nel frattempo era arrivata la domenica di meritato riposo. Il pulmino ci passò a prendere la mattina presto con Andrej e la moglie Larisa che, benchè gradevole, amava definirsi una staraija kuritza, una gallina vecchia (infatti la mollò qualche anno dopo, appena messi insieme quattro soldi, in cambio di una slavata segretaria di primo pelo). La strada prese subito una lunga e selvatica valle laterale, verso le montagne sotto una fitta nevicata, mentre Zhenija si era messo dietro a sonnecchiare; aveva l'occhio sorridente, di certo sognava un soggiorno premio a Kislovosdk a riposare, steso sulle poltrone del sanatorj, bevendo Barjomj la regina delle acque minerali, salata e lassativa come nessuna altra. Sul fianco della montagna, una piccola cappella ortodossa abbandonata dominava la valle dove il torrente Teberda scivolava sotto la neve. Forse un tempo ci abitò qualche monaco, poi spazzato via dalla rivoluzione o più semplicemente dall'inedia. Ci fermammo ad una cava di marmo di cui si aveva notizia che avesse bisogno di macchine per il taglio delle pietre per unire comunque l'utile al dilettevole. In una baracca di legno un vecchio guardiano stranito ci accolse timoroso, continuando a ripetere una litania di "non so". Il direttore, se mai avesse messo piede in quel angolo perduto, se l'era filata a Mineralnije Vady, terrorizzato di incontrarci e di compromettersi in buono stile sovietico. La cava in pratica era abbandonata, con qualche vecchio macchinario ad terminare di arrugginirsi sotto la neve e una montagna i cui filoni erano stai devastati dalle esplosioni. I furbacchioni, non avendo più macchine per il taglio, avevano minato quasi tutta la montagna per sbriciolare il marmo in pezzetti da quattro/sei centimetri per fare dei piastrelloni di conglomerato. Non era più possibile ricavare marmo sano, la cava era irrimediabilmente rovinata. Il guadiano ci guardò ripartire prima di tornare a dormire nella sua branda con la bottiglia di vodka che gli avevamo lasciato. Arrivammo in un paesotto alla fine della valle, fino a poco prima era una piccola stazione sciistica, si intravedevano ancora lo scheletro di una seggiovia monoposto e un piccolo skylift. Tutto fermo e fuori servizio. Andrej era deluso, voleva mostrarmi le bellezze della zona e parve spiaciuto di tanta desolazione. Invece il posto era straordinario, completamente selvatico ed abbandonato con la neve che cadeva leggera sulla parete ripida della montagna, chiusa sul fondo della valle solitaria, con le immense foreste di pini che scendevano fino al torrente dove c'erano tracce di cervi, che forse all'alba erano scesi a cercare qualche ciuffo di erba secca risparmiato, lungo i massi della riva. Si sentiva solo il rumore dei fiocchi che si depositavano adagio e l'odore della neve. Anche i cetrioli salati e i pomodori bulgari in scatola che Larissa aveva portato per il picnic, parevano buoni e saporiti, così stesi su una fatta di pane nero e gustoso. Sognava di andare all'estero, Larisa, ma era stato solo in Bulgaria e come si diceva allora nell'URSS, - Kuritza nié ptiza, Balgarija nié za granìza- la gallina non è un uccello, la Bulgaria non è estero, rispondendo con commiserazione, anche se con un po' di invidia repressa, a quanti riuscivano ad avere una putijovka di due settimane sulle spiagge del mar Nero. "Ocin kushna" le dissi con complicità; non perdevo occasione di sciorinare le poche parole che cominciavo a mettere insieme. Sembrò contenta, anche se non aveva negli occhi quella luce bramosa che le era brillata quando le diedi la scatola di profumo di Armani che avevo portato con me dall'Italia, assieme ad altre cosette da regalare qua e là. Tornammo a valle mentre l'oscurità scendeva di colpo e la nevicata si faceva più fitta.

lunedì 9 novembre 2009

Il rosso e il grigio.

