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sabato 25 ottobre 2025

Carcoforo: sulle tracce dei popolo Walser

Carcoforo

Il 24 ottobre si è svolta l’ultima giornata di istruzione del Museo dell’Agricoltura del Piemonte organizzato come di consueto dalla nostra infaticabile Presidente Giacomina Caligaris alla quale va il nostro ringraziamento, sia per l’interesse della visita proposta che della qualità degli accompagnatori, con in testa il Sindaco Bertolini e la signora Maestrini, comunicatrice del territorio in uno splendido vestito tradizionale Walser dai ricami delicatissimi ed altri non meno gentili ed appassionati, che hanno consentito al gruppo di soci partecipanti di apprezzare appieno il sito proposto. Per riassumere la giornata non si può non far cenno alla meravigliosa zona nella quale abbiamo percorso l’interessante itinerario. C’è infatti questo tratto della Valsesia in cui la montagna sembra custodire ancora un legame antico con l’uomo, fatto di legno e pietra, di pascoli e silenzi, di lentezza e ospitalità genuina. È la Val d’Egua, e al suo cuore si trova Carcoforo, un piccolo borgo walser a 1304 metri di quota, considerato tra i comuni più suggestivi dell’arco alpino piemontese. Arrivare qui è già un’esperienza: la strada sale dolce, costeggiando il torrente e il bosco, fino a quando il paesaggio si apre e il paese compare incorniciato dalle cime. Prima di entrare tra le case, una struttura in pietra e legno dà il benvenuto ai visitatori: è l’Arco della Buona Accoglienza, costruito nel 1734 sulla mulattiera che un tempo rappresentava l’unico accesso al villaggio. È un simbolo antico, quasi un portale sospeso nel tempo, che invita chi entra ad assumere un passo diverso: più lento, più attento, più rispettoso. Carcoforo non è un museo a cielo aperto: è un paese vivo, seppur piccolo, fatto di case in legno scurito dal sole e tetti pesanti in piode, cortili raccolti, minuscole vie che si intrecciano. L’impronta walser è evidente nelle architetture rurali: i “torbe”, tipici fienili in legno eretti su basamenti in pietra, raccontano un passato contadino che ha saputo dialogare con l’ambiente senza alterarlo. Nel centro sorge la chiesa parrocchiale di Santa Croce, consacrata nel 1618 e successivamente ampliata nel Settecento. All’interno, stucchi e affreschi barocchi dialogano con la sobrietà esterna, offrendo al visitatore un piccolo scrigno d’arte alpina, fuori si affastellano le case, alcune dalle facciate dipinte, dalle architetture complesse e legate alle necessità agricole del territorio. Poco fuori il borgo, l’oratorio della Madonna del Gabbio aggiunge un'altra tappa di quiete e spiritualità, immerso tra prati e antiche mulattiere. Carcoforo si trova in un territorio di grande pregio ambientale, ai confini del Parco Naturale Alta Valsesia. È una meta perfetta per chi ama camminare: dal centro del paese partono numerosi sentieri, tra cui quello che sale al Colle d’Egua e incrocia la Grande Traversata delle Alpi. Per i più allenati, questo è l’inizio di splendide escursioni verso laghi, creste panoramiche e alpeggi ancora in attività; per chi preferisce un ritmo più tranquillo, la piana attraversata dal torrente Egua offre passeggiate dolci tra prati e larici. Come ci hanno confermato i nostri accompagnatori, con l’inverno, la stessa valle si trasforma in un piccolo paradiso per lo sci di fondo: il silenzio della neve, le orme degli animali, la luce limpida di quota rendono l’atmosfera quasi fiabesca. Tuttavia la parte più interessante e che è stato anche il fulcro della visita, essenziale per chi vuole comprendere meglio la storia locale è stato il Museo Naturalistico del Parco, ospitato in un’antica “torbe” walser restaurata. Qui pannelli, oggetti e ricostruzioni mostrano il rapporto millenario tra l’uomo e l’ambiente alpino, un equilibrio oggi più che mai da preservare. La seconda costruzione recuperata, quasi al centro del villaggio, che risale addirittura al 1365, contiene quello che possiamo annoverare come un “Museo del fieno” che tende a porre l’accento sul prodotto chiave che ha consentito fin dai tempi passati la prosperità della valle, raccontando tutte le fasi della produzione e della raccolta esposte in maniera filologicamente perfetta e appassionante, con la descrizione e l’esposizione degli strumenti e del loro uso. Una visita nella sala del comune, un tempo sede della vecchia scuola elementare condotta da una storica Maestra, ci ha mostrato l’erbario e la possibilità attraverso un microscopio elettronico, di osservare le piantine nella loro più precisa evidenza. Infine arrivare al “Frassio dal vote” pianta storica appena sopra al paese, ha dato a tutti l’opportunità di godere della splendida vita su uno dei più begli affacci montani di questa parte delle Alpi con la vista della prima neve che coronava le cime vicinissime. Ma una visita a Carcoforo non può essere staccata da un avvicinamento a quelli che sono i sapori della tradizione- Infatti Carcoforo è anche gusto: la piccola ristorazione locale offre piatti di montagna autentici, dai formaggi d’alpe a salumi aromatizzati alle erbe, sino alle polente robuste e ai dolci della tradizione. Il pranzo quindi non è stato soloun momento di ristoro, ma parte integrante dell’esperienza di viaggio, con l’opportunità che abbiamo avuto di assaggiare le miacce e gli sparöi, le deliziose crespelle, che rappresentano i piatti tipici della valle. Possiamo così concludere che ci sono paesi di cui si ricorda un monumento, una piazza o un museo. Di Carcoforo si ricorda qualcos’altro: l’atmosfera. È una sensazione fatta di luce pulita, di leggera solitudine, di un ritmo senza fretta. Chi arriva non trova folle, né turismo aggressivo: trova un pezzo di Alpi intatto, capace di riconciliare, per qualche ora o qualche giorno, con il lato più essenziale della montagna.


sabato 13 aprile 2024

Giornata AMAP al Museo del tessile di Chieri

L'orto botanico delle piante tessili del Museo del tessile di Chieri


Un'altra interessantissima giornata di istruzione dell'AMAP, l'Associazione del Museo dell'Agricoltura del Piemonte, organizzata dalla infaticabile Presidente Giacomina Caligaris, ci ha condotto alla scoperta di un piccolo ma organizzatissimo museo a Chieri, dedicato alla tradizione del tessile, che ha fatto la storia della cittadina fin dal 1400. Il Museo, è stato completamente riallestito nel 2021, approfittando della calma forzata del periodo pandemico che presenta la sua esposizione permanente nel complesso monumentale del convento di Santa Chiara a pochi passi dal Duomo, con una collezione di antichi telai e macchine di ogni genere relative all'attività tessile della zona costituita attorno al nucleo iniziale che deriva dall'importante lascito di Armando Brunetti che durante tutta la vita aveva raccolto un gran numero di preziosi ed importanti oggetti. Il percorso, molto ben illustrato dalla guida che ci ha accompagnato alla scoperta di questo mondo, racconta di tutta l'evoluzione di questa attività industriale che nei secoli ha fatto diventare la cittadina di Chieri, un importante polo europeo nel campo della tessitura e nella produzione di questi manufatti, tra i quali viene d'obbligo ricordare il Denim che ha poi avuto così grande rilevanza nella produzione del jeans, uno dei capi più noti del mondo. Il percorso espositivo, dopo un iniziale riferimento all’Arte del Fustagno, introduce il visitatore alle manifatture tessili che hanno animato Chieri e Torino nel Novecento – passando in rassegna fibre, tessuti e manufatti prodotti da eccellenze italiane, quali il Cotonificio Tabasso e la Passamaneria Luigi Gamba di Chieri, la storica fabbrica Lenci, la SNIA fondata da Riccardo Gualino e Giovanni Agnelli a Torino.

