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| Villaggio afgano - Pamir Highway - giugno 2026 |
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| Villaggio afgano |
Stamattina si parte presto, anche se la colazione di fronte al torrente che rumoreggia, davanti alla grande veranda del B&B, invita a prendersela comoda, sgranocchiando frutta secca dopo le uova scodellate nel piatto, con il più rotondo dei sorrisi, dai padroni di casa. Credo che siamo gli unici ospiti e quindi la sensazione è quella di essere trattati con molta attenzione. Ma è soprattutto la varietà di marmellate fatte in casa dalla padrona che stupisce e colora di piacevolezza l'inizio della giornata. Albicocche, pesche, cotogne, mele, ciliegie, fichi, Una varieta infinita dentro le loro minuscole scodelline, con i loro bei pezzettoni dei frutti ancora visibili all'interno, davvero una gioia impagabile mentre te li spalmi avidamente sulla fetta di pane, prima di divorarli di gusto. I proprietari dell'alberghetto non parlano inglese, così ci si aggiusta con le poche parole di russo che ancora ricordo, dalla mia vita passata. In realtà come potrete immaginare quando c'è la volontà di capirsi, ci si intende perfettamente anche senza lingua comune. Questa veranda poi invita alla chiacchiera, accompagnata com'è dal brontolio delle acque spumeggianti. In realtà, come vedremo in seguito è costume comune dotare tutti ristoranti ed i luoghi di sosta lungo i fiumi di queste balconate che si protendono sulla corrente del corso d'acqua sottostante, con una serie di spazi delimitati per favorire la privacy dei clienti ed in effetti è davvero piacevole mangiare o anche solamente sostare a riposare all'ombra della tettoia, di fronte alla corrente che passa davanti o addirittura sotto di te, protetto da fresche velature o tende colorate.
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| Donne afgane |
Ne vedremo moltissime di queste soluzioni nei prossimi giorni. Poi finalmente, salutati i nostri ospiti si parte. Oggi ci toccano circa 250 km e praticamente tutti da percorrere su una strada, completamente rovinata dal passaggio anche di mezzi pesanti, quindi sterrato ghiaioso nel migliore dei casi, asfalto completamente sgretolato di chissà quanti anni fa e percorribile a velocità minima, spesso addirittura attorno ai 10 km all'ora. L'incrocio con altri mezzi è polveroso e anche complicato dove la strada si stringe, ma questa è una costante a cui dovremo abituarci per tutta la famosissima M41, la Pamir Highway. D'altra parte ci siamo venuti apposta, per risalire passo a passo questa arteria monumentale, lamentarsi non avrebbe davvero senso. Ma di questa parte bisogna comunque parlare a lungo, da un lato per la sua barbara bellezza, dall'altra per il carico di storia che porta con sé e che non si può che continuamente ricordare. La via, pomposamente chiamata Highway, essendo l'unica che attraversa tutto il Pamir, comincia effettivamente attorno a Kulub e dopo un po' di chilometri asfaltati prosegue come vi ho detto precedentemente verso Qalai Khumb che dista circa 160 km, poi prosegue sempre nella stessa valle fino a Khorog, sempre sul fiume Panj (l'antico Oxus) per altri 250 km. La strada o la pista, come volete chiamarla è sempre la stessa da tremila anni ad oggi, d'altra parte non si può passare da altre vie se volete andare ad Oriente.
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| Bambini afgani che vanno a scuola |
Attualmente divide, essendo un confine naturale nel vero senso della parola, l'attuale Tajikistan dall'Afganistan, mentre in passato, non esistendo queste suddivisioni odierne, era controllata da una serie di fortezze lungo il cammino che si occupavano da un lato di proteggere le carovane coi loro mercanti, dai banditi che spadroneggiavano in queste aree lontane dal mondo, dall'altra di prelevare un giusto pedaggio per questa funzione. Insomma gli stretti di Hormuz ci sono sempre stati in tutte le parti del mondo. Da Khorog in poi la strada continua a seguire il fiume verso sud con le stesse modalità, costeggiando tutto il Pamir, fino a piegare verso Oriente lungo quello che si chiama Corridoio di Wakhan per altre centinaia di chilometri, per poi infine dividersi in due direzioni, una che, traversato il fiume prende una delle valli che attraverso l'Afganistan e l'Hindukush e porta verso la valle dell'Indo, quella utilizzata da Alessandro col suo esercito e successivamente dal movimento dei monaci che portarono, percorrendola al contrario, la dottrina Buddhista verso la Cina e l'altra, quella percorsa da Marco Polo e i suoi colleghi mercanti, che prende la via del nord, salendo man mano di quota e attraversando con altissimi passi, quel Pamir, da lui definito come il territorio più alto del mondo, che oggi è chiamata appunto M41 e che noi seguiremo pedissequamente se ne avremo le forze.
