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giovedì 14 luglio 2022

Douce France 6 - Enologia e arte nel Bordolese

Saint Emilion - foto T. Sofi

 Girare con gli amici del Museo di Agricoltura del Piemonte (AMAP) è davvero un piacere. Anche perché non solo i servizi di Easy Nite di Torino e l'efficientissimo Pierluigi Bertotti, scelgono con cura i luoghi di maggiore interesse lungo gli itinerari proposti al fine di farci sfruttare al massimo il viaggio stesso, ma come sempre, la nostra Neopresidente Giagomina Caligaris, ha coinvolto il discreto numero di professori ed esperti presenti nel gruppo, per somministrare diverse pillole di conoscenza, che vengono rilasciate, non omeopaticamente, durante i trasferimenti affinché, come dice il Vate, il nostro gregge titubante e ammalorato dagli anni, beva profondamente ai fonti alpestri (della conoscenza) e a lungo illuda la sua sete in via. Va bene, non voglio farvela tanto lunga, tuttavia vorrei davvero ringraziare quanti hanno arricchito il nostro viaggio raccontandoci, via via, dei problemi religiosi che hanno percorso le terre che abbiamo attraversato, delle razze bovine che popolano la Francia ed dei loro diversi sistemi di allevamento, dell'agricoltura tipica delle regioni che abbiamo visto, nonché dei prodotti tipici, della vocazione viticola dell'area con le specifiche varietà di uve e di vini che si toccheranno con mano nelle diverse visite dirette, della storia che molto ci ha appassionato con le vicende quasi romanzesche di Eleonora di Aquitania e così via. Insomma anche per questo si tratta di viaggi di istruzione e non come potreste (sbagliando) immaginare, pure e semplici gitarelle fuoriporta per godurie enogastronomiche, essendo fuorviati dalle mie tendenze di crapulone impenitente che si lascia qualche volte andare a troppo insistite descrizioni di prodotti locali e che invece andrebbero decantati in punta di forchetta e la bocca a cul di gallina. 

Ben sottolineato tutto, ciò rieccoci sul pullman a percorrere la distesa di vigneti senza fine di questa meravigliosa terra da vino che ci mostra alcune delle provenienze più titolate della Francia. Tanto per darvi una dritta e mostrare che mi sono preparato vi darò anche una indicazione di massima su questo territorio sul quale però ci si dovrebbe soffermare a lungo. Lungi da me voler arrischiare qui una lezioncina su questi vini, che lascerei ai competenti ed agli appassionati, ma solo per darvi una piccola  base di ragionamento per mettere ognuno dei miei venticinque lettori in grado fare il tuttologo della domenica, vi direi quindi solo che la Riva sinistra della Garonna comprende Médoc, Graves, Sauternes a Barsac, La Riva destra Libournais con Saint Emilion e Pomerol  e il cosiddetto Entre-deux-mers si estende nella zona tra Garonna e Dordogna con vini Vini bianchi secchi a base di Semillon, Sauvignon blanc e Mouscadelle. Più specificamente nel Médoc i vini sono rossi a base di Cabernet-Sauvignon, Merlot, Cabernet franc e Malbec. Nelle Graves abbiamo rossi (Cabernet, Sauvignon, Merlot) e bianchi (Semillon e Sauvignon blanc). In Barsac e Sauternes a sud, troviamo invece il famoso e caratteristico vino ambrato e dolce prodotto dalla raccolta differenziata, fino a cinque successive, degli acini attaccati dalla Botrytis cinerea, che daranno al prodotto finale quel sapore inconfondibile e straordinario che li reni rende impagabili in accompagnamento ai formaggi erborinati e ovviamente al famigerato foie gras, ma anche come semplice inarrivabile meditazione. Infine il Libournais con i suoi famosi rossi a base di Merlot e Cabernet Franc a cui cercheremo di avvicinarci più direttamente. 