Altro break, dovuto. Ieri sono passati venti anni. E' stato un fatto storico, non c'è dubbio. Al di là del tromboneggiamento delle rievocazioni, non è poi così semplice esaminare l'avvenimento. Io c'ero stato tredici anni prima dietro a quel muro, spinto come sempre dalla voglia di vedere con i miei occhi, con il desiderio di capire qualcosa di più di quanto ti raccontano. L'occasione era stata curiosa. Ci eravamo uniti ad un gruppo di vigili urbani di San Marino che ogni anno avevano diritto, per meriti politici, ad un viaggio premio di quattro giorni per vedere un primo maggio in una delle capitali dell'est. Credo che queste iniziative fossero fosse esiziali per la fede politica dei partecipanti, ma ci aggregammo al volo data l'esiguità dei costi, in più avremmo potuto assistere alla famosa parata, in posizione di privilegio. Così ci trovammo oltre quel muro che pareva invalicabile, mentre sfilava quasi l'intera città davanti a noi, gruppo dopo gruppo con migliaia e migliaia di bandiere rosse. Praticamente nessuno assisteva o guardava o applaudiva, sfilavano tutti a ranghi serrati ed ordinati se appartenevano a corpi ufficiali, in ordine sparso se erano cittadini comuni, ma non c'era gente per le strade, salvo la colossale tribuna d'onore, dove i prescelti stavano per ore a sventolare piccole bandierine.
Il tutto avveniva in un silenzio di tomba. Anche il brusio, tipico delle processioni era quasi assente. Durò quasi tutto il giorno, poi, quando il rosso accecante dei vessilli che per un giorno aveva dominato orgoglioso, si spense, il colore della città riprese il sopravvento. Berlino era una città in bianco e nero, mancava ogni segno di colore, ma anche inaspettatamente mancava anche il bianco ed il nero puri, solo una variegata, infinita scala di grigi. Il grigio antracite dei cappotti della gente che ritornava nelle case dopo aver avvolto le bandiere in grigi contenitori, il grigio spento dei parallelepipedi dei falansteri prefabbricati che bordavano i grandi viali, il grigio pesante del pur spledido museo delle antichità, la grigia pavimentazione della quasi deserta Alexanderplatz, il grigio dell'asfalto dei grandi corsi privi di auto grigie, il grigio piombo del cielo nuvoloso che non aveva voglia di piovere, il grigio chiaro della pagina inferiore delle foglie della Unter den linden che terminava davanti al grigio tetro della porta di Brandeburgo dove dietro, il grigio del muro si intravedeva appena; il muro grigio che cercai di fotografare di lontano, facendo subito scivolare in tasca il rullino, mentre al Vopo che arrivò di corsa nella sua uniforme grigioverde a cui mostrai la macchina aperta e vuota, non restò che lasciarmi andare dopo avermi ammonito col dito. Come ci rimase male. Si respirava un'aria di indifferente rassegnazione, come di chi non ha comunque parte attiva nel processo. Non il sotterraneo brusio carbonaro che avevo sentito in Polonia tra gli studenti, una decina di anni prima o il senso di attesa che c'era a Praga una decina di anni dopo, o lo squallore privo di speranze della Romania di Ceaucescu o il senso incombente della fine dell'impero nella Leningrado degli anni ottanta. Disinteresse quasi.
Quando cadde la barriera, qua il senso percepito era di una folla che finalmente anelava alla libertà, invece la maggioranza era fatta solo di ragazzi che volevano jeans, hamburgher, coca cola e musica rock e di adulti che volevano gettare la Trabant ed avere una Mercedes oltre che cambiare i marchi cattivi con quelli buoni. La gente, escludendo una sparutissima minoranza, se ne strafotte della libertà di espressione, dei diritti civili, della possibilità di votare, vuole solo più beni di consumo. Tranne chi queste cose le ha già. Così va il mondo. Le cose sono sempre semplici, poi qualcuno sale in un punto un po' più elevato, un balcone, il cingolo di un carro armato, un predellino e la folla non aspetta altro, si beve qualunque cosa gli venga detta e manzonianamente acefala, osanna l'oratore e lo segue, verso nuovi orizzonti, nuove vittorie; i più deboli pagano, i furbetti cambiano la foto attaccata al muro, grigio.



sabato 7 novembre 2009

Tra lana e miele.

