venerdì 12 marzo 2010

Le ruote del sole.

Era l'ultima tappa del nostro viaggio in Orissa ed ogni giorno era stato denso di sensazioni e immagini da mandare a memoria. Avevamo tenuto per ultimo il grande tempio di Konarak, una delle attrazioni architettoniche più famose dell'India. Ci arrivammo di mattina presto da Puri, percorrendo le piccole strade lungo gli argini delle risaie. Quando ci venne incontro, colpito di lato dai violenti raggi di luce che penetravano tra gli scampoli di azzurro lasciati liberi da una gonfia nuvolaglia quasi nera, ci aggredì con lo stesso impatto di grandezza che hanno in tutto il mondo altri monumenti simili, da Stonehenge a San Pietro, al Borobudur, alla Città Proibita, alle Piramidi di Tikal. Il tempio di pietra ocra dedicato a Surya, il Sole, è costruito con le sembianze di un immenso carro, identico per forma a quelli del Ratha Yatra ed è noto soprattutto per le stupefacenti 24 ruote di pietra, alte più di tre metri, finemente scolpite, che simulano quelle dei carri processionali. Tutte le pareti sono completamente ricoperte di spettacolari altorilievi di ogni dimensione che non lasciano spazi di riposo all'occhio, in una sorta di horror vacui estremo. Vi sono descritte in fregi che avvolgono l'intero tempio, processioni rituali di animali, di uomini, mostri, divinità, episodi dei libri sacri e in una serie di metope più grandi e dal tratto più raffinato, un'altra delle esplosioni della scultura erotica, già nota per i più famosi templi di Kajurao. Si rimane attoniti e non riesci a smettere di guardare ogni immagine, ogni gruppo di figure, ogni lunga teoria di elefanti che con elegante leggerezza sembrano scivolare attorno al grande carro immobile, ma che pare sul punto di mettersi in marcia da un momento all'altro. Una trina finissima istoriata nella pietra, tutto intorno ai corpi che languidamente sembrano lasciarsi andare al continuo rincorrersi delle sensazioni fisiche e mentali del Tantra. La bellezza delle ruote, su cui sono stati scolpiti anche i chiodi per poter procedere lungo la strada fangosa senza intoppi, lascia senza fiato tutti i visitatori, che procedono in silenzio, fermandosi di tanto in tanto ad ammirare le sfumature del colore della pietra mentre la luce, condizionata dal monsone, varia continuamente. Ci rimanemmo parecchio, poi, rifocillatici con qualche banana rossa che Prakash ciaveva procurato in uno dei tanti banchetti di frutta che circondavano il sito, riprendemmo la strada per Bubaneswar, verso l'areoporto, silenziosi. Anche Prakash, solitamente chiacchierone, non parlava e il salutarci fu un momento di grande commozione. Ci ricordò che la breve sosta iniziale e la puja al tempietto di Ganesha, avevano sortito l'effetto desiderato, di avere un viaggio privo di problemi, ma soprattutto ricco di momenti da riportare dentro di sé, per migliorare noi stessi. Sereno, ma allo stesso tempo meditativo. Si era in un certo senso, affezionato a noi ed in particolare alla nostra ragazza, che sentiva di certo come una dei suoi e a cui strinse a lungo le mani, guardandola negli occhi prima di lasciarci. Aveva l'occhio umido, come noi del resto, e non sembrava neppure badare troppo alla busta che gli avevamo lasciato e che stropicciava distrattamente, salutandoci, per indovinare l'entità del contenuto.



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giovedì 11 marzo 2010

Fedeli e preghiere.