Per un approfondimento maggiore vi lascerei a questo bel sito di Cento bicchieri che sviscera bene il problema. Bisogna dire che qui siamo nell'empireo del vino ed il solo sentire questi nomi evoca negli amatori fremiti di piacere e stimoli irrefrenabili alle papille ed ai terminali nervosi di nasi e palati. Intanto noi, sempre a puro scopo di studio ed istruzione, dopo aver lasciato la bella Bordeaux, ma ci torneremo questa sera per una visita serotina, ci dirigiamo spron battuto verso il paese di Saint Emilion, un nome che rimarrà impresso a lungo nel cuore anche di chi non lo conosceva prima. Il paesino, innanzitutto è davvero molto bello, con un aspetto medioevale perfettamente curato, in cui, dai vari punti sopraelevati di osservazione panoramica, puoi apprezzare viste magnifiche e la cura con cui case e palazzi, edifici religiosi e parti di cinte murarie sono stati ben conservati. Puoi giratelo davvero tutto a piedi con grande calma, passando per i vari punti di interesse, sia che tu voglia godere solamente di questa antica architettura, delle volte e dei muraglioni di pietra dorata che si innalzano lungo le strette vie del paese, sia che tu sia già pago dell'osservare le decine di negozi e spacci dove il titolato vino della zona trova il suo massimo momento di riconoscimento e di esaltazione. Elenchi di annate memorabili, esposizioni di bottiglie dai nomi titolati e prezzi, che per le provenienze più umili recitano comunque diverse decine di euro, fino a gemme di prestigio che arrivano a superare i 5000 al pezzo, non so se mi spiego. Insomma, non per tutte le tasche, ma indubbiamente capite subito che qui siamo in una delle capitali del vino del mondo. Dunque per raccontare il paese e lo Chateau a cui abbiamo avuto accesso, meglio rimandare alla prossima puntata, che tanto c'è ancora da dire.


Vigneti di Saint Emilion


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sabato 18 giugno 2011

Vino e abati.

Ultima giornata dedicata al vino, testimone di coltura e di cultura come poche altre cose al mondo. Un prodotto così difficile e complesso, che si produce con tempi lunghi, cure assidue e sapienti, che necessita di conoscenze specifiche e tecnologia sempre più raffinata per migliorarne la qualità, rappresenta lo spirito (in tutti i sensi) dell'uomo. Che senso avrebbe investire tanti sforzi per raggiungere quella sfumatura, quel sentore, la ricerca affannata di una nuance avvertita con difficoltà, che addirittura deve essere spiegata per essere completamente percepita, ignorata dai più che ingollano con indifferenza a premiare unicamente la quantità, se non si spiegasse con il desiderio insopprimibile dell'uomo di trovare l'acme di ogni cosa, la punta estrema della soddisfazione sensoriale, che diventa alla lunga speculazione filosofica e dignità di esistenza? E' un discorso complesso che sempre nella storia ha distinto chi, alieno dai bisogni di tutti i giorni poteva passare il suo tempo a parlare di filosofia e arte e chi, servo o schiavo doveva innanzitutto pensare a riempire pance per sopravvivere. Questa è il discrimine per quanti vogliono fare, generalizzando certi aspetti di nicchia, dedicati a chi può permettersi di pagare uno spread consistente per una sfumatura qualitativa, e l'agricoltura reale.

