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venerdì 29 marzo 2019

Central India 6 - Raipur





Bassa marea
Eccoci dunque nell'aeroportino di Port Blair a meditare su questa brevissima esperienza andamanese, in attesa di imbarcare per Kolkata o Calcutta che dir si voglia ragionando alla vecchia maniera. Ora, posto che tre giorni sono troppo poco per tirar giù dei conti precisi, ciò non di meno è d'obbligo ugualmente comunicarvi la sensazione di fondo che ho ricevuto da questa esperienza. Prepotentemente si affaccia subito un dato incontrovertibile. L'area visitabile in questa toccata e fuga non può andare molto al di là delle vicinanze della capitale nella Grande Andamana, al limite con una puntata in qualche isolotto vicino ed un breve soggiorno ad Havelock che viene generalmente indicata come il meglio a portata di mano. Appare evidente comunque che il luogo come descritto, è al momento sovraccarico di turismo, in particolare locale, cosa che non può comunicare quelle sensazioni di paradiso perduto, quell'abbandono di isola dei mari del sud, di spiagge bianche e solitarie, il format, insomma, inseguito dagli amanti dell'esotico marino, di cui si favoleggia nei racconti di raggiungimenti di luoghi sconosciuti e di scoperte epocali. La realtà attuale è questa. 

Alta marea
Isole piene di vacanzieri, spiagge moderatamente popolate ma piuttosto invase da plastica e alghe, spesso poco praticabili per la bassa marea (come moltissime altre spiagge di questa parte di mondo), soluzioni di permanenza piuttosto care nei confronti del servizio reso, nulla di assolutamente imperdibile, anche se il soggiorno è niente affatto spiacevole, anzi, un paio di giorni di riposo marino, in questi viaggi sono sempre da considerare un toccasana. Tuttavia dovete mettere in conto lo sbattimento ed il costo da affrontare per raggiungere il luogo, pur sempre lontano, costoso volo di due ore ed altrettante al ritorno, traghetti che vi mangiano una mezza giornata per il trasferimento e una cifra globale che per la nazione in oggetto è comunque sopra la media del budget. Forse, ma non ho dati personali come pezza di appoggio, sarebbe il caso, come già detto precedentemente, di una permanenza di una settimana/dieci giorni, con spostamento a Nord Andaman o altra isola più fuori mano, da impegnare anche con molta attività di snorkeling. Le relazioni entusiastiche di amici anche di prima mano che hanno visitato l'arcipelago in tempi passati, sono di parere diametralmente opposto al mio. 

In volo
Reputo questa discrasia dovuta appunto o ai molti anni trascorsi dalla loro esperienza, valutando che nella maggior parte dei casi, il turismo di massa si mangia velocemente la magia di certi luoghi, o appunto alla possibilità di spostarsi in località meno battute grazie ad una permanenza prolungata. Diversamente consiglierei di saltare questa tappa, impegnando meglio energie, tempo e danaro in terra continentale. E con questo concludiamo il capitolo. Dall'alto, mentre l'aereo guadagna quota, le macchie di verde affogate nel blu scuro del mare circostante, bordate dai sottili nastri di sabbia su cui indovini la linea bianca della schiuma della risacca che si frange sulla riva, sono comunque attrattive ed il ricordo degli appena trascorsi ammolli nel brodo primordiale di acque calde e carezzevoli, non offende affatto, anzi la chiosa finale potrebbe anche essere che ogni esperienza, anche se inferiore alle aspettative, vale sempre la pena di essere vissuta. Intanto sei ancora lì che rimugini all'interno dell'aeroporto di Kolkata, moderno, nuovo, come tanti di questi non luoghi asetticamente simili nell'Oriente della crescita tumultuosa del benessere e dell'economia, dai sentori così diversi dall'anima di quella città, così vicina e così ancora legata agli stereotipi dell'India del passato, che quasi ti sembra che il suo sentore, il suo olezzo, tracimi attraverso le immense superfici vetrate, barriere ufficialmente invalicabili all'odore indiano, che forse si agita soltanto nelle pieghe dei tuoi sentimenti e delle tue aspettative intrise di pregiudizio. 
Havelock island
Poi viene il momento del balzo successivo che ti porterà a Raipur, una città ufficialmente anonima anche se capitale del Chhattisgarh, piccolo stato un tempo parte del confinante Madya Pradesh, che coi sobborghi arriva quasi a 3 tre milioni di abitanti, il ché la pone solo al cinquantesimo posto tra le città più popolose dell'India, tanto per darvi un'idea. Ufficialmente è piuttosto anonima, essendo prevalentemente una città commerciale che si sta sviluppando sulle risorse minerarie ed agricole dell'area, apparentemente consistenti. Mentre guadagniamo il centro in cerca del nostro albergo, la senti come un esempio medio della moderna metropoli indiana, in sviluppo tumultuoso, dove la modernità dell'occidente e della sua presenza tecnologica è ancora impregnata profondamente delle abitudini di un paese dove i tempi sono ancora dilatati,  i rapporti tra le genti, regolati da tradizioni millenarie, dove mercati e baracche si alternano senza sfregio a grattacieli di vetro ed acciaio, i negozi del lusso e le auto coi vetri oscurati sono circondati da schiere di ciclorisciò o file di dabbawalla che portano in quegli stessi templi del lusso e della modernità, tazze di thé fumante e speziato e pentolini di cibo cucinato in strada. I profumi del cardammomo e del curry masala si mescolano all'aroma del caffè di Starbuck e allo sfrigolio degli hamburger di McDonald, i fritti dei pentoloni neri pieni di samosa, con quelli del pollo croccante dei tanti KFK.

