mercoledì 10 settembre 2014

Taste of Albania 4


Un bacino vicino a Tirana - Albania - Agosto 2014

Verde smeraldo
Acqua estiva consoli
Il caldo abbraccio

martedì 9 settembre 2014

Di nuovo in partenza

Bene sono qui che faccio l’ultimo bagno, al caldo del sole della Côte. Mi prendo il fresco di quest’acqua limpida e garbata, ricca dei profumi di un Mediterraneo amico. Poche ore e poi bagagli pronti, già in macchina, me ne torno a casa. Lì troverò una valigia già approntata con previdenza da giorni, masserizie, documenti, visto, medicinali, contante e buona voglia di partire. Domani sera, il mio Garuda dalle ali d’argento, mi porterà via di nuovo dalle incipienti nebbie della pianura, in un lungo lungo volo verso sud. Un altro richiamo africano a cui non sono riuscito a resistere, breve ma spero intenso e che al mio ritorno vi racconterò con la solita piaggeria, sperando di interessare qualcuno dei miei venticinque lettori (non scherzate, dopo che ho dato una piega più da viaggiatore al blog, più o meno tanti siete rimasti). Non temete comunque o miei fedelissimi, sarò circostanziato come sempre (quindi pochissimo) ma ricco, se ne riuscirò a raccogliere, di sensazioni e di storie, che sono poi le cose che mi piace di più raccontare. Non so ancora bene quanto potrò vedere o magari fare. E’ un viaggio un po’ al buio, ma non dispero tuttavia che sia come sempre interessante e popolato di immagini. 

Che ci volete fare, non riesco a stare fermo più di tanto, anzi più passa il tempo e più cresce in me l’ansia di cercare di approfittare degli ultimi sprazzi di voglia e perché no di forze, che ahimè, cominciano a scarseggiare, come è logico nei corpacci debilitati dal peso e dagli anni. Comunque fin che ce la facciamo direi di non mollare. Intanto, per ripristinare una forma accettabile, ho cominciato una dieta spietata, che mi ha già permesso di perdere 1 o 2 chili, con grande vantaggio della mia mobilità generale; al mio ritorno da questo giro, che spero sarà improntato alla più rigida continenza, potrei avere delle sorprese in termini di bilancia. Vedremo. Comunque, tranquilli, per i prossimi giorni vi lascio, come di consueto, una serie di immagini e di pensierini che spero interessanti ugualmente e che di certo non vi faranno rimpiangere la mia assenza. Si tratta solo di una dozzina di giorni, nei quali probabilmente non potrò dare cenni di vita; in caso fosse possibile, però, non mancherò di buttar giù qualche frasetta a caldo. State in campana che vi curo. A presto comunque. Spero. 

lunedì 8 settembre 2014

Recensioni: A. Barbero - Lepanto


Uno storico di grande spessore per un evento storico di grande importanza. Questo ponderoso volume di Barbero, studioso e docente di storia medioevale, non racconta soltanto l’epica giornata della battaglia che segnò il discrimine tra l’Occidente e l’Oriente, ma il dettaglio accuratissimo dei due anni che precedettero l’evento. Con una documentazione sterminata, ricca di citazioni dei documenti dell’epoca dell’una e dell’altra parte, potrete gustarvi non soltanto il concatenarsi degli eventi e dei comportamenti dei vari personaggi del dramma, dal Sultano, al Papa, al Re di Spagna e ai dogi della Serenissima e di tutto il contorno di personalità dell’epoca che ebbero parte sostanziale negli avvenimenti, ma, e credo che sia la cosa più interessante, anche tutta la gestione pratica di una guerra navale, con dati e numeri circostanziati, da cui si evince quali fossero al tempo le cose che davvero contavano nel successo o meno di una operazione bellica. 