 Successivamente si passa poi nelle sezioni dedicate alle fibre tessili naturali (lana, seta, canapa, cotone, lino, ginestra, bambù) e artificiali (lanital e vincola) per poi far luce sui coloranti naturali, il gualdo in primis, che era uno dei vanti della zona. Successivamente si passa alla filatura e agli strumenti di misurazione e controllo della qualità dei filati. Segue l’orditura – qui rappresentata con un orditoio orizzontale, o “a spalliera”, di tradizione chierese, e uno verticale, cosiddetta “giostra. Infine, la tessitura è mostrata attraverso vari tipi di telai: a porgifilo, con navetta volante, Jacquard per la realizzazione di tessuti operati più complessi, telai verticali e orizzontali per arazzi, fasce e tessuti vari, incluso quello per il ricamo Bandera, anch’esso rappresentato. Vi è poi lo strumento per il tissage en bande di tradizione medievale, un piccolo telaio ad arco in uso da secoli presso le popolazioni subartiche e il Marudai per il Kumihimo giapponese. Ma di questi non starò a descrivervi i dettagli per non togliervi il piacere della scoperta se avrete voglia di fare un salto da quelle parti. Infine bisogna sottolineare che i telai sono tutti funzionanti grazie ai volontari del Museo del Tessile, che, inclusa la nostra guida, generosamente dedicano tempo, energia e competenze a beneficio della collettività e di un pubblico più ampio. Un’altra parte della visita molto interessante riguarda l'Orto botanico del Tessile, che occupa una porzione del giardino del chiostri del convento, dove è possibile vedere esempi di tutte le piante tessili utilizzate e di quelle da cui si ricavano i coloranti naturali. 

Vere curiosità che raramente si ha occasione di vedere raccolte in un solo spazio. Dunque un invito alla visita per una chicca poco conosciuta e da non perdere per chi è interessato a questi argomento specifici. Per completare il pomeriggio, all’IIS Vittone - Sede Agraria ex Bonafous, il Prof. Alberto Caudana, docente dell’Istituto, ci ha illustrato il tema delle ”Coltivazioni protette e Fuori Suolo per un uso razionale dell’acqua”, durante una interessante visita alle serre didattiche dove viene sperimentata la coltivazione idroponica degli ortaggi anche se solo ad uso didattico, ma molto esplicativo. Come certamente sapete, le coltivazioni fuori suolo si distinguono dalle coltivazioni tradizionali per l’assenza di terreno agricolo e veicolando la soluzione nutritiva composta dai sali minerali indispensabili allo sviluppo della pianta. Nelle serre didattiche utilizzate per gli studenti, abbiamo avuto modo di osservare la metodologia idroponica galleggiante (floating system) e la coltivazione su substrato in sacco ( bag culture), in fibra di cocco di perlite su bancale/canaletta, per le piante di piccola taglia ed infine quella a terra per ortaggi il cui sviluppo richiede spazio ed un tutore. I vantaggi delle culture idroponiche sono notevoli e riconosciuti ormai in tutta l’agricoltura avanzata nel mondo: dall’accorciamento del tempo di crescita per molte piante, all’ uso più efficiente dello spazio e soprattutto per il grande risparmio di fertilizzante e di acqua, all’ assenza totale di erbicidi ed insetticidi, argomento questo di grande importanza ed attualità ed inoltre dall’ ottimo utilizzo del potenziale genetico delle piante al miglior controllo del loro nutrimento. Insomma uno degli aspetti della agricoltura vera (non quella da salotto che predica improponibili ritorni alla natura delle favole, fatta di contadini dalle mani callose con la marra sulle spalle), quella che deve servire ad alimentare il mondo.

 


Museo del Tessile di Chieri, via Santa Clara 6, Chieri -10023

 Apertura :Martedì: 09:00-13:00 - Mercoledì: 15:00-18:00 - Sabato: 14:00-18:00  e in altri orari su appuntamento.

Ingresso intero € 6 - Visita guidata per gruppi €10 con prenotazione obbligatorio (prenotazioni@fmtessilchieri.org)

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lunedì 11 marzo 2024

Giornata di istruzione AMAP al centro storico FIAT

Fiat 16-20 HP del 1903 


Ieri, l'interessantissima giornata di istruzione di marzo dell'AMAP, l'Associazione del Museo dell'Agricoltura del Piemonte, organizzata dalla infaticabile Presidente Giacomina Caligaris, ci ha consentito la visita del Centro storico Fiat, sito nella bella palazzina liberty di Via Chiabrera 20, nelle prime officine che l'azienda aprì a Torino nel 1899. L'occasione, particolarmente ghiotta in quanto l'esposizione è praticamente chiusa al pubblico, è stata quella di una esposizione delle realizzazioni aeronautiche, raccontataci nei dettagli dall'inestimabile prof. Galloni, curatore della mostra stessa. Vi assicuro che questo Centro è davvero un gioiello nascosto della città e presenta una serie di oggetti assolutamente unici, a partire dalla prima vettura prodotta da Fiat nel 1899, la 3,5 HP, prodotta in ben 24 esemplari. Un posto a parte la splendidamente conservata Fiat 16-20 HP del 1903 del costo di 17.000 lire che oggi corrisponderebbero, secondo le tabelle del Sole 24 ore, a circa 80.000 €. Ci sono inoltre il primo trattore, il primo autocarro militare 18BL che motorizzò l'esercito durante la prima guerra mondiale e la famosa Littorina, nonché il jet G91 prodotto proprio a Torino. 

Via via potrete ammirare una lunga serie dei modelli tra i più famosi e celebrati dell'azienda, assieme ad un gran numero di modellini, di motori e di progetti, oltre alla bellissima cartellonistica pubbicitaria. Ma non finisce qui, in quanto l'esposizione presenta anche tutte le altre produzioni dell'azienda, che si è occupata nella sua storia di moltissime altre cose, dalle biciclette, agli elettrodomestici (mia suocera aveva un bellissimo frigorifero Fiat, che sarebbe ancora funzionante), ai motori navali, alle ferrovie ed infine alla produzione areonautica a cui è dedicata questa esposizione, dal primo modello di motore usato a Torino sul velivolo progettato da Aristide Faccioli e alzatosi in volo nel 1909 su un campo di Mirafiori, fino alle realizzazioni per l'esplorazioni dello spazio. Ricchissima l'esposizione di oggetti e materiali che ripercorrono tutta la storia della moderna areonautica con modellini e progetti. Una visita assolutamente interessante di cui consiglio di approfittare fino a che rimane agibile. Questa esposizione infatti rimarrà aperta fino al 26 marzo, dalle 10 alle 17. Ingresso gratuito. Se siete a Torino non perdetevela.

