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giovedì 9 settembre 2021

Settembre andiamo...



 Se le cose stanno così, adesso che è appena iniziato settembre , non oso pensare cosa saranno le vie del mio paesello verso metà novembre, con la bruma che cala dai fianchi più scoscesi del monte e le muraglie del Forte che si perdono alla vista tra le nuvole alte. Neppure il bramito del cervo che si annida nei boschi tra i pini più alti ed i larici resi ormai gialli dall'incombente inverno, con l'odore metallico della neve che ha una disperata voglia di scendere, ma non ne ha ancora la forza, smuoverà voglie di esploratori incalliti e gitanti di gamba buona. Sarà il tempo della furia della tormenta e del gelo che faceva dire al Cardinal Pacca, prigioniero di lusso tra le antiche mura: - Se vuoi conoscer l'inferno vieni a Fenestrelle d'inverno - e va bene che non c'erano i vetri nelle celle e che ormai è tempo di global warming, ma parole come queste avranno voluto pur dire qualcosa. Rimarrà così solo la gran via che attraversa il paese completamente deserta, i pochi vecchi rimasti, rintanati in casa ad accendere le stufe a pellet, che costa meno della legna del monte, a sbucciare qualche patata bitorzoluta, che qui in queste terre avare anche le famigerate Agria, la varietà che va per la maggiore in pianura, perché rende tantissimo, producono pochi tuberelli duri come il ferro che se li tiri in testa a uno lo ammazzi, pietre vere e proprie che si confondono con i ciotoli della montagna, ma che i rari contadini del luogo si ostinano a piantare nella speranza di gabbare qualche gitante. Neanche gli gnocchi vengon mangiabili con questa varietà, buona solo da fare patatine da busta, cariche di olio fino a farti scoppiare il fegato grasso, che ce l'abbiamo tutti ormai il fegato grasso, anche peggio delle oche da fois gras. 

Certo nessuno le mette più le famose piattelline o le mitiche patate del burro, quelle che doravano in padella, sciogliendosi poi in bocca e che qualche astuto contadino, che le ha, spaccia ancora come oro colato su qualche banco di squisitezze a 8 eurini al kilo, ma son comunque così poche che qualcuno, cagamaretto con la bocca a cul di gallina per far vedere quanto è gourmet, se le compra lo stesso. Avessero almeno il buon senso di mettere le Bintje, che ne facevano pur poche ma in maniera accettabile, ma che avevano una pasta gialla deliziosa e le caiétte della tradizione venivano benissimo e le patate salà an t'la brunsa ancora meglio, specialmente se arricchite da cotiche e salamino, ma grasso mi raccomando che il rimasuglio croccante sul fondo della pentola venisse via solo se lo grattavi bene. Robe da inverno insomma, che piace ricordare solo agli occitani doc appunto, che ancora infestano queste valli e che si emozionano solo al suono di Se chanto, specialmente se la ghironda di accompagnamento è quella dei Lou Delfin. Noi, i Davalìn, come ci chiamavano una volta o i vilegiant, che anche se siamo gli unici a portar su qualche soldo in queste valli disperate, siamo un po' mal sopportati e lo sappiamo che alla fine, i quattro residenti del paese, aspettano soltanto che ce ne andiamo e che non ci facciamo più vedere fino ad un altro anno, posto che siamo ancora vivi, in modo da lasciare finalmente libere le vie del paese, dove se incontreranno un altro loro simile che sale dal fondo, gli sembrerà sempre che ci sia già troppa confusione. 

In fondo è sempre stato così, anche quando il paese, anzi la Città come si chiamava allora, brulicava di gente, c'erano undici locali pubblici, tre macellerie e decine di esercizi commerciali. I militari a centinaia scendevano dal forte in libera uscita ed invadevano il paesello e le sue taverne in cerca forse di ragazze compiacenti, adesso dopo neanche più un secolo nessuno sa più dove fossero le case di tolleranza, ce ne saranno pur state di certo con più di tremila soldati senza contar gli ufficiali, ma son cose che non fanno storia, mentre è perfettamente noto dove stava il medico, la distilleria, i panettieri o i negozi di stoffe per confezionare le divise. Ogni giorno arrivavano coi muli a caricare le ceste di pane per la guarnigione affamata e chissà che straordinario profumo di pane fragrante usciva nelle strade, mentre le vacche salivano all'alpeggio, mentre adesso anche quello arriva da giù e sembra fatto di plastica (anche questo è un commento classico di chi non ha neanche l'idea di che porcherie si mangiassero una volta, di che vinaccio più acetoso che spunto, girava per i borghi, ma va bene così, tutto fa parte della vulgata per consolare i vecchi che rimpiangono soltanto la loro gioventù perduta). Domani ce ne andiamo anche noi e il paesello rimarrà qui, immobile e solitario ad aspettare la neve a coprire definitivamente come un sudario le impalcature dei lavori, orgogliosamente iniziati a maggio, che dovevano essere ultimati a luglio e che forse, come i tormenti di questi monti, non finiranno mai.