Il numero sterminato di braccia che servivano ai remi delle centinaia di navi, galere appunto, con la necessità continua di galeotti (con forzature verso i giudici dei tribunali all’emissione di sentenze adeguate), di cosiddetti buonavoglia, rematori reclutati a pagamento e di schiavi presi nelle razzie sulle coste nemiche. Il bisogno degli approvvigionamenti per questo sterminato numero di persone, denaro, armi, legno per i remi e tela per vele e il famigerato biscotto, che col vino era l’unico sostentamento di questo esercito di persone. Del problema delle malattie, dal tifo alla peste, che ne decimavano gli effettivi e che si rivelavano poi decisive negli esiti delle battaglie. Infine, la politica e la corruzione che hanno sempre fatto di ogni guerra occasione di guadagni e ricchezze. Un altro punto di interesse è la descrizione degli eventi che si svolgono in gran parte lungo le coste albanesi e che lo pongono quindi come ulteriore libro propedeutico ad un viaggio in questo paese. Godibilissime le parti dedicate agli attriti tra i vari protagonisti dell’epoca, i vari comandanti, i puntigli e le prese di posizione legate magari all’uso dell’appellativo Eccellenza in luogo di Altezza, che rischiarono più volte di mandare in rovina l’armata. 

Libro circostanziato che dà luogo a molte possibilità di giudizi e interpretazioni sui fatti del tempo, che avevano presentato la vittoria di Lepanto come un evento epocale che aveva salvato la Cristianità e condannato l’impero Ottomano alla decadenza. In realtà i fatti non sono stati esattamente questi, ma la battaglia seppure importante bloccò il Turco per un solo anno, mentre già in quello successivo la flotta ottomana era stata completamente ricostituita e da quel momento, progressivamente, fu la Serenissima a cominciare la sua inarrestabile decadenza, perdendo nel giro di pochi anni tutti possedimenti e i porti del Mediterraneo Orientale, mentre il resto dei regni cristiani perdevano anche tutto il nord Africa. La realtà cruda fu che questa operazione può essere definita il primo evento mediatico dell’epoca , che fu presentato ai popoli europei come la sconfitta inevitabile di un nemico spietato e crudele, una vittoria del bene sul male sotto le bandiere di Dio. In pochi mesi infetti l’Europa intera fu inondata di cronache, lavori di partecipanti, si direbbe oggi di instant book che cantarono un’epopea, ingigantendola al massimo e presentandone tutti i lati più smaglianti e parziali. Insomma, per gli appassionati di storia e non solo.

sabato 6 settembre 2014

L'arrière pays di Nizza

La valle del Var

Quante volte ho già detto che l’arrière pays della Costa Azzurra è di una bellezza senza uguali! Eppure ogni volta me ne stupisco e ne gioisco come se non ne fossi già oltremodo convinto. Anche perché tutte le volte che giri il muso dell’auto fuori dall’autostrada e punti sulle montagne che stanno alle spalle della costa, hai sempre nuove sorprese, sempre nuovi soggetti da ammirare. Per esempio basta fare pochi chilometri dietro a Nizza, prendere verso l’interno la valle del Var e girare verso sinistra a Pont Charles Albert. La strada si inerpica subito verso l’alto. Come sono piccole e strette le stradine su questi monti! Ma in un attimo ecco che, arrivi a Gilette, un paesino dove dalla piazzetta del comune, una contorta serie di scale e scalette ti conduce sino alla cima, dove ben nascoste tra le case, trovi le rovine di un vecchio castello, ma soprattutto hai una vista spettacolare sulla stretta valle dell’Esteron che laggiù in basso, serpeggia, blu intenso tra il verde scuro dei boschi, scavandosi la via per arrivare al grande letto ghiaioso del Var che lo attende con la calma apparente e sorniona dei torrenti estivi. Un'altra stradina tortuosa ed ecco Bonson, anche lui abbarbicato ad uno sperone che ti consente di dominare tutta la valle. In fondo sono paesini da nulla, ma c’è qualcosa nell’aria tersa, in questa luce abbagliante, nel rosso dei gerani e nel profumo di rosmarino e di lavanda, che ti lascia contento di essere venuto. 

