| Il macellaio di yak |
Di certo questa strana città continua a stupirti man mano che la attraversi. Tutto ha il senso del provvisorio ed è disposto in modo da enfatizzare la sua natura commerciale, mantenuta in piedi esclusivamente dalla volontà di scambio di cose, di merci, di interessi. Lo stesso turismo che ormai ha una parte importante nello sviluppo urbano, contribuisce in maniera determinante a ingrossare la popolazione cittadina, aumentando il numero dei locali e delle guesthouse, con i suoi bisogni e le sue necessità, delle quali nessuna può essere soddisfatta da materiali prodotti in loco, per cui ogni cosa, per mantenere in piedi questa giostra di cui vivono migliaia di persone, deve essere fatta arrivare da lontano, cosa che porta qui continuamente altri mezzi, altra gente, altre derrate. In effetti, nel mercato trovi più o meno tutto, dai succosi cocomeri, alla frutta, banane incluse, pannelli solari assai utili perché qui l'energia è merce preziosa, a tutte le varie carabattole in plastica di provenienza cinese a costi accessibili, assieme a tessili di ogni tipo. Insomma un mercato la cui stranezza è data dai container che le contengono, piuttosto che dalle merci esposte. Gli unici negozi per così dire locali sono le macellerie che espongono grossi tagli di bestie appena macellate. Una grande yurta all'incrocio tra due strade, le chiamo così anche se si tratta solamente di viottoli fangosi, visto che a queste quote l'asfalto è cosa rara e delicata, vende solo carne di yak, con il bancone completamente occupato da un quarto dell'animale, mentre altre frattaglie, testa e zoccoli, sono impilate dall'altra parte, il quinto quarto invece, assieme a diversi tagli già sgrossati sono appesi a ganci che scendono dal soffitto.
| Gelato CCCP |
Ricordo ancora con grande nostalgia quelli che vendevano a Mosca agli angoli delle strade, delle vecchie babuske sorridenti, sedute su seggiolini di legno anche a febbraio con -20°C sotto zero, a fianco dei grossi contenitori che offrivano il Kvas. Bei tempi gli anni '90, per chi arrivava lì dall'estero. Qui, la gelataia, chiamiamola così, è invece un bel donnone sorridente coi denti d'oro come da tradizione, che ci porge i gelati con gran soddisfazione. Ci sediamo vicino e attacchiamo subito bottone, visto che lei chiacchiera con piacere. Chiarisce subito di avere quattro figli già grandi, tutti andati in città, capiamo subito che questo è il destino dei giovani in questo paese di frontiera e di passaggio, uno addirittura ha vinto una borsa di studio e studia all'università di Shanghai e le sta dando evidentemente grandi soddisfazioni, da come ce lo racconta. D'altra parte è un po' il sogno di tutti i ragazzi qui, poter andare all'estero a studiare e poi a lavorare per cercarsi un futuro con più opportunità e la Cina e la Russia (adesso questa un po' meno, perché rischi di finire invischiato in qualche trincea) sono sempre stati i paesi più attraenti. Però alla fine, stimolata su altri argomenti, dice che le cose negli ultimi tempi non stanno andando per niente male, almeno da queste parti, insomma quando gira il soldo, alla fine la gente è contenta e si vede.