Correttissimo che esista e che ci si costruisca un business in questa economia asfittica, ma quando la si contrabbanda per la soluzione di un sistema generale allora si sente odore di fuffa. L'ho presa alla larga, ma così devi affrontare il mondo del vino, consumo regale dedicato ad un mondo fatto per economie ricche come fortunatamente è la nostra. Non a caso nuovo status simbol per le classi elevate di quelle economie emergenti che stanno determinando le sorti del mondo. Proprio nell'Alto Adige, e oggi lo voglio indicare con questa sua accezione italiana, il mondo enologico va a presentare molte di queste realtà. A pochi chilometri da Bressanone, l'abbazia agostiniana di Novacella  sposa proprio questa attitudine all'eccellenza con le sue caratteristiche storiche ed artistiche. Anche qui nove secoli di vita e una presenza ancora piena ed efficiente di monaci, che conservano il meraviglioso antico e costruiscono l'eccellente moderno. La chiesa, uno dei più splendidi esempi del barocco bavarese, ti lascia senza fiato, così inondata di luce che si posa quasi accarezzando gli stucchi rosa ed azzurri, come a giustificare la ridondanza e il desiderio compulsivo di ornare, che aveva preso questo secolo; il vicino chiostro dalle volte gotiche, ricordo di altro pensiero e stile di vita, con le sue tracce di artisti del trecento; infine la bella pinacoteca, testimone di un passato ricco di committenze per importanti artisti, le tavole di Friedrick Pacher sopravvissute alle razzie bavaresi, gli oggetti liturgici, gli antichi strumenti musicali.


Ma il pezzo forte è costituito dalla biblioteca, ricca di quasi 100.000 volumi rari, dai manoscritti miniati dall'anno mille, agli incunaboli delle preziose cinquecentine, alle carte geografiche antiche. La sala centrale rococò contiene i volumi teologici ed è il vero gioiello dell'abbazia. Ti vien voglia di fermarti qui, al freddo, ben coperto, che il calore fa male ai volumi, a consultare qualche vecchio testo di filosofia medioevale, qualche carta di esploratori del mondo quando ancora gli spazi bianchi sulle carte erano tanti e pochi coloro che avevano desiderio di riempirli. Ma ecco subito il contraltare, la cantina moderna a produrre una linea di vini di alta qualità, in linea con la filosofia del luogo, 600.000 bottiglie che vorresti portare tutte con te e che devi invece lasciare qui vicino al gazebo delle 7 meraviglie del cortile centrale. Il tempo però incalza e al fine di passare dalle parole ai fatti, si è scelto, per la liturgia del caso, un altro luogo che pare creato apposta a questi scopi: il castello di Rametz.

Trentotto ettari di vigneto, parte dei quali a serrare il castello in un abbraccio affettuoso; cantine storiche dove è presente una bella collezione di strumenti vinari e di botti antiche che appagano l'occhio, ma che vengono lasciate doverosamente vuote a favore di tanta moderna ed efficace tecnologia, per una produzione di alta qualità, che una degustazione guidata impone anche ai palati meno usi a provare il piacere di scoprire il fondo di melone nel Riesling, la mandorla in uno straordinario Gewurtztraminer da riservare agli aperitivi, il retrogusto forte di prugna secca del Pinot nero, i petali di rosa di un moscato rosato d'affezione e infine i sentori di mela del Pinot grigio (Golden o Morgan, questo proprio non sono riuscito ad apprezzarlo). Orgia finale con lo speck Kaiser prodotto in azienda. Carichi del proprio pacchetto rimane giusto il tempo per una toccata e fuga nella grande passeggiata del Passirio a Merano, prima di inscatolare tutto quanto si è assorbito in questi quattro giorni, nel tentativo, spesso vano, di farne tesoro più avanti.


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giovedì 28 maggio 2009

Bollicine 3: non di solo pane...

