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giovedì 12 novembre 2009
Il thé georgiano.

mercoledì 11 novembre 2009
Incontri del terzo tipo.
Non voglio farla più molto lunga; a questo punto bisogna restringere il brodo e anche quella volta urgeva la voglia di andare a riprendere il treno per il nord, ma devo ancora ricordare una piccola galleria di personaggi che incontrammo nei giorni rimanenti e che possono aiutare a capire la situazione confusa di quei giorni di cambiamento, in un paese che era rimasto immobile per settanta anni. C'era di tutto in giro, a cominciare dal primo viceministro agroalimentare, con una interminabile fila di questuanti in attesa che superammo tra i mormorii, ma si sa agli stranieri era concesso tutto e che ci ricevette con grande pompa e mi insignì direttamente di un corno istoriato di qualche animale, come segno di importante considerazione da parte dell'amministrazione locale; secondo Zhenija, un KGBista classico nei modi e nell'aspetto. Poi, al kolkhoz Patria e libertà, un colossale direttore della vecchia guardia, che aveva pienamente compreso l'avvicinarsi della fine di un sistema e che davanti a noi staccò dal muro il ritratto di Lenin, maledicendo Gorby e Elzin allora ancora compari, prima del fratricidio, seguito da un lacrimoso elogio di quando c'era Lui e del bene che aveva fatto al mondo agricolo con tutti l'annesso show delle disgrazie dei poveri contadini, grandine inclusa. Era però un ambiente che mi era consueto, a causa del mio precedente lavoro, a contatto con la stessa tipologia di persone, stessi lamenti, stesse nostalgie, anche se il ritratto lo avevano staccato molti anni prima. Così mangiammo uova sode e peperoni in composta, tra grandi brindisi a base di Stalichnaija, inneggianti all'agricoltura negletta in tutte le parti del mondo. Io guardavo Andrej dall'altra parte del tavolo che cercava di trattenere i sogghigni malevoli, senza partecipare all'ordalia che incluse una serie classica di proverbi contadini e l'elogio della fratellanza tra i popoli. E ancora l'incontro a Stavropol, in un fantomatico ente di sviluppo economico con un trombone prepotente che volle spiegarci a tutti i costi, come quello che stava accadendo fosse tutto un "gomblotto" dell'occidente per mettere in ginocchio il paese più ricco ed efficiente del mondo, una Russia dove il sottosuolo ospita tutta la tavola di Mendelejev (frase ricorrente nei panegirici tromboneggianti) e che presto avrebbe visto un cambio di dieci dollari contro un rublo, mentre il suo scherano continuò per quasi un'ora a fare cenni di approvazione con la testa, incontro che si concluse con la eventuale richiesta di prebende su fantomatici fumosi affari da concludere in futuro. A seguire, la visita a Lermontov, una delle tante città che non esistono sulle mappe, a fianco ad una montagna zeppa di uranio e segretissima sulla carta. Adesso c'è, ho controllato su Google maps, ma non ci si avvicina più di tanto , subito compare "siamo spiacenti ecc.". Con la sua fabbrica di concimi all'apparenza innocua. Chissà come, ma in tutti questi affaire di uranio, c'è sempre una fabbrica di concimi; comunque questa produceva effettivamente urea che voleva esportare in occidente, uno dei grandi affari del momento. Infine l'ultima cena nel locale dove ci facevamo le nostre colazioni e che scoprii essere un night club di nuova generazione, anche se la mise mattutina della tenutaria, qualche sospetto me lo aveva già provocato. Qui venimmo avvicinati da due personaggi molto equivoci che parevano usciti da un serial di terz'ordine sulla mafia. Grandi e grossi, col gessato di ordinanza, gonfio sotto l'ascella sinistra, che si qualificarono come i proprietari del locale e che, avendo saputo della nostra qualifica di bizniesmeny (plurale russo di businessmen), ci proposero di aiutarli in una loro attività parallela di produzione di parquet di lusso. Declinammo l'offerta, in ogni senso lontana dal nostro settore di attività, ma i due ci vollero raccontare a lungo dei loro interessi e delle difficoltà che c'erano a far partire nuovi affari in un paese ancora con poche certezze e soprattutto con nuove imposizioni fiscali. Io raccontai delle tasse che anche da noi chiedono alle imprese oltre la metà dei profitti, loro ribatterono che, nella nuova Russia le tasse sulle loro imprese (?) erano del 90%, ma bastava non pagarle. Ce ne andammo, ancora una volta unici clienti, salutati con affetto da tutte le maestranze del locale, sulla claudicante e stracarica Prinz di Andrej che ci portò fino alla stazione di Nievinominsk, dove su un treno cupo e fumante, ci attendeva una lunga notte prima di entrare in Ukraina.
martedì 10 novembre 2009
Neve bianca.