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| Soldati al lavoro |
A partire da oggi quindi seguiamo, con fatica naturalmente questa traccia polverosa, che con curve e controcurve procede verso l'ignoto. Al nostro fianco la certezza della presenza della frontiera è data dai pali percorsi dal filo spinato, a volte fittissimo e sparso senza risparmio, a volte invece, mostra una presenza appena visibile, quattro o cinque fili orizzontali paralleli, in qualche caso addirittura sfondati e che permettono, volendo un eventuale passaggio. Inoltre di tanto in tanto incontri un drappello di militari, cinque o sei alla volta, che a distanza di una decina di metri l'uno dall'altro, percorrono la strada a piedi, bardati da mimetiche improbabili e tanto di kalashnikov appesi alla spalla, in altri casi, vestiti in modo molto approssimativo e malandato, come se fossero abbandonati da anni tra questi monti. Comunque qui la ferma obbligatoria è di due anni, tanto per saperlo. Giù dalla scarpata, ecco il fiume, la cui corrente, come ho detto, rumoreggia saltando di roccia in roccia, nei punti più stretti, mentre si calma un poco quando la riva avversaria si distanzia, anche fino a un centinaio di metri. In questo caso il greto si allarga a dismisura ed il fiume riconquista la sua tranquillità scorrendo più calmo e facendo indovinare anche la possibilità di eventuali guadi. I ponti sono rarissimi e in uno stato rugginoso da fare ipotizzare addirittura la rinuncia al loro uso abituale.
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| Un ponte tra le due rive |
Dall'altra parte, in terra afgana quindi, in alcuni tratti la montagna è un precipizio quasi verticale che forma con la nostra una stretta gola contorta, in altri casi, si ingentilisce e si allarga, lasciando spazio a pascoli verdissimi o addirittura a campi coltivati che gli sforzi di pochi ma eroici agricoltori hanno nei secoli irreggimentato con muretti a secco, spianamenti e terrazze per consentire una produzione di certo misera e faticosa. Di tanto in tanto appaiono villaggi, a volte agglomerati di un centinaio di case, altre volte formati solamente da poche isolate abitazioni. Di norma si tratta di poverissimi insediamenti con case basse di fango e paglia, coi tetti a terrazza dove vengono stesi i frutti da essiccare, albicocche, fichi e uva. Vedi chiaramente una povertà di vita assoluta, assolutamente diversa e più arretrata di quella dalla nostra parte. Poche persone davanti alle case o nei campi, le greggi di certo, sono state portate nei pascoli alti, ora che sta sopraggiungendo l'estate. Qui sono rimaste solo donne e bambini, che si vedono chiaramente, giocare nelle cortili o camminare nei campi essendo solamente a qualche decina di metri da noi. Basta fermarsi e puntare la macchina fotografica e subito partono i saluti e il riconoscimento gioioso della nostra presenza. Devo dire che non abbiamo visto durante tutto il percorso la presenza di chador, ma tutte le donne benché a testa coperta, mostravano chiaramente il viso, mentre in pochissimi casi il velo copriva la bocca.