| Il minareto |
Infatti nel cortiletto pieno di tavolini, entra un sacco di gente, ragazze giovani vestite in modo assai moderno e spigliato, anche se sono poi molto timide e non ci danno confidenza più di tanto se pure buttano l'occhio e ridacchiano tra di loro. Diverse mamme coi bambini, con passeggini di lusso, che se ne vanno alla fine ognuno col suo gelato, insomma il business corre e tutti sono contenti. Intorno al mercato corrono le strade principali del paese e nel pomeriggio arrivano mandrie di yak a percorrerle, lasciando qua e là il ricordo del loro passaggio, per carità, tutta roba benedetta che raccolta e debitamente essiccata sarà tanto buon combustibile, utile nell'inverno venturo. Lontana, nella piana, più in basso e vicina al fiume, che porta lo stesso nome della città e che forma una serie di meandri complicati, che finiscono per impantanare la parte più bassa della valle, c'è, isolata dal paese, l'antica moschea, forse uno degli edifici più datati della zona, costruita nello stile pamiro, simile a quella che avevamo già visto ad Alichur. E' una bassa costruzione quadrata che racchiude una grande ma semplice cupola centrale, con due tozzi minareti ai lati. La porticina è chiusa e non ci sono presenze attorno a cui rivolgersi. Guardando meglio la porta si riesce a forzare in qualche modo ed entriamo nel giardinetto interno e poi nella saletta di preghiera con una semplice nicchia bianca rivolta alla Mecca e un Minbar sempre bianco ma più ornato di disegni dorati.
| Lenin |
All'esterno i muri di mattoni dipinti di bianco, che con la loro alternanza di vuoti e di pieni contribuiscono a formare i bei disegni comuni nell'Asia centrale, con le costolature ed i rilievi a disegnare decorative cornici, ripassate in un azzurro che le evidenzia maggiormente. Un angolo di raccoglimento davvero piacevole ed intenso, completamente privo di presenze umane, dopo la confusione del mercato. Arrivano anche quattro tedeschi piuttosto anzianotti, che vista la porta chiusa rinuncerebbero al tentativo di visitare il sito, ma noi li spingiamo ad osare, così entrano e poi escono contenti anche loro. Torniamo in città ed ecco all'ingresso, sull'incrocio delle vie che vanno verso Osh, troneggia un monumento particolare che racconta come queste zone abbiano conservato un mood, che in tutte le altre parti dell'impero ex sovietico è stato abbandonato da tempo, anzi direi proprio cancellato. Infatti ecco che sul suo bel piedistallo piastrellato, un tempo si diceva alla palladiana, troneggia orgogliosa una grande statua similmarmorea, più verosimilmente di gesso bianco ad imitare una provenienza carrarina, di Lenin, nella sua posizione standard di arringare alla folla con la mano destra alzata per enfatizzare il momento.
| Kirghizo |
Insomma è chiaro che qui come in diverse altre parti dell'Asia Centrale, come del resto abbiamo potuto constatare nei giorni precedenti, non si è mai abbattuta la furia iconoclasta che ha attraversato invece il resto dell'impero, che di queste figure archetipe di ideologie del passato non vuole più sentire parlare. Qui invece mi sembra che un certo rimpianto, anche se non conclamato ufficialmente sia rimasto quantomeno nelle vecchie generazioni, in riferimento a tempi che, tutto sommato, da queste parti sono sembrati più tranquilli e che in molti casi avevano portato ad un miglioramento di condizioni di vita che all'inizio del secolo scorso erano decisamente più severe. A questo punto non ci resta che andare a posare i bagagli nella nostra guesthouse, che ci attende in un punto sopraelevato, una collinetta dalla quale puoi vedere la distesa di case bianche di Murghab ai tuoi piedi. Si vede subito che il livello è superiore a quanto abbiamo visto nei giorni precedenti nelle lande desolate dell'altopiano. Qui siamo sempre in una zona estrema, ma ormai sono abituati al turismo, essendo questo il posto di tappa obbligato per tutti e quindi quelle che all'inizio erano case adattate alla meglio, si sono strutturate decisamente in modo più moderno per accogliere ospiti di tutto il mondo. Gli interni sono ristrutturati, i bagni sono interni nei corridoi e le camere se pur mantengono lo stile locale con profusione di tappeti a terra e alle pareti, sono decisamente confortevoli. Cominciamo a posare le valige, poi faremo un giro intorno anche per socializzare con i molti ospiti della struttura, tutta gente all'apparenza molto interessante.
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