Poi la strada prosegue nella valle della Vesubie, un altro minuscolo affluente del Var, attraverso gole contorte, strette e minacciose, incuneandosi lungo il corso del torrente che scorre in basso fragoroso e insolente. E’ un ambiente selvatico e scuro, dove la luce fatica a penetrare tanto sono alte le pareti del cañon, rocce dure e nude, granito vivo dove stentati alberelli faticano a stare abbarbicati ai piccoli spazi loro concessi. Da un lato vorresti rimanere a lungo qui nel fondo del lato oscuro, dall’altro ne vuoi venir fuori quanto prima, riguadagnare il sole e la luce, così risali la montagna per arrivare a La Bollène e goderti lo spettacolo dall’alto, circondato da boschi di querce e castagni così fitti da resistere anche allo sguardo. Ancora più in su per una strada ripidissima e tutta curve per arrivare al Col di Turini, quasi 1700 metri e se vuoi all’anello dell’Authion, oltre 2100 metri, foresta piena di pini verde scuro che incombono sulla strada a formare quasi un tunnel tra un tourniquet ed il successivo. Radio Nostalgie suona Gilbert Beaucau. Qui si correva un rallie famoso; erano i giorni di Silvie Vartan e Dalida. Che ci posso fare se sono vecchio! E poi giù tutte curve in una discesa vertiginosa, una specie di toboga tra alberi, boschi e foresta, mentre il sole cala sempre di più, baluginando tra le foglie basse, che ormai cominciano a colorarsi di giallo e di rosso. Accidenti che bella giornata. Mi sa che rimane appena il tempo per arrivare al mare, buttarsi in acqua, tanto il costume ce l’ho e poi preparasi per una insalata di polipo tiepido e una bella grigliata gamberi, orata e coda di rospo. Tanto il pesce non ingrassa.
Bonson

venerdì 5 settembre 2014

Decadenza?

Ma l’Europa ed in generale il mondo occidentale è davvero in una fase di decadenza inarrestabile? A giudicare dalle sensazioni, tutti lo pensano. Il problema è: ma da cosa dipende? Qual è il motivo per cui ad un certo punto una civiltà, un impero, un modo di vivere, raggiungono via via un loro apice, producendo arte, bellezza, scienza e perché no filosofia e poi inesorabilmente prendono a scivolare verso una china inarrestabile e decadono inesorabilmente, sorpassate da altri più giovani ed arrembanti, spesso più rozzi, ma come si dice con più fame, più voglia? Non è facile dare una spiegazione che non sia fondata sul pregiudizio, eppure basta guardarsi indietro e si vede bene che questa parabola è destino comune a tutti. Si potrebbe dire una storia già scritta, basterà solo mettere una dimensione temporale, per qualcuno più estesa, per altri brevissima. Qualcuno tira in ballo, nella progressione della decadenza, l’imporsi di costumi molli e, come si diceva una volta, in cui non era di moda il parlare politicamente corretto, depravati. 

Ma direi che è quasi il contrario. Il punto più alto della cultura greca è stato il IV secolo pericleo, quando i vecchi filosofi non disdegnavano di farsi i ragazzini e gli eroi della guerra, da Achille prima ad Alessandro Magno poi, che erano un po’ come tu mi vuoi, nel senso che passavano tranquillamente dalle belle Briseidi ai giovani di bell’aspetto, per non parlar di Saffo e chi più ne ha più ne metta. Se tuo padre ti prendeva un precettore di una certa fama da cui apprendere l’amore per la sapienza, potevi star certo che non salvavi le chiappe, salvo rifarti in un secondo tempo. Di Cesare marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti, ne son piene le cronache. Durante il nostro Rinascimento, poi, se non eri da quella parte lì, forse neanche ti prendevano a bottega. Altri invece, pongono la possibilità che la decadenza viaggi a braccetto con la violenza e la litigiosità che portano alle guerre e l’avidità della corruzione, che impesta ogni carica pubblica, lucrando su appalti, prebende e su ogni cosa dia la possibilità di fare soldi. Ma anche qui la storia sconfessa questa teoria. 