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venerdì 24 giugno 2011

Tutti al mare.



Ormai il giorno del solstizio è passato con buona pace dei sacerdoti druidici che hanno festeggiato in qualche prato cercando di tagliarsi la gola l'un l'altro coi falcetti dorati, gioco molto in voga nell'ambiente; ma intanto per tutti noi comuni mortali, è scoppiata l'estate. Diciamola tutta, per noi gente della piana, estate vuol dire mare e niente altro. E' una cosa misteriosa, una moda che risale poi a un secolo fa o poco più, ma c'è qualcosa di morboso ed indefinibile che conduce questa mandria infinita a transumare fino a conoscere il litoral della marina e in questa stagione, quasi che l'obbligo di essere condotti da Abilene verso i macelli di Dodge City, o viceversa, le letture di Tex si fanno ormai confuse nella mia testaccia di vecchio, sia insita nei geni di questa specie e non sia necessario nessun gruppo di mandriani a condurla, ma volontariamente la greggia, nell'aria sanza mutamento, porti la sua lana a confondersi con la sabbia. Va bene che per il Divino Vate era Settembre, ma per noi ormai si comincia a giugno. Così ieri eccomi, bardato di tutto punto, guadagnare la riva petrosa e giungere, quasi strisciando tra i ciotoli della battigia, al punto scelto con attenzione, dove spiaggiare il corpaccio seminudo, tricheco in pectore che agita stancamente le grandi pinne col muso ingrugnito.

C'è un qualche cosa di morboso nello stare sdraiati per un tempo indefinito a crogiuolarsi nell'ozio animalesco del pinnipede sazio, che in fondo si muove malamente tra il ciotolo che offende il piede abituato a morbidi calzari e a superfici più consone. Eppure la sensazione di beatitudine che si legge sempre negli occhi inespressivi dei grandi agglomerato di animali marini che occupano arenili lontani è la stessa. Ma il momento che ti fa davvero assaporare il piacere della situazione, che ti appaga consolatorio delle sofferenze provate per raggiungere la posizione, le ore di auto, le code, lo slalom tra gli altri concorrenti al tuo metro quadrato di spiaggia, si raggiunge quando, senza un apparente motivo scatenante, il corpaccio si muove di forza propria e con lentezza studiata scivola adagio verso l'acqua. Tu penseresti che qui, nel suo elemento naturale, il capodoglio spiaggiato per errore sulla riva, riacquisti la sua magica ed affascinante motilità. Qui, nel suo elemento naturale la massa mostruosa acquisirà di certo una sua agilità naturale, data dall'elemento stesso che la trasforma in cetaceo guizzante tra le onde e all'apparenza senza peso. Invece no, alcuni, come me, evidentemente inadatti al nuoto, continuano a muoversi con fatica, sguazzando nelle acque basse, evendo cura di tenere ben al di fuori della superficie le aperture respiratorie, sempre timorosi di sprofondare nell'abisso tenebroso. Però che meraviglia quell'essere avvolto dall'acqua cristallina e trasparente (anche se ancor gelida, ma naturale per le otarie).

Ci staresti dentro per ore. In effetti sopravviene un senso di leggerezza impagabile (Archimede non ha studiato invano) e l'umore passa direttamente sul bello stabile. Risali a fatica e quasi con dispiacere a riprendere la posizione dove riapprocciare la tua posizione meditativa per un tempo senza tempo, tranquillo che l'andirivieni delle nubi non renderà i raggi del sole di giugno troppo aggressivi. Ti ricorderai però, la notte, di quanto sia stato errata questa considerazione ingenua e facilona, quando le ustioni sulle spalle e sul collo, che nessuna crema riesce a lenire, pur se spalmata da mani amorose, ti renderanno edotto di quanto ingannevole sia il mefitico ultravioletto che malevolo e crudele, traversa le nubi e implacabile compie la sua opera distruttiva sulla tua tenera epidermide. Il prossimo anno starò più attento, è il mantra da ripetere.


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