Tirato per i capelli da un gruppo di fedeli lettori, ormai appassiona-tisi alla saga dello champagne degli Urali, vado a stendere la terza e ultima puntata, un prequel che illustra la fase preparatoria della spedizione dei materiali e i fatti immediatamente successivi. Infatti, come si suol dire, è facile firmare i contratti e incassare i milioni di dollari, il problema è che poi qualcosa che funzioni bisogna pur spedirlo e montarlo, se no, non ti lasciano tornare a casa. Mettere insieme un impianto di queste dimensioni, assemblando macchine comprate in mezza Italia, non è semplice e la logistica della spedizione, una volta affittati i giganteschi Antonov che dovevano contenere nei loro ventri capaci delle preziose attrezzature che avrebbero trasformato il vinotto di Crimea, opportunamente sposato ad acqua, alcool, aromi e CO2, in nettare frizzante, prevedeva la formazione di una brigata di una ventina di tecnici montatori al seguito. Questo gruppo disomogeneo, ma motivatissimo dai racconti di qualche veterano, sulle delizie che avrebbero lenito la permanenza sul suolo della Santa Madre Russia, era formato da un gruppo di veneti, alcuni emiliano-lombardi e uno zoccolo duro di piemontesi dell'area del moscato, coordinati da una Stefi motivata al massimo. Ma, come sa chi si è occupato di maestranze in terrae incognitae, per tenere alto il morale della truppa, oltre alla promessa delle delizie di cui sopra, sono necessarie delle razioni di sussistenza che, calmando lo stomaco, rendano più fioco il richiamo della patria lontana. E' quindi vitale aggiungere alle macchine, uno o meglio due bancali di materiali mangerecci tipici, montagne di spaghetti (n.5), sughi e salumi, proporzionati alla durata presunta della permanenza in cantiere. Stefi, pur vecchia del mestiere, era opportunamente stimolata dal capo cantiere, un gentile personaggio a cui Pecèèètto Torinèèse aveva dato i natali, oltre ad un fortissimo accento gianduiofono, il quale, inviato a controllare la chiusura definitiva delle gigantesche casse che contenevano l'intera linea (si dimentica sempre qualcosa), arrivò in ufficio di corsa a chiedere udienza con occhio umido. Era il momento più temuto, forse mancava un pezzo importante della gabbiettatice o i ricambi della nastracartoni o la mano di presa del depallettizzatore o peggio di tutto, il famoso carrello dei ferri, un pozzo di San Patrizio di chiavi inglesi di ogni tipo, chiavi a pappagallo, tirabulloni del 12 e ogni altro ben di Dio da officina che era proverbialmente guardato con bramosia feroce dalle maestranze locali e che, al termine del montaggio, per tradizione, veniva lasciato rubare per un tacito accordo, previsto nel caso nulla fosse stato rubato prima. Ma c'era tutto, qual'era la mancanza dunque? Il nostro pecettese si avvicinò e con cortesia, ma a bassa voce, per non disturbare troppo esalò: "Ma, Stèèèfi, non abbiamo pensato al parmigiano". C'era, c'era naturalmente, una mezza forma che per sfuggire agli occhiuti doganieri era stato sapientemente occultato da Pavarotti (vi ho parlato precedentemente di questo buon Reggiano) all'interno del Cip, un grande contenitore di acciaio che era stato opportunamente riempito anche con centinaia di bottiglie di lambrusco, carburante indispensabile ed apprezzato anche dalla schiera veneta e celate con cura in anonimi cartoni perchè non sbattessero troppo. Gli aerei decollarono portando con sè anche i due tecnici delle etichettatrici, al battesimo del volo, ben legati nei seggiolini tra le casse. Uno in particolare, di giovane età e di poca esperienza, si rifiutava assolutamente di partire ed era stato convinto dopo un testa a testa con un veterano che gli aveva illustrato con dovizia di particolari i lati piacevoli della terra degli zar; al termine fu dura costringerlo a tornare a casa, ma i giovani si sa, son facili agli innamoramenti improvvisi. Effettuato lo sbarco, prese le teste di ponte possesso del territorio, sfuggite le masserizie principali agli uomini della dogana che si aggirarono per un paio d'ore alla ricerca di qualcosa di interessante, sviate da una Stefi ormai usa a questi depistaggi, si prese possesso del campo di lavoro, dove gli acquirenti avevano pensato a tutto per redere più gradevole la permanenza agli amici italiani, incluse due toilette nuove di zecca rivestite di piastrelle e sanitari provenienti direttamente da Sassuolo. Purtroppo, il primo giorno di lavoro, uno dei dei componenti della brigata dei muratori russi, non conoscendo l'uso del suddetto ambiente, riempì entrambi i buchi di cemento a presa rapida, vanificando il bel gesto di benvenuto. Per tutto il tempo si dovette quindi utilizzare il locale raffigurato a lato, tirato su in fretta e furia, mentre per i primi giorni ci si dovette arrangiare alla belles etoiles. Il vantaggio fu che le permanenze in loco erano brevissime per evitare di cadere tramortiti nella cavità. Del muratore non si seppe più nulla, né nel gulag dove ancora oggi probabilmente sverna.

martedì 19 maggio 2009

Bollicine 2: la vendetta.


