mercoledì 24 maggio 2017

Malaysia 26 - Tra batik e mercati

Al centro commerciale


Anche se è difficile staccarsene è arrivata l'ora di lasciare la Malesia, la penisola insomma, l'ultima propaggina dell'Asia che si allunga verso le mille isole del Mar Cinese Meridionale e non è un passo da poco. Forse anche Marco Polo si è fermato qui e delle isole della Sonda, quelle al di là del mare, parla come di un mondo lontano, selvaggio, ma vivo e ricco di suggestioni. Qui invece c'è ancora il sentore dell'oriente pieno, condito con la storia dell'arrivo dell'Islam, della spezia Mogul che arrivò da ovest per condire una realtà nuova che qui appare in realtà meno invasiva, anche se presente, almeno in linea ufficiale. Sui depliant turistici governativi appare, tra le motivazioni incentivanti, la dicitura che recita Malaysia is a muslim friendly country e bisogna sottolineare che qui i turisti provenienti dai paesi del Medio Oriente sono davvero moltissimi. Ho notato grandi cartelli che sensibilizzano ad esempio, a tenere viva l'attenzione sul problema del genocidio del popolo dei Ronghya nel Myanmar, situazione ad esempio negata da Aung San Suu Kyi nel suo paese. Quindi una testimonianza di compartizione della Umma, la comunità che unisce i mussulmani di tutto il mondo in un'unica nazione. Sarebbe interessante vedere se nella pratica, il paese sarebbe disposto ad accogliere questo milione circa di persone qualora si mettessero tutte in viaggio verso questi lidi, cosa che ad esempio non aveva di certo fatto in altri tempi quando i boat people partivano da paesi vicini. 

Come sempre è difficile affrontare i grandi problemi che contraddistinguono ogni epoca, molto più semplice farlo con le parole ed i proclami. La signora anziana seduta vicino a me ad aspettare l'autobus in Merdeka square, è coperta da un velo grigio impreziosito da fiori di un grigio più chiaro, ma attacca bottone per prima volentieri, forse per ingannare il tempo, forse perché anche lei è straniera qui. Viene da Jakarta a trovare un lontano cugino che ha offerto alla sua famiglia l'opportunità di aprire una attività commerciale. Anche lei è quindi una migrante economica in cerca di una opportunità in un paese vicino evidentemente più ricco, visto da lontano come un bengodi dove trovare la soluzione dei propri problemi, in fondo senza troppe difficoltà. Sarei curioso di capire come funziona qui questo tipo di immigrazione, se gira con canali clandestini, magari mascherati da visite turistiche o se viene invece trattata con un rigore funzionante nella pratica, ma arriva l'autobus e Fathma se ne va verso il suo destino. Sono problemi che non prendono di petto il turista medio che passeggia nel Central Market a perdersi nei colorati disegni delle sete e dei batik, tra i profumi dei legni di sandalo e di rosa ed in fondo è meglio così, questi pensieri teneteli per quando si torna a casa.

Qui il mondo, il business, il marketing vuole che non ci siano pensieri, tanto meno negativi, il turista deve svagarsi, cogliere l'aspetto più oleografico e soprattutto spendere, far girare l'economia, aumentare il PIL e questo sotto ogni governo od ideologia, comunista, islamica, occidentale o newage come in Bhutan, dove magari si pontifica la lontananza dal denaro e la ricerca della felicità come unico fine importante, ma a 250 dollari al giono, capirà, bisogna pur vivere. Dunque lasciatevi andare, in fondo si fa del bene a chi vive lì. Il laboratorio dove si producono i tessuti batik, una delle tradizioni di tutta questa area, è vastissimo. Grandi tavoli di legno sono coperti da pezze di tessuto, cotoni spessi al tatto e sete sottili come ali di farfalla. Schiere di donne dalle mani abili sono chine sui piani, tracciando una fitta rete di disegni sottili che creano fiori e animali in mille diverse fantasie, stendendo le superfici di cera che i successivi trattamenti scioglieranno colorando di sfumature diverse e contrastanti, fino a quando il tessuto sarà definitivamente consegnato nella sua magnificenza a chi dovrà decidere come tagliarlo e infine come utilizzarlo per dargli il massimo valore nel suo uso finale.

Considerando la sfilata di capi tutti diversi tra di loro, è così evidente l'apprezzamento che devi dare al lavoro manuale, alla capacità artistica dell'artigiano che andrà ad appagare chi finalmente ne godrà il possesso. E' il valore dell'unicità, sempre più apprezzata nel mondo dello standard, della infinita riproducibilità dell'arte, che in fondo ingiustamente condannata permette a tutti di avere l'esclusivo ad un prezzo accessibile. La prerogativa dedicata al sovrano, distribuita anche al servo della gleba insomma, è la fortunata combinazione del nostro tempo. E' una situazione di equilibrismo continuo, che ti fa pencolare sempre tra l'esclusività del pezzo unico del laboratorio boutique ed i banchetti della Petaling street dove ti affanni ad accaparrarti la maglietta taroccata o il portafoglio di Prada assolutamente autentico garantito dall'etichetta stampata a Shen Zhen. L'esclusivo della limited edition alla portata di tutti. Negozi affollati, cascate di merci, folla di clienti, è il terzo millennio mio caro, ed il bello è che sembra funzioni solo se tutti stanno meglio, il rallentamento del sistema al contrario, lo fa crollare, siamo condannati a crescere, ad avere sempre di più. Chissà se al di là del braccio di mare le cose saranno ancora uguali, se in fondo ormai il mondo è davvero unico dappertutto, con gli stessi problemi resi ancora più fondamentali dalle minime differenze. Vediamo stasera, l'aeroporto in fondo è distante solo un'oretta di macchina.



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