La prima auto Fiat 1899 - 3,5 HP - 35 Km/ora - Foto T. Sofi


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domenica 5 novembre 2023

Giornata di Istruzione AMAP a Cameri

 
La visita

Un'altra bella Giornata di istruzione organizzata dalla infaticabile presidente del Museo dell'Agricoltura del Piemonte, Giacomina Caligaris che ci ha portato ieri a Cameri, presso la Latteria Sociale, noto centro di produzione del Gorgonzola di alta qualità. La visita al caseificio che raccoglie il latte di produttori Novaresi e dintorni, è stata di grande interesse, in quanto ha mostrato nei particolari tutta la fase di lavorazione, che se pure eseguita in uno stabilimento modernissimo e dotato di ogni requisito di efficienza, mantiene una lavorazione artigianale che contribuisce decisamente ad ottenere una produzione di altissima qualità. infatti i tempi di lavorazione e la metodologia di stagionatura conferiscono al prodotto finale una qualità non eguagliabile dai pure efficientissimi metodi industrializzati che sono tesi soprattutto ad una diminuzione dei costi con la limitazione della mano d'opera estremamente specializzata dei casari. Questa della Latteria Sociale, pur con le sue 400 forme prodotte al giorno, rimane dunque una produzione di nicchia, apprezzatissima dagli estimatori del prodotto noto in tutto il mondo e che rimane assieme al Parmigiano, il formaggio più conosciuto nel mondo e che viene esportato ed apprezzato dovunque. La testimonianza di questo interesse è confermata dal fatto che il paese maggiormente importatore del Gorgonzola è proprio la Francia, patria dei formaggi e se lo ammirano loro, che sono evidentemente degli intenditori della materia, direi che questa primazia è assolutamente confermata. 

La interessantissima visita si è conclusa con un assaggio dei due prodotti fondamentali della Latteria, la versione dolce, quella indubbiamente più richiesta e quella piccante, che è comunque la tipologia più vicina alla tradizione di questo formaggio. Bisogna davvero dire che la qualità si sente e il successivo assalto allo spaccio adiacente per aggiudicarsi i famosi quartini (pezzi da 750 gr) ha formato una bella coda, d'altra parte al sabato mattina il negozio è frequentatissimo da tutto il circondario, dato che qui si posssono trovare anche le altre produzioni dello stabilimento come il Taleggio Dop ed una serie di formaggi di capra, erborinati e non, che vale davvero la pena di assaggiare. Lo spaccio offre infatti anche tutta una serie di formaggi rari dei territori vicini e DOP italiane tra le più richieste. Insomma una visita assolutamente saporita e coinvolgente che ha avuto il suo seguito al Circolo della paniscia di Novara, dove abbiamo avuto modo di assaporare il famoso piatto della tradizione novarese. Qui si apre la diatriba tra questo piatto e il suo gemello diverso, la panissa vercellese, in teoria più semplice. Infatti mentre nel piatto di Novara il piatto di riso (da non confondersi conla panissa ligure a base di ceci) viene arricchito oltre che da una complessa unione di verdure che vanno dal sedano, carota, verza, cipolla e pomodoro e naturalmente di fagioli Borlotti, con l'aggiunta di cotiche di maiale e soprattutto del salam d'la duja, il salume maturato e conservato nello strutto, il tutto con l'aggiunta di abbondante vino in cottura, mantecando alla fine col burro, la versione Vercellese prevede un più semplice brodo di carne con sedano e carota e l'uso del tenero e più grande fagiolo di Saluggia in luogo del Borlotto, mentre la parte suina si limita all'uso della salciccia, escludendo del tutto anche la ormai rara mortadelle di fegato, usata un tempo soprattutto nella parte più montana del Novarese. Le origini di questo piatto sono antiche e se ne trova traccia addirittura in menù nuziali del '700. Il nome sembra derivi dal fatto che il riso sia di utilizzo solo recente e che originariamente si utilizzassero cereali più umili come il panico. Comunque per capire al meglio la tipicità del piatto si è dovuto compiere più di un assaggio ed a forza di bis, i vassoi forniti dal circolo sono stati svuotati con una certa imbarazzante celerità. E' rimasto quindi ancora il tempo per completare la giornata con la visita del Museo di Storia Naturale che presenta una bene ordinata collezione di animali provenienti da ogni parte del mondo, suddivisi per areale di competenza, sito proprio dietro la grande Basilica di S. Gaudenzio, nella quale, approfittando della vicinanza, è convenuto buttare un occhio non fosse altro che per godere dello splendido polittico di Gaudenzio Ferraris, che ne arricchisce una delle cappelle laterali. Alla prossima.


La maturazione



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mercoledì 5 luglio 2023

Viaggio AMAP 7: Capodimonte

Panorame da Capodimonte - Giugno 23

 

La reggia

E così siamo arrivati all'ultimo giorno; come ogni viaggio questo è un traguardo che si raggiunge prima o poi e con una routine consolidata, si prepara il bagaglio, si fa l'ultima colazione, si radunano le cose nel timore di dimenticarne qualcuna. Un'ultima corsa al negozietto di specialità campane, proprio dietro l'hotel, al quale la sera prima avevo ordinato caciocavallo affumicato e provolone piccante, unitamente a qualche pacchetto di golosi taralli, che a fatica entrano nei trolley e poi via, salutati e ringraziati i gentilissimi addetti dell'hotel, a caricarli sul bus che ci porta all'ultimo appuntamento prima della partenza. Eccoci dunque risalire fino a quella Reggia di Capodimonte, ultimo gioiello enumerato nell'itinerario per farci rimanere negli occhi lo splendore napoletano, al fine di farci desiderare un ritorno. E che dire, questa reggia, splendida di per se stessa, avvolta da un parco mirabile detto appunto il Real Bosco e posizionata su una balconata che ti consente di apprezzare la città dall'alto e perché sarebbe stato scelto questo sito, se non proprio per la straordinaria posizione!. Dunque un bel paio d'ore per percorrere un itinerario di corsa all'interno delle sale maestose, ricchissime di capolavori senza tempo, a partire dalla spettacolare collezione Farnese, che contiene una serie di nomi, da Tiziano a Raffaello, da Botticeli a Masaccio e tantissimi altri, tra i quali fai davvero fatica a ricordarne qualcuno che manca tra quelli più importanti e poi le collezioni di porcellane, le camere dell'appartamento reale, la pare dedicata alla pittura ottocentesca e ancora molto, molto altro.