Il contratto fu firmato e allora via, in giro per l'Italia a cercare le acconce autoclavi, filtri, mixer (appunto per mescolare acqua, vino e alcool), un impianto completo per purificare l'acqua, un laboratorio analisi, riempitrice gigante isobarica, etichettatrice, depallettizzatore per le bottiglie vuote e pallettizzatore per quelle piene e così via cantando. In pratica dalla pressa e stampo per fare il tappo (rigorosamente di plastica) al pallet di cartoni di bottiglie avvolto di cellophan. Un impianto colossale, che data la fretta (ci misero mesi a decidere, ma poi vollero tutto e subito) doveva essere spedito via aerea. Pensate a tre colossali autoclavi che a malapena stanno su tre TIR! Ci vollero due enormi Antonov (tipo quello che cadde a Torino) che portavano cadauno l'equivalente di 12 camion (o 8 carri armati a scelta) e un Iliuscin più piccolo con le macchine minute che partì da Genova con un piccolo gruppo di tecnici. Ricordo Stefi nel posto del mitragliatore quello tutto di vetro sotto la carlinga e poi sotto una scaletta di legno che portava alla stiva, e Beppe su un sedile di fortuna di fianco alle reti che trattenevano le casse con la 24 ore sulle ginocchia, come un para in attesa del lancio su Guadalcanal. Solo il saturatore per produrre CO2 (per le famose bollicine) dovette essere inviato via terra, sugli aerei non ci stava. Lo stabilimento che avrebbe ospitato l'impianto era colossale, pari a 22 campi di calcio coperti; pare avesse ospitato una fabbrica di carri armati, ma nel disfacimento sovietico bisognava produrre roba più utile e le bollicine sono particolarmente richieste tuttora in Russia. Il nostro impianto pur enorme, sembrava sorprendentemente piccolo, quasi perso in quegli smisurati saloni in cui si concludeva la ristrutturazione. Mentre sorgeva a poco a poco e le macchine prendevano forma, la brigata delle muratrici sovietiche finiva di imbiancare i soffitti; le ragazze, in gran parte di generose dimensioni, appese precariamente con corde come salame da sugo, agitavano i lunghi pennelloni schizzando a destra e a manca i nostri valenti montatori, distratti soltanto da quelle di forme più umane che passavano con le latte strabordanti colore come le occhiate infuocate che lanciavano in tralice transitando tra motteggi misurati. La linea pian piano prese forma; infine, a macchine pronte cominciò a scorrere il liquido vitale, il nettare prezioso ragione stessa della fatica, preparato con cura e inviato verso la sua destinazione naturale, la bottiglia. Ai nostri uomini vennero dunque affiancate le maestranze locali per addestrarli alla conduzione delle macchine. Precisato che il prodotto in questione era ed è perfettamente conforme alla legislazione russa in materia, il suo cammino verso la bottiglia è giocoforza lungo e tortuoso. Dopo la lunga e accurata preparazione (le famose 12 ore in autoclave) i prodotti erano amorevolmente mescolati, aggiunti di zucchero, aromi e bollicine per andare direttamente alla riempitrice. Ora, è risaputo il rapporto di amore e fratellanza che lega queste genti della steppa ai liquidi di ogni genere con percentuali alcooliche, per cui il cannello di pescaggio della riempitrice agiva come un richiamo irresistibile per alcuni di loro, specialmente i più vicini. In particolare l'addetto all'etichettrice, di tanto in tando riteneva indispensabile controllare la costanza di flusso alla macchina, che come si sa non è bene far