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| La moschea |
Evidentemente in questa parte del nord del paese le regole sono meno rigide che altrove. L'altra cosa importante è che come noi stiamo percorrendo come detto, la lunga strada che costeggia tutto il margine del Pamir occidentale, anche dall'altra parte del confine, la sponda del fiume è dotata di una identica strada che percorre alla fine la stessa nostra direzione, ma nell'altro stato. Si tratta di una carrozzabile decisamente più piccola e stretta, totalmente sterrata che segue più pedissequamente la riva del fiume. Mentre la nostra parte tuttavia è decisamente frequentata da automezzi di ogni genere e anche da camion di grosse dimensioni, quell'altra è percorsa soprattutto da gente a piedi o tuttalpiù in bicicletta o motociclo. Le auto o i camioncini sono rarissimi e praticamente non incorrono quasi mai nel problema di incrociarsi lungo strettoie a picco sulle acque. Soldati però non se ne vedono, oppure saranno ben nascosti negli anfratti della montagna, direbbe il solito malmostoso, che vede il male in tutte le situazioni. Sembrano, all'apparenza almeno molto più preoccupati da questa parte, dove si continua a rinforzare la barriera nei punti dove si riscontrano delle defaillances, anzi bisogna dire che di uomini al lavoro per queste necessità, se ne incontrano di continuo. Anzi dal nostro lato ecco un'altra curiosità da interpretare, puoi vedere di tanto in tanto, ogni cento metri circa, un piccolo muretto di pietre largo tre o quattro metri, alto uno e mezzo, che forma una sorta di riparo verso il fiume.
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| Cercatori d'oro |
Si tratta nientemeno che delle postazioni dietro le quali ci si può nascondere per ripararsi da un'attacco a fuoco dall'altra riva, con feritoie per rispondere eventualmente ai colpi nemici. Possiamo definirle come postazioni difensive preventive, tanto per stare tranquilli. Semper parati insomma, anche se non pare che ci siano tutti questi pericoli. D'altra parte a tutti questi soldatini di leva, bisognerà pur far fare qualche cosa per tenerli occupati. Di tanto in tanto, in corrispondenza con qualche valle laterale che si apre nella catena che abbiamo di fronte, si vede un abitato leggermente più moderno, con casupole con tetti di lamiera e la presenza di una piccola moschea che subito riconosci dalla minuscola torre a lato, evidentemente un minareto minimo o perché è sormontata da una minuscola cupola brillante. Ne vediamo solo una decisamente più ricca e quasi fuori misura, almeno tre piani, luccicante ed evidentemente più pretenziosa, che si erge su una collina più alta a dominare la valle. Un'altra caratteristica particolare invece, che noti sulla riva bassa del fiume, ma solamente dalla parte afgana, sono gruppetti di due o tre persone, che cavano con gran fatica grandi contenitori di acqua dal fiume, con taniche gialle di plastica legate a lunghe pertiche di legno e poi la gettano in un marchingegno formato da uno scivolo di assi di legno che poi si sversa nuovamente nel fiume in basso.
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| Le tende dei minatori |
Si tratta di cercatori di oro, in quanto pare che il fiume (ne parlavano già ai tempi di Alessandro, quindi si tratta di conoscenze antiche) sia ricchissimo di pagliucole finissime, di oro nativo che scende verso valle, trascinato dalla corrente che lo strappa dalle viscere della roccia dove si nasconde. Sullo scivolo si distende un tappeto annodato, su cui, tra i fitti fili di lana del vello, l'acqua che scende deposita le pagliuzze o le piccole pepite, che vengono poi raccolte, raschiandolo con appositi pettini. Il fiume è letteralmente popolato di questa gente, in particolare nei punti e nelle anse dove la corrente è meno potente. Questa poverissima umanità lavora qui tutto il giorno e per tutto l'anno, nella speranza del colpo di fortuna della vita. Ma la parte mineraria legata al fiume non finisce qui. In alto sulla montagna, almeno un migliaio di metri più in su, si notano, se guardi con attenzione e magari con l'aiuto di un binocolo, centinaia di tende di fortuna, piantate in canaloni scoscesi, nei punti dove le cenge permettono piccole parti di terreno in piano. E' una cascata di puntini bianchi abbarbicati alla montagna che paiono da lontana come residui di neve tardiva e come tali all'inizio li avevamo ingenuamente interpretati. Si tratta anche qui di minatori che lavorano in miniere poste nelle valli alte della catena per strappare con mezzi di fortuna le ricchezza che questa terra avarissima trattiene nelle sue viscere e, credo, rilasci solo a prezzo di una grande fatica. Intanto la strada, lentamente, procede.
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| Campi di cereali |
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