Festa Sikh
L'albergo che ci accoglie dopo la giornata di sbattimento, tre aeroporti, trasferimenti e compagnia cantante, è moderno e fastoso, anzi pare scelto dalla buona società locale per feste ed eventi. C'è infatti in corso un raduno della comunità Sikh cittadina, forse per un fidanzamento ufficiale o qualche cosa di simile, non è ben chiaro. Tuttavia la sfilata, che si dipana tra fiori e coroncine, di vestiti fastosissimi delle signore, cariche di gioiellame di un certo peso, è assolutamente godibile, Tra il baluginio delle paiettes, il cachemire degli scialli e le borse eleganti griffatissime e gli abiti scuri degli accompagnatori, esplodono le macchie vivissime dei monumentali turbanti, rossi, verde brillante, gialli e vermigli che troneggiano al di sopra di barbe e baffi imponenti. Molti, di certo stupiti dalla nostra presenza in questa hall maestosa, qui la presenza di turisti occidentali è decisamente anomala, vengono subito a domandare notizie a riguardo, complimentandosi per il nostro interesse per il paese ed augurandoci il meglio per i nostri giorni futuri. Si informano sull'itinerario previsto, danno consigli, raccomandano attenzione per la tappa finale che rappresenta il clou del nostro viaggio. Questa è l'India, curiosa ed accogliente. Poi la sfilata di questa, che è di certo una parte di rilievo della società cittadina, si dirige verso qualche salone privato dal quale proviene un tintinnar di cembali e di posate. In tanto dal fondo della sala, ecco arrivare l'amico Ashish che non vedevo da un paio d'anni, che ci accoglie con un largo sorriso sul viso e il pacco di documenti che ci serviranno per cominciare questo itinerario particolare che domani andrà ad incominciare.

Nella hall del Celebration Hotel


SURVIVAL KIT

Con l'amico Ashish
Voli - Per il ritorno dalle Andamane, ho utilizzato un volo IndiGo (10:35 - 12:35) con stop a Kolkata (3 ore) e successivo proseguimento per Raipur (15:15- 16:35) per circa 7.000 R a testa.

Hotel Celebration - Shri Gurun Govind Singh Chowk-  Raipur. L'albergo presenta molto bene dal di fuori e negli spazi comuni, tutti ben rinnovati, fornito di centro benessere e piscina. Camere più normali, ma ben fornite, ragionevolmente pulite (4000 IR la doppia inclusa colazione). Bagno ben dotato, AC, TV, free wifi, personale molto gentile. Ottimo il ristorante, curato con buona scelta di piatti. 


Spiagge

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martedì 26 marzo 2019

Central India 5 - Corbyn's Cove


Pescatore

Corbyn's Cove

Il succo di guava al banco della colazione è un piacere dolce e sensuale che scorre adagio e fresco in gola, spargendo aromi così complessi, che non riesci a spezzettarli nel tentativo di distinguerne le singole parti. Devi dunque portarne con te il bouquet complessivo, rinunciando ad indagarli. Il sapore ed il profumo del succo di guava è una metafora dell’Oriente, affascinante e complessa mescolanza di sensazioni esotiche che ti sa avvincere e ti lega per sempre. Va beh, ne bevo ancora un bicchiere prima di raccogliere le mie masserizie e lasciare definitivamente il sopravvalutato Wild Orchid, che perdono proprio per la colazione. Fuori aspetta la macchina che ci porta al molo dove comincia ad affollarsi la gente per il traghetto della Makruzz che ci riporterà a Port Blair. Esauritele solite peripezie, trovati l’ufficietto nascosto della compagnia per fissare i posti, registrati i nomi sul solito inutile librone e controllati i passaporti, caso mai volessimo imbucarci ad Havelock scomparendo nella jungla e rinunciando per sempre a ritornare, riusciamo finalmente a salire sulla nostra nave che, all’ora fissata, lascia melanconicamente il porto con due colpi di sirena, doppiando il faro delle punta e scorrendo poi velocemente davanti a quella Elephant beach a cui non siamo neppure arrivati, ma che, a vista non differisce molto dalle altre. 

Prima del bagno
Quando sbarchiamo al molo di Phoenix bay è ancora mattino presto e l’albergo saprà consigliarci su qualche giro nei dintorni che meriti. Scartiamo le turistiche anche se vicine, Viper island e Ross island, giacché mi dicono che a parte le rovine delle strutture carcerarie ci sia poco altro da vedere. Il driver si offre di accompagnarci fino a Corbyn’s cove, la spiaggia più vicina fuori città, che ha uno stile assolutamente indiano contemporaneo. Si tratta di una piccola insenatura segnata da una bella falce di sabbia scura incuneata nella costa rocciosa ad est dell’isola. C’è anche qualche banchetto con le solite collanine e braccialetti di conchiglie, mentre famigliole e ragazzi in vacanza dal continente passeggiano sulla battigia. In realtà, quasi nessuno si bagna, specialmente le ragazze, drappeggiate in sari colorati o nei più castigati salwar camiz che coprono completamente ogni traccia di nudità. Molti però fanno la coda per usufruire di un giro sulle rumorosissime moto d’acqua che fanno la spola fino all’isolotto di fronte alla spiaggia, caricando fanciulle che squittiscono di eccitazione. Poi qualcuno stende tra i palmizi una coperta e compaiono i vari onnipresenti cesti da picnic. 