Un salone

Certamente questa reggia è un pezzo imponente nel panorama italiano coi suoi 14.000 m2 di un palazzo di tre piani che ospita una delle più importanti pinacoteche d'Europa e che in fondo era considerato solamente una residenza di caccia, tanto per considerare la grandiosità di questo regno che a quei tempi rivaleggiava tranquillamente con i più importanti del continente. Insomma uno di quei musei che vale la pena di vedere e poi, che bello soffermarsi sul belvedere a godere del panorama e sostare poi nel giardino dove in un piacevole localino puoi gustarti un sorbetto al limone per vincere il caldo, come probabilmente amavano fare le madame dell'epoca. Insomma una mattinata ben spesa. Quindi è con un certo dispiacere che si risale sul pulmann che lemme lemme ritorna alla stazione attraverso il rione Sanità, passando vicino alle famose catacombe, anche qui luogo che prima o poi bisognerà tornare per conoscerlo da vicino e non rimane quindi che aspettare l'imbarco sul treno che ci riporterà a Torino, come tutti i ritorni privo dell'adrenalina tipica delle partenze, ripiena solamente della voglia di arrivare a casa, consevando solo quella voglia di scartare il fagottino di sfogliatelle acquistate in tutta fretta prima della partenza alla pasticceria Scaturchio, altro marchio partenopeo da tenere presente, senza prevedere la tremenda delusione che ne deriverà quando addentatele finalmente assieme ai propri cari ai quali si erano magnificate, si riscoprono, passate ventiquattro ore come immangiabili e gnecche come cartone pressato. 

Che trasformazione indecente da quelle croccantissime delizie che solo un giorno prima ti facevano innamorare! Quella fragranza che te le faceva sbriciolare tra le mani mentre ne assaporavi la dolcezza assoluta, il cui stesso scricchiolare sotto i denti faceva parte del piacere stesso della degustazione, trasformatasi in un attimo in un gommoso materiale immangiabile. Ah! Tempus fugit, già tutto avevano compreso i nostri padri latini e tutto questo deve essere di insegnamento che ogni cosa va morsa e delibata immediatamente, guai a conservarla per il domani quando il trascorrere implacabile del tempo ne avrà corroso inevitabilmente la fragranza e la purezza. Per fortuna che la pasticceria stessa e le sue deliziose signorine prima di avvolgere il pacchettino mi avevano segnalato l'assoluta impossibilità di lasciare la città senza avere approfittato della presenza sugli scaffali dei cosiddetti Ministeriali, cioccolatini ripieni al rum che facevano bella mostra di sé esposti in varie pezzature sugli scaffali. Delitto sarebbe stato andarsene senza approfittare della appunto, ghiotta occasione, che ci ha così parzialmente ricompensato della delusione sfogliatellacea. E in aggiunta, possiamo dire che anche il provolone si è conservato splendidamente e ha dato ilmeglio di sé.Dunque terminata definitivamente l'avventura, non rimane che ringraziare caldamente la infaticabile promotrice ed ideatrice dei nostri Momenti di Istruzione, la nostra Presidente Giacomina Caligaris ed il carissimo Pier Luigi Bertotti della Easy nite, organizzatore puntuale e perennemente disponibile, in attesa di rivedere tutti, quanto prima, per nuovi ed ancor più approfonditi studi.

Pavimento di mermo ad intarsi

SURVIVAL KIT

Reggia di Capodimonte - Residenza di caccia dei Borbone che ha visto succedersi anche successivamente i Francesi ed i Savoia e che ospita collezioni pittoriche e cicli di particolare importanza oltre ad una serie di oggetti raccolti dai vari sovrani succedutisi a Napoli. I giardini del Real Boscosono anche particolarmente piacevoli per trascorre anche una interra giornata nel vasto parco. L'ingresso al Museo, calcolate almeno 3 ore, costa 15 €, mentre il parco è aperto al pubblico. Consiglierei di abbinare questa visita alle vicine Catacombe. 




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S. Agata dei Goti

martedì 4 luglio 2023

Viaggio AMAP 6 - Sant'Agata dei Goti

S. Agata dei Goti - giugno 23

S. Menna

Oggi ci dirigiamo verso l'ultima provincia campana che ancora non avevamo toccato: Benevento e le antiche terre del Sannio. E' una campagna antica, di riminiscenze Romane e anche precedenti, che da secoli ha fornito alle vicine città i prodotti di questa terra. Oltre all'olio e al vino, qui si produce la famosa Falanghina, un bianco fresco e beverino, siamo nel cuore produttivo della famosa mela Annurca, conosciuta fin dall'antichità. Ora, in un tempo in cui la possibilità di giovarsi della dicitura "antico" è assolutamete premiale, come se tutte le varietà abbandonate nei secoli, lo siano state per la pura e stolida inscipienza delle nuove generazioni in favore di novità assolutamente peggiori, scelta fatta forse per pura malizia e malevolenza e non perché le varietà "antiche" erano delle vere schifezze al confronto di quelle nuove, è cosa da discutere, ma in questo caso sembra che questo recupero non sia del tutto peregrino. Le mele annurche, presentano infatti pregi organolettici di sostenibile validità e quindi in questo caso l'eccezione conferma la regola, potendosi così affermare che in questo caso, sia valsa la pena, il rilancio della varietà che presenta caratteristiche qualitative che vanno al di là del puro marketing. Pare inoltre, questo almeno mi sembra di avere letto, in una ricerca dell'Università di Agraria Napoletana, che la mela suddetta abbia contenuti con un pregio particolare che da solo la renderebbe di grande interesse. Sembra infatti che il pomo in oggetto abbia una elevatissimo contenuto di procianidine oligomeriche, in particolare la B-2, un polifenolo efficacissimo nel favorire la crescita dei capelli. 

Il pavimento

Non saprei dirvi se la cosa, che comunque ha rilievo scientifico, sia davvero realistica e risolutiva per le cosiddette palle da biliardo, ma sta di fatto che già il web già pullula di offerte di capsule, pomate e ogni sorta di presidi sanitari a base di mela annurca, quindi vedete voi. Io avrei gradito assaggiarle, più che altro, ma sembra che non siamo passati nella stagione giusta, quindi sarà per un'altra volta e comunque io di capelli ne ho da vendere, come da tradizione familiare. Ma intanto siamo in uno dei più bei paesini della intera Campania, Sant'Agata dei Goti, che coi Goti in verità non c'entra nulla, derivando il nome invece dalla famiglia francese De-Goth, feudatari di epoca normanna che presero il posto dei longobardi fondatori. Il paese, che mantiene ancora la tipica pianta quadrata del castrum romano, si affaccia su un ripido costone, sulla forra del fiume Isclero, un tributario del Volturno, e la serie di case addossate, una vicina all'altra, formano una sorta di muraglione che aggetta sul precipizio come una vera e propiria cinta difensiva, di grande effetto, specie se vista dal ponte che introduce alla città. Il paese è piacevilissimo da vedere, con le sue vie circondate di antichi palazzi e dalle molte chiese. In particolare vi ricordo San Menna che custodisce una importante serie di testimonianze di arte romanica meridionale, con moltissime decorazioni di ispirazione comacina che arricchiscono pavimenti ed altare e sono in fase di restauro. Infatti la struttura ci è stata aperta proprio in virtù della titolarità del nostro gruppo, non so se mi spiego. Comunque sia è un monumento che dovreste cercare assolutamente di vedere se passate d aquelle parti. 