Eravamo ormai a Puri la città santa, sede del grande tempio dedicato a Jagannath, il Signore dell'Universo. Questo Dio venerato diffusamente in Orissa, è piuttosto curioso e si ricollega ad una forma secondaria di Khrishna, già avatar di Vishnu, ma il suo aspetto esteriore è assolutamente lontano dai canoni classici della mitologia Hindu. Contrariamente a tutti i suoi colleghi, ricchi di braccia e mani e occhi che contorcono i loro corpi in tutta la barocca iconografia religiosa, il nostro Signore è sempre raffigurato con un tozzo tronco appuntito, senza braccia né gambe, dipinto di nero e altri colori vivaci con enormi occhi tondi che osservano i fedeli come un manga giapponese. E' accompagnato dal fratello Balarama anch'egli avatar di Vishnu, uguale a lui ma colorato in bianco e dalla sorellina Subhadra, rappresentata da una piccola statuetta dalle stesse sembianze ma con le braccia, posta tra i due fratelloni. La triade fissa i fedeli con occhi incantati dagli altari di molti templi orissani, ma è a Puri che la devozione collettiva si scatena, in particolare durante le grandi cerimonie del Ratha Yatra, in cui le tre statuette, poste su giganteschi carri alti oltre dieci metri vengono portati in processione lungo i tre kilometri della via sacra fino al tempio che sta al termine dela via. I tre carri riccamente addobbati vengono distrutti al termine della festa a cui partecipa oltre un milione di persone e ricostruiti l'anno successivo. Potete immaginare il bailamme proprio di tutte le città che campano di religione, percorse in lungo ed in largo da frotte di pellegrini che si affastellano attorno ai punti chiave della devozione. Cambiano le statue, le lingue, le preghiere, ma la ricerca del divino è molto simile in ogni parte del mondo e spesso però è fonte di nervosismo e irritazione, verso chi è fuori dal gruppo. Tra l'altro da queste parti sono abbastanza fumantini, i mussulmani li han fatti filare via quasi tutti, mentre ai cristiani che han sempre tenuto un profilo basso, di tanto in tanto bruciano qualche chiesa, se poi qualcuno non vuole uscire e rimane dentro vuol dire che ci teneva proprio. Verso gli Adivasi animisti, invece c'è abbastanza tolleranza, anzi, data la totale non considerazione verso gruppi ritenuti assolutamente inferiori, si può dire che non gliene può importare di meno. Dunque eravamo al centro della grande piazza da dove parte la processione, occupata quasi interamente dal più grande dei tre carri, quello di Jagannath, ma l'entrata al grande tempio non è concessa agli impuri non credenti, ragion per cui, accedemmo, pagando il giusto, al tetto della vicina biblioteca da cui si ha una buona visione di insieme dell' interno del tempio stesso. Una fiumana di gente, girando attorno ai carri che stavano per essere smontati, si accalcava all'ingresso premendo per entrare, ognuno con in mano le proprie puje, frutti o fiori o altre piccole offerte, altri gruppi si attardavano per poter entrare tutti assieme e non disperdersi; canti e salmodie si levavano dalla folla e dall'interno del tempio assieme a fumi di incenso che i sacerdoti producevano preparando le varie cerimonie. Dal tetto la visuale era interessante, ma nostra figlia sembrava molto interessata a capire da vicino e per così dire, toccare con mano. Prakhash, si guardo intorno, poi la prese per mano e le disse: Fingi di essere mia figlia e non parlare mai.- Scesero le scale e si avvicinarono al portale di ingresso dove due robusti bramini seminudi sorvegliavano vigili e con due pesanti bastoni in mano, che nessuno si intrufolasse senza diritti. Vi assicuro che seguimmo l'ingresso nel tempio con occhio un po' preoccupato, ma subito la folla che premeva li nascose alla nostra vista. Riemersero dopo una mezz'oretta, Prakhash più sereno, la ragazza un po' frastornata. Avevano girato i meandri oscuri degli interni, dove pressati dalla gente, mille mani approfittavano per "aiutarla" a procedere o a salire le strette scalette. Un bagno di umanità abbastanza intenso comunque. Ci mescolammo ai mille sari colorati che percorrevano la via sacra ed andammo verso il mare, poco lontano, dove le onde forti si frangevano con un rumore sordo sulla battigia. Un pesante odore di incenso e di ghi bruciato pervadeva le strade.





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mercoledì 10 marzo 2010

Mare nero.

Lasciammo le foreste, dove a poco a poco le radure diventavano più vaste e lasciavano completamente lo spazio alle zone coltivate. Questa volta la strada correva lungo argini malfermi e fangosi, dove l'acqua diventava l'elemento predominante, sotto ed attorno a noi, oltre a quella che continuava a cadere dal cielo. Eppure nonostante il fango e gli schizzi, il monsone ha sempre una sensazione di lavacro purificatore, di pulizia. L'acqua porta via i residui, lo sporco, il marcio dalle strade e forse dalla testa della gente. Dappertutto è un continuo lavarsi. Dietro o di fianco ad ogni capanna vedi ragazze, donne con grandi recipienti di alluminio che si lavano i capelli o a mollo fino alla vita, seminude nelle pozze, riparandosi un poco con i bordi colorati dei sari tesi attorno a sé. La pioggia cade battente, ma senti arrivare le risa degli scherzi e di chissà quali prese in giro. Arrivammo finalmente al mare, anticipato da immense lagune da circumnavigare a fatica, lungo file interminabili di palmeti alti e piegati dal vento. Qua e là montagne di cocchi con ragazzi intenti a pulirne le noci, a scorticarne la fibra, a farne ammassi da lavorare successivamente. Sulla riva, villaggi di pescatori poverissimi, anche questi Adivasi, ma all'apparenza più integrati con il mondo induista, dai quali si distinguono solo più per l'aspetto dravidico più piccolo e scuro, ma forse proprio per questo all'apparenza, ancora più poveri e disperati. Le capanne sul bordo del mare apparivano più malandate, circondate di sporcizia ed affastellate le une contro le altre, dove una umanità dall'aspetto triste, composta di donne con una miriade di bambini silenziosi e nudi, attendeva con lentezza alle incombenze quotidiane. Tutta la spiaggia intorno era coperta di escrementi e delle scorie della vita quotidiana; verso la spiaggia, decine di legni putrescenti delle barche più malandate che abbandonate sul bagnasciuga attendevano la definitiva dissoluzione per rientrare nel ciclo naturale, che da Visnù il creatore porta fino a Shiva il distruttore. La ruota infinita delle nascite e delle morti che caratterizza l'esistenza, lo schema da cui per queste genti non c'è speranza di uscire. Una cappa triste che incombe ancora più della impossibilità di un miglioramento delle condizioni di una vita misera, anche solo per qualcuno di loro. Oltre la battigia, le onde alte e violente del golfo del Bengala, di un mare scuro, grigio pece come il cielo da cui non lo separa più neanche l'orizzonte, si ergono come bastioni facendo impennare le barche dei piccoli uomini scuri, quasi impedendo loro di lasciare la riva o peggio, di ritornarvi, per punirli della loro impudenza di voler affrontare l'Oceano, obbligati dalla fame, anche se il dio dei mari non lo vorrebbe. Lasciammo il villaggio con un senso di vuoto nel cuore, ripercorrendo la spiaggia lentamente sotto la pioggia, seguiti da cani magri ed infidi che stavano comunque a distanza di sicurezza, usi di certo a subire il bastone o la pietra in caso di incauto avvicinamento. Non avevamo però troppo tempo per riflettere, intenti come eravamo ad evitare di calpestare le scorie della vita che ricoprivano quasi completamente la sabbia bagnata e scura.