Bewarw the crocodiles
Qualche vacca passeggia tra i gitanti, ma con discrezione, tenendosi alla larga per non essere scacciata come i cani questuanti. Si accontenterà degli avanzi che spesso rimangono ad insozzare la spiaggia. Purtroppo non è ancora chiaro che i tempi sono cambiati e che, un tempo i rifiuti, tutti organici, scomparivano velocemente, anche grazie all’aiuto degli animali che popolavano i dintorni, adesso invece, la metà dei residui prodotti è costituita da plastica, che le vacche anche con grande volontà, vista la fame atavica, non riescono a far sparire. Quindi la spiaggia è irrimediabilmente piuttosto sporca (anche grazie ai consistenti lasciti delle vacche stesse) e prima o poi anche qui ci sarà una sorta di violenta avversione diffusa verso la incolpevole plastica, invece che verso la stupidità di chi la utilizza senza preoccuparsi del suo smaltimento. Ma non turbatevi, tutto ciò è comune in ogni parte del mondo, si punta sempre al dito colpevolizzandolo invece di guardare alla luna. Poi ci si buttano sopra i politici che fiutano l’osso del consenso facile, magari inseguendo qualche masaniello populista da strapazzo in cerca divisibilità. Ma intanto lasciamo stare e godiamoci l’acqua calda del mare del sud anche se piuttosto torbida e ricca di alghe. 

Dal Bunker
Direi che non bisogna far troppo caso al cartello giallo che consiglia prudenza, causa coccodrilli marini, che comunque con il casino che c’è qui intorno, saranno sicuramente andati a rifugiarsi in qualche posto più tranquillo. Tra le mangrovie lontane dalla città. Sugli scogli che delimitano la baia ci sono ancora tracce di bunker giapponesi eretti in fretta e furia durante l’occupazione del ‘42, messi lì a monitorare questo avamposto del golfo del Bengala, su cui ben poca attenzione era stata posta prima di allora. Dalla feritoia puoi controllare tutta la spiaggia e difendere facilmente l’approdo da qualunque tentativo di sbarco. Chissà cosa avrà fatto la guarnigione lasciata a guardia di questo avamposto, una fortezza Bastiani a guardia del nulla, non già ai margini di un deserto infinito, ma qui in mezzo al mare blu scuro, quello che oggi invece si vuol far passare per un paradiso. Va bene che allora ci sarà stata sicuramente una bella botta di malaria a tenerli vigili e preoccupati. Nella laguna retrostante la spiaggia intanto, un pescatore lancia una rete con mossa esperta. I piedi a mollo nell’acqua bassa, fa un largo giro a pendolo con la corda trattenuta nella mano destra, poi con una larga sventagliata getta i pesi lontani il più possibile. 

Light & sound
La grande rete si allarga come un fiore, conquista spazio risalendo verso l’alto, poi raggiunta la massima estensione scende lentamente come un paracadute, adagiandosi sull’acqua che a poco a poco la accoglie in sé, la sommerge, la lascia scendere a fondo, insidia muta e mortale per chi le passerà sopra. Dopo poco ecco che con rapida mossa, l’uomo tira la fune centrale che chiude il sacco e poi è solo questione di forza per recuperare il tutto, mentre l’acqua fuoriesce liberandola dal peso e lasciandola infine emergere completamente, ma, ahimè desolantemente vuota. Duro anche qui il procurarsi cibo, con la sola forza delle braccia. Intanto il sole comincia a scendere alle nostre spalle, baluginando tra le fronde della foresta retrostante. Ce ne torniamo in città. Ci sarà il tempo dopo cena per lo spettacolo Light&sound all’interno della Cellular Jail (che non c’entra nulla coi telefonini, che al tempo nemmeno c’erano). Ci sono tutti gli ingredienti, il venditore di magliette ricordo, la gran folla nazionalista commossa davanti alla sofferenza della propria gente che ha loro donato l’indipendenza ed il fascino delle luci che giocano sulle superfici bianche dei muri e delle celle. Bene, è venuta l’ora di andarcene a letto, ci sarà il tempo di rimuginare sul senso di questa puntata sulle isole, mentre ce ne torneremo nel continente a cominciare la prossima storia.

Vita da spiaggia

SURVIVAL KIT

Haywizz Hotel – Quasi in centro. Piuttosto comodo e abbastanza nuovo. Camera doppia tra i 50 e i 60 Euro secondo stagione. La hall non presenta benissimo ma il resto delle camere è valido, tutto nuovo, pulito, camere spaziose, AC, TV, ventilatori, frigo, acqua bollente e bagno bene attrezzato e tutto funzionante. Il wifi non va granché. Ottimo invece il ristorante, cena sulle 350 R a testa, camerieri gentilissimi. Naan squisiti e croccanti.

Corbyn’s Cove - A 5 km dal centro. Vi ci portano senza problemi i vari tuktuk o taxi, essendo la spiaggia più vicina alla città. Posto non molto grande e piuttosto affollato. Spiaggia digradante con acque poco profonde e piuttosto ricche di alghe. Ingredienti vari da spiaggia, in stile indiano, poca offerta di rifornimenti. Posto indicato per capire come gli indiani intendono la vacanza al mare. Per cercare altre spiagge dovrete fare invece molti km in più o andare sulle varie isole, pernottando quindi altrove.

On the Beach



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martedì 19 marzo 2019

Central India 4 - Sentinel


Pescatori
 
Spiaggia
Ieri è stata una giornatina pesante, tra la notte in aeroporto, i due voli e la traghettata, ieri sera quando mi sono buttato nel letto, anche se dal bar della reception arrivava una musica a palla, mi sono addormentato come un ciocco. Pertanto oggi si presuppone tutta una classica giornata da spiaggia, asciugamano in spalla. Due passi e sei sulla sabbia; giriamo verso nord al contrario di ieri, non abbiamo neanche la voglia di prendere un tuktuk per andare in cerca della Elephant beach, che comunque pare sia piuttosto affollata. Qui, a Govindnagar beach, basta che cammini un po' e non c'è quasi più nessuno. Chissà dove si imbuca tutta quella massa di gente che sbarca dai traghetti? Va bene che è ancora bassa marea e l'onda arriva a poco a poco. L'acqua crescerà fino a mezzogiorno, credo, ma qui i turisti indiani, non amano più di tanto trascorrere il loro tempo sulla spiaggia, ci fanno un salto al massimo, si pucciano giù schiamazzando un po', poi vanno via quasi subito, se proprio vogliono esagerare si imboscano tra gli alberi con ceste di roba mangereccia a fare colazione. ogni tanto vedi in giro qualche coppietta che si fa i selfie romantici tra le palme, sembra infatti che l'isola sia molto gettonata per i viaggi di nozze nella middle class del subcontinente. Così devi soltanto trovarti uno spazio accogliente, tra gli alberi più bassi e fogliosi che garantiscono l'ombra migliore e soprattutto facendo attenzione a non avere cocchi  a perpendicolo sopra la testa. 