Chiesa dell'Annunziata

Inoltre vi segnalo la Chiesa dell'Annunziata del XIII secolo, appena fuori dalla porta sud nei pressi dell'imponente forte normanno, che conserva bellissimi affreschi soprattutto nell'abside ed il monumentale giudizio universale del XV secolo, molto ben conservato nella controfacciata. Non mancate di buttare un occhio all'interno del Duomo, preannunciato da un monumentale pronao a tre campate con dodici colonne e con un bellissimo soffitto ligneo dipinto.  Passeggiate poi per le vie strette del paese lasciandovi guidare anche dagli effluvi di tartufo nero o dai salumi del posto, che fuoriescono dai negozi dedicati, lasciandovi magari tentare dal fresco sapore di un gelato alla falanghina specialità locale. Noi lasciamo il paesino un po' a malincuore perché il passeggiare su questo selciato antico ha un suo bel fascino. Ma riprendiamo così la strada della campagna che gira per colli ricoperti di vigne e di ulivi, le basi delle nostre italiche radici e facciamo dunque sosta in un grazioso agriturismo perduto tra le colline, per quello che viene definito un pranzo leggero. I proprietari di questo delizioso Antico Pozzo degli Ulivi, si adoprano in ogni modo e in tavola arrivano i prodotti dell'orto circostante, diciamo una decina di antipasti, fritti, formaggi, caprini in carrozza, verdure ripiene, panuozzi, crocché, polpette e chi più ne ha più ne metta; poi un abbondante primo piatto di pasta, credo scialatielli con verdure, una bella fetta di brasato con contorno e dolce naturalmente con confettura di annurca. Pane casareccio e aglianico della casa. Alla fine anche un assaggio di quello che in Piemonte chiamiamo cugnà, prodotto derivato dal mosto d'uva da accompagnare coi formaggi. 

L'abside

Come potete capire un pranzo davvero leggero che abbiamo digerito con calma durante il ritorno a Napoli. Rimanendo ancora una parte del pomeriggio a disposizione, anche per smaltire almeno in parte il fiero pasto, ci siamo fatti una passeggiata per vedere almeno l'interno del Duomo e la cappella di S. Gennaro sempre affollatissima, che avevamo precedentemente mancato. Non c'è dubbio che sia un pezzo importante dell'architettura napoletana, che accoppia l'imponenza monumentale del luogo allo spettacolo della devozione popolare che si sofferma a lungo davanti alle zone che conservano reliquie e presenze testimoniali del santo della città. Facciamo quindi ancora due passi a piedi per tornare verso l'albergo, ma improvvidamente, l'anziano si sa perde la bussola con facilità, detto proprio in senso geografico e imbocchiamo quindi Corso Umberto I che doveva portarci lemme lemme alla stazione, ma al contrario, dirigendoci quindi in direzione esattamente opposta e dopo chilometri di inutile cammino ci ritroviamo alla fermata dell'Università, dove finalmente comprendiamo l'errore. Non rimane che infilarci nella metro per riuscire ad arrivare ad un'ora decente per compiere l'ultimo rito previsto della giornata, provare una verace pizza napoletana, visto naturalmente che il pranzo era stato "leggero". Così ci dirigiamo verso la consigliata pizzeria Pellone, tempio di napoletanità, consigliata dagli intenditori. In effetti il locale è pieno zeppo e dopo la opportuna attesa veniamo serviti con una gigantesca pizza classicissima con tanto di abbondante cornicione e mozzarella. Lo stile ci dicono è assolutamente verace e la pizza la possiamo definire morbida, nel senso che la pasta si tira come un chewing gum, decisamente non del mio gusto che la preferisco croccantella, ma mi si assicura che questo è il top e come tale lo dobbiamo accettare. Intanto andiamo a dormire che domani è l'ultimo giorno.

Il Duomo di S. Agata dei Goti

SURVIVAL KIT

S. Agata dei Goti - Bellissimo paese già in provincia di Benevento, da visitare con calma. Vedetene le chiese e l'impianto romano, con il classico incrocio di cardo e decumano, le piccole piazze e le tante botteghe che offrono i prodotti locali. Non dimenticate ovviamente di percorrere il ponte dalla piazza del Castello dove probabilmente parcheggerete, dal quale si gode della miglior vista delle case a strapiombo sul fiume. Calcolate come minimo almeno un paio d'ore.

Agriturismo Antico pozzo degli ulivi - Via Piana del Mondo - S. Agata - Sarete affascinati dalla straordinaria gentilezza dei proprietari che vorranno farvi assaggiare tutti i prodotti dell'azienda e dei terreni circostanti, davvero buoni. Qui si producono mele annurche, pomodorini del piennolo, e tante altre cose delizione. In giro si trovano anche ottimi tartufi neri. Possibilità di acquistare marmellate conserve e tanti altri prodotti dell'agriturismo stesso. Un pranzo completo andrà dai 25 ai 30 €. Vale assolutamente la pena fermarsi qui e dispiacerà andare via. Consigliatissimo

Pizzeria Pellone - Via Nazionale 43 - Napoli - Famoso locale nelle vicinanze della stazione centrale, sempre affollatissimo che serve quella che si dice la tipica pizza napoletana, intendondosi come grande, morbida con abbondante cornicione. Ineteressante a vederla passare la pizza fritta. Prezzi normali, da 7 a 12 € secondo le tipologie.


La cappella di S. Gennaro



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La cupola della cattedrale di Caserta vecchia - giugno 23


La reggia di Caserta
Oggi tocca alla provincia di Caserta, non alla famosa Reggia che tutti più o meno già ben conoscono, ma ai dintorni, diciamo che anche in questa regione come in tante altre d’Italia, hai solo l’imbarazzo della scelta e comunque, per quante volte tu ci vada, ti rimangono sempre cose nuove da scoprire, da investigare, da studiare. Dunque risaliamo una strada tutta curve per arrivare a Caserta vecchia, il bellissimo borgo di origine longobarda che sta in cima al colle alle spalle della Reggia che occupa con il suo immenso giardino tutta la parte digradante verso la piana della collina stessa e che si vede bene man mano che si sale di quota. Caserta, nome antico che veniva appunto da Casa Hirta, quindi situata in cima ad un colle a 400 metri di altitudine, è oggi un piccolo borgo di case antiche alcune mantenenti ancora un taglio rinascimentale con le grandi finestre quadrate, costruite nel tufo scuro delle vicine cave e attualmente è un insieme di locali e luoghi di accoglienza che il turismo ormai sempre più presente da queste bande, ha vivificato. Compio con una certa fatica l’erta (appunto) ripida, di almeno 300 metri che conduce dal parcheggio al paese, sostando un poco al belvedere che concede un magnifico colpo d’occhio sull’immensa costruzione della Reggia in basso e poi mi inoltro per le viuzze che conducono al centro del paesino e alla sua bella chiesa dalle forme esterne così vicine ai tanti esempi di romanico padano con la sua facciata tripartita, gli archetti ciechi che scandiscono i contorni, gli animali medioevali fantastici che ne emergono orgogliosi, il bel campanile che sormonta la via con un arco elegante, ma soprattutto la cupola con splendidi ornati che ricordano il lavoro minuzioso di artisti comacini. 