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martedì 9 marzo 2010

Heavy rain.

Scusate lo sfogo di ieri, ma non ne potevo più di sentire scemenze in televisione, che di patata si occupa spesso per la verità, anche se in modi non consoni ed il sole primaverile aveva ringalluzzito le mie velleità di divulgatore parascientifico. Oggi invece la giornata è tornata bigia e pioverà tra poco (anzi in verità si è messo a nevicare). Qui da noi la pioggia è comunque triste e credo che il fatto, abbia una influenza culturale netta, forse perchè quando piove fa anche freddo e ci si irrigidisce nei pastrani, stringendo le spalle e anche i diametri delle arterie che portano il sangue al cervello. Secondo me questo incattivisce la gente e la fa richiudere in sé stessa, magari la speculazione filosofica diventa più intensa, ma la voglia di confrontarsi e di socializzare diminuisce. Col monsone è un'altra storia. Quella non è pioggia. Quella è acqua. Acqua a cateratte che viene gettata giù dall'alto come le secchiate dai balconi. Placa il caldo, aiuta la vita, mette allegria e voglia di vivere. Quell'anno in Orissa, il monsone era particolarmente intenso. Non è che la pioggia venisse tutto il giorno uguale e fastidiosa, invogliandoti a rinchiuderti sicuro per ripararti, ma capitavano momenti in cui sembrava che il cielo ti si rovesciasse addosso dandoti delle mestolate liquide in faccia, alternate a spazi di pioggerella fine e quasi tiepida, con le gocce che ti colavano sul viso e che sembravano asciugarsi ancora prima di inzuppare i vestiti. Di quando in quando usciva il sole, subito rovente e cattivo che pareva asciugare tutto in un attimo, lasciando solo un senso generale di umidità che pervadeva l'ambiente in maniera omogenea, confondendo acqua e sudore al punto da farti desiderare che al più presto cadesse la successiva razione di monsone benefico. La gente usciva allegra dalle capanne, approfittando delle pause tra i rovesci più forti ed a gruppi andavano versi le risaie trasportando in testa in pesanti fagotti o con grandi bilancieri, i mazzi delle piantine verde oro da trapiantare. Qualche uomo coperto solo da un minuscolo dothi bianco attorno alle anche, portava sulle spalle un piccolo aratro di legno a chiodo, residuo di una agricoltura primordiale che solo il clima rendeva meno avara. Nessuno cercava riparo dall'acqua, tenendo in testa al più grandi cappelli di paglia a cono per evitare la più grossa. La strada quasi rettilinea che tagliava le foreste del Sud dell'Orissa era stretta e piena di buche fangose dove l'Ambassador bianca, che Prakash lavava inutilmente ed ossessivamente ogni mattina prima di partire, procedeva ad una media dei venti all'ora per non lasciare qualche semiasse lungo i bordi delle risaia, cosa che ci lasciava tutto il tempo per osservare con calma la vita pulsante nelle radure dove le piccole camere circondate dagli arginelli fangosi rialzati con corte zappe, si andavano a poco a poco trasformando da specchi lucidi di acqua fangosa in verdi superfici ordinate il cui confine era segnato da file di donne chinate con i sari colorati rialzati fino alle cosce, che al nostro passaggio arrestavano per un po' il lavoro per osservarci e mandare un saluto. Il mare era ancora lontano e quell'India rurale, se pur durissima e carica di problemi, non dava assolutamente le impressioni di pesante e addirittura fastidioso senso di disperazione delle bidonville metropolitane. Come in tutti i paesi del mondo la povertà mi è sempre sembrata più serena nelle campagne che ai margini della città, dove assieme ai problemi della mancanza di tutto quando dà la dignità all'uomo, si assomma anche lo stridore dissonante del contrasto con l'esibizione della ricchezza, che il paragone rende fastidiosa e opprimente, direi odiosa nel suo disinteresse egoista. Sarà una serenità fasulla quella delle campagne, ma la gente in generale ride quando le parli e ti fa sentire anche un po' meno in colpa. Mica tutti però. Fermammo l'auto per lasciar passare una famigliola che andava verso il suo campetto. La madre, piccola e carica di piantine era già avanti con il suo bimbo legato sulla schiena, il padre magro comminando davanti alla copia di bovini aggiogati più magri di lui, portava sulla spalla l'aratro di legno e si fermò a sorvegliare la strada, mentre un bambino, tutto nudo, con un enorme cappello a cono, portava un piccolo bilancere sulle esili spalle di bimbo con due pentolini alle estremità, forse il pranzo della famiglia. Si fermò in mezzo all'asfalto a guardarci non sapendo bene cosa fare, mentre armeggiavamo con le macchine fotografiche sotto l'occhio orgoglioso del genitore, poi scoppiò in un pianto dirotto, forse provocato dalla vista di quegli alieni bardati di tute spaziali che lo puntavavano. Scelse, saggiamente la via della fuga, correndo sull'asfalto sconnesso mentre il babbo, sganasciandosi dalle risate, ci salutò a lungo, augurandoci buon viaggio.