Mi accorgo che sto allungando troppo il brodo, anche perchè, controllando l'agenda mi avvedo che ho raccontato gli eventi tra il 18 ed il 23 gennaio, i primi cinque giorni dei 43 che trascorsi in giro per l'URSS quella volta. Dunque trascurerò di dettagliare gli incontri dei giorni successivi anche se alcuni personaggi meriterebbero un approfondimento, come Kolija che misteriosamente da direttore si trovò proprietario di una fabbrica che raccoglieva, lavava e produceva lana ritirandola grezza da tutta la repubblica e dintorni, Bulik il Turkmeno dalla lunga barba che trattava compensato e cotone all'ingrosso, Rakhid, un gigantesco Karachaijevo che mi strizzò a lungo con quelle pinze che aveva al posto delle mani, raccoglitore di prodotti apistici della zona che voleva piazzare 700 chili di pappa reale a 3000 dollari e dopo aver controllato che era quasi andata a male, li avrebbe ceduti anche per cento, Oleg, un Ingusheto con la faccia da bambino che trafficava in pietre dure, Vanija, intabarrato fino ai denti in un cappottone di pelle nera bisunto che cercava di piazzare vagoni di colza e semi di erba medica e tanti altri. Non posso però saltare l'incontro che avemmo con l'aspetto ufficiale della repubbica. Il mattino dopo infatti, dopo aver subito le lamentele della ristoratrice (privatizzata) riguardo il fatto che consumavamo colazioni troppo parche, evitando kognak e tanto meno l'italijansky schampagne, più volte propostoci, uno spumantino innominabile che facevano dalle parti di S. Stefano Belbo e che quindi, essendo gli unici clienti non ci stava più nei costi, fummo ricevuti al palazzo del governo. All'incontro, con tanto di bandierine sui tavoli, partecipavano un viceministro, circondato da molti silenziosi sottopancia che, dagli sguardi obliqui e attenti che volgevano attorno a sé, stavano chiaramente cercando un nuovo riposiziosamento all'interno dei nuovi equilibri politici che si andavano formando. Anche qui le sedie degli ispettori politici, ben disposte lungo la parete di fondo, erano ormai vuote. Facemmo una presentazione molto spettacolare (naturalmente rapportata al posto) conquistando tutti con le potenzialità che si intravedevano nel dare libero spazio ed agevolare il lavoro della nostra azienda nei contatti con le nuove realtà produttive dell'area. L'atmosfera ufficiale e paludata si fece subito molto amichevole e sottilineo molto, quando cominciarono ad apparire le prime bottiglie. Dopo la fraternizzazione, salutammo singolarmente e con calore i vari intervenuti, lasciando un po' di graditissimi gadget. Il presidente antitrust, che testa a testa ci fece capire quanto avrebbe potuto agevolarci il suo aiuto, si disse ben disposto ad aiutare gli amici italiani anche come semplice segnalatore di opportunità e si meritò seduta stante una calcolatrice tascabile made in China. A sera, all'apposito ufficio telefonico, tentammo di avere tre minuti di comunicazione con Mosca, pagati in anticipo, la linea cadde ancora prima di poter dire pronto e non ci fu più niente da fare, ma ancora una volta era una questione ontologica, avevamo pagato la possibilità di telefonare, non la telefonata in sé, quindi non potevamo reclamare il denaro indietro, come spiegò bene la supponente impiegata ad un Zhenija ormai tramortito dalla rapidità con cui gli eventi si succedevano. Anche al cena al costo di tre dollari, lo innervosì terribilmente, a tal punto che nella solita partita a scacchi che mi concedeva prima di andare a dormire, non cercò neppure di fingere di fare fatica a battermi, come avrebbe imposto il suo status di sottoposto, ma lo scacco matto arrivò in poche mosse. Caddi in un sonno pesante, l'indomani era domenica e non c'erano incontri in programma.

venerdì 6 novembre 2009

Al mercato.

