lunedì 10 agosto 2020

Luoghi del cuore 44: Il ponte sulla Drina


Il ponte di Visegrad - Serbia/Bosnia - agosto 1990

Il ponte stava lì, immobile da almeno cinque secoli, con la sua bellezza tragica e apparentemente intangibile. Con la sua insensata struttura ad angolo attraversava il fiume unendo due sponde in perenne conflitto tra di loro. Visegrad, questa città sorta in una posizione strategica tra due mondi che si sono odiati da sempre, era appoggiata al suo fianco con le sue case antiche, coi suoi quartieri storici, magnifici, le sue stradine lastricate di pietra, lucide per la pioggia. Era il 1990 e la calma apparente di decenni di dittatura rendevano il luogo come addormentato: camminando per le strade la puzza disgustosa dell'odio e del rancore non riuscivano ad uscire dalle fogne, dagli impiantiti solidi, dagli usci chiusi e tutto appariva come un piacevole luogo con una storia alle spalle, dura certo, ma forse superata, anche se forse ancora intriso da desideri di vendetta che covavano ben nascosti sotto la cenere. Qui siamo proprio al confine tra mondi da sempre conflittuali e non certo soltanto a parole, il cristiano ed il musulmano. E poche cose come le religioni riescono a creare tanto odio e tanta morte. Da un lato, poco lontano, oggi c'è il confine con la Serbia, qui siamo tecnicamente in Bosnia Erzegovina, ma in un territorio denominato Repubblica Serba della Bosnia, tanto per rendere le cose ancora più complicate ed il ponte sta lì a dividere, certo non ad unire con la sua perfetta eleganza di pietra e rimane a guardare gli accadimenti della storia, le guerre che gli passano attraverso, che maturano costantemente sugli stessi motivi di fondo, la cesura etnico religiosa. 

In città
A sua volta colpito, ferito gravemente, a metà del 1600 e poi nell'800 e ancora nella Prima guerra mondiale con tre degli undici archi distrutti e poi nella seconda con altri cinque rovinati e sempre ricostruiti. Rinasce ancora su se stesso come la fenice, per essere testimone di sempre nuovi orrori, come se i precedenti non fossero stati abbastanza forti. Così neppure due anni dopo dal momento in cui io lo traversavo a piedi soffermandomi a guardare la corrente che scorreva piano sotto gli archi, proprio in quello stesso punto, venivano trucidati centinaia di uomini e ragazze, i cadaveri gettati giù dal bordo ad arrossare la Drina, come poche volte avanti. Passeggiando nell'antico quartiere della città neppure ci accorgemmo di passare davanti all'albergo Vilina Vlas dove dopo pochi mesi, duecento donne e bambine vennero violentate e uccise o di fronte alla casa di Pionirska uliza dove furono rinchiuse e bruciate vive 53 persone dalle Tigri di Arkan. Tutto appariva sonnacchioso, quasi addormentato, eppure, quanto potente doveva scorrere anche allora l'odio feroce che condusse a quegli orrori. Chissà quante delle persone che ho incontrato sulle balaustre del ponte e che con me guardavano il cielo già allora rosso come uno stendardo insanguinato, si sono di nuovo trovate lì per essere uccise, sgozzate, trucidate oppure invece erano dall'altra parte a uccidere, sgozzare, trucidare. 

Venditrice di erbe
Anche adesso, mi dicono, la città è tornata sonnacchiosa e tranquilla, addirittura negazionista, se si è voluto cancellare dalla lapide che ricorda i fatti del '92, la parola genocidio; meglio una silenziosa omertà, mentre nel chiuso delle case qualcuno di certo ricorda i parenti massacrati, mentre i vicini festeggiavano e pensano oggi agli altri ricordandoli come eroi. Chissà quanto mancherà al prossimo massacro, decenni, secoli? Eppure per capire tutto, basta rileggere con attenzione quel capolavoro di Ivo Andric, il ponte sulla Drina, che ne racconta la tormentata storia di violenze e di eccidi, cominciata fin dalla posa delle prime pietre da parte di Mehemet Pasha, che lo volle come espressione della potenza turca, già allora inviso ai cristiani, la comunità della raja, che già lo vedevano come inutile aiuto ad ulteriori invasioni da est, un servizio per i potenti turchi e per le loro guerre di conquista, mentre a cristiani ed ebrei, dediti soltanto a piccoli commerci, sarebbe stato più che sufficiente un traghetto. Leggendo il libro, capisci bene ogni cosa e come su questo confine naturale non ci sarà mai pace e se pure la sua narrazione si ferma attorno al 1920, già puoi immaginare ognuno degli avvenimenti successivi, come se già fossero stati immaginati e scritti. Noi, allora passeggiavamo su quel indimenticato ponte, bellissimo e severo e intanto l'acqua scorreva sotto di noi, rosso violacea, come spesso sangue venoso, marcio di bile nera, mentre il sole scendeva adagio dietro le colline.
Le arcate centrali



2 commenti:

OLga ha detto...

Bel post,da giovane ho letto il libro di Andrič.Saluti

Enrico Bo ha detto...

Grazie mille. Effettivamente un grande libro, premonitore di tutto quanto è successo dopo.

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