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lunedì 8 marzo 2010

Natura amica e OGM. (Viva la patata!).

La delibera comunitaria che ha aperto all'introduzione di alcuni OGM, tra cui la famosa patata Amflora, ha dato la stura ad una sequela di commenti sui vari media che rasentano spesso il ridicolo, se non se non addirittura il grottesco. Capisco che, chi ha interessi specifici da difendere o aderisca ad uno dei tanti credi religiosi New Age, peschi nel torbido delle paure ancestrali, ma spesso anche sedicenti giornalisti, con la scusa di fare colore, agitano le oscure acque delle coscienze sporche con uscite disarmanti. D'altra parte, se Ministri dell'Agricoltura credono che la vite si semini, tutti possono dire tutto, che tanto va bene lo stesso. Allora vorrei solo fare una riflessione, per chi ha la bontà di seguirmi, sull'agricoltura in generale, lasciando il problema specifico degli OGM ad un altro post, o se volete dettagli tecnici più precisi leggete questo bel post di Bressanini o quest'altro di Lucia. Bisogna, secondo me, ficcarsi bene nella zucca che l'agricoltura è una attività umana completamente e assolutamente CONTRO NATURA. Se non si parte da questo assunto, tutto il resto viene travisato. In natura NON ci sono campi di grano o di granoturco, anzi non ci sarebbe neppure il grano o il granoturco. Queste sono ARTIFICIALI creazioni dell'uomo. Più o meno 10.000 anni fa un disgraziato abitante della cosiddetta mezzaluna fertile, aiutato dalle favorevoli condizioni del clima in quella zona (e imitato anche da qualche altro suo simile in altre parti del mondo con analoghe condizioni), dopo che un suo predecessore qualche migliaio di anni prima aveva capito che era più comodo tenere gli animali più docili, rinchiusi da uno steccato, vicino a casa, senza dover ogni volta andare a caccia nella foresta, ebbe la sciagurata intuizione che conservando i semi di quelle piante i cui frutti, la sua pigra donna, doverosamente bastonata di tanto in tanto, andava a raccogliere sempre nella foresta, lasciandoci qualche volta le penne, potevano essere messi nella terra per ottenere gli stessi frutti comodamente vicino a casa. Meno rischio e meno fatica, sempre uguale l'uomo, direbbe Brunetta, sempre la stessa poca voglia di faticare. Ma da qui è cominciato il disastro che ha consentito a questo essere sfaticato di avere a disposizione molto più cibo, per moltiplicarsi come le blatte e passare da pochi milioni a 7 miliardi in 10.000 anni appunto. Infatti, i suoi disgraziati discendenti hanno subito capito che più cibo si ha, più se ne può scambiare, con altri prodotti o con femmine dei villaggi vicini, dispostissime ad elargire i loro favori sessuali a chi potesse garantire un benessere tangibile. Di lì è cominciata l'escalation. Colpa della natura che ha fatto sì che nei vegetali le mutazioni genetiche fossero frequentissime anche se casuali, cosa che creava ogni anno su milioni di piante uguali, migliaia di individui diversi dalle piante originali. L'agricoltore, ormai, dopo che aveva preso a seminare i semi tutti nello stesso posto, ottenendo il primo innaturalissimo CAMPO COLTIVATO, furbacchione, notò subito questi Organismi Geneticamente Modificati e anche se non ne sapeva niente di genetica e di DNA, non era cretino e cominciò, ad esempio, a tenere per l'anno successivo i semi delle piante che erano più grosse, o più buone, o che avevano resistito meglio alla siccità, o che avevano più semi sulla stessa spiga. Così, con quella che si chiama selezione massale, creò a poco a poco nuove varietà che prima non esistevano affatto e le modificazioni genetiche erano così forti e frequenti che in pochi millenni furono create (selezionate) piante enormemente più efficienti (ma orribilmente negative per l'equilibrio naturale, che le eliminerebbe immediatamente se gli fosse lasciata mano libera) di quelle originali, che mai la natura avrebbe privilegiato nella evoluzione NATURALE. L'antenato del mais ad esempio aveva tre o quattro granelli utili sul pennacchio, mentre una attuale spiga ne conta quasi un migliaio. Col tempo, il furbone o meglio i suoi discendenti, perfezionarono sempre meglio la tecnica di attendere modificazioni genetiche utili (seppur casuali su cui avrebbe operato una scelta