Trascurerò di raccontare l'incontro con quelli che sarebbero diventati i nostri migliori clienti e di cui ho già parlato altre volte e dato che quel giorno non avevamo altri appuntamenti, volli andare a fare un giro al mercato. I mercati, in generale, insegnano molto dei luoghi dove si viaggia. Si respira un'aria più realistica del posto e si avvertono vibrazioni e stimoli che ti fanno meglio capire il vento che tira in quel particolare momento. Il mercato kolkosiano di Cerkiesk era piuttosto vivace e frequentato, come tutti i mercati del sud e come quelli, decisamente più caciarone dei mercati di Mosca, molto più asettici, anche se, dietro i banchi improvvisati, ugualmente popolato di personaggi che in URSS non si vedevano da molti decenni, con occhi svegli e furbetti, decisamente diversi dalle stanche e svogliate commesse dei negozi di Producty che sonnecchiavano davanti agli scaffali vuoti in attesa di una coda che si formasse non appena girava la voce che era arrivata una partita di cavoli neri o di ciabatte n. 37. Da qualche anno, da quando era stata consentita nei Kolkhoz una produzione personale di beni alimentari, si erano creati questi centri, prima tollerati, poi semiufficiali ed istituzionalizzati, dove i lolkhosiani portavano la loro produzione in eccesso e che era ormai preponderante su quella collettiva che ormai non produceva quasi più nulla. I prezzi ovviamente erano d'affezione, sembrava uno dei nostri mercatini bio con le specialità del territorio, che i cittadini in adeguata disponibilità compravano, aggirandosi avidamente tra i banchi. All'ingresso del mercato, una novità di quei tempi, una piccola porta con scritto Cambiavalute, che ormai ufficialmente aveva sostituito il cambio in nero e anche il cambio tradizionale e che tramutava dollari in rubli. Come mai in una cittadina del Caucaso del nord, priva di qualunque attività turistica o di contatto con l'estero, una nutrita schiera di persone andasse a cambiare giornalmente dollari, avendone quindi disponibilità frequente, sembrava non interessare nessuno, anzi era perfettamente naturale, tanto che si diceva che ci fossero più dollari liquidi in URSS che in America. Tutti regolarmente sotto il materasso. Fatto sta che in pochi mesi di liberalizzazioni, la situazione economica era completamente sfuggita di mano ed era partita la cosiddetta iperinflazija, che aveva colto di sorpresa un popolo che da settanta anni era stato abituato a vedere prezzi immutabili, incisi a sbalzo sulle confezioni di latta. Nel 92, in cui ufficialmente un dollaro valeva 0,8 rubli e al nero 3,5, si era passati rapidamente ad un rapporto di 1 a 100, poi 1 a 500. Quel giorno la porticina grigia aveva un cartello che recitava : 1 dollaro, 750 rubli. Zhenija era di sasso, solo qualche giorno prina a Mosca avevamo cambiato a 550 e questi mutamenti rapidi erano così incomprensibili da generare in lui timore e incapacità di reazione. Girammo tra i banchi dove facevano bella mostra piramidi di polli, conigli, carni di montone appena macellati, cetrioli orgogliosi, cavoli neri e altri prodotti dell'orto. C'era poi un settore con guanti, calze di lana e altri indumenti fatti in casa, mutande usate, sciarpe pesanti. Non mancavano in un angolo cassette di banane e arance, prodotti un po' strani per essere surplus dei kolkhoz viciniori, ma tant'è ormai era scoppiata la liberalizazija fratelli e c'era spazio per tutto, tutto era concesso, libertà, per chi avesse avuto i soldi per permettertesela. Una vecchina, ferma lì davanti, guardava quei frutti con occhi difficili da interpretare; desiderio, stupore per qualcosa di cui aveva solo sentito parlare, risentimento per cose che non poteva avere e verso chi stava facendo maturare questa situazione. Senso di ingiustizia forse di chi stava cominciando a rendersi conto che era sul punto di precipitare da una condizione in cui aveva poco ma campava comunque, in una in cui sarebbe stato molto più duro sopravvivere, senza sapere quanto sarebbe durata questa situazione. Una incertezza nuova e spaventosa per chi aveva sempre vissuto in un mondo di sole certezze, perchi era, per età, spirito, capacità, in condizioni di debolezza sociale senza possibilità di reazione. Ai lati del mercato si vedevano sorgere, alcuni ancora in fase di preparazione, dei negozietti veri e proprii, segno che stava finendo l'epoca in cui si veniva condannati a morte per crimini commerciali se il giro d'affari superava i diecimila rubli. Mentre guardavo i vari tipi di compratori che tastavano con cura le cosce dei polli prima di tirare fuori i fasci di rubli, Andrej portò la mia attenzione su un tizio, piccolo e quasi nascosto dietro un grosso colbacco di volpe grigia che parlottava con fare circospetto con un donnone che offriva teste di montone dagli occhi tristi. La gigantesca matrioska rivestita con un grande scialle colorato, armeggiò un po' in un cassettino da cui estrasse un mazzetto di banconote che fece scivolare nelle mani del tipo che sgusciò via, apprestandosi ad un altro banco dove cominciò a parlottare con un vecchio e rugoso venditore di cavoli e conigli vivi. - Mafia cecena - mi sussurrò Andrej all'orecchio. Una sistematica riscossione di pizzo in piena regola. Come si estendono in fretta le nuove abitudini! Cominciò a nevicare più forte e c'era fango dappertutto; ce ne tornammo dunque in albergo dove cercai di spiegare bene ad uno Zhenija completamente stranito, quello che accade nei periodi di iperinflazione e come cercare di difendersi al meglio buttando tutto in beni rifugio. Si consolò quando gli dissi che avendo tutti i suoi pochi risparmi racchiusi nei dollari che aveva accumulato negli anni passati poteva stare ragionevolmente tranquillo anche se continuamente vigile all'evolversi dei fatti ed andò a dormire sereno. Come agli altri dipendenti del nostro ufficio, gli fregarono tutto le finanziarie piramidali che dopo qualche anno si diffusero a Mosca come le mosche appunto. E' il progresso ragazzi.