L'ambone della cattedrale

L’interno della cattedrale dedicata a San Michele Arcangelo, spoglio e severo, ormai privo di affreschi, dove solamente ormai risalta la pietra viva, esibisce una bella serie di colonne e capitelli di recupero, ognuno tratto da qualche scavo tra le mille vestigia che affollavano il territorio circostante, ed è dominato soprattutto dallo splendido ambone colorato che si affaccia alla navata centrale. Insomma un bel pezzo, che l’addobbo floreale di un matrimonio incipiente, lo abbiamo schivato di un’oretta, rende ancora più affascinante. Siamo ad un’ora ancora presta e la poca gente che circola, dà al luogo una magnifica aura di pace serena. Bel posto davvero, quasi dispiace lasciarlo, avrei fatto ancora un giretto per le vie secondarie bordate del tufo nero e dai rampicanti che scendono dagli alti muraccioli di protezione delle case nascoste. Scendiamo dunque rapidamente dalle pendici dei monti Tifatini verso San Leucio dove c’è da visitare un importante complesso monumentale, creato dai Borbone come casa di caccia e residenza di campagna e che rappresenta una spettacolare memoria di quanto il regno fosse avanzato all’inizio di quella evoluzione industriale che cominciava a diffondersi e a cambiare l’Europa. Qui il Re Ferdinando aveva pensatoe trasformato la villa in un vero e proprio centro produttivo, con vedute molto moderne e avanzate rispetto ai tempi, al fine di creare un importante polo nella produzione delle sete. Ancora oggi si possono vedere le case, in pratica vere e proprie villette a schiera per le maestranze, che godevano di protezioni sociali e mediche impensabili per i tempi e udite, udite, con salari uguali per uomini e donne di pari mansioni. 

I telai

La fabbrica destinata a produrre sete e tessuti di altissima qualità e lusso e che potrebbero essere messe in moto oggi, mostra ancora adesso la serie di macchine che hanno prodotto fino ad una cinquantina di anni fa, introducendo via via, meccanismi sempre più automatici e performanti con telai all’avanguardia. Ricca documentazione iconografica e di oggetti tecnici assieme ad esempi di materiali prodotti a testimonianza della raffinatezza della produzione. Insomma davvero si può dire che anche questa è un’ulteriore prova del fatto che il regno di Napoli era in quel periodo la punta più avanzata dell’industria italiana. Nel complesso, che appare davvero come una sorta di palazzo delle delizie, tra parco e giardini, anche una bella chiesa, dove tanto per cambiare si svolge un matrimonio con tanto di strascico di diversi metri. Nel pomeriggio ci tocca la reggia di Portici, l’ennesimo palazzo che testimonia la grandezza dei Borboni. Oggi museo contenente innumerevoli bellezze, al momento ospita una interessante mostra di oggetti di legno ritrovati e miracolosamente conservati dall’eruzione della vicina Ercolano. Il palazzo naturalmente conserva bellezze ed opere d’arte a iosa e anche la breve visita ci ha permesso di apprezzarne in special modo lo straordinario scalone decorato a trompe-l’oeil, di spettacolare impatto. Alle sue spalle l’importante orto botanico, accoglie collezioni di piante grasse e succulente oltre a moltissime specie esotiche. Certo dispiace non avere il tempo per buttare l’occhio in qualcuna delle tante ville che popolano il cosiddetto miglio d’oro che porta da Portici fin verso Napoli. Ma anche oggi è andata.

Lo scalone a Portici

SURVIVAL KIT

Orto botanico
Caserta vecchia - Borgo medioevale a circa dieci chilometri dalla Reggia che si vede dal Belvedere, che risale all'800 è costituito da un piccolo agglomerato di case attorno alla cattedrale molto ben conservata, con imponente campanile. Ci sono anche i resti del castello con una imponente torre. Il borgo è molto omogeneo ed è piacevole passeggiare per le sue viuzze contorte e nascoste.

Re<al Borgo di San Leucio - Stabilimento di seteria nato attorno ad una villa di campagna dei Borbone, collegata all'accesso superiore dei giardini della reggia di Caserta, attraverso una strada di 4 km, che conserva, raccolti in un interessante museo tutto quanto è ruotato attorno a questa attività industriale che poneva il regno ai vertici europei nel campo. Ingresso € 9. 

Reggia di Portici - Residenza estiva della famiglia reale, poi scuola di Agraria oggi sede della Facoltà di agraria. Attualmente il palazzo ospita una bella collezionde di arte e mostre come quella attuale che rimarrà fino alla fine dell'anno intitolata Materia e che espone legni nello stato di conservazione in cui sono stati ritrovati negli scavi della vicina Ercolano. Da vedere anche l'imponente orto botanico adiacenntee le sue serre. Ingresso € 6,50

Il cortile della Reggia di Portici

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Quartieri spagnoli

Verso Salerno

giovedì 29 giugno 2023

Viaggio AMAP 3 - I quartieri spagnoli

Piazza Municipio e fontana del Nettuno- Napoli - giugno 23


Altarini di devozione popolare

 Oggi siamo rientrati presto, rimane il tempo, dato che il turista anziano non ha mai abbastanza, il tempo gli sfugge ed ha perennemete paura di perdersi qualche cosa di essenziale, per fare una scorribanda in città e godersi quella particolare atmosfera che, credo, solo Napoli sappia dare. Dunque eccoci sulla metro fino a Toledo per ammirare la stazione pluricitata che tuttavia, fossi napoletano scambierei volentieri con una maggiore efficienza dei servizi medesimi, ma non facciamo i pistini godiamoci la coreografia di mosaici marini dei tre piani della stazione e poi immergiamoci in quelli che vengono detti Quartieri Spagnoli. Vivacità, confusione, gente di ogni tipo e poi tutta la serie di attività che ci si aspetta in questi ambienti, ma soprattutto una marea di turisti di ogni tipo, razza e religione, si può dire con buona pace del politically correct, che effettivamente permeano il centro cittadino, di certo un po' snaturandolo, ma apportando la vitale linfa del benedetto grano che piove qua e là indistintamente, fornendo finalmente ossigeno ad una popolazione a cui la scarsità di lavoro è sempre stata alla base di tutti i problemi. Assediati dai motorini che sfrecciano in ogni direzione, diciamo così, con una certa sconsiderata naturalezza, percorriamo le vie principali e poi ci inoltriamo nei vicoli laterali, salendo verso la collina, questi un po' meno affollati e nei quali riconosci di più l'autenticità del tessuto cittadino, altalenante tra esercizi paracommerciali, altarini di devozione popolare e inni alla squadra del cuore.. 