successiva, scartando la maggioranza inutile ai suoi fini) e comprendendo meglio il funzionamento della vita, scoprì la tecnica dell'incrocio per creare nuove specie (geneticamente modificate) e tecniche di selezione più sofisticate ed efficienti. Incrociando grani di provenienza giapponese con altri locali, si ottenne ad esempio la varietà Senatore Cappelli che diede una svolta decisiva alla cerealicoltura italiana nei primi anni del secolo scorso. E sì, perchè l'agricoltura non è una attività artistica e bucolica, ma una attività ECONOMICA da cui, chi la pratica davvero, non chi la racconta in televisione recitando poesie o perseguendo i suoi affari, si aspetta di ricavare un reddito come in tutte le altre attività umane e intende massimizzarlo in rapporto all'investimento (di tempo o di denaro) fatto. Anche questo è un altro assioma da tenere presente sempre. Questa spinta ad aumentare il più possibile l'utile di questa attività umana, ha spinto la ricerca a concentrarsi su quello che si chiama da oltre un secolo MIGLIORAMENTO GENETICO, cioè come cambiare attraverso la genetica (visto che è l'unica via) le piante in maniera utile all'uomo. Intanto si è scoperto il cosiddetto effetto del lussureggiamento degli ibridi che non starò qui a spiegare, ma soprattutto si è capita la necessità di aumentare le modificazioni genetiche al massimo, in modo da avere più ampia scelta tra le molte inutili che si sarebbero potute produrre. Si è quindi cominciato per tentativi a provocare queste modificazioni genetiche per via chimica con l'acido gibberellico e poi con bombardamenti di radiazioni gamma, al fine di rompere le catene di DNA ed ottenere ricombinazioni in grandi quantità tra le quali, del tutto casualmente, si sarebbe riusciti ad individuare quella modificazione utile che si andava cercando. Così ad esempio si è ottenuto negli anni 60 il grano duro Creso che ha rappresentato un miglioramento produttivo sostanziale. Col bombardamento radioattivo, pensate che orrore, direbbe la massaia di Voghera. In quegli anni a nessuno veniva in mente che queste tecniche fossero peggiorative (se no lo avrebbero chiamato peggioramento genetico, credo). Se il miglioramento di un carattere, ad esempio la produttività andava a scapito notevole di un altro, ad esempio la resistenza alla siccità o ad una qualità inferiore, era lo stesso mercato che escludeva la varietà tra le molte concorrenti. Ricordo bene una varietà di melone che aveva delle ottime caratteristiche per la raccolta meccanica, ma, come mi diceva un amico contadino, sapeva di morto, e durò una stagione, chi se lo sarebbe comprato? Ma la scienza è andata avanti e da un decennio e più siamo capaci di andare a fare la modifica genetica in modo molto più certo e mirato di prima, quando si sparava nel mucchio e su migliaia di modifiche si sperava di averne una casualmente buona. Adesso si sa con certezza che se ad una patata che produce circa 20%di amilosio e circa 80% di amilopectina tolgo un gene (quello che permette la formazione dell'amilosio), la nuova patata ottenuta produrrà il 100% di amilopectina, il che mi sembra molto utile per una azienda che ha bisogno solo dell'amilopectina per fare carta, non vi pare? Certo la stessa cosa magari la potevo ottenere causalmente in 50 anni di incroci casuali, ma non è meglio così? E quale è la pericolosità insita in questo metodo? Non riesco a capirlo. Il risultato è più sicuro e costa meno. Ma questo è male? Tenendo conto che stiamo discutendo di una operazione contro natura, fatta per guadagnare (l'agricoltura) è meglio farlo in modo più rapido, più certo e meno costoso e soprattutto più sicuro o fare il contrario, come si è sempre fatto? Se non vi piace filosoficamente questa sequenza, l'unica via di uscita è una riduzione numerica del genere umano o autoprodotta (abbiamo questa capacità senza problemi) o tramite un buon virus, che porti la presenza umana sulla terra a qualche migliaio di individui. In questo caso, in qualche generazione, si dovrebbero perdere le implicazioni economiche e sostanziali dell'attività agricola assieme alle conoscenza di base che la permetterebbero. Tutto il resto è fuffa.

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sabato 6 marzo 2010

Cronache di Surakhis 27: Moralità assoluta.