giovedì 5 novembre 2009

La fabbrica della ruggine 2.

Aveva gli occhi piccoli, il padrino e ti squadrava con un chè di indagatorio che dava inquietudine. Di certo la sua coorte era terrorizzata quando veniva al suo cospetto, lo si intuiva dal veloce andirivieni silenzioso che gli girava intorno, per filare via di fretta, come di chi ha un sacco di cose da fare, in modo sovieticamente inusuale. Era piuttosto corpulento e le foltissime sopraciglia e le dure pieghe agli angoli della bocca, un marchio di fabbrica evidentemente, non ammorbidivano il testone, sul collo tarchiato da mugiko e il gessato blu scuro che lo infagottava, aiutava a dipingere il personaggio. Dopo un'altra pausa, uscì con una domanda da buon piccolo padre, con un tono che voleva sembrare pacioso. - Che novità ci portano oggi i nostri ospiti che arrivano da lontano?- Informato in precedenza delle necessità, cominciai a tirare fuori dal cilindro un po' dei conigli che mi portavo appresso, depliant e campioni. Lo colpirono molti i pieghevoli lucidi e colorati che illustravano la nostra azienda e di certo mentalmente faceva il paragone con le slavate carte che ci avevano dato sull'attività della fabbrica. Quando arrivò quasi di corsa una segretariotta tondeggiante con alcuni flaconi di shampoo e detersivi, che rappresentava l'ultima produzione, opachi e tondeggianti, con le bave di politene che rendevano approssimativa anche la chiusura, un tappaccio storto e che perdeva anche un po', estrassi dalla borsa delle meraviglie la nostra proposta, uno spettacolare contenitore con impugnatura, lucido e perfetto, con un trigger spaziale che che spruzzava anche se tenuto al contrario. L'etichetta autoadesiva a dodici colori con ologramma, rendeva l'oggetto del desiderio ancor più stettacolare. Se lo rigirò un po' tra le mani, poi il corpaccio gerontocratico si sciolse di colpo e si aprirono le cataratte dell'emozionalità. In generale la gente non ha idea di cosa sia il marchio Italia, quando si va all'estero. Si parte con un enorme vantaggio che noi sottovalutiamo prepotentemente. Tutto quello che proponiamo viene etichettato aprioristicamente come il più bello, il più elegante, il più raffinato possibile. Se la merce tedesca è identificata (anche qui spesso a torto) come quella meccanicamente più efficiente, essere italiano ti dà automaticamente la patente della cosa più desiderabile e non puntare su questo fattore o disconoscerlo senza sfruttarlo a fondo, è veramente suicida per un popolo che deve fondare la sua economia sull'esportazione. Fatto sta che l'atmosfera si fece molto familiare nel salone-ufficio e la schiera di segretarie, le lavoratrici effettive, erano assolutamente intimidite da tanta inusuale informalità. Quelle decorative invece (tanto per cadere nel gossip, Andrej ci aveva chiarito l'intensa attività parallela che il Padrino aveva durante le ore di riposo nella adiecente camera personale) continuavano a guardarsi le unghie lanciando solo occhiate di sguincio da sotto le lunghissime ciglia caucasiche. La componente pilifera dell'area è decisamente al disopra della media, comunque. Si dovette brindare all'incontro con del buon cognac armeno anche se l'ora di pranzo era lontana, poi il potente, ormai conquistato, calò dalla cattedra, mi prese sottobraccio e magnificando con occhi lucidi un suo viaggio a Venezia, impose un inusuale giro dell'azienda in cui volle personalmente farci da guida, tra lo stupore degli astanti. Ci spostammo per i larghi spazi interni sulla Volga nera di ordinanza, guidata dallo stesso Padrino che ci mostrò le varie attività senza la tronfia sicumera che gli avevo attribuito in un primo momento. Doveva essere una persona intelligente e non nascondeva a sé stesso la situazione di disfacimento che si prospettava man mano ai nostri occhi. Capannoni in disarmo, la linea di riempimento, italiana naturalmente, vecchia di almeno 40 anni aveva metà dei rubinetti fuori uso, i rabbocchi manuali continui, la qualità del prodotto disastrosa. La zona del soffiaggio dei flaconi, per cui noi proponevamo la nostra macchina, pareva un antro di satana, dove gli scarti di plastica ed i contenitori sbilenchi erano ammonticchiati dappertutto e le macchie di olio ricoprivano un pavimento disuguale. Il locale dove venivano fatte le scatole di cartone era un ammasso di ruggine, la macchina quasi non funzionante, la maggior parte delle operazioni rifinite a mano per rendere il prodotto almeno usabile. I suoi occhi erano diventati tristi, anche quando magnificava la produzione del passato, quella dei tempi felici. Capiva molto bene quello di cui avrebbe avuto bisogno ed i progetti che aveva per la testa non erano affatto mal posti, ma era triste perchè sapeva di non avere un soldo, almeno per il momento e che le tante idee sarebbero rimaste nel cassetto a lungo. Conscio di un mondo che stava finendo e che forse sarebbe stato distrutto prima di ricominciare, rimaneva sulla plancia di comando, con i suoi piccoli vantaggi, mentre la corazzata affondava lentamente. Ci accompagnò al cancello dove era il nostro pulmino e mi abbracciò a lungo prima di andarsene. Evitai il bacio in bocca, ormai ero esperto ed il nostro mezzo attraversò la barriera, un tempo invalicabile, che giaceva rotta al lato dell'uscita, dove si ergeva orgogliosamente la garitta della sentinella, deserta e con il tetto sfondato.

