mercoledì 5 novembre 2014

Taste of Mozambico 3



Spingere un carro
lungo quel viale asciutto.
Un pasto caldo.

martedì 4 novembre 2014

Una notte ad Abu Dhabi

Abu Dhabi - Great moskee

Notte chiara. Poche le auto a correre lungo grandi corsie di asfalto che attraversano il deserto. Quasi non senti rumore. Sfilate di palme grasse che spuntano tra un verde di artificio. Che gran cosa il denaro, riesce a comprare anche la bellezza. Cupole bianche disegnano l'orizzonte. Marmo chiaro, immacolato, purissimo. Quando riesci ad avvicinarti, ne puoi gustare il distacco assolto, la grandezza che crea l'uomo quando vuole rappresentare il trascendente, senza curarsi dei costi. Fontane di alti zampilli, l'acqua ha sempre affascinato la gente delle sabbie, la sua rarità, la sua purezza che avvicina all'assoluto. L'arco si fa astrazione e si reitera all'infinito, suono che scandisce un ritmo, ripetizione di se stesso sempre uguale mantra assoluto di preghiera che ripete ossessivamente il nome della divinità, riflettendosi ome un narciso conscio di sé negli specchi d'acqua, circondando spazi sconfinati dove si perde il cammino, nella strada verso la fede. Alti minareti, dita aguzze, unghie affilate che graffiano il cielo per chiamarne attenzione. Colonne, cupole altissime e bianco, ancora bianco abbacinante che riflette le mille luci variopinte di un caleidoscopio magico formato da colori e cristalli. E ancora pietre a formare intarsi preziosi che sanno disegnare sui muri i cento nomi di Allah. Su panche istoriate pile di Corani dalle copertine ricoperte di fregi dorati aspettano mani che li aprano per rivelare un verbo sotto la cascata di luce. Il passo non risuona come sui selciati di chiese o negli oscuri anditi di templi e pagode, ma rimane attutito, ovattato sull'immenso unico tappeto, carne viva, interiora di un corpo pulsante che ti restituisce all'esterno sazio e un poco più piccolo, come quando ritorni dall'aver visto un re. Lontani, nella notte chiara, grattacieli illuminati.

Taste of Mozambico 2



Si rompe il cocco.
Davanti al litorale
un punto di blu.

lunedì 3 novembre 2014

Taste of Mozambico 1



Sul muro grigio
un sole forte brucia.
Nasce il colore.

domenica 2 novembre 2014

Flying away

Domani il test, poi relazionerò.

sabato 1 novembre 2014

Al cimitero



Un crisantemo
poggiato sopra il piano
di marmo bianco,

per farmi sovrastare
dall'onda del ricordo.

venerdì 31 ottobre 2014

Cronache di Surakhis 63: Contratti a tempo determinato

Da quando si era completata la rivoluzione sociale, su Surakhis tutto era cambiato. Paularius in qualità di presidente dei Padraos de mineiras, l'unico sindacato imprenditoriale del pianeta, aveva più volte tentato, ma senza successo, di ottenere dalla Lega degli schiavi la definitiva cancellazione del posto fisso, una particolare obbligazione che ogni proprietario aveva verso chi lavorava per lui, un relitto di un passato che si perdeva nella notte dei tempi e che nessuno era riuscito a modificare per millenni, nonostante alti e bassi provocati da lotte sanguinose e senza quartiere che avevano radicalizzato le opposte fazioni. Il capo degli schiavi, un tale Terrini che aveva fatto sfilare per le strade di Novigorad schiere di ex schiavi, quelli che non avevano più la forza di scendere in miniera e che erano ormai gli unici che gli davano retta, aveva combattuto duro, ma alla fine era riuscito ad ottenere il posto fisso per tutti. Era sancito nella costituzione ormai, ogni schiavo aveva diritto al suo posto in miniera a cui veniva incatenato già quando era piccolo e da cui veniva sciolto solo al momento in cui le forze gli venivano meno. Questa era stata un po' una furbata degli imprenditori, che prima dovevano farsi carico delle spese di smaltimento dei corpi, quando i lavoratori venivano tenuti incatenati fino alla morte, ma la cosa era passata come un vittoria morale dei lavoratori. Tuttavia, la globalizzazione aveva fatto le sue vittime e le imprese non ce la facevano più a sostenere i pesanti costi del lavoro, anche se questi consistevano solo più nella zuppa di minestra che veniva consegnata ogni giorno e dico ogni giorno puntualmente ad ogni schiavo. 