Peel island
Sembra infatti che muoia ogni anno più gente per la caduta delle noci di cocco che per il morso dei serpenti, sapevatelo. D'altronde se ti becca sul cranio un cocco da tre o quattro chili che piomba giù  da una ventina di metri di altezza, te lo spappola come un popone, è evidente. Io intanto calcolo bene le traiettorie e poi stendo l'asciugamano. L'acqua è caldissima anche se ancora troppo bassa per immergersi, un classico brodo equatoriale, ma chi se ne frega se devi fare un po' di slalom tra bottiglie di plastica, cartacce e immondizia varia. Beh, adesso non vorrei essere troppo critico, però dopo un po' arriva dal folto degli alberi un tizio con dei sacchi di residui alimentari e lo scarica direttamente sulla spiaggia, fiducioso nel lavoro delle maree, tanto per cambiare, lì dietro ci deve essere un ristorante e qui si fa così, almeno sembra. Davanti, il mare è comunque di un bel blu zaffiro che pian piano si muta in verde smeraldo, mentre si avvicina alla riva. Il quadro di insieme alla fine non offende e ti rimane la curiosità di pensare a quello che c'è dall'altra parte del braccio di mare che separa Havelock dalla vicina isola di Peel che dovrebbe essere disabitata. Una striscia verde che separa il mare dal cielo. Distante, misteriosa. Sarà lì il paradiso? Bisognerebbe avere a disposizione qualche giorno e andare a fare una esplorazione da quelle parti, una barca di pescatori che ti porti, pagando, la trovi sicuramente. Eh, ma noi siamo solo turisti e il tempo stringe, già va bene che ci regaliamo questo giorno completo di relax, sentendo solo il rumore leggero della risacca.

Mangrovie
Se ci pensate bene qui, qualche anno fa,  è arrivata l'ondata secca dello tsunami, dicono almeno dieci metri di altezza, che ha risalito l'interno per un bel tratto, facendo almeno 3000 morti in tutto l'arcipelago, qualche turista europeo (ce n'erano ancor meno allora) e tutti residenti, abituati al monsone bengalese, forte sì, ma non così inaspettato e distruttivo. Pensate invece che tra i nativi originari, non c'è stata neanche una vittima, sembra che con un certo anticipo si siano tutti diretti verso la parte alta dell'interno di ogni isola, salvando così la pelle. Non si sa nulla invece di quanto sia successo a North Sentinel, una isoletta tondeggiante di circa 60 km2 ricoperta dalla foresta e circondata dalla barriera corallina. E' molto strana la storia di questa isola priva di approdi e solitaria ad una cinquantina di km dalla grande Andamana e dei suoi misteriosi abitanti, i Sentinellesi o Sentinelloi che dir si voglia. Già, perché questa, pare sia una delle pochissime, se non l'unica, comunità esistente al mondo che ha sempre rifiutato ogni contatto col resto dell'umanità, respingendo a colpi di frecce che tenti di avvicinarsi alle coste. Per la verità non si sa neppure quanti siano, si dice tra i 30 e i 300 individui, una popolazione di pescatori raccoglitori che vivono nella foresta in capanne molto semplici e che non conoscono agricoltura, arrivati fin qui da almeno 30.000 anni con le prime migrazioni africane e qui rimasti isolati anche dalle isole più vicine, sviluppando lingua e cultura propria.

Mare
Nei tre secoli passati c'è stato qualche tentativo di sbarco da parte degli inglesi, che alla fine dell'800 ne prelevarono alcuni per condurli a Port Blair e studiarli e che morirono subito di malattia dato che il loro isolamento li ha resi completamente privi di difese immunitarie. Successivamente c'è stato qualche naufragio, dato che le acque circostanti sono piuttosto pericolose e qualche tentativo di sbarco da parte di studiosi che hanno lasciato doni sulla spiaggia. Si è allora osservato che gli abitanti hanno operato un recupero di materiali ferrosi dai relitti. Però i Sentinelloi, durante questi approcci, si sono sempre nascosti nella foresta o hanno accolto i visitatori con nugoli di frecce, con qualche ferimento seguito da balli di soddisfazione eseguiti sulla stretta spiaggia. In ogni caso l'isola è off limit da decenni e il governo indiano vigila che nessuno riesca ad avvicinarsi a meno di 5 km dalle sue coste. Un paio di pescatori che si sono avvicinati troppo, sono stati uccisi nel 2006, e non è stato possibile recuperare i corpi a causa dell'ostilità dei nativi che hanno accolto a colpi di freccia anche l'elicottero che aveva sorvolato la spiaggia; ma il fatto più eclatante è avvenuto nel novembre del 2018, quando un sedicente missionario americano, certo Allen Chao, assoldando una barca di pescatori, si è fatto mollare a un centinaio di metri dalla riva, convinto di voler riportare i selvaggi alla verità della unica fede. Giustamente, appena messo piede sulla battigia, è stato ricevuto con un nugolo di frecce che lo ha trasformato in un puntaspilli. 