lunedì 9 novembre 2009
Il rosso e il grigio.

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sabato 7 novembre 2009
Tra lana e miele.
Mi accorgo che sto allungando troppo il brodo, anche perchè, controllando l'agenda mi avvedo che ho raccontato gli eventi tra il 18 ed il 23 gennaio, i primi cinque giorni dei 43 che trascorsi in giro per l'URSS quella volta. Dunque trascurerò di dettagliare gli incontri dei giorni successivi anche se alcuni personaggi meriterebbero un approfondimento, come Kolija che misteriosamente da direttore si trovò proprietario di una fabbrica che raccoglieva, lavava e produceva lana ritirandola grezza da tutta la repubblica e dintorni, Bulik il Turkmeno dalla lunga barba che trattava compensato e cotone all'ingrosso, Rakhid, un gigantesco Karachaijevo che mi strizzò a lungo con quelle pinze che aveva al posto delle mani, raccoglitore di prodotti apistici della zona che voleva piazzare 700 chili di pappa reale a 3000 dollari e dopo aver controllato che era quasi andata a male, li avrebbe ceduti anche per cento, Oleg, un Ingusheto con la faccia da bambino che trafficava in pietre dure, Vanija, intabarrato fino ai denti in un cappottone di pelle nera bisunto che cercava di piazzare vagoni di colza e semi di erba medica e tanti altri. Non posso però saltare l'incontro che avemmo con l'aspetto ufficiale della repubbica. Il mattino dopo infatti, dopo aver subito le lamentele della ristoratrice (privatizzata) riguardo il fatto che consumavamo colazioni troppo parche, evitando kognak e tanto meno l'italijansky schampagne, più volte propostoci, uno spumantino innominabile che facevano dalle parti di S. Stefano Belbo e che quindi, essendo gli unici clienti non ci stava più nei costi, fummo ricevuti al palazzo del governo. All'incontro, con tanto di bandierine sui tavoli, partecipavano un viceministro, circondato da molti silenziosi sottopancia che, dagli sguardi obliqui e attenti che volgevano attorno a sé, stavano chiaramente cercando un nuovo riposiziosamento all'interno dei nuovi equilibri politici che si andavano formando. Anche qui le sedie degli ispettori politici, ben disposte lungo la parete di fondo, erano ormai vuote. Facemmo una presentazione molto spettacolare (naturalmente rapportata al posto) conquistando tutti con le potenzialità che si intravedevano nel dare libero spazio ed agevolare il lavoro della nostra azienda nei contatti con le nuove realtà produttive dell'area. L'atmosfera ufficiale e paludata si fece subito molto amichevole e sottilineo molto, quando cominciarono ad apparire le prime bottiglie. Dopo la fraternizzazione, salutammo singolarmente e con calore i vari intervenuti, lasciando un po' di graditissimi gadget. Il presidente antitrust, che testa a testa ci fece capire quanto avrebbe potuto agevolarci il suo aiuto, si disse ben disposto ad aiutare gli amici italiani anche come semplice segnalatore di opportunità e si meritò seduta stante una calcolatrice tascabile made in China. A sera, all'apposito ufficio telefonico, tentammo di avere tre minuti di comunicazione con Mosca, pagati in anticipo, la linea cadde ancora prima di poter dire pronto e non ci fu più niente da fare, ma ancora una volta era una questione ontologica, avevamo pagato la possibilità di telefonare, non la telefonata in sé, quindi non potevamo reclamare il denaro indietro, come spiegò bene la supponente impiegata ad un Zhenija ormai tramortito dalla rapidità con cui gli eventi si succedevano. Anche al cena al costo di tre dollari, lo innervosì terribilmente, a tal punto che nella solita partita a scacchi che mi concedeva prima di andare a dormire, non cercò neppure di fingere di fare fatica a battermi, come avrebbe imposto il suo status di sottoposto, ma lo scacco matto arrivò in poche mosse. Caddi in un sonno pesante, l'indomani era domenica e non c'erano incontri in programma.
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venerdì 6 novembre 2009
Al mercato.

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giovedì 5 novembre 2009
La fabbrica della ruggine 2.