Alcuni imprenditori illuminati avevano creato persino il cosiddetto sostegno familiare e una volta alla settimana (di dieci giorni col nuovo calendario lavorativo virtuale) ne concedevano una mestolata anche ai congiunti in primo grado, ma erano pochissimi e anche piuttosto criticati in seno all'associazione. Ormai, se si voleva rimanere sul mercato, bisognava tagliare i costi senza stare troppo a guardare, anche se, a dire il vero il fondo del barile era stato raschiato. E' vero che i diritti inalienabili, come il sonno erano stati lasciati, anche se leggermente ridotti, ma da tempo lo schiavo aveva diritto a cinque ore di sonno, poi bastavano gli stimolatori elettrici a mantenerlo sveglio se si appisolava di tanto in tanto. La loro applicazione era stata una conquista proprio dello stesso Paularius che ci teneva a non avere poltroni tra i piedi. Terrini aveva ceduto in cambio della limitazione dello ius trombandi alla prima figlia del lavoratore, limitandolo solo alla voglia o meno dell'imprenditore. La scodella di zuppa invece poteva essere svuotata durante il lavoro, tanto il trivellatore poteva essere tenuto anche con una mano sola e poi agli Aracnoidi di Betelguese ne rimanevano addirittura sette di braccia, per cui non era mai stato un problema e tra l'altro anche se venivano loro mozzate negli incidenti di miniera o per le punizioni periodiche, per ricordare loro chi era che comandava, ricrescevano in fretta. Quindi l'unico punto su cui si poteva agire era la scodella di zuppa. 

Sulla qualità non c'era più niente da guadagnare, ormai si utilizzavano solo più i roditori di miniera reperiti durante lo scavo e la spezia di insaporimento era fornita dagli escrementi dei lavoratori stessi, cosa che tra l'altro aveva migliorato la resistenza alle malattie. Dopo una prima moria iniziale infatti, i lavoratori erano per così dire autovaccinati, ma non c'era niente da fare, il rancio quotidiano rappresentava comunque l'intero costo del lavoro e lì in qualche modo si doveva agire. La proposta era nell'aria da tempo, ma quando Paularius al tavolo della trattativa cominciò la sua arringa finale, il gruppo dei sindacalisti capeggiati da Terrini cominciò a mugugnare. I Sardar, con qualche acconcia scarica di elettrostimolazione, di cui erano stati occhiutamente dotati i loro scranni, li calmarono subito, anche se si dovette intervenire manualmente con un esagitato Piglianculo di Rigel, che voleva a tutti i costi prendere la parola. Lo diedero subito, per così dire in mano ad un Macropenico tenuto da giorni a stecchetto che lo sistemò per le feste come si meritava. Il malcapitato ridotto a più miti consigli, rimase poi in piedi in fondo alla sala, anche per non macchiare di sangue il sedile. Paularius esordì quindi con un richiamo alla pace sociale ed alla bellezza dei bei tempi antichi, quando si poteva concedere tutto ai lavoratori, lui stesso ricordava quando non esisteva ancora la fustigazione preventiva e le frustate venivano assegnate solo alla domenica, l'abolizione della quale le aveva poi suddivise sull'arco degli altri giorni. Tutte conquiste sociali per cui gli imprenditori si erano a lungo battuti fino ad ottenere finalmente la liberazione dal salario, con l'istituzione benedetta dal culto sacerdotale, della sacrosanta gratuità del lavoro. 