Peel island
Il corpo è stato subito circondato da un gruppetto di uomini, che dopo aver ulteriormente infierito su di lui, lo ha seppellito sulla spiaggia. Si può dire certamente che ha avuto quello che si meritava e al momento la protezione di questa, che è certamente la tribù più a lungo isolata, conosciuta al mondo, sembra garantita. Ma il fatto ha aumentato i controlli ed i divieti sulle isole, con specifica attenzione a che tutte le altre tribù residuali andamanesi siano ancor meglio inavvicinabili. C'è anche Survival che vigila sul territorio anche se non so come, segnalando alle autorità le eventuali violazioni. Tutto buono e giusto, chi può essere contrario, ma naturalmente questo crea una interessante discrasia in un territorio, ormai molto turistico a tutti gli effetti, con una pressione di presenze notevole, proprio a contatto con aree off limit e con regole di estrema severità. E' un mondo strano questo, dove il wild estremo si mescola alle ciabatte da spiaggia e dove nel 2010 è morta a 80 anni, l'ultima rappresentante della tribù Bo, la signora Boa, così si chiamava, ultima anche a comprendere la sua lingua che è così morta con lei, capirete che la cosa mi abbia colpito profondamente e ne avevo a suo tempo anche parlato qui. Ciò detto godiamoci questo bel mare tiepido, che intanto è salito un po', cercando di non scottarci le epidermidi tenerelle, che qui comunque il sole picchia e lasciamo stare i Setinelloi ai loro archi, noi pensiamo alle due grigliate di tonno che questa sera ci aspettano al Fat Martin, proprio sulla strada. 

North Sentinel (da Google map)

SURVIVAL KIT

Sulla spiaggia
Wild Orchid Resort - Quasi sul mare a 2,5 km dal molo di arrivo sulla n.5, con accesso diretto alle due spiagge Govind a nord e Kalapathar a sud. Uno dei primi resort a essere costruito sull'isola e considerato tradizionalmente di lusso. Serie di bungalow in legno nel bosco con reception bar ristorante al centro. Il tutto è ormai abbondantemente invecchiato e molto bisognoso di essere risistemato, nei confronti delle tante nuove strutture sorte nel frattempo. Per la verità andrebbe benissimo se non fosse che il prezzo invece, forse in memoria dei passati fasti è sproporzionato nei confronti sia dei livelli indiani che di quelli della nuova concorrenza. Per questo io sceglierei altro a pari prezzo o in sistemazioni più spartane ma molto più convenienti. Comunque bungalow in legno con TV, AC, ventole, acqua calda, cassaforte, no frigo, tutto piuttosto antiquato a 70/100 Euro secondo stagione, con colazione buffet abbondante e valida. Free wifi solo alla reception. Personale gentilissimo, ma ripeto, voto negativo solo per il prezzo.

Fat Martin restaurant - Appena fuori dal resort sulla strada a destra. Locale noto e frequentato soprattutto da stranieri. Buon pesce ala griglia, piatti consistenti a 3/400 rupie. Consigliato e comodissimo se siete in zona. 





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lunedì 18 marzo 2019

Central India 3 - Havelock island, paradiso perduto?


Kalapathar beach
Il Poenix Jetty è davvero sovraffollato. Da qua partono tutti i traghetti, quelli governativi e quelli privati della Makruzz (e anche di un'altra compagnia, mi pare) ovviamente più costosi e veloci. Il risultato è che c'è una folla strabocchevole. Per fortuna che siccome le partenze non sono contemporanee, il capannone si popola e si spopola in continuazione con un flusso regolare. Tanto allo stanzone/sala d'attesa si può entrare solo un'ora prima della partenza per la registrazione. Il 99% dei passeggeri sono indiani, su tutto regna una bella confusione con famigliole accampate dappertutto in attesa. Noi abbiamo già i biglietti in saccoccia ma bisogna procedere alla registrazione e all'assegnazione dei posti, cosa che comunque contribuisce a farti passare il tempo in coda. Alla fine tutto va a buon fine come sempre. E' l'apprensione tipica dell'occidentale che vuol sapere bene tutto in anticipo, essere tranquillo, insomma, quello che ti fa soffrire. In realtà bisogna lasciarsi andare alla ruota della vita, arrivi poi sempre alla fine. Lo spazio dedicato ai viveri di conforto in realtà non è funzionante. Un gruppetto di addetti all'interno, passa il suo tempo a comunicare ai richiedenti che lì non c'è niente da vendere, né da mangiare, né soprattutto da bere, ogni cosa è disponibile solo sul traghetto. 