Paularius si rigirò nel grande letto a levitazione magnetica più volte. Era tutto inutile, cercare di riposare era impossibile. Aveva cacciato via le due multitrans Vegane con stizza, da più di un'ora, neanche loro riuscivano più a dargli piacere, eppure erano le sue preferite con i loro tentacoli morbidi a rigidità variabile. Il problema era nella sua testa e lo capiva bene, ogni giorno più depresso e demotivato, stufo, stanco di tutto quello schifo che lo corcondava. Stava andando tutto a rotoli su Surakhis, sembrava che la moralità fosse un ricordo di altri tempi; la stessa Chiesa Universale del Bene e della Pace tra le Genti aveva inopinatamente deciso di fare un repulisti nei suoi templi di reclutazione; anche loro avevano ceduto a questa ventata malefica che voleva mutare tutto quanto era sempre andato così bene e se la prendeva addirittura con quei poveri sacerdoti che godevano dei giovani apprendisti, come se non fosse nel loro pieno diritto e, tra l'altro, di utilità nel forgiare le future menti all'obbedienza. Non bastava tutto quel fango gettato su quei poveracci che si sbattevano dal mattino alla sera, al MinCulCor, il Ministero della Cultura della Corruzione per stabilire le corrette quote di tangenti per ogni ordine e grado dei partecipanti ai lavori pubblici e privati. Stuoli di Morigeratores impazziti si aggiravano per le strade cercando di rovinare tutto quello che pazientemente era stato costruito in decenni di onesto lavoro, additando al pubblico ludibrio poveri politici mentre si riposavano dalle faticose sedute parlamentari con le solite ragazze rifornite dal competente Ufficio Postribolare, come se questo non fosse un loro preciso e sacrosanto diritto. Addirittura si pretendeva che venissero rispettate le regole! Ma come, in un mondo che aveva fondato la sua ricchezza ed il suo benessere sulla saggia, pragmatica e selettiva violazione delle regole, adesso saltava pure fuori che chi era dalla parte giusta ne dovesse anche rispettare qualcuna. Ma era proprio la fine del mondo! Proprio su questo concetto esteso della possibilità di violazione delle regole da parte di chi le faceva e della costrizione a rispettarle di chi le subiva, si fondava tutta la filosofia e l'etica postpartitica. Da qui era nato il potere assoluto dell'Imperatore. Se anche lui avesse dovuto rispettare delle regole sarebbe stata la fine, la sua fine di certo e la fine di tutti quelli che lo amavano e che lui nella sua infinita bontà beneficava. Si alzò di botto, tanto non sarebbe riuscito a dormire. Suonò nervoso e due schiavi arrivarono di corsa con le sue vesti da Senato. Voleva arrivare presto per la seduta del giorno dopo. Finalmente si sarebbe votato il santo decreto taglia-regole. Eliminate tutte le vecchie, che sarebbero rimaste in vigore solo per le classi inferiori e per le opposizioni, sarebbero state fatte nuove e pesanti regole ed ognuno, anche quei cani di Morigeratores avrebbero avuto in distribuzione gli elenchi delle caste di coloro che le avrebbero dovute comunque rispettare, di quelli che corrompendo secondo i diversi coefficienti-status le avrebbero potute aggirare e di quelli che di quelle regole avrebbero fatto l'uso che meritavano, quello di essere stampate sulla carta igienica per i multiani dell'ammasso stellare M32.





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venerdì 5 marzo 2010

Oggetto 6: il falcetto della raccoglitrice.

Sollecitato, chiarisco subito la natura dell'oggetto misterioso n. 6, prima di proseguire il viaggio. Dunque ci eravamo lasciati al mercato di Onukudelli alle prese con una graziosa fanciulla Donghria che girava per il mercato con un bambino pacioso con una vistosa thika scura tra le soppraciglia, in braccio. I tre anelli che le ornavano il naso le accentuavano la grazia forse propria dei suoi lineamenti invece dell'aspetto un po' più selvatico delle altre ragzze che la accompagnavano. Infilato nella grande crocchia di capelli neri, resi lucidi dall'olio, stava l'oggetto misterioso, un piccolo falcetto non più lungo di cinque o sei centimetri con un curato manico di filigrana di fili di ottone. E' un oggetto comune tra le Donghria, completamente fatto a mano da un artigiano del villaggio e pare una copia di quello (d'oro) di Panoramix, il druido che cerca le erbe magiche nella foresta dei Galli di Asterix ed ha più o meno la stessa funzione. Le ragazze lo tengono sempre con sé tra i capelli e quando vanno nella jungla in cerca di frutti e radici, lo usano per tagliare i germogli teneri, recidere gli steli delle erbe medicinali, i picciuoli delle papaye selvatiche e degli altri piccoli frutti. Ovviamente ha anche una funzione civettuola come gli altri ornamenti del capo, cosa che, assieme alla sua eleganza, lo rende un oggetto particolarmente attraente, per me, raccoglitore di curiosità varie. Lasciammo la ragazza con le sue amiche attratti da un gruppo di donne Bonda che si riparavano dalla pioggia con teli di plastica blu. Questa è forse la tribù più interessante dell'Orissa. Vivendo in villaggi estremamente isolati, i Bonda sono quelli che più hanno mantenuto tradizioni specifiche, assieme ad una pesante arretratezza che ha come conseguenza una mortalità infantile vicina al 40%. Le donne usano solo con un piccolo gonnellino in vita, ma si coprono quasi completamente con centinaia di fili di perline colorate, che formano anche una sorta di complesso e pesante turbante, mentre attorno al collo tengono una decina di larghi anelli di metallo cavo. E' una società matriarcale, dominata dalle anziane e le ragazze sposano ragazzini molto più giovani di loro, sugli otto o dieci anni affinché, con visione lungimirante, questi siano loro di sostegno alla dura vita delle montagne, fino alla vecchiaia. Tutti però fanno largo uso di ogni tipo di bevande fermentate, cosa questa che incrementa la loro proverbiale irascibilità, che manifestano scagliando pericolose frecce ricoperte di un veleno paralizzante, scoccate a quelle che possono parere blande provocazioni. Rimanemmo quindi alla larga dagli uomini che stavano accovacciati attorno ad una vecchia, circondata di grandi zucche gialle, contenitori da cui, con un altra piccola zucca che fungeva da mestolo, andava mescendo un liquido lattiginoso, che gli astanti attendevano con occhio già lucido e rotondo. Due o tre, già dormivano, russando sonoramente senza curarsi della pioggerella leggera. Le donne invece, conscie della loro fotogenicità, si mettevano in mostra, facendo ondeggiare gli enormi orecchini con piccoli movimenti del capo. Facemmo il nostro dovere di fotografi con una certa fretta, perchè, di tanto in tanto dal gruppo maschile arrivavano grugniti e grida che non parevano particolarmente rassicuranti. L'Ambassador bianca ci aspettava poco lontano e ce ne andammo lentamente per non rompere l'equilibrio del mercato.

