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lunedì 11 aprile 2011

Country line dance.




Metti una sera dopo cena. Una corsa veloce nella notte già calda di una primavera quasi estiva, zigzagando tra le risaie della Lomellina, ormai scure e deserte come della badlands dell'Arizona. Un paesino, Frascarolo, ormai addormentato dopo le 9 di sera, un piccolo bar con le finestre accese ed una tenda dove si sta aggregando un gruppo di persone. Comincia la musica, ma niente canti di mondariso o consueti revival da sagre paesane. Sonorità ed accordi di chitarre introducono cappelli similstetson, stivali texani operati, camicie a scacchi e fazzoletti con bandiere del sud. E tutti cominciano a ballare, il gruppo compatto si coordina in automatico in ranghi ordinati con coreografie complesse e difficili, evidente risultato di lughi anni di allenamento. Tutti si divertono, uomini compresi, che si sa, sono una parte del genere umano assolutamente inidoneo al ballo, eppure in questa Country line dance dove non acchiappi neanche una dama tutta per te, eccoli lì un sacco di maschi che si muovono a tempo. Niente da fare, qui si che soffia e forte il vento del west.

Sarà che tutti, da ragazzi sognavamo di fare i cowboy, quando ancora gli indiani erano i cattivi; sarà che il cappello in testa e le cinture con la grande fibbia d'argento muovono la fantasia e tutti hanno desiderato la mitica route 66 con vento che corre tra i capelli, mentre la Harley corre tra i deserti rossi e le rocce di Monument valley, che la bandana non l'ha inventata Silvio. Sognavamo Tex tra i Piute e i Navajos che in fondo erano brava gente già allora e ci vedevamo in un saloon di Abilene, con l'Appaloosa legato alla staccionata e i manzi ormai marchiati, ma con la pistola pronta e veloce casomai si dovesse dare una mano al ghigno triste di John Wayne, anche quando dovevano issarlo sul cavallo con la gru.

E' così, la country music mette allegria e forse davvero i piedi si muovono da soli quando scattano il Toush Poush o il Cannibal Stomp, pensate poi alle femmine che ballerebbero anche al sentire cetre e ditirambi, chè Tersicore è donna, non c'è niente da fare, figuriamoci poi se di mezzo ci sono gonne con le frange o jeans attillati. La birra scorre a fiumi naturalmente e il tempo passa in fretta, con l'unica concessione mediterranea di una pasta all'amatriciana di mezzanotte, che le calorie si devono pur recuperare. Quando si spegne la console e i gruppo del Country Fever e gli altri amici si disperdono tra saluti e arrivederci ai prossimi appuntamenti, la notte è fonda ormai. Il gancio della luna illumina il deserto intorno alle ultime case del paese che pare abbandonato. Lontano, al di là delle risaie immense e solitarie, ulula il coyote.


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lunedì 8 giugno 2009

Riso e rane

Capita talvolta che uno si alzi la mattina e così, magari a causa di una notte difficile, venga preso da una impellente voglia di riso e rane e salame d'oca; chissà, forse una riminiscenza, forse un ricordo lontano. Allora, senza fretta, se capiterà anche a voi, prendete la strada che va verso Valenza, superatela senza curarvene , passate sul ponte del Po, che qui comincia a mostrare la sua dimensione, il proprio desiderio di essere importante e lanciato uno sguardo dispiaciuto per non aver previsto una sosta alla garzaia e alle trascurate virgole di garzette e di aironi cinerini, buttatevi nella Lomellina, questa terra piatta e priva di insidie. La strada si fa tortuosa (che curiosità in una pianura cosi indistinta), ma deve seguire un percorso saggio lungo i bordi delle camere di risaia, quindi con frequenti curve ad angolo retto. Poi, annunciato da lontano, chè nella grande pianura poco si può nascondere, tra le quinte argentee dei pioppeti, un piccolo paese all'apparenza anonimo, Frascarolo. E qui la sorpresa. Coperta, quasi nascosta tra le case basse ed indistinte, dietro un muricciolo a protezione del fossato, una sagoma bassa ma imponente, le cui trasformazioni ottocentesche non possono nascondere le severe necessità guerresche che ne avevano imposto la costruzione in questa posizione, evidentemente strategica per il controllo di questa vasta area agricola. Gli eserciti non combattono senza rifornimenti e le risaie evidentemente valevano più dei buoni generali. Quattro grandi torrioni agli angoli di una perfetta pianta quadrata, incorniciano il magnifico castello cinquecentesco. Sul portale, il biscione visconteo ricorda l'antico potere. Nel fossato non c'è più acqua, ma un magnifico giardino, ma a fianco un'altra sorpresa, ancora più inattesa e per questo coinvolgente. Attorno ad una grande corte ora coperta dallo smeraldo di un prato fine, una piazza dei Miracoli di campagna dove si alzano, completamente rimessi a nuovo, le costruzioni della classica cascina pavese che ospitano un Museo del contadino, insospettabilmente ricco e curato. Ogni ambiente del complesso rurale, dalla stalla, ai portici, ai magazzini ospita, ben organizzati e suddivisi secondo i temi classici della casa, della terra e dei mestieri, oltre 1000 oggetti che raccontano la storia del territorio. Addirittura negli ambienti da poco completati, è ospitata un'intera riseria, con antiche e straordinarie macchine di legno che fino a non molti anni fa operava a Mede. Tutto questo, come mi ha raccontato la famiglia Temporin, custode degli ambienti, si deve all'opera appassionata di un grande avvocato e della sua famiglia, il cui attaccamento alle radici e a questa terra appare forte, fattiva e non costituita soltanto di ricordi, ma di proposte concrete. Un esempio di mecenatismo d'altri tempi di cui ognuno, se lo desidera, può fruire. Dopo aver visto, sotto l'ampio porticato, un delizioso e raro mobile madia, l'apertura del quale presenta la sorpresa di due macine in pietra casalinghe, perdetevi un po' nel giardino severo che circonda il tutto. A questo punto, avrete dimenticato riso e rane, ma non crucciatevi, forse era roba cinese surgelata e la giornata non è stata certo perduta.

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