Dietro la spiaggia
Aspettiamo con pazienza sulle sedie, molte delle quali ormai sfondate, che si formi la nuova fila, quella che ci permetterà di salire a bordo. Consegniamo i bagagli che vengono accatastati sul molo, mentre saliamo la passerella. Chissà se mai li rivedremo. Ah santa dubbiosità malfidata occidentale. All'interno la nave è moderna anche se ampiamente vissuta e naturalmente piena zeppa di centinaia di vacanzieri, che si accalcano subito tutti al bar. Purtroppo, in osservanza alla modernità della nave catamarano, i finestroni sono completamente oscurati, per cui la prima delusione è che non si vede nulla all'intorno, anche se larga parte della tratta è di mare aperto. Dopo circa un'oretta e mezzo entriamo nel porto all'estremità superiore dell'isola di Havelock, l'unico punto di accesso. Miracolosamente, ma come previsto, ecco i nostri bagagli che aspettano sul molo. All'uscita però siamo subito bloccati dal baraccotto dei sorveglianti. Gli stranieri, pochissimi in verità, devono registrarsi sul consueto registrone. L'addetto compita con attenzione i nostri dati accertandosi della nostra intenzione di abbandonare l'isola nei tempi previsti e di non fuggire nella jungla. Poi siamo liberi di raggiungere la nostra destinazione come da programma. 
Le varie soluzione sono tutte più o meno in fila lungo l'unica strada che costeggia le spiagge. Questa è l'isola che tutti gli indiani sognano quando si parla di vacanza al mare, stile di vita che è entrato ormai nei desiderata della middle class a forza di telenovele e di abitudinarietà occidentale che globalizza il pianeta. Il bagno, che comunque si fa rigorosamente vestiti, se donne, e i giochi di spiaggia, incluse le rumorose moto d'acqua e chi più ne ha più ne metta. Vuoi la globalizzazione? e allora giocati i paradisi, tanto se rimangono tali, non rendono nulla a nessuno o quasi, in questo modo invece, macinano un bel business, migliaia di posti di lavoro, famiglie che ci campano e il PIL cresca con gioia di tutti. Questo in fondo ci serve e allora non lamentatevi. Comunque se calcoliamo che ogni giorno che Dio comanda, qui sbarcano all'incirca un migliaio di persone almeno, che staranno qualche giorno su di un isolotto lungo una quindicina di chilometri e largo cinque o sei, il sovraffollamento è garantito. E chi se ne frega, cerchiamo di non fare i difficili, prendiamo possesso dei nostri bungalow e corriamo subito alla spiaggia che dista poche centinaia di metri, asciugamano gentilmente fornito in spalla. 

Anche se hai saltato la notte, cerca di non cadere in tentazione, se ti butti un attimo nel letto sei finito, ti addormenti e la giornata è quasi persa. Kalapathar beach si stende verso destra e prosegue verso la punta sud dell'isola. Come previsto, ad onta della massa sbarcata, in spiaggia non c'è molta gente. Gli indiani amano ammassarsi tutti assieme, specialmente dove ci sono aree di divertimenti marini, mentre basta allontanarsi un poco, dove cessano i servizi e riprendi in mano, almeno un poco la sensazione dell'isola (semi)deserta dei mari del sud. Tuttavia non fatevi eccessive illusioni, nel pomeriggio qui c'è bassa marea e il mare davanti alla spiaggia è molto basso, l'acqua un po' torbida e con molte rocce affioranti, tipo Zanzibar, se avete presente. Sulla sabbia un po' di plastica vagante e molta alga. Però non si sta male stesi tra la vegetazione che quasi arriva a lambire l'onda leggera. Insomma quello che voglio dire, è non fatevi film di spiagge segrete e paradisiache; l'isola, comunque è così dappertutto. Certo il mare in generale non è il punto di forza dell'India, levati alcuni punti del Kerala e di Goa, noti più per le pulsioni degli ormai lontani anni '70, e qui di certo siamo al meglio.

Ma il tutto, per lo meno ora che è arrivato il turismo locale di massa, non sta al paragone, a mio modestissimo parere naturalmente, di altre mete del sudest asiatico. Forse per trovare queste cose bisogna spingersi, se fosse possibile, in aree più lontane di queste stesse isole, o alle Nicobare, poco più in là. Badate con molta più fatica e dedizione. Comunque giriamo un po' in tondo constatando che il tanto temuto ciclone Pabuk che la scorsa settimana è passato proprio qui, proveniente dalle isole della Thailandia, non ha fatto danni visibili, essendosi mutato in tempesta tropicale fuori stagione. Ha buttato giù la abitudinale valanga d'acqua e poi via ad esaurirsi verso la costa birmana. E dire che volevamo annullare tutto, timorosi del disastro. Comunque ci confermano che per due o tre giorni i traghetti sono stati sospesi, insomma non è stato uno scherzo, l'abbiamo scampata per un pelo. Allora stiamo pure qui a goderci l'onda leggera che lambisce la sabbia, mentre il sole, a poco a poco cala dietro gli alberi della foresta che occupa l'interno dell'isola. Al resto penseremo domani, rimane solo da cercare quale sia il meglio tra i vari ristorantini sulla strada n.5 per farci un bel pesciolone alla griglia e poi il sonno dei giusti ci coglierà satolli e soddisfatti.

Govind Nagar Beach



 SURVIVAL KIT

Havelock
Havelock Island - E' la principale isola del piccolo arcipelago delle Ritchie, posto ad est delle grandi Andamane, dove si è sviluppata l'attività turistica. Ci si arriva in traghetto, in partenza da Port Blair. Quelli veloci ci mettono da un'ora e mezzo a due. Quelli lenti fino a quattro per percorrere i 57 chilometri che la separano dalla capitale. I traghetti devono essere tassativamente prenotati per tempo perché sono sempre pieni e rischiate di non partire o soprattutto di non ritornare in tempo per l'aereo. Makruzz parte il mattino alle 8 e alle 14 (circa) e il biglietto è circa 2000 R a tratta, per darvi un'idea ma verificate perché tutto cambia spesso. Qui dovrebbero esserci le spiagge più belle di tutte le Andamane, per lo meno quelle raggiungibili con una certa facilità. Aspettatevi tuttavia un'isola molto affollata soprattutto di turismo domestico, perché comunque è molto piccola. Basta comunque procedere lungo le spiagge un po' più in là dai punti di accesso, dove si aggregano i servizi, barche per gite, diving e sport acquatici, per ritrovare una insperata solitudine. Gli occidentali, possono utilizzare tranquillamente il bikini senza destare curiosità, anche se le indiane si bagnano vestite. L'isola si gira velocemente con biciclette o motorini in affitto, o con i classici tuktuk che vi porteranno alle varie spiagge. Le più interessanti sono nell'ordine:

Elephant beach - sulla costa nord a cui si accede tramite un sentiero nella foresta con circa venti minut di cammino. Sulla strada n.4 c'è un cartello che ne indica l'inizio. Molto frequentata.
Kalapathar beach - Sulla costa lungo la strada n. 5 verso sud, raggiungibile a piedi facilmente in quanto antistante alla maggior parte delle strutture alberghiere lungo la costa. Qui il mare è un po' più mosso perché più aperto
Govind Nagar beach - stessa zona ma verso nord. Qui il mare è più chiuso e calmo in quanto di fronte avrete gli stretti che separano Havelock alle altre isole Ritchie, la barriera è a qualche centinaio di metri, più adatta per snorkelling e immersioni. Ci sono diversi centri che offrono questi servizi.
Radhnagar beach - E' la più lontana e forse un po' meno frequentata, si trova al termine della strada n. 4.; procedendo verso destra su un sentiero tra le piante per una ventina di minuti circa arrivate a Neil's cove, forse la spiaggia più riservata e più bella con un tratto di barriera.

In ogni caso l'isola, comparata con gli standard indiani è piuttosto cara, essendo ormai considerata meta di lusso ed in generale bisogna prenotare ogni cosa con un certo anticipo. 


A destra l'arcipelago Ritchie

Al momento non so dirvi se sia possibile muoversi con una certa libertà nel resto dell'arcipelago. In ogni caso probabilmente è possibile raggiungere le isolette e le spiagge intorno a Diglipur nella north Andaman e Mayabunder nella middle Andaman, percorrendo la Tunk road al momento vietata. Ultima soluzione Neil Island 4 km x 2, appena sotto Havelock. Molto complicato arrivare a Little Andaman a sud. In ogni caso se intendete uscire dal ghetto di Havelock vi occorreranno almeno una settimana/10 giorni. Comunque assoluto divieto di avvicinare gli indigeni. 




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domenica 17 marzo 2019

Central India 2 - Port Blair

Cellular Jail - Port Blair


Andamans and Nicobar Islands
Beh, questa storia delle Andamane va avanti da un bel pezzo nella mia povera testa, da troppo direi. Cominciò all'epoca delle mie prime scorribande indiane; leggevo di queste isole sperdute nel golfo del Bengala e soprattutto dei suoi abitanti, Sentinelloi inclusi, di cui poi vi parlerò, e mi eccitava l'idea di poter arrivare in un posto lontano, nascosto all'interesse comune e allo stesso tempo così promettente. Poi il tempo passa e la facilità con cui adesso ci si può muovere per il mondo ha cancellato molte di quelle suggestioni, modificando profondamente le cose. Inutile stare lì a piangerci sopra, è la naturale evoluzione del mondo e accade da ogni parte. Dunque queste isole perdute, che sono state per millenni tagliate fuori dalle rotte di mari pur così battuti dal movimento del commercio, erano tuttavia già ben conosciute. Citate e raccontate addirittura dai cartografi di Alessandro Magno e segnalate dal nostro Marco Polo, che tuttavia non vi sbarcò. Ne parlano anche Nicolo Conti, che le chiamava le isole dell'oro e le relazioni dei più famosi viaggiatori cinesi, ma sono tuttavia rimaste per secoli soltanto un approdo per rifornimento per le navi che facevano rotta per l'Oriente, nascondendo nel folto delle loro jungle gli abitanti originali che sono rimasti per millenni isolati dal mondo. Piccolissime comunità di provenienza africana arrivate nelle isole nel medio paleolitico, circa 30.000 anni fa e vissute fino ai giorni nostri come cacciatori raccoglitori, teoricamente di estremo interesse. 

Modellino del Cellular Jail
Tuttavia i duecento anni di contatto, dall'arrivo degli inglesi ai giorni nostri, sono bastati per sterminarli quasi completamente, dai circa 7000 che erano. Li abbiamo uccisi quasi al completo con le nostre micidiali malattie esantematiche, dalle quali, essendo privi completamente di difese immunitarie, sono stati colpiti dopo i primi contatti. Oggi, i Jangil sono completamente estinti, gli Onge rimasti, sono un centinaio rinchiusi in una riserva nella Piccola Andamana, i Great Andamans residui sono 56; pochi di più i Jarawa che, con archi e frecce, hanno resistito al contatto fino al 1998. Una strada percorre da sud a nord la serie delle isole dette grandi Andamane, che si allungano nel mare per oltre 200 km e penetra nella foresta, la Andaman Trunk Road che arriva fino al piccolo abitato di Diglipur, ma è stata dichiarata illegale ed al momento è vietato percorrerla, proprio a protezione di questi ultimi abitanti rimasti, che erano soggetti proprio a degradanti "safari umani" nel corso dell'ultimo decennio del secolo scorso. Il divieto è diventato ancora più pressante e restrittivo dopo uno spiacevole fatto accaduto nel novembre 2018 di cui vi accennerò in seguito. Contemporaneamente a ciò, il territorio è diventato sempre più noto ed appetibile come luogo paradisiaco di solitarie spiagge dei mari del sud, merce di cui i vacanzieri affamati di esotico di ogni parte del mondo sono sempre alla ricerca. A questo si aggiunga che gli stessi Indiani, con la crescita del benessere interno, ne sono diventati fruitori.