giovedì 4 marzo 2010

Sapori d'India in salsa bretone.

Oggi voglio raccontarvi una storia curiosa. Era un altro agosto caldo e piovoso ed era un' altra Ambassador quella che ci portava attraverso i deserti del Rajastan, stupiti per la bellezza dei palazzi dei Maharaja, senza parole alla vista di città magiche dai colori pastello, con le case coperte delle immagini degli dei, con i templi dove si affollavano turbanti rossi e gialli, sopra visi scavati e sari variopinti su corpi minuti dalle braccia quasi nascoste da centinaia di braccialetti d'avorio. Avevamo passeggiato tutto il giorno per i mercati di Jodhpur, la città blu e cercavamo di schivare i piatti carichi di spezia forte che cuocevano la lingua, quando il nostro autista, un furbetto simpatico e anche un tantino troppo incline a tutto quello che si poteva distillare, ci disse che una coppia di francesi gli aveva chiesto, visto che avevamo posto in macchina, di portarli con noi fino a Udaipur. Partimmo così la mattina dopo, tutti contenti, loro che avevano risolto un problema di spostamento, noi, che avremmo potuto scambiare le nostre impressioni con qualcuno, il furbetto che sperava in una buona mancia non preventivata. Si parlò di tutto e man mano che passava il tempo, diventava sempre più gradevole quel contatto fortuito. Vedemmo villaggi e mercati. Passammo un mattino in uno straordinario tempio Jainista a Ranakpur, completamente deserto, perduti tra bianchi colonnati, popolati solo da scimmie. Un libro della jungla vissuto invece che letto. Erano viaggiatori veri, che sapevano assaporare il viaggio prendendosi i tempi giusti, senza la fretta dei turisti. Noi, che eravamo particolarmente su di giri a causa della vicina soluzione della nostra vicenda di adozione, trovammo in aggiunta, calore e simpatia. Ci lasciammo dopo tre o quattro giorni, dopo aver sorseggiato un thé nel bianco palazzo al centro del lago di Udaipur, una parentesi regale per capire cosa poteva essere stata l'India osservata da quel punto di vista esagerato. Loro si sarebbero fermati qualche giorno ad assaporare quelle sensazioni, noi saremmo scesi sempre più a sud, attraverso il Gugiarat verso altre emozioni, sempre in corsa contro il tempo. Rimase solo un recapito su un taccuino di viaggio come tante altre volte. Ma non fu così. Ci si scrisse (allora si mandavano le lettere, non avevano ancora inventato le mail), ci si sentì e qualche anno dopo passarono dalla nostra città e conobbero così anche la nostra bambina che aveva ormai cinque o sei anni. Poi per altri diciotto, solo altre lettere e promesse di rivederci, sempre andate a vuoto per le casualità che la vita ci prepara con sorprese continue. Ieri sera, rivederli è stato un piacere raro, dopo un tempo così lungo e forse proprio per questo così bello. Ancora così uguali ad allora, ancora così piacevoli. So già che voi, conoscendomi, maligni come sempre, direte che la serata è stata così gradevole anche per le qualità di cuoca sopraffina della nostra amica che, dopo aver attenuato la potenza alcoolica di un planter punch ricco di spezie e soprattutto di rum, con dei deliziosi hors-d'œuvre variatissimi, ci ha servito un sontuoso filet mignon de porc sweet & sour, che il miele aveva reso delicato e croccante assieme e la cipolla armoniosamente profumato, mentre la salsa densa sposava, abbracciandolo, il classico contorno di tagliatelle. Di seguito, allietato da un buon rosso spagnolo, su un letto di insalatine e rucola, le più deliziose rondelle di chèvre bianche e saporose, ricoperte di noci sbriciolate. Gran finale con la più tradizionale e morbida tarte aux pommes che io abbia gustato da tempo. Lo so che voi pensate solo a questo, ma la serata è stata molto di più, a sfogliare vecchie foto, a raccontarci le nostre vite. Penso che ci rivedremo ancora spesso, per continuare a scambiarci emozioni. Donc, merci encore, Jackie et Jean et à bientôt avec amitié!