Aveva gli occhi piccoli, il padrino e ti squadrava con un chè di indagatorio che dava inquietudine. Di certo la sua coorte era terrorizzata quando veniva al suo cospetto, lo si intuiva dal veloce andirivieni silenzioso che gli girava intorno, per filare via di fretta, come di chi ha un sacco di cose da fare, in modo sovieticamente inusuale. Era piuttosto corpulento e le foltissime sopraciglia e le dure pieghe agli angoli della bocca, un marchio di fabbrica evidentemente, non ammorbidivano il testone, sul collo tarchiato da mugiko e il gessato blu scuro che lo infagottava, aiutava a dipingere il personaggio. Dopo un'altra pausa, uscì con una domanda da buon piccolo padre, con un tono che voleva sembrare pacioso. - Che novità ci portano oggi i nostri ospiti che arrivano da lontano?- Informato in precedenza delle necessità, cominciai a tirare fuori dal cilindro un po' dei conigli che mi portavo appresso, depliant e campioni. Lo colpirono molti i pieghevoli lucidi e colorati che illustravano la nostra azienda e di certo mentalmente faceva il paragone con le slavate carte che ci avevano dato sull'attività della fabbrica. Quando arrivò quasi di corsa una segretariotta tondeggiante con alcuni flaconi di shampoo e detersivi, che rappresentava l'ultima produzione, opachi e tondeggianti, con le bave di politene che rendevano approssimativa anche la chiusura, un tappaccio storto e che perdeva anche un po', estrassi dalla borsa delle meraviglie la nostra proposta, uno spettacolare contenitore con impugnatura, lucido e perfetto, con un trigger spaziale che che spruzzava anche se tenuto al contrario. L'etichetta autoadesiva a dodici colori con ologramma, rendeva l'oggetto del desiderio ancor più stettacolare. Se lo rigirò un po' tra le mani, poi il corpaccio gerontocratico si sciolse di colpo e si aprirono le cataratte dell'emozionalità. In generale la gente non ha idea di cosa sia il marchio Italia, quando si va all'estero. Si parte con un enorme vantaggio che noi sottovalutiamo prepotentemente. Tutto quello che proponiamo viene etichettato aprioristicamente come il più bello, il più elegante, il più raffinato possibile. Se la merce tedesca è identificata (anche qui spesso a torto) come quella meccanicamente più efficiente, essere italiano ti dà automaticamente la patente della cosa più desiderabile e non puntare su questo fattore o disconoscerlo senza sfruttarlo a fondo, è veramente suicida per un popolo che deve fondare la sua economia sull'esportazione. Fatto sta che l'atmosfera si fece molto familiare nel salone-ufficio e la schiera di segretarie, le lavoratrici effettive, erano assolutamente intimidite da tanta inusuale informalità. Quelle decorative invece (tanto per cadere nel gossip, Andrej ci aveva chiarito l'intensa attività parallela che il Padrino aveva durante le ore di riposo nella adiecente camera personale) continuavano a guardarsi le unghie lanciando solo occhiate di sguincio da sotto le lunghissime ciglia caucasiche. La componente pilifera dell'area è decisamente al disopra della media, comunque. Si dovette brindare all'incontro con del buon cognac armeno anche se l'ora di pranzo era lontana, poi il potente, ormai conquistato, calò dalla cattedra, mi prese sottobraccio e magnificando con occhi lucidi un suo viaggio a Venezia, impose un inusuale giro dell'azienda in cui volle personalmente farci da guida, tra lo stupore degli astanti. Ci spostammo per i larghi spazi interni sulla Volga nera di ordinanza, guidata dallo stesso Padrino che ci mostrò le varie attività senza la tronfia sicumera che gli avevo attribuito in un primo momento. Doveva essere una persona intelligente e non nascondeva a sé stesso la situazione di disfacimento che si prospettava man mano ai nostri occhi. Capannoni in disarmo, la linea di riempimento, italiana naturalmente, vecchia di almeno 40 anni aveva metà dei rubinetti fuori uso, i rabbocchi manuali continui, la qualità del prodotto disastrosa. La zona del soffiaggio dei flaconi, per cui noi proponevamo la nostra macchina, pareva un antro di satana, dove gli scarti di plastica ed i contenitori sbilenchi erano ammonticchiati dappertutto e le macchie di olio ricoprivano un pavimento disuguale. Il locale dove venivano fatte le scatole di cartone era un ammasso di ruggine, la macchina quasi non funzionante, la maggior parte delle operazioni rifinite a mano per rendere il prodotto almeno usabile. I suoi occhi erano diventati tristi, anche quando magnificava la produzione del passato, quella dei tempi felici. Capiva molto bene quello di cui avrebbe avuto bisogno ed i progetti che aveva per la testa non erano affatto mal posti, ma era triste perchè sapeva di non avere un soldo, almeno per il momento e che le tante idee sarebbero rimaste nel cassetto a lungo. Conscio di un mondo che stava finendo e che forse sarebbe stato distrutto prima di ricominciare, rimaneva sulla plancia di comando, con i suoi piccoli vantaggi, mentre la corazzata affondava lentamente. Ci accompagnò al cancello dove era il nostro pulmino e mi abbracciò a lungo prima di andarsene. Evitai il bacio in bocca, ormai ero esperto ed il nostro mezzo attraversò la barriera, un tempo invalicabile, che giaceva rotta al lato dell'uscita, dove si ergeva orgogliosamente la garitta della sentinella, deserta e con il tetto sfondato.
mercoledì 4 novembre 2009
La fabbrica della ruggine.