mercoledì 4 novembre 2009

La fabbrica della ruggine.

La neve non è uguale da tutte le parti, anche il bianco sembra diverso. Nelle grandi pianure del sud russo ha un senso di sfinimento, di pace eterna, di incombenza genetica. Non nevica quasi mai, così almeno sembra, ma tutto quello che ti circonda è sempre bianco contro un cielo grigio e non ci sono neppure le sconfinate foreste di betulle bianche, solo spazi senza fine prima del piccolo segno di alture lontane. Poi si raggiunge di nuovo la città. Cerkiesk era, allora per lo meno, una cittadina della provincia estrema, pur nominandosi pomposamente capitale della piccola repubblica autonoma, ma priva di caratteristiche distintive. L'uniformità architutturale sovietica la rendevano indistinguibile dalle tante città sparse dell'universo socialista che si apprestava a diventare ex-socialista. In periferia, lunghe teorie di falansteri cadenti a quattro piani, file ordinate di krushove, le case approssimative del periodo del disgelo, costruite in fretta e raffazzonatamente, ancora più grigie delle altre ed un centro anonimo con qualche casa più massiccia di inizio secolo prerivoluzione. Ma la città era dominata da un grande complesso industriale, con enormi ciminiere che spargevano allegre nell'aria, un pesante odore di fenolo, il prodotto principale. Era il Zavod Kimik (in russo fabbrica è di genere maschile, forse per rimarcarne l'importanza) proprietaria anche della specie di albergo dove alloggiavamo e di molte realtà cittadine. Il cuore produttivo pulsante, dove avevamo appuntamento con il presidente, forse l'uomo più importante della città in quel momento. Percorremmo i larghi spazi interni della fabbrica penetrandone i meandri per raggiungere la palazzina di comando. Era un dinosauro cadente, ogni cosa ricoperta di ruggine affastellata in scheletri di capannoni fatiscenti. I rari operai si aggiravano infagottati con movimenti lenti, intorpiditi dal freddo a lasciarne indovinare la produttività improbabile. Annunciati da uno stuolo di segretarie pigolanti, avemmo infine accesso all'ufficio del Padrino, così era chiamato da tutti, diceva Andrej. I russi erano allora affascinati dalle storie di mafia e la Piovra era stato uno dei successi epocali, con tutte le signore innamorate perse del commissario Catania (così era stato modificato il nome per maggiore appeal). L'ufficio era immenso, un salone semi vuoto dove, al fondo torreggiava una gigantesca scrivania sovietica. Queste ultime erano di tipo particolare, grandi e sopraelevate, avevano davanti, accostato più in basso, un tavolo, disposto ortogonalmente a T, dove prendevano posto sottopancia di vario tipo e grado a prendere appunti, ordini o semplicemente ad ascoltare a testa bassa. La lunghezza del tavolo dipendeva dall'importanza di chi era alla scrivania, nel nostro caso era lunghissimo con almeno dieci sedie per lato. Credo che si fosse tentato di importare nelle sedi del PCI questo modello di ufficio, dai dirigenti che avevano, ai tempi, frequentato le scuole di partito a Mosca, ma non funzionò, troppa frizione con la mentalità italiana e credo fosse subito stato cassato. Di lato, un poco discoste, un paio di sedie vuote, occupate alla bisogna dai commissari politici che dovevano presiedere ogni seduta e stilare apposito rapporto. Eh, i bei tempi stavano cambiando rapidamente. Il padrino impegnatissimo, ascoltava e dava ordini secchi in telefono nero di uno dei sette od otto enormi apparecchi di diversi colori, che occupavano il tavolo di fianco alla plancia di comando completamente vuota, tranne un foglio bianco per gli appunti appoggiato nel centro. Con voce bassa, diede alcuni ordini secchi al suo interlocutore, prima di posare con attenzione la cornetta nella sua sede, quindi, finalmente alzò gli occhi su di noi.