Una grande conquista, soprattutto a livello morale che aveva liberato questo aspetto umano, da una odiosa monetizzazione che inquinava i rapporti sociali, sporcando la bellezza etica dell'offrire la propria opera al proprio datore di lavoro che, senza nulla chiedere in cambio, benignamente te lo concedeva. Ma ora i tempi erano cambiati e questo rapporto, questo vincolo assoluto, che legava lo schiavo al padrone dal momento della sua entrata in miniera fino alla sua uscita, quando non era più in grado di scavare o quando malauguratamente doveva essere ceduto ad una banca degli organi, non aveva più la possibilità di reggere. Il costo umano e materiale della scodella di zuppa era diventato insostenibile e di questo passo le miniere avrebbero chiuso e gli schiavi non avrebbero potuto più svolgere la sacralità del loro compito, rimanendo definitivamente senza lavoro, senza scopo quindi, carne da predatori di fegati e di polmoni, quei pochi che li avevano ancora utilizzabili. Era finito il tempo del lavoro a tempo indeterminato, cominciava quello del contratto a termine. Ogni giorno lo schiavo sarebbe stato reso (virtualmente) libero di mangiarsi la zuppa o quello che più desiderava, libertà assoluta in questo, comunque a sue spese; i minuti impiegati per ingurgitarla decurtati delle cinque ore di sonno e quindi subito riassunto per la giornata successiva. Il discorso terminò tra un'ovazione rumorosa da parte di tutti i Padraos presenti, mentre i Sardar ruotavano velocemente i bastoni storditori per sgomberare l'aula. Terrini cercò di chiedere almeno che ai rappresentanti sindacali fosse consentita una razione padronale al mese, ma venne portato via a braccia tra gli sberleffi della folla assiepata all'uscita. Le tre lune di Surakhis erano ormai alte oltre le nuvole, un poco velate dalla nebbiolina marrone dei fumi delle centrali a merda che sbuffavano lontane nel cielo. Si poteva cominciare una nuova era. 



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Sansone
Civiltà perdute.

giovedì 30 ottobre 2014

Facendo la valigia

Immagine dal web

Abbiate pazienza se in questi giorni sono un po' troppo frettoloso e ve le tiro su asciutte. Sto preparando la valigia e avendo procrastinato tutto all'ultimo momento, come ogni buon cattivo studente, sono un po' preso per la gola, devo fare ancora un sacco di cose improcrastinabili, inclusi i giri cimiteriale di prammatica. Per questi motivi non starò come di consueto a buttar giù qualcuno dei miei soliti lacrimevoli pezzi di nostalgia del buon tempo andato che tanto amano i miei lettori coetanei, ma tanto si sa che sono destinati a poco a poco a diminuire anche loro per estinzione naturale e fisiologica. Piuttosto mi devo concentrare sul prossimo mesetto che trascorrerò lontano da qui, nella calda e spero non troppo piovosa Birmania, come io mi ostino pervicacemente a chiamarla, nonostante i richiami dei meglio informati. Avete notato come tutto cambia nome, forse per togliere la patina di vecchio e superato, quasi che un non vedente vedesse meglio di un cieco o un diversamente abile (ma mi sembra già sorpassata anche questa locuzione) camminasse meglio. 

E' un po' come in Cina, dove essendo giudicate troppo volgari alcune parole, si è cominciato a sostituirle con altre o con frasi allusive giudicate meno dirette e quindi più accettabili alle orecchie sensibili, salvo poi diventare a loro volta troppo volgari ed essere rimpiazzate di nuovo e così via all'infinito in una rincorsa senza fine al correct. Mah, alla fine dare a chi se lo merita dello stronzo invece che dell'uovo di tartaruga,  come si usa a Pechino, non è poi un gran male, almeno ti sfoghi. La partenza comunque si avvicina e io sono, come ogni volta di più, impreparato. Non ho letto nulla di quanto mi prefiggevo di leggere prima, non ho studiato a fondo l'itinerario e via cantando. Vuol dire che subirò un maggiore impatto emotivo, cogliendo situazioni inaspettate e meno prevedibili. Diciamo che mi porterò dietro un fardello di preconcetti minore del solito ed alla fine questo potrebbe essere anche una cosa positiva. Ad majora.