Zona sensibile controllata da telecamere
Quindi adesso le isole più interessanti sono diventate meta affollata di questa massa assolutamente sproporzionata al potere tampone del territorio, che potrebbe sopportare solo afflussi molto contenuti. Almeno sei voli giornalieri portano sulla South Andaman oltre mille persone, affamate di spiagge e divertimenti, vedete dunque un po' voi, cosa può essere rimasto dei racconti favolistici di chi qui arrivava negli anni '80. Questi mesti ragionamenti mi si sconfinferano nella testa mentre la macchina si dirige verso Port Blair, la capitale delle isole. Anche qui però è necessario ottimizzare il tempo, così mentre aspettiamo il traghetto che porta ad Havelock, l'isola del paradiso, ci rimane tutta la mattina per dare un'occhiata alla città. Il suo monumento fondamentale è il Cellular Jail, una prigione. Già, perché gli inglesi quando arrivarono a prendere il possesso materiale dell'arcipelago, sul quale in effetti, c'era ben poco da razziare, lo trovarono adattissimo, grazie al clima estremamente insalubre ed al suo assoluto isolamento, ad una colonia penale nella quale confinare i personaggi più scomodi, seppellendoli all'aperto, nella speranza che morissero velocemente. Così ecco sorgere questo carcere modello di progettazione, nel quale passarono nel tempo personaggi illustri, e che divenne poi reclusorio ideale per tutti coloro che, nel tempo si ribellarono di volta in volta alla dominazione inglese, reclamandola tanto desiderata indipendenza. Ecco che il luogo è diventato oggi simbolico per la storia indiana e viene mostrato soprattutto a questo fine.

Pongal
Il dal
I tre lunghi bracci che si staccano dal nucleo centrale mostrano la lunga e tristissima fila di strettissime celle nelle quali si consumarono i patrioti delle varie rivolte dalla fine dell'800 fino al 1947. L'aria che si respira è sempre la stessa, tra sale di punizione e luoghi dove venivano eseguite le condanne a morte e le fustigazioni, quando si esercita il pesante gioco della prevaricazione violenta dell'uomo sull'uomo che anela alla libertà e che trasforma l'uno in belva sanguinaria e spietata e l'altro in vittima piegata dalle sofferenze. Ci torneremo ancora al termine di questa toccata e fuga, per intanto, i muri bianchissimi, le feritoie chiuse che guardano verso l'alto, i volti spauriti che emergono sbiaditi dalle vecchie fotografie, raccontano storie comuni sotto molti cieli, che i prati verdi e accuratamente mantenuti non cancellano. Il centro della città invece, anche se è quello di una piccola comunità indiana, mantiene la consueta confusione del mercato orientale condito in salsa masala. Nella grande piazza è in pieno svolgimento la festa hindù del Pongal. Un sacco di gente si affolla attorno all'area centrale dove sono messi a bollire grossi pentoloni dove gorgoglia un pastone di dal giallo, che poi verrà distribuito a tutti quelli che arrivano. Intorno gruppi di suonatori percuotono tamburi di taglie diverse e tintinnano cembali e sonagli. C'è dappertutto la gran confusione colorata delle feste indiane, con i sari delle donne che svolazzano intorno ed i canti ritmati dei cori religiosi. 

Shanti
Sgusciamo via ai primi inviti a partecipare alla mensa, quando le prime grandi mestolate di lenticchie vengono scodellate nei piatti di foglia secca alla fila che, nel frattempo, si è subito formata. Ci rifugiamo in un negozio di stoffe, subito circondati da premurose commesse che sfoggiano lussuosi sari trapuntati di fili d'oro e d'argento. E' di certo un negozio di lusso a vedere i pezzi che abbigliano i manichini in giro. Poi sciarpe di sete leggere, pashmine morbidissime, larghi pantaloni brillanti, insomma tutto l'armamentario del caso. Le nostre signore apprezzano molto devo dire ed è fatica il trascinarle via. Sciamiamo poi festosi tra i banchetti di cianfrusaglie, anelli di latta, braccialetti di ogni tipo, tra preziose pietre di plastica e luccicanti gemme di vetro colorato. Tra i banchi un bimba di una bellezza commovente, sbocconcella un dolcino, accoccolata sullamoto del papà e ti guarda con grandi occhi già contornati dal nero del kajal, due ciuffetti sbarazzini annodati con l'elastico e l'allegro sorriso di una bimba felice. La vicina banca intanto provvede ad un cambio assai onesto, senza indulgere in burocratiche ed estenuanti code. E' il momento di dirigerci verso il porto, un lungo molo dove navi moderne e capienti aspettano di caricare una massa vacanziera inattesa di sbarcare al sole del tropico. La temperatura, dopo le troppo fresche notti che ci avevano regalato le colline del Bangladesh, è finalmente piacevolissima, i classici 25/27°C che ti aspetti nei mari del sud, d'altra parte qui siamo sotto l'altezza di Madras. Non rimane che accomodarsi tra le sedie sfondate del terminal marittimo in attesa della chiama.

Fiori per il tempio

SURVIVAL KIT

Festa del Pongal
Port Blair - Capitale delle Andamane, di circa 100.000 abitanti, ormai una cittadina vacanziera a tutti gli effetti. Le isole che si estendono da nord a sud per quasi 1000 km nel golfo del Bengala di fronte alla Birmania e si prolungano ancora più a sud nelle Nicobare (queste forse ancora sufficientemente isolate), sono raggiungibili da diversi aeroporti indiani (ma non dall'estero). In pratica sarebbe vietato inoltrarsi in altre zone che non siano le isole concesse ai turisti o nei pressi della città nelle Grandi Andamane. Al permesso penserà l'agenzia. Da vedere: il centro con il mercato e il Cellular jail (100 R). Alla sera spettacolo di suoni e luci di circa 1 ora (200 R). Visita consigliata e abbastanza interessante. Vengono proposte anche escursioni di mezza giornata a Ross Island con l'altro carcere e Viper Island con residui dell'occupazione giapponese dal 42 al 45. Il cellular Jail,svuotato nel 39 dopo gli interventi di Ghandi e di Tagore, per ironia della storia fu utilizzato proprio dai giapponesi durante la guerra come carcere per gli stessi inglesi catturati qui. Inutile tentare di organizzarsi visite nella foresta ai nativi, che sono al momento strettamente proibite.

Le celle

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