martedì 3 novembre 2009

Semi da prato.

Riprendiamo da dove eravamo rimasti. Una mattina invernale, un solicello pallido e malato, le montagne del Caucaso fuori dalla finestra con i vetri doppi un po' appannati che non si aprono mai, con il finestrotto in alto per avere un po' d'aria ogni tanto e una colazione a base di insalata italiana (russa, ma là si chiama così) e crepes ripiene di carne tritata e verdure. La cuoca si poteva definire rigogliosa e sembrava contenta di far provare le sue cose a questo occidentale con gli occhi un po' pesti reduce da una serata difficile. Ci rimase un po' male quando rifiutai tassativamente un cognac armeno di dieci anni, una vera chicca, ma assolutamente superiore alle mie forze. Quella mattina ci aspettava una visita ad un kolkhoz nella pianura e la strada era scivolosa, anche se non ero io alla guida. Non c'era nessuno in giro, forse era ancora presto, forse l'inverno russo prevedeva allora una specie di letargo nelle attività, solo la dimensione dei campi deserti e coperti di neve mi suggeriva la differenza, per il resto mi sembrava di essere dalle parti di Pontecurone, con le colline del Pavese lontane e bianche. Il kolkhoz Rodina sembrava un po' in disarmo; sotto un portico malandato oppure direttamente nel cortile coperti di neve, decine di macchinari bisognosi di molte riparazioni, arrugginivano tranquilli in attesa del giorno del giudizio. Il direttore era paro paro un fattore delle nostre parti, ma con un colbacco grigio, molto consumato calato sulle orecchie, che pizzicavano parecchio sulla punta. Saranno stati i meno dieci, eppure il sole dava un senso di finto ed ingannevole tepore. Dopo i saluti iniziò subito la serie delle lamentazioni, tutto uguale alle mie visite in campo nell'alessandrino, quando dovevamo ritirare il seme di frumento, i prezzi in calo, i concimi in aumento, il governo che se ne frega. Certi topoi sono identici in tutte le culture, forse geneticamente propri dell'uomo. Dopo aver convenuto che non si poteva andare avanti così e magnificati con nostalgia i bei tempi andati, andammo a vedere una partita di semi di festuca, un migliaio di quintali, che avremmo potuto ritirare in pagamento di un piccolo essiccatoio. Soldi non ne circolavavano e il barter sembrava una soluzione praticabile. L'agronomo, con gli occhi assonnati di chi è appena sceso dal letto ci raggiunse nel magazzino delle sementi. Fraternizzammo subito come è d'uso tra colleghi, mentre estraevo gli strumenti del mestiere per sondare i sacchi, facendomi largo tra torme di topi di dimensioni tutto sommato ragguardevoli. Purtroppo non si trattava di festuca rubra come avevo sperato, ma di pratensis di valore molto inferiore ed inoltre piena di infestanti. Prelevai qualche campione, tanto per non deludere, ma ce la filammo, come si dice all'inglese, dopo qualche vaga promessa. I due se ne tornarono lentamente verso la bassa costruzione che ospitava l'ufficio con la schiena curva, stringendo le spalle nei pastrani consumati, sapendo bene che l'inverno più freddo ed i giorni più difficili dovevano ancora arrivare. Il lungo viale che portava alla strada statale era percorso da una fila di gelsi bassi con i lunghi rami filanti coperti di una galaverna spessa e tagliente. Sui campi una nebbiolina bassa e leggera.

lunedì 2 novembre 2009

Torrone bianco.