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martedì 28 ottobre 2014

Il salone del dis-Gusto

Sto diventando sempre più insofferente e micranioso. Una volta, quando sentivo cose irritanti, palesemente false o anche soltanto volte a prendersi gioco di me, facevo spallucce, che ognuno dicesse quello che gli pareva meglio. Adesso, sarà l'età e l'accidia tipica dell'anziano, un mix funesto e pericolosissimo, quando comincio a sentire certe sagre di scemenze, paludate da verità divine volte a salvare l'umanità, sento subito le farfalle nello stomaco e vorrei fare qualcosa, anche se poi alla fine finisco solo per cambiare canale. Domenica ad esempio, Linea Verde, il programma dedicato all'"agricoltura" di Rai 1, era in diretta dal salone del gusto di Torino, la kermesse gastrofighettara, che di anno in anno sempre di più attira folle di paganti (20 € d'ingresso tanto per capirci) bramosi di provare mitiche sensazioni degustando rarità alimentari di tutto il mondo. Ora, se questo fosse il senso della questione, non ci sarebbe assolutamente nulla da criticare. Quante sono le manifestazioni che propongono a chi se lo può permettere, il raro, il bello, il prezioso e gli emblemi del lusso destinato a una élite mondiale, campo, uno dei pochi rimasti sfortunatamente, in cui l'Italia è ammirata maestra e quindi fonte benedetta di business redditizio per le nostre casse esangui? Moltissime, dalle mostre del gioiello a quelle del lusso assoluto, delle auto top di gamma, all'alta moda e chi più ne ha più ne metta e parliamoci chiaro ce ne fossero ancora di più. Quello che invece è terribile in questa fiera è che passa un messaggio che, oltre che palesemente falso, fuorviante e interessato, è anche assolutamente pericoloso. 

Qui si vuol far intendere che la sagra del presidio di eccellenza, la santificazione della piccola produzione di nicchia e dell'altissima qualità, posto naturalmente che sia reale e non artefattamente costruita a tavolino, sia agricoltura vera, anzi l'unica possibile e capace di sfamare l'umanità, ma non solo, anche di risolvere ogni problema salutistico. Si è rispolverato poi l'ormai defunto mito del buon selvaggio che protegge con i suoi comportamenti di saggezza antica la terra madre, salvandola dall'aggressione spietata ed insensata della moderna ingordigia delle perfide multinazionali, assurte ormai all'icona del vero nemico da combattere, ignorando che i comportamenti agricoli dei popoli meno sviluppati sono e sono sempre stati i più nefasti distruttori di ogni ecosistema naturale, a partire dal famigerato metodo di coltivazione del taglia e brucia e dalle totali deforestazioni che hanno devastato la Terra, ben di più che qualunque impresa di predatori di legname. Il buon selvaggio se ne catafotte nella maniera più assoluta della natura e della madre terra, cerca solo di sopravvivere alla meno peggio avendo a disposizione solo una agricoltura primitiva che non riesce ad andare al di là della sussistenza e non può fare altro, quindi non gli si può certo addossare colpe morali, ma da qui a santificarlo come conoscitore delle verità assolute e salvatore della natura, è una bufala pazzesca. Da questo nascono poi altri assunti esiziali e tra tutti quello che solo questo tipo di "agricoltura" sia quella in grado di sfamare il mondo del futuro nel modo migliore, trascurando il fatto che in pochi decenni sarà necessaria più del doppio della produzione attuale e che chi deve riempire la pancia non è certo minimamente interessato alle sfumature di aroma del tartufo bianco o del sentore di cenere di uno yogurth. 