Il murale di Maradona

Dalle porta dei bassi occchieggiano anziane sedute ad aspettare il passaggio, qualche auto piazzata in modo da impeditre accessi nonostante cartelli minacciosi, murales distratti e data l'occasione, una massa ininterrotta di striscioni, graffiti, bande biancoazzurre, bandiere che garriscono al vento inneggianti allo scudetto n.3, arrivato dopo tanti anni di attesa. Frasi di ringraziamento e incredulità condite dall'arguzia partenopea campeggiano su ogni spazio libero su muri scrostrati e cadenti, a rappresentare l'orgoglio di una città interea che da questo evento ha saputo trarre comunque il massimo profitto. Non manca dunque una sosta all'ultimo edificio religioso eretto nel quartiere: l'angolo col il murale gigante dell'idolo di tutti i tempi, l'immortale Diego Armando, con contorno di altarini, con tanto di ceri accesi, banchetti di merchandizing, che non guasta mai, ci mancherebbe, d'altra parte anche a Lourdes, e folla festosa che si aggira, fa selfies e viene a porgere il doveroso omaggio all'amato e veeneratissimo idolo delle folle. Tutto quanto fa spettacolo, recitava lo slogan di presentazione di un famoso programma televisivo degli anni '70 e questo di certo lo fa., con buona pace di tutti.  E poi ancora vicoli meno affollati o più popolosi, dove par di vedere ancora gli obsoleti banchetti dellle venditrici di sigarette di contrabbando di famosi film, mentre la Sofia nazionale occhieggia invece solamente da una grande immagine su un muraglione. 

Banco del pesce

Dove invece la vita scorre più intensa ed i localini si susseguono, si affollano le truppe di mangiatori insaziabili che tutto vogliono provare della napoletanità incombente, orda infinita di tritatori di fritti, crocché, pizze al taglio, sfogliatelle e dolci sguaiatamente ridondanti come le panze dei mangiatori stessi che assefiano gli affacci minuscoli, che distribuiscono calorie e squisitezza varie. Sgusciando tra bancarelle di pesce dove trovi gli sgombri a 3 euro al chilo o stalli di frutta bellissima con bassi prezzi rispetto a quelli a cui siamo abituati, che quindi ti fanno riflettere sugli spread a cui si deve sottoporre il turista che invece viene spesso castigato, ma si sa, le maschere si vendono a carnevale e quindi è nella logica che se ne approfitti, prosegui per tratti ininterrotti di esercizi, che immegini abusivi al massimo e invece senza richiederlo rilasciano regolare scontrino, Vai a pensare al bieco pregiudizio. Intanto siamo attirati da una ressa incredibile attorno ad un angolo di strada, che poi invece si rivela essere una quasi ordinatissima fila che prosegue per molte decine di metri nella via adiacente. Non sbaglio se conto almeno un centinaio di persone in coda. Moltissimi stranieri. Un passante locale mi certifica che trattasi del negozio, una salumeria, dove opera un evidentemente famosissimo youtuber, si parla di quasi due milioni di follower, i cui video consistono unicamente nel mostralo al confezionamento di mostruosi panini. 

Vicoli

Lui è appollaiato in fondo al negozietto alle cui pareti grondano serti di prosciutti, salcicce e caciocavalli, porchette e mozzarelle e, mentre la folla rimane in ordinata falange attendendo britannicamente il proprio turno, confeziona a ritmo serrato quello che promette nei video, panini monstre conteneti ogni ben di Dio, che data la dimensione, pongono a mio parere, grossi problemi logistici di masticablità. Al fianco dell'entrata, divisa in due da una barriera, uno spazio minuscolo sormontato da un cartello recita: Chi deve fare la spesa può saltare la coda, perché in fondo l'organizzazione è tutto e bisogna approfittare del momento. L'inventiva è la strada del successo insomma. Continuiamo così a percorrere i quartieri arrivando fino al mare, di fronte alle massicce torri del Castel Nuovo e poco a fianco la sagoma del S. Carlo ed infine Piazza Plebiscito. Piano piano, così sfruttando l'oneroso, per me, cavallo di S. Francesco, riprendiamo la strada del ritorno, seguendo le grandi vie di scorrimento e percorrendo quasi completamente via Umberto primo e alfine riusciamo a raggiungere il nostro hotel coi piedi e la schiena debitamente massacrati, ma felici della bella giornata trascorsa. Rimane giusto la spazio per la cena, prima del giusto riposo che spetta al turista che ha fatto il proprio dovere. Domani ci aspetta un'altra giornata impegnativa, mentre la temperatura non da segno di volersi calmare anzi si prevede un bel + 38°C. Tanti auguri e bona notte.

Un basso


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Eccellenze campane

mercoledì 28 giugno 2023

Viaggio AMAP 2 - Eccellenze campane

Atripalda (AV) - La cantina Mastroberardino


Il museo

Il secondo giorno della nostra settimana campana è stato destinato ad alcune interessanti visite a partire da una incursione nella provincia di Avellino. Il traffico è abbastanza scorrevole ed in poco tempo siamo potuti arrivare ad Atripalda, picolo centro dell'Irpinia, tuttavia già riconosciuto col titolo di città, con un regio decreto del 1867. L'orgoglio del borgo sono le famose e ben conosciute cantine di Mastroberardino, una famiglia presente sul territorio fin dal 1700 e che ha fatto del vino la sua missione, con molte tenute viticole sparse nella zona dove coltiva principalmente vitigni autoctoni, come il Greco di tufo, il Fiano di Avellino ed l'Aglianico, declinati in molte lavorazioni che rendono lo shop di vendita molto affollato di etichette dai prezzi anche altisonanti, ad esempio per alcune riserve di Taurasi, una delle DOCG più titolate del sud d'Italia. Ma lo spettacolo vero sono le cantine parzialmente ricostruite dopo il terremoto dell'Irpinia e splendidamente affrescate da importanti artisti ed il ricco museo della famiglia che racconta la loro storia nel mondo della enoviticoltura, oltre alla zona, simile ai nostri infernot delle Monferrato, che mostrano lal collezione delle bottiglie storiche. Anche la parte tecnica di lavorazione ed imbottigliamento che di certo meno interessa il visitatore comune, ma per me è molto importante a causa dei miei trascorsi lavorativi, è molto moderna con macchinari recentissimi e tecnologicamente aggiornati, che hanno di certo usufruito dei contributi finanziari europei. 

