giovedì 4 dicembre 2014

Al monastero femminile


Monache del monastero Daw Nya Nar Sar Yi



La cottura
Aung Soe è una suorina giovane, anche se non è facile definire la sua età, potrebbe averne una ventina, con l'aria così piccola e indifesa, ma probabilmente ne ha almeno trenta. La tunica rosa confetto che la avvolge completamente come tutte le monache, non rivela se sia magra o meno, ma il visetto reso ancor più tondo dalla rasatura dei capelli, la denuncia come rotondetta. Il sorriso disarmante con cui ti riceve è reso ancora più dolce dalla sua voce sottile che pronuncia un inglese strascicato ad un volume talmente basso che devi sforzarti per sentirlo. Deve essere una delle poche a parlarlo e per questo è incaricata di ricevere i rari visitatori che arrivano al grande convento di Daw Nya Nar Sar Yi. Ha studiato arte all'Università, ma quando ha trascorso, come la maggior parte delle ragazze e ragazzi il suo periodo di noviziato, qualche mese che ogni birmano deve passare in convento per provare anche questo aspetto della vita, è rimasta attratta irresistibilmente da questa condizione mentale e lì si è fermata. Sono passati quasi dieci anni ormai e Aung sembra ormai comodamente adagiata in quella condizione di tranquilla serenità che un monastero buddhista concede ai suoi abitanti. 

Distribuzione del riso
La vita delle comunità femminili è decisamente diversa da quelle di sesso opposto, apparentemente più meditative e consapevoli, qui comunque ferve una attività più pratica, propria delle donne di tutto il mondo. Già alle nove di mattina le ragazze giovani, in deliziosi gruppetti ammantati di rosa, sono tornate dalla questua e sono ormai pronti grandi pentoloni di cibo. Alcune in una apposita zona del giardino, preparano grandi pesci, pulendoli dalle lische e dalle interiora e suddividendoli in minuscoli pezzi prima di calarli in un enorme wok dove sfrigola l'olio, poco più in là, altre seguono la bollitura di un gran pentolone di riso bianco. Contenitori più piccoli preparano un paio di salse, una rosso fuoco da cui il pungente profumo di chilly attacca le narici anche a rispettosa distanza. Nella grande sala del refettorio, le piccole distribuiscono sui tavoli bassi le scodelle ridacchiando tra di loro e facendosi scherzi come tutte le bambine del mondo. All'ingresso dell'edificio, due grandi pentoloni fumanti sotto la sorveglianza di tre anziane. Gruppi di monaci in tonache rosso mattone, arrivano in fila, porgono la ciotola in silenzio e una rotonda monaca appena avvolta dalla nuvola rosa, scodella riso, curry di pollo e gamberetti a mestolate generose; al suo fianco quella che è la capa del monastero, osserva con sguardo bonario la distribuzione. Aung ci conduce nella sala di preghiera dove troneggia una grande statua dorata del Buddha. 

La distribuzione ai monaci
Le giovani hanno già fatto la pulizia del mattino, spazzando con attenzione con le loro corte scopette il pavimento lucidissimo ed il grande spazio è deserto e poco illuminato. Qui si pratica il Buddhismo Teravada, la forma più tradizionale ed austera, che sostiene che il raggiungimento della liberazione dal fardello delle reincanazioni dipenda soprattutto dall'impegno e dall'ascesi individuale. In realtà le monache pregano, ma soprattutto lavorano e la loro condizione rimane, guarda caso, subalterna e meno prestigiosa di quella dei loro colleghi maschi. Gli alloggi delle monache sono sparsi tutti intorno alla costruzione centrale e sembrano fervere di attività colorata di tutte queste macchie di rosa pastello che si muovono sorridenti, lanciando sguardi di sottecchi. Chiedo ad Aung se è soddisfatta della sua condizione. Sorride abbassando lo sguardo da un lato con un moto gentile e fa solo un cenno affermativo con la testa, evidentemente non vuole dilungarsi in spiegazioni, poi ci invita a fermarci per mangiare qualcosa, un offerta consueta che si rivolge a tutti coloro che si presentano al monastero. Rifiutare non è scortesia, lasciare una donazione invece, come ogni cosa che viene offerta ai monaci, riguarda soltanto il tuo benessere morale. 

Il refettorio
Il monaco, che può possedere solo ciò che gli viene donato, lo accetta, non perché lo desideri o pensi al suo bisogno, ma per solo per offrirti la possibilità di compiere l'azione del dhana, acquisendo così meriti per la tua vita futura. Ti fa un favore insomma, per questo, sei tu che lo devi ringraziare e lui accetta con nobile degnazione, in generale senza incrociare il tuo sguardo. Prima di uscire e proprio in riferimento alla donation la monaca più anziana ci dà una benedizione proporzionata alla fattispecie. Poi Aung ci accompagna fino all'uscita e ci saluta con la mano, chinando il capo in quel sorriso malinconico eppure sereno al tempo stesso. Fuori, la pioggerella fine ed inconsueta per la stagione, ha già cosparso le buche dell'asfalto di pozzanghere, trasformando la polvere ai lati in fanghiglia rossa. I muri delle case, dove si ammucchia una umanità appena sveglia, sono screziati di muffa nera che l'umidità rigenera ed ravviva continuamente, rendendo inutile ogni tentativo di pittura. Questa umidità la respiri nell'aria, mentre ti penetra nelle ossa e nei polmoni, dandoti piccoli brividi anche se la temperatura è calda e ti fa sudare. Dalla porta del monastero tante tonache rosa escono a gruppetti e si spargono nei vicoli vicini per le incombenze quotidiane. Non serve aprire l'ombrello.

Le abitazioni delle monache

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