Si prendono come basi le bufale raccontate da Panzana Shiva, tutte ampiamente smentite, che su questo campa egregiamente o di altri mistificatori sedicenti scienziati per far loro produrre a pagamento false ricerche immediatamente sbugiardate dalla comunità scientifica internazionale, che però rimangono sul web a imperitura memoria in modo che i creduloni le possano citare all'infinito, fregandosene della verità. Si costruisce un castello puntellato su ovvietà (l'importanza della biodiversità, il giusto guadagno dei produttori, il risparmio dell'energia), per dimostrare falsità globali, il tutto per tenere in piedi il colossale business del biologico, su cui, intravedendo l'affarone, quello di far pagare il doppio quello che vale la metà, si sono buttate molte delle bieche multinazionali (ma in questo caso la cosa non fa scalpore), influenzando così pericolosamente non solo l'opinione pubblica, che quella la puoi menare per il naso come vuoi con una certa facilità, ma indirizzando in questo modo la politica che ovviamente va dove vede che tira il vento ed i votanti. Ora, io non ho niente contro chi mette in piedi un business basato sul niente, anche se è ormai ben dimostrato che il biologico non ha nessun aspetto positivo rispetto alle produzioni tradizionali, anzi in alcuni casi, presenza di micotossine cancerogene e altro, è addirittura peggiore. Non mi interessa se questa gente sfrutta la credulità dei gastrogonzi per fare soldi o sbarcare il lunario, ognuno sia libero di comprare quel che gli pare anche a prezzo doppio se gli piace e se questo gratifica le sue credenze new age, io non ho pietà neanche per chi si rovina con le macchinette mangiasoldi, figuriamoci, in fondo nessuno ti obbliga con la forza e se vuoi comprare a caro prezzo delle meline marce e ti ritiri con ribrezzo e paura se uno ti offre un peperone dicendo che è OGM, saranno cavoli tuoi.

Ma il pericolo gravissimo per il mio paese è che la ricerca viene in questo modo trascurata e scompare a favore della riscoperta dei cazzi di saperi antichi, che se una varietà di pera è stata abbandonata in cambio di nuove varietà, ci sarà un motivo, la gente non era cretina, quella varietà, forse si ammalava facilmente o forse era una vera schifezza, anche se adesso la si vuol far passare per uno straordinario sentore acidulo e di profumo di bosco. O forse era poco produttiva. Anatema, ecco è la sete di guadagno che provoca la perdita di varietà che non producevano nulla anche se erano così buone, peccato che non ci sia nessuno disposto a pagare il doppio o il triplo per questa supposta qualità a scapito di una minore produzione. Perché non te la coltivi tu allora questa meraviglia che produce un terzo e te la vendi allo stesso prezzo? Qui passa il concetto di far credere che l'Agricoltura vera, sia quella hobbistica del ragioniere che dopo una settimana di sportello di banca, ha un pezzo di orto in campagna dove si fa quei dieci pomodori che gli parranno oro del Reno. La cosa grave è che quando tutto il castello del nulla crollerà, perché ogni business basato sulla fuffa, prima o dopo si smonta lasciando in braghe di tela chi ci ha creduto e magari investito, rimarremo senza nulla, indietro irrimediabilmente sulla ricerca e con una schiera di truffati che urleranno a gran voce chiedendo allo stato contributi per essere difesi dalla bancarotta, gridando contro l'ingiustizia del mondo che non li vuole capire. Comunque fate un po' come vi pare.