Ancora una volta chiamo in causa il nostro Rinascimento, dove venivano ordite le più atroci congiure, i Borgia si avvelenavano l’un l’altro, non c’era mercato a negozio che non volesse la sua brava tangente, si compravano cariche civili, politiche e financo ecclesiastiche, mentre bande di ventura mettevano a ferro e a fuoco la penisola, eppure le città italiane erano le prime nel mondo e generavano i Michelangelo e i Leonardo, mentre gli Svizzeri, brava gente per carità, che non cercano di corrompere neppure il boia, in 800 anni hanno inventato solo l’orologio a cucù (questa l’ho letta si internet). Non parliamo della Serenissima dove all’apice della sua storia, poco prima di Lepanto, si dovevano calcolare e mettere in preventivo quanto ogni armatore di galea avrebbe rubato sugli appalti per poter muovere guerra al Sultano. No, credo che anche corruzione e violenza non siano un metro valido per poter dire che una civiltà è in decadenza. Mi sono convinto invece, osservando un po’ le varie storie dei grandi imperi che il loro fulgore e la loro importanza crescesse inesorabilmente quando, l’avanzare nella società, le carriere e il raggiungimento di posizioni massime di potere era dato senza infingimenti dal merito e non dal nepotismo. 

Le varie dinastie che si sono succedute in Cina, avevano alla base del funzionamento dello stato, il difficilissimo esame per diventare funzionario. Era una lotta spietata a cui concorrevano ogni anno in migliaia, da ogni parte del paese. Tutti, in teoria potevano accedervi, naturalmente i più ricchi avevano più chances di arrivarvi, non era una questione di giustizia sociale, ma quello che contava era che alla fine venivano scelti i migliori in assoluto e per questo lo stato prosperava. Non si disdegnava di mettere ai vertici, come ministri, personaggi che arrivavano dall’estero e che forse avevano più ampie vedute. Kubilai Khan aveva come ministro delle finanze un arabo e elevò al rango anche il nostro Marco Polo, tanto per dirne una. I Sultani Ottomani sceglievano la loro classe dirigente tra i fanciulli rapiti nelle scorrerie o scelti appositamente tra i più dotati nei vari villaggi. 

Anche qui selezione spietata, molti si perdevano, i più tosti andavano a formare la classe dei Giannizzeri, un esercito di specialisti di eccellenza, i migliori in assoluto diventavano ministri e visir, i governanti effettivi dell’impero, tutti provenienti dalle classi più umili. Quando cominciarono ad arrivare a queste cariche figli e parenti vari, arrivò anche Lepanto e l’Impero entrò in una inarrestabile decadenza. L’esempio più eclatante è poi l’impero romano, dove i primi imperatori, proprio per evitare il nepotismo, sceglievano il loro successore in base ai meriti, veri o presunti naturalmente, perché l’uomo nasce fallace per natura. Quindi lo adottavano garantendogli la successione. Anche qui, quando il sistema andò in disuso, cominciò inarrestabile, il decadimento. In fondo questa è la natura dell’uomo. Chi non vorrebbe il meglio per il proprio figlio, chi è così grande da essere capace a rinunciare ad aiutarlo, oltre i suoi meriti? Io credo pochi, per questo siamo destinati, sazi di benessere e lamentosi all’infinito, a scendere inesorabilmente verso il basso. L’importante è farsene una ragione.

giovedì 4 settembre 2014

Taste of Albania 3

Una coperta  a Krujia

La nonna cuce

Al caldo del camino.