martedì 3 novembre 2009
Semi da prato.

lunedì 2 novembre 2009
Torrone bianco.
Piove quasi sempre il due di novembre e il cielo è grigio piombo. Una vena di malinconia nell'aria. E' una malattia che si incista con gli anni? Probabilmente sì. Forse c'è meno disincanto nella testa, forse una visione più concreta delle cose. Quasi sessanta anni fa, avrò avuto quattro o cinque anni, in questo giorno si ripeteva una tradizione annuale che ancora ricordo con sporadici flash. Era mattino presto e la mia mamma mi portava, tenendomi stretta la mano alla stazione a prendere il treno per Valenza. Il viaggio (il primo di tanti che avrebbero percorso la mia vita) durava solo una ventina di minuti, ma a me bimbo, che guardavo la campagna grigia che correva fuori dal finestrino, sembrava così lungo. Uscivamo dalla stazioncina ed a piedi percorrevamo una carrareccia sempre fangosa per arrivare alla cascinotta della nonna, vicina alla ferrovia. Poi, tutti e tre, salivamo lungo la collina di fronte per andare verso il cimitero. Come mi pareva lunga e faticosa quella strada. Sicuramente mi lamentavo, già figlio capriccioso di tempi diversi da quell'ambiente contadino e lontano nel tempo e nello spazio. Attraversavamo un quartiere della città, arrivando finalmente a quella grigia costruzione tra i prati, di cui avvistavo le guglie lontane col piacere di chi vede la fatica arrivare al suo termine. Sostavamo un po' davanti alle due tombe, dove la mamma aggiustava con cura i fiori portati da casa, disponendoli con cura in una lattina dell'olio cilindrica e avvolta con carta dorata per non farla riconoscere. Io forse non comprendevo neanche bene il significato di tutto quello, ma ho davanti a me solo la piccola figura nera della nonna di cui non ricordo il viso e neanche la voce, ma forse parlava così poco, ingobbita e vinta dal dolore della mancanza del suo uomo, ad aiutarla a sopportare la perdita del figlio poco più che ventenne, appena dopo l'illusorio ritorno a casa, ucciso dalle offese del lager tedesco. Poi uscivamo e finalmente arrivava il momento tanto atteso. La nonna mi prendeva con sé ed andavamo fino ad un grande banchetto, che mi pareva tutto illuminato a festa con cascate di dolciumi e di ogni altro ben di dio che fosse desiderabile. Un posto del Bengodi dove mi veniva consegnata una sbarretta di torrone che subito con affanno, mi affrettavo a scartare del cellophan esterno e cominciavo a sbocconcellare lungo la strada del ritorno che mi pareva più corta, mentre ero intento nell'operazione. Che buono quel pezzo di torrone che si rompeva con uno schiocco netto mentre ne forzavo l'angolo duro e dolcissimo, mentre la mamma mi diceva: "Attento che ti rompi un dente!". Bianco e saporito, rigorosamente alla mandorla, guai a comprare quello con le "giapponesi". Chissà perchè a casa mia c'era questa avversione per le arachidi, forse simbolo di scarsa qualità prebellica. Quando arrivavamo alla piccola e malandata cascina, la tavoletta era quasi finita, il piacere sopito, il desiderio appagato. Prima di andare a riprendere il treno, attraversando un'aia piena dei segni della presenza di qualche gallina, che evitavo con attenzione, si stava un po' in quella grande stanza con un grande camino annerito dal fumo di cui non riesco a ricordare altri particolari. Poi ce ne andavamo verso la stazione, mentre la nonna rimaneva sola davanti al cancello, a guardarci andar via. Anni dopo ho ricercato quella vecchia casa dove la nonna avrebbe ancora trascorso un paio di anni di solitudine e avevo ritrovato solo qualche pezzo di muro ancora in piedi, in rovina come di un rudere millenario. Sono tornato per rivederlo un paio di anni fa, ma non sono stato capace di riconoscere nemmeno il luogo fisico preciso, sepolto sotto le belle villette degli orafi valenzani che coprono la collina rivestita di bei prati all'inglese. Mi è rimasto solo rumore secco della barretta che si spezza contro i denti, il sapore dolce di quel torrone bianco ed alla fine, il leggero sentore amaro, che ti rimaneva in bocca, dopo aver masticato la mandorla.
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