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martedì 2 marzo 2010

Dharuva Gond: una casa nuova.

Girammo ancora per qualche giorno nella foresta. Un susseguirsi di villaggi sempre diversi, dove la gente vive una quotidianità fatta di gesti consueti, dove vedi ragazze che si lavano passando le pietre sulla pelle, padri che rasano i capelli ai loro bambini lasciando loro un piccolo ciuffo, vedi le donne attorno la fontana del villaggio. Chiacchierano a lungo prima di riprendere il sentiero che porta alle capanne lontane; qualcuna si ferma un po', indugia in pensieri difficili da indovinare. Come canta Tagore nel Gitanjali:

Ero sola al pozzo, dove l'ombra degli alberi cade obliqua.
le donne già erano tornate con le brocche colme fino all'orlo.
Indugiavo pigra, perduta nel mio fantasticare.
L'ora del mattino è tarda e l'uccello canta note stanche;
sopra il mio capo stormiscono le foglie del grande neem
e io siedo, sola, a pensare e pensare.
Ancora villaggi, a volte più "avanzati" con le case in muratura dipinte in colori tradizionali forti, blu, e ocra, dove vivono i Parajas, più integrati, le cui donne curatissime portano sempre un curioso anello da naso d'oro fligranato con una pietra rossa o bianca o quelli dei Mallis e dei Deday, dai lineamenti più aggraziati, con abbigliamenti sontuosi anche nella vita quotidiana, tradizionali coltivatori di fiori di cui fornivano le regge dei locali raja e ancora oggi mantengono l'abitudine di portare un grande fiore rosso tra i capelli lisci e neri, raccolti in una crocchia alla destra del viso. Altri invece più poveri e nascosti nel fitto della foresta come i Gadaba, agricoltori gentili ed accoglienti, con ancora un forte senso delle tradizioni, come quella del Dio-fratello che sta loro vicino nei momenti di difficoltà e viene considerato come un Lare componente del nucleo familiare. Le donne portano alle caviglie anelli di metallo grandi e spessi di notevole peso che rende la loro camminata un poco strascicata ed assai elegante. Ma nel folto della foresta delle pianure del sud dell'Orissa, attraversate da un fiume impetuoso e gonfio di fango durante il monsone, che si precipita attraverso uno spettacolare scenario di gole laviche, vivono in capanne sparse i Dharuva Gond, cacciatori e pescatori primordiali. Pescano con arco e frecce arpionate munite di una lunga cordicella di fibra che ne consente il recupero. Gli uomini, che hanno solo un ridotto perizoma ai fianchi, si rasano il capo lasciando solo una lunga treccia. Catturano ogni animale della foresta ed una particolare leccornia è costituita dai pulcini degli uccelli che vengono predati arrampicandosi sui rami più alti degli alberi. I matrimoni vengono celebrati quando gli sposi sono ancora bambini, anche se la sposa non va ad abitare dal marito fino a che non diventa ragazza attorno ai dodici anni. La capanna di Prem, dove ci fermammo a riposarci dopo un lungo cammino aperto nel verde, era circondata da grandi alberi. La madre seduta per terra univa tra di loro legandoli con un filo delle grandi foglie secche di banijan, che avrebbe venduto al prossimo mercato del mercoledì come piatti usa e getta; il padre era appena tornato dalla pesca e ci mostrò i tre grandi pesci che aveva preso con il grande arco che portava a tracolla, lui invece continuò il suo lavoro. Stava ingrandendo la casa con una nuova stanza e ci mostrò orgoglioso, il muro solido di fango ormai essiccato di fianco allo stipite dell'ingresso, dove andava completando la soglia, opportunamente rialzata per evitare che vi entrasse l'acqua e che lisciava con cura. Poi vi avrebbe inciso i segni di buon augurio. Aveva dodici anni Prem e sembrava avere fretta di terminare i lavori che andavano già avanti da un anno almeno. I lavori della sua nuova casa, dove, con una grande festa, il prossimo anno avrebbe condotto, dal villaggio vicino, la sua sposa che aspettava già da quattro anni, quando lei ne aveva sette. -Lei è bellissima - ci assicurò con gli occhi perduti nel cielo e continuò a lisciare con cura il fango ancora umido e morbido della parete appena finita.


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lunedì 1 marzo 2010

L'oggetto misterioso n.6: Mercato a Onukudelli.

Il mercoledì è giorno di mercato a Onukudelli nel fondovalle tra le montagne Niyamgiri. Ad agosto, non c'è un turista in giro e ce lo si può godere con tutta comodità. Sarà forse per l'acqua che viene giù a secchiate, però è più divertente guardare e girare con calma che essere invece osservati e incanalarsi a gruppi togliendo spazio al mercato stesso. Qui vedi più colori che a Chichicastenango in Guatemala; in pratica, genti di tutte le tribù della zona convergono a