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lunedì 27 ottobre 2014

La castagna d'India

foto dal web

Quando comincia a rinfrescare l'aria, va a finire che ti prendi un raffreddore. Bisogna ricorrere al guardaroba e tirare fuori qualche cosa di un po' più caldo, che ti riscaldi anche dentro intendo. Ieri mi è capitato tra le mani un vecchio giaccone, una cosa che era lì da anni in fondo all'armadio. Sapete com'è, gli armadi degli anziani son sempre pieni di cose vecchie, che magari non usi per anni e che non ti risolvi mai a buttare via definitivamente, per fare spazio. Chissà, forse questo rimanere restii a comprare cose nuove e rimanere affezionati alle vecchie con maligna pervicacia, fa parte di quel malinconico attaccamento al passato, quello che ti fa vedere meraviglioso tutto quanto accadeva una volta e tutto pessimo ed inaccettabile quanto accade di nuovo. Giovani ignoranti e incapaci, cibo avvelenato da gnomi malefici che governano il mondo, politici ancora peggiori di quelli che hanno mandato in rovina periodicamente il tuo paese. Deve essere qualcosa di genetico, una tossina che si sviluppa con gli anni e che aumenta il livello di accidia. Però che soddisfazione tirare fuori quel vecchio giaccone, in fondo non era niente male, bello caldo e comodo, eh, oggi le cose non le fanno mica più come una volta. Ti sembra di essere avvolto in abbraccio caldo, metti le mani nelle tasche imbottite e più avanti quando farà più freddo, non avrai neanche bisogno dei guanti, robaccia moderna, di plastika, un orrore anche epistemologico. 

Tra l'altro, frugandoci in fondo a quelle due tasche, ci si trovano magari cose dimenticate da anni che saltano fuori così, quasi per magia, quasi volessero avere uno scopo preciso di riallacciare vecchi ricordi, momenti particolari ormai difficili da mettere a fuoco tra le onde del tempo. Eccola lì, proprio in fondo alla tasca sinistra, pensavo fosse una pallina o una biglia di metallo tanto era dura, invece, ripescata con cura e riemersa alla luce rivela la sua natura umile. Una piccola castagna d'India, dalla buccia marrone scuro, ancora lucidissima, forse il tanto maneggiamento inconscio a cui inavvertitamente è stata sottoposta in quegli anni. E' come un'onda di calore antico, un fuoco di un camino che risveglia ombre lontane. Era una vecchia mania del mio papà. Se vuoi essere sicuro di non prenderti un brutto raffreddore all'inizio dell'inverno, devi tenerti una castagna d'India in tasca. Andavamo assieme nei giardini della stazione dove c'erano dei grandi ippocastani, quando arrivavano le prime giornate fredde dell'autunno, ai primi d'ottobre quando ancora non andavo a scuola. Certo oggi non ci sono più quei freddi di una volta, lo sanno tutti, il tempo è tutto cambiato e non ci sono più neanche le mezze stagioni. Cercavamo per terra nelle aiuole di erba rada qualche mallo spaccato, cercando tra quelli più piccoli, il più tondo e regolare.

Era un po' come una caccia al tesoro a cui mi dedicavo con cura e passione, fino a che non saltava fuori la prescelta, piccola, tonda, lucidissima quando sgusciava fuori dalla spessa buccia verde scuro. Sembrava quasi bagnata. Quando era ben pulita, me la mettevo in tasca tutto soddisfatto e lì rimaneva, una specie di talismano curativo di un rito sciamanico padano che veniva dalla notte dei tempi. Ogni tanto il raffreddore me lo prendevo ugualmente, ma leggero, diceva mia mamma. Chissà, tutto merito della castagna. Eccola qui tra le mie mani, questa pallina tonda tonda che quasi scivola tra le dita. Come sarà finita in questa tasca? Forse una ventina di anni fa, quando il giaccone era nuovo, il mio papà ce l'ha infilata di nascosto, quando andavo a trovarli, sempre troppo frettolosamente, sempre preso dalle tante cose importanti da fare, troppo importanti per dare davvero retta a quei vecchi, come un ultimo tenero gesto di protezione, che per carità, non sarà vero, ma intanto che cosa ti costa. E' stata lì per vent'anni. Io ce la lascio, tanto male non fa, anzi sembra che tenga ancora più caldo questo giaccone, come una carezza od un abbraccio prolungato. Ma deve essere la temperatura che oggi si è alzata un po'. Mi sa che quest'anno lo scampo il raffreddore, non vengono mica più quei freddi umidi di una volta.

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