Piove quasi sempre il due di novembre e il cielo è grigio piombo. Una vena di malinconia nell'aria. E' una malattia che si incista con gli anni? Probabilmente sì. Forse c'è meno disincanto nella testa, forse una visione più concreta delle cose. Quasi sessanta anni fa, avrò avuto quattro o cinque anni, in questo giorno si ripeteva una tradizione annuale che ancora ricordo con sporadici flash. Era mattino presto e la mia mamma mi portava, tenendomi stretta la mano alla stazione a prendere il treno per Valenza. Il viaggio (il primo di tanti che avrebbero percorso la mia vita) durava solo una ventina di minuti, ma a me bimbo, che guardavo la campagna grigia che correva fuori dal finestrino, sembrava così lungo. Uscivamo dalla stazioncina ed a piedi percorrevamo una carrareccia sempre fangosa per arrivare alla cascinotta della nonna, vicina alla ferrovia. Poi, tutti e tre, salivamo lungo la collina di fronte per andare verso il cimitero. Come mi pareva lunga e faticosa quella strada. Sicuramente mi lamentavo, già figlio capriccioso di tempi diversi da quell'ambiente contadino e lontano nel tempo e nello spazio. Attraversavamo un quartiere della città, arrivando finalmente a quella grigia costruzione tra i prati, di cui avvistavo le guglie lontane col piacere di chi vede la fatica arrivare al suo termine. Sostavamo un po' davanti alle due tombe, dove la mamma aggiustava con cura i fiori portati da casa, disponendoli con cura in una lattina dell'olio cilindrica e avvolta con carta dorata per non farla riconoscere. Io forse non comprendevo neanche bene il significato di tutto quello, ma ho davanti a me solo la piccola figura nera della nonna di cui non ricordo il viso e neanche la voce, ma forse parlava così poco, ingobbita e vinta dal dolore della mancanza del suo uomo, ad aiutarla a sopportare la perdita del figlio poco più che ventenne, appena dopo l'illusorio ritorno a casa, ucciso dalle offese del lager tedesco. Poi uscivamo e finalmente arrivava il momento tanto atteso. La nonna mi prendeva con sé ed andavamo fino ad un grande banchetto, che mi pareva tutto illuminato a festa con cascate di dolciumi e di ogni altro ben di dio che fosse desiderabile. Un posto del Bengodi dove mi veniva consegnata una sbarretta di torrone che subito con affanno, mi affrettavo a scartare del cellophan esterno e cominciavo a sbocconcellare lungo la strada del ritorno che mi pareva più corta, mentre ero intento nell'operazione. Che buono quel pezzo di torrone che si rompeva con uno schiocco netto mentre ne forzavo l'angolo duro e dolcissimo, mentre la mamma mi diceva: "Attento che ti rompi un dente!". Bianco e saporito, rigorosamente alla mandorla, guai a comprare quello con le "giapponesi". Chissà perchè a casa mia c'era questa avversione per le arachidi, forse simbolo di scarsa qualità prebellica. Quando arrivavamo alla piccola e malandata cascina, la tavoletta era quasi finita, il piacere sopito, il desiderio appagato. Prima di andare a riprendere il treno, attraversando un'aia piena dei segni della presenza di qualche gallina, che evitavo con attenzione, si stava un po' in quella grande stanza con un grande camino annerito dal fumo di cui non riesco a ricordare altri particolari. Poi ce ne andavamo verso la stazione, mentre la nonna rimaneva sola davanti al cancello, a guardarci andar via. Anni dopo ho ricercato quella vecchia casa dove la nonna avrebbe ancora trascorso un paio di anni di solitudine e avevo ritrovato solo qualche pezzo di muro ancora in piedi, in rovina come di un rudere millenario. Sono tornato per rivederlo un paio di anni fa, ma non sono stato capace di riconoscere nemmeno il luogo fisico preciso, sepolto sotto le belle villette degli orafi valenzani che coprono la collina rivestita di bei prati all'inglese. Mi è rimasto solo rumore secco della barretta che si spezza contro i denti, il sapore dolce di quel torrone bianco ed alla fine, il leggero sentore amaro, che ti rimaneva in bocca, dopo aver masticato la mandorla.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!