Mille colori

mercoledì 3 settembre 2014

Al mare è un'altra cosa

Dite quello che volete ma al mare è un’altra cosa. Prima di tutto c’è il mare, che già non è cosa da poco. Te ne stai lì, a mollo, abbracciato da quel liquido amniotico che è un vero piacere fisico. E’ così, veniamo dall’acqua e ci stiamo da papi. Poi se sei grasso e corpulento, ti ci senti leggero come una piuma, fresco mentre fa caldo, baciato dal sole anche se non sei bello, respiri iodio anche se c’è puzza, ti passa pure la fame. Nell’acqua si sta bene, circondato da signore poco o nulla vestite che si stirano languide sotto la carezza del sole come bagnanti di Renoir, sì certo un po’ cicce e rosate, ma suvvia diciamolo forte, abbiamo coraggio, ma a chi piacciono le magre? E poi l’aria, tersa fina, piena di luce. Per forza che correvano qui da tutte le parti i pittori en plein air di fine 800. Dove la trovi una luce così chiara e netta da rischiarare anche gli animi più foschi, la più grigia malinconia. I ciotoli della riva risuonano sotto i piedi come campanelline tibetane. Ti raccontano di pace e di serenità. Voglia di dormire, di riposare sotto il sole caldo, ben riparato s’intende, che riscaldi le ossa sì, ma non offenda la pelle delicata. Ci sarà tempo per fare tutto nei prossimi giorni. Leggere un poco, preparare pezzi e qualche haiku lieve per quando non ci sarò, pochi giorni state tranquilli e studiare anche un poco quel nuovo mondo incognito che mi aspetta. Cibi leggeri e spirito rinfrancato. Ma come si sta bene al mare!

lunedì 1 settembre 2014

Voglia di iodio

Cap Ferrat - Giardini di Villa Ephroussi

Per la verità ho voglia di caldo e di mare. Ragion per cui, abbandonerò senza indugi e al più presto la brumosa città della nebbia per trasferirmi per qualche giorno a respirare iodio, un po' per non farmi crescere il gozzo, ma più che altro per prepararmi psicologicamente alla partenza vera. L'Africa, quella calda, profumata di esotico e di polvere rossa, dai suoni di tamburi lontani, chiama, anche se l'ebola incombe. In ogni caso cercherò di respirare poco e di lavarmi le mani spesso. Questo dovrebbe in linea di massima bastare. Vi farò sapere nel prosieguo, ulteriori dettagli. 

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domenica 31 agosto 2014

Patate di montagna il gusto ci guadagna

Scusate se latito un po', ma sono preso da mille impegni e grane varie, inclusi spostamenti, trasferimenti vari e preparazione del prossimo viaggio. Comunque, mentre preparo la valigia, devo fare una considerazione che voglio girarvi su queste pagine, anche da voi sempre più neglette, mi pare, a vedere i numeri e va bene che siamo d'estate, ma tra crisi e maltempo, dovreste passare un po' più di tempo sul computer. Tuttavia come credo concorderete, va bene pensare ad andarsene di qua e di là, ma pure un po' di tempo a casa bisognerà passarlo, anche solo per pagare bollette e pensare a tutte le rogne che ti trovi nella buca delle lettere ogni volta che arrivi alla avita magione. Dunque bisogna pensare anche a mettere da parte delle robuste scorte per l'inverno, fare cambusa insomma, come deve fare ogni previdente formichina. A cominciare dalle patate. Ma che non siano patate qualunque. Vuole infatti la vulgata che, avendo la possibilità di metterci le mani sopra, le patate di montagna siano infinitamente più buone delle patatacce di pianura, enormi e rimpinzate di ogni porcheria kimica. Quindi da anni si cerca, durante la stagione estiva trascorsa tra i monti e le caprette che fanno bau o quello che è, di contattare un produttore di fiducia che possa fornirne un idoneo quantitativo. Purtroppo come ben immaginerete, da un lato la terra è bassa e dall'altro la montagna si sta spopolando e i montanari che integravano la magra dieta di tome dei pastori, frutti di bosco e funghi raccolti sulle balze dei monti, calano di numero di anno in anno e sono ormai ridotti ad una sparutissima schiera di malmostosi gestori di agriturismi che preferiscono fare il grano rifilando polenta e salciccia a cittadini sfiancati dalla fatica di salire a piedi fino ai vari alpeggi, che a spaccarsi la schiena a scavare patate tra la dura roccia. 

Quindi ogni anno devi correre qua e là a cercare, tramite raccomandazione di qualche  amico fidato, qualcuno che, proprio per farti un favore ti conceda un sacco di una cinquantina di chili di preziosi tuberi, raccolti in quota, pieni ti terra e di scabbia, perché capirà, io non gli do niente e quella è solo brutta da vedere e mica fa male. Così almeno ti raccontano chiudendo col piede la porta dello stazzo dove tengono chiusi i bidoni di antiparassitari di prima e seconda classe, come del resto prevede la legge. E fin qui va tutto bene perché chi si è almeno un po' interessato di agricoltura sa che se no, di roba non ne mangi, ma siccome per una certa parte della mia vita, ho lavorato nel settore e ho qualche nozione di base, ogni volta, non riesco a tenere la bocca chiusa e a chiedere almeno di che varietà si tratta. In generale mi ritrovo davanti due occhi stralunati che vogliono significare, ma come non ti basta, pasta bianca o pasta gialla? No vorrei sapere quale varietà mi fornisci. Si cincischia un po' e poi salta fuori, ma, mi sembra Agria o Spunta. E no, accidenti, capisco che non si seminano più le mitiche Piattelline e anche le Bintje sono cadute in disuso, ma proprio due varietà che o si disfano mentre le cuoci o sono più dure delle pietre, no. Capisco che producano tanto, ma allora vado a comprarle al supermercato e invece di 1 (uno) euro al chilo, le pago un terzo e sono cattive uguali. Così scottato ormai più volte, quest'anno mi sono procurato la dritta giusta. Quattro case arroccate su una montagna difficile da raggiungere, ma di grande impatto psicologico. Balze ripidissime, dove un povero contadino strappa a fatica tra le pietre e le rocce, piccoli tuberi, talmente buoni da far correre gli amatori da lunga distanza pur di avere il privilegio di averne almeno un po'. 

Infatti è bene, muniti dell'apposito biglietto che il villico ha provveduto a far stampare e a mettere in circolo, scarpe grosse ma cervello mediatico, prenotare la quantità necessaria, per dargli modo di prepararvela per tempo, prima di intraprendere la difficile strada che conduce alla borgata. Avuto l'assenso, eccoci, puntuali come agenti del fisco svizzero, guidati da appositi cartelli Qui si vendono patate di..., bussare alla porta della malga sull'alto del monte. Non c'è nessuno. Per forza. l'uomo è sulle ripe intento a strappare alla terra avara, i suoi frutti. Dopo una chiama il cui eco rimbomba a lungo tra i contrafforti della valle, eccolo che arriva, con la marra sulla spalla, affaticato ma ansioso di contentare il villeggiante. Intanto non è il proprietario, ma un rumeno, abbandonato sul monte a fare il lavoro di mano, lui probabilmente è giù in valle ad intessere relazioni commerciali. Evito i sacchetti di Agria, che anche qui hanno invaso l'area e carpisco tre confezioni di buccia rossa, Asterix, varietà nuova, di cui testeremo la validità. Al momento di pagare emerge la dura realtà. La fatica va premiata e si deve evitare lo spopolamento dei nostri monti e quindi il prezzo di 1,70 Euro/kg è più che altro un prezzo di affezione, una medaglia al valore assolutamente disgiunta dall'essenza epistemologica della patata acquistata, un premio alla volontà di proteggere il territorio e l'ecosistema. Insomma un contributo a combattere il dissesto idrogeologico delle nostre valli. Un buon esempio di filosofia di chilometro zero, quella che produce dieci o venti volte più inquinamento, tra consumi vari per andarne a prendere 30 kg e portarle a casa, che non farle arrivare direttamente in aereo dall'Olanda. L'importante è essere contenti, tanto per tenere bassa la glicemia bisogna mangiarne poche e poi a prezzo di gioielleria, sembrano sicuramente molto buone.

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giovedì 28 agosto 2014

Mercato del lavoro

Sono perplesso. Da un lato, leggendo il Buongiorno di Gramellini di oggi, che racconta di come un noto cantante offra lavoro a giovani, nella sua tenuta in Toscana per raccolta credo di uve e chiede in cambio di essere pagato lui, circa 250 euro al giorno, solo perché concede loro questa possibilità. Qui capisco che il povero Paularius di Surakhis è stato ancor di più scavalcato, quando io credevo che il massimo si fosse già raggiunto con il concorso dell'ARPA di Aosta a stipendio zero. In pratica se vuoi avere il privilegio di lavorare per me, devi pagare. Poi c'è l'altra faccia della medaglia e qui non siamo al sentito dire o letto sui giornali, ma vissuto direttamente sulla pelle e mi riferisco al mondo degli artigiani. Già avevo voluto soprassedere al raccontarvi di quanto accadutomi nella necessità di dover sostituire un lavello. Il primo interpellato ha dichiarato che il lavoro era troppo piccolo per interessarlo e che andassi a comprarmelo da solo direttamente (gli avevo dato questa opportunità per invogliarlo con una piccola cresta). Il secondo ha detto che non poteva farsi carico del problema, in particolare dell'asportazione e relativo smaltimento del vecchio lavello, in quanto aveva la macchina nuova e non voleva rischiare di rigarla!!! Così ho provveduto ad acquistare direttamente il pezzo che mi è stato consegnato dopo circa un mese, perché capirà, con tutto il lavoro che abbiamo in questo periodo e poi sa, sono tutti in ferie... Ma veniamo all'ultima necessità. 

Dovevo montare una nuova antenna televisiva, perché quella vecchia non prendeva che 2 o 3 canali (per la verità anche troppi) e solo quando ne aveva voglia. Il primo antennista interpellato, ha detto che data la posizione, era un bel problema e che alla fine era probabile che non avrei visto molto di più, quindi non valeva la pena di affaticarsi ad intraprendere il lavoro e se ne è andato a fare un giro in mountain bike, che è una delle sue passioni. Il secondo, molto più professionale, è venuto con un aiutante a studiare il problema, poi dopo aver ponderato le diverse soluzioni e dopo opportuno consulto, ha sentenziato che, per risolvere ogni cosa, ci voleva un'antenna logaritmica, che avrebbe con grande sforzo, fissato nel punto più elevato del tetto. Data la difficoltà dell'impresa, si è dichiarato disposto in via eccezionale a venirmi incontro facendomi pagare solo 350 Euri. Esaminata con calma la situazione e senza lasciarmi prendere dal nervosismo, scoperto che al di là della pomposità del nome, l'antenna logaritmica è la più semplice in assoluto, in pratica due bacchette rivolte verso il ripetitore e costerà esagerando una settantina di euro, ho tentato di fare resistenza, chiedendo una revisione prezzi a mio favore, uno sconticino insomma, al suo buon cuore. Niente da fare, prezzi fissi, prendere o lasciare, perché deve capire, caro signore, che quello che costa, non è l'antenna, ma la staffatura! A questo punto ho capitolato, se no avrei dovuto rimandare ad un altro anno, come già avevo fatto in precedenza. Mi sa che probabilmente nel mercato del lavoro c'è qualche cosa che non riesco a capire.

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