La barricaia

Tutta la fermentazione avviene ad esempio a temperatura controllata, tecnica ormai inscindibile per ottenere un'alta qualità. Certo il visitatore comune rimane colpito soprattutto dai monti di barriques ben allineate e dai sogni di vecchi contadini dalle mani callose che pestano le uve con i piedi e lasciano fare alla "natura". Quanto questi concetti favolistici, basati sul come si stava bene una volta, siano lontani dall'alta qualità, non voglio continuare a spiegarlo, tanto è tutto tempo perso. Lasciamo dunque le favole all'immaginario collettivo se questo fa bene al marketing, che soprattutto di questo poi le aziende hanno bisogno, un congruo ritorno di utili e andiamo avanti. Indubbiamente siamo qui di fronte ad una azienda importante e moderna che ha intrapreso la giusta strada per il successo e che evidentemente sa farsi pagare le sue eccellenze. La degustazione che abbiamo avuto verteva sui tre vini di base prodotti, Fiano, Greco e Aglianico. Mi sarebbe piaciuto assaggiare il Taurasi, ma evidentemente i prezzi di questo prodotto che partono mi sembra dai 48 euro a bottiglia, non lo consentivano. Comunque il colpo d'occhio generale inseriscono queste cantine tra le più belle e coreografiche che abbia visto. Un'altra oretta attraverso questo straordinario territorio di alte colline ricoperte di fittissimi boschi per ritornare in provincia di Napoli quasi vicino al mare, ai piedi dei Monti Lattari, la spina dorsale della penisola sorrentina, un'altro punto focale della Campania, ma che da sola costituisce un viaggio e quindi questa volta è stata giustamente esclusa dal nostro itinerario. Il nostro punto di arrivo è invece la cittadina di Gragnano, che l'importanza sempre maggiore che il marketing riserva agli apetti qualitativi del mondo del food, ha reso arcinota nel mondo per la sua produzione di pasta. 

La collezione storica di Taurasi

E' infatti proprio qui che, fin dal XVI secolo, si è sviluppata una vera e propria industria artigianale con decine e decine di produttori di quelli che si chiamavano maccheroni e che hanno reso famosa la pasta italiana nel mondo. Qui, grazie alla qualità delle acque che scendono appunto dai Lattari, che hanno reso possibile lo sviluppo dell'attività molitoria, dell'aria che spira dal mare che riesce a consentire la migliore essiccazione naturale e l'alta qualità dei grani duri presenti nel territorio, si è sviluppata una filiera che ha consentito di arrivare ad un riconoscimento della pasta di Gragnano IGP, che attualmente rappresenta una potente spinta turistica e commerciale per il territorio. Ma non è solo questa, seppure la più famosa, attività del paese. Infatti quanti conoscono la realtà della produzione di tessuti per costumi da bagno? Sappiate che a Gragnano viene confezionato in piccoli laboratori artigianali, il 20% della intera produzione nazionale. Inoltre l'area è famosa per il suo Gragnano extra DOC, ottenuto dalle sue pergole con un uvaggio tra Aglianico e Piedirosso. Ma rimaniamo alla pasta, argomento che vogliamo indagare attentamente oggi, così eccoci al Pastificio Ducato d'Amalfi, che rappresenta un esempio specifico di artigianalità per la pasta, in cui la manualità, sia nella produzione che addirittura nel confezionamento, così come la lentissima essiccazione naturale rappresenta un plus qualitativo innegabile. 

La cucina del pastificio

Possiamo così assistere dopo un racconto attraverso una piacevolissima realtà virtuale, (che lavorare prendendo tutto il meglio della tradizione, non significa mica rifiutare l'utilizzo del meglio della tecnologia!) alla lenta lavorazione in diretta attraverso antiche trafile al bronzo degli spaghetti, raccolti a mano con le stecche sui quali vengono posti successivamente alla fase di essiccazione e successivamente prendere posto nella grande sala con cucina a vista dove vengono proposti tre tipi di pasta con sughi tipici della zona, per valutarne, a mero titolo di studio, le qualità organolettiche. Devo dire che questa esperienza mi ha dato molto e l'ho particolarmente apprezzata. In particolare ne ho imparato una nuova, infatti mi è stata chiarito il motivo tecnico per cui i grandi conoscitori ed esperti di pasta consigliano le, aborrite dal vulgo, penne liscie (ed in generale la pasta liscia) a quelle rigate. La spiegazione è che le rigate, avendo spessori diversi proprio a causa della rigatura nella stessa pennetta, hanno o una cottura difforme risultando troppo al dente nella parte più spessa e scotte nel punto dell'infossatura delle righe. inoltre se la pasta è di grande qualità, soprattutto ottenuta con la giusta lentezza in fase di trafilatura, avrà una rugosità pronunciata per ottenere una corretta presa del sugo, che comunque non deve mai essere troppo acquoso, al punto da rendere la pasta scivolosa. 

L'essiccazione

Tutto chiaro? Il luogo comunque era affollato di stranieri cosa che sta diventatndo sempre più comune con l'esplosione del turismo post-covid, fortunatamente. Americani mi sembra che mangiavano con occhio assente, pensando forse a succosi hamburgher ed a robuste bistecche di Angus. Noi abbiamo gustato un tipico sartù di riso napoletano (che invece era di pasta), degli straordinari rigatoni al ragù, che aveva pippiato come si dice a Napoli per 18 ore, e anche il sugo ai pomodorini lo producono in proprio e degli squisiti fusilli con crema di melanzane. Fuori, il paese, che si stende pigramente sulla collina, allegro di tutta questa notorietà, non presenta più nella centrale via Roma, la spettacolare sfilata di botteghe di produttori di pasta con le bacchette stese al vento, con gli spaghettoni che asciugano al vento della costa e che ormai si possono vedere solo più in vecchie fotografie ingiallite, dove agli scugnizzi che cercavano di rubacchiare qualche sfrido di pasta rimasta a terra, venivano affibbiati i proverbiali paccheri, due schiaffoni, che poi hanno dato il nome al famoso grande formato, ma una sfilata di locali che propongono appunto questo moderno oro di Napoli, affollate di ghiottoni impenitenti, interessati solo ad ingozzasi di cibo. Ce n'è abbastanza, almeno per noi interessati solo alla conscenza ed alla cultura con la u, per ritornare a Napoli, con la borsa ovviamente gonfia di acquisti e farsi un giro in città in tutta libertà aspettando la cena.

La sala degustazione

SURVIVAL KIT

Cantine Mastroberardino - Atripalda (AV) - Raggiungibile in un'oretta da Napoli, attraversando un meraviglioso territorio di alta collina coperto di bosco verde e fittissimo, le cantine sono al centro del paese e non nei pressi di qualche azienda di produzione. Producono all'incirca 1,5 mln di bottiglie e sono conosciutissimi anche all'estero. Le cantine hanno subito pesanti interventi nel dopo terremoto ma mantengono parti antiche con archi originali. Le volte della barricaia sono completamente affrescate. Interessante il museo. La visita di circa un'ora con la degustazione di base, con i tre vini di cui vi ho parlato costa 32 euro (50 se accompagnata da salumi e formaggi) che non mi sembra pochissimo.

Pastificio Ducato d'Amalfi - Gragnano (NA) - Pastificio artigianale che si è attrezzato per le visite, con ristorante interno dove si possono anche organizzare eventi. La visita guidata comprende una esperienza virtuale che racconta la storia della pasta nel paese, del pastificio con il proprietario che vi farà assistere alla produzione ed un assaggio di tre piatti di pasta, per 37 euro, che non è poco, ma data la richiesta, capirà (e comunque merita). Inoltre potrete acquitare il prodotto in pacchi da 1/2 kg da 3 a 4 euro ed i sughi di pomodoro prodotti nel pastificio stesso. Dato l'ingombro spediscono in tutta Italia al prezzo fisso di 8 euro per qualunque dimensione del pacco.


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