girare a vuoto, e transitava con costanza nei pressi della stessa succhiando dal cannello per assicurarsi della presenza di liquido. Certo dopo poche ore il rendimento del suo lavoro diminuiva verticalmente e il numero dei suoi controlli aumentava in proporzione. Preso più volte ed ammonito col cannello in bocca, mentre guardava con occhi spalancati a dire che doveva pur controllare che tutto fosse in regola, fu licenziato con disonore, ma dopo poco obbligammo il direttore, preso anch'egli in un rarissimo momento di lucidità, a riassumerlo in quanto era l'unico che aveva capito il funzionamento dell'etichettatrice, macchina delicata che vuol essere trattata da mani amorevoli e competenti. Comunque a poco a poco il progetto andò in porto, le bottiglie arrivavano, i tappi erano stampati, l'acqua depurata, lo "champagne" prodotto, i cartoni costruiti, riempiti di bottiglie, nastrati e pallettizzati, mentre nel cuore dell'impianto, il riempimento, l'ideatore della macchina, un caro amico, che ormai da qualche anno riempie bottiglie per chi non ha più sete (ma anche lì avra trovato qualcosa da imbottigliare spero), chiamato dai russi Pavarotti per la sua somiglianza strutturale, dirigeva l'orchestra dettando i tempi ed il dipanarsi dei ritmi musicali del flusso ininterrotto delle bottiglie. Che suono avvolgente. Il tintinnio delle bottiglie che incolonnate, sbattendo leggermente tra di loro si avviano alle macchine col sottofondo ritmato della pressa che snocciola tappi; il nastro scivoloso che avvia i soldatini al riempimento, mentre il liquido, spumeggiante appunto, fluisce festoso al serbatoio della macchina che in un continuum spazio-temporale, lava, riempie e tappa. Poi la schiera prende un altro ritmo, più concitato, prima la gabbietta, poi il capsulone poi lunetta, etichetta e controetichetta, mantre a lato il suono profondo della formacartoni allarga, forma, inserisce, infine colma di bottiglie e porta al gran finale rossiniano dove tutto si fonde nella sinfonia del grande pallet che ruota vorticosamente avvolto e infine deposto assieme alle centinaia di suoi fratelli nel grande magazzino in attesa di essere caricato. Il lavoro era finito ed emergeva uno dei problemi principali dell'impresa, i furti. Così l'azienda aveva previsto 50 uomini per la produzione e 150 per la security e ogni sera, quando il bus ci riaccompagnava in albergo al passaggio del gate, barriere e filo spinato con sentinelle armate, veniva perquisito in cerca di preziose bottiglie fraudolentemente carpite dagli amatori. Festeggiammo a lungo in albergo anche se la prima bottiglia stappata, quasi provocò una vittima. Le bottiglie infatti, provenienti da una vetreria del Caucaso (altri 3000 km di viaggio) avevano un collo di dimensioni alquanto variabili ed i tappi erano venuti un po' troppo grossi, così che quel maledetto primo tappo non voleva venir fuori a nessun costo, per quanto mani robuste tentassero di estrarlo. Poi, a forza di scuotere qella benedetta prima bottiglia, il manufatto plastico partì come un proiettile ed passando dalla finestra aperta andò a colpire un passante sul marciapiede opposto che, benchè offeso fu convinto a non sporgere denuncia in nome dell'amicizia internazionale. Bollicine a fiumi quella notte, il nettare sublime era stato chiamato Monferrat, come recitava l'ambiziosa etichetta e pare che, specie nella versione alla banana, circoli ancora nella Russia liberata dalla tirannide.

lunedì 18 maggio 2009

Bollicine

Le quattro del pomeriggio di febbraio a Mosca, significano già notte fonda. Un buio un po' caliginoso, non tossico per i camini, chè il caldo viene totalmente distribuito in teleriscaldamento, ma per il cattivo carburante incombusto delle auto, attutito dalla luce giallastra e fioca dei lampioni ottocenteschi. Così tra radi fiocchi di neve, mentre discutevamo animatamente della fiera conclusa da poco, suonò alla nostra porta Victor. Aveva un cappottino liso che sembrava difenderlo poco dal vento gelato che tirava in Vortnikosky Periulok, ma non sembrava soffrirne mentre entrava, scrollandosi di dosso l'umidità e sbattendo gli scarponi inzaccherati dopo aver attraversato il cortile pieno di auto Zhigulì arrugginite. Ci guardò un po' di sbieco con uno sguardo interrogativo, ma era una falsa impressione data dagli occhi alquanto divergenti tra di loro. Si sedette dopo i saluti di rito e venne subito al dunque. Avendo avuto informazione da amici, che la nostra era una karoshaija firma, una buona azienda, leggesi affidabile in quel periodo, era stato incaricato di richiederci un' offerta per un grosso impianto. A quel tempo, per una azienda a Mosca, non era importante quale tipo di impianti facessi, bastava sapere che tu facevi impianti in generale. Anche se la dimessa figura che avevamo davanti non prometteva molto, ci predisponemmo ad ascoltarlo di buon grado, anche se la necessaria premessa "Dienghy iest", i soldi ci sono, che era stata immancabilmente pronunciata, data la sua ovvietà, non garantiva come sempre che poi ci fossero davvero. Veniva da Celijabinsk, una grande città siberiana al di là degli Urali. Partì subito con decisione. "La nostra azienda vuole un grosso impianto completo per fare lo Champagne" e come per aggiungere il carico da undici, proseguì : "24.000 bottiglie all'ora". La richiesta cadde nel silenzio, mentre valutavamo l'ennesima perdita di tempo, quindi, essendo l'unico che, in base alle esperienze pregresse e non solo per averlo bevuto, aveva un minimo di conoscenze enologiche, cercai di spiegare che produrre champagne non è una cosa semplicissima e che, come prima cosa, bisognava avere le uve a disposizione. Prima ancora che cercassi di spiegare le problematiche del remouillage e del degorgement, abbinate ai kilometri di cantine necessarie a quella produzione di circa 200 milioni di bottiglie all'anno, mi guardò con il tono commiserativo dell'esperto e per zittire subito le mie remore, estrasse un fogliettino dal taschino della giacchetta di pelle nera e, con la gravità che i russi usano quando vogliono dare ufficialità alle richieste, pronunciò la famosa frase: "No, è piuttosto semplice, un mio amico mi ha anche dato la ricetta". Allungammo il collo verso il centro del tavolo per ascoltare meglio e spiegato il foglio di quaderno emersero le seguenti indicazioni. "50% vino, 12% alcool, acqua q.b. (quanto basta), zucchero, aromi, perchè lo vogliamo anche alla frutta, alla banana, alla ciliegia, ecc. e anidride carbonica per le bollicine, perchè lo sapete che lo champagne deve avere le bollicine per essere buono, no? E noi vogliamo fare un prodotto di qualità." Mentre cercavo di riprendere fiato, aggiunse anche che per il vino non c'erano problemi, certo , negli Urali non c'erano vigne, ma lo avrebbero comprato a treni interi da certi amici in Crimea e ci schiacciò l'occhio, quello che guardava un po' più a sinistra, con fare complice. Pensando che la fermentazione in autoclave del peggiore Charmat richiede tra i trenta e quaranta giorni, gli chiesi a quanto avevano pensato per questa fase, per calcolare la capacità dei contenitori, data la ingente quantità di prodotto. Dodici ore, rispose con la noncuranza di chi sa le cose e cerca di farle entrare in zucca ai poco informati e calcando aggiunse: "Io sono l'enologo". Capimmo allora che si poteva fare. Nacque così, quasi per caso, condito di incredulità, il più grosso contratto della nostra azienda nelle gelide terre del nord. Una avventura densa di ulteriori aspetti esilaranti che magari racconterò in un'altra puntata e che ci fu di grande insegnamento. Il cliente, se paga, specialmente se paga in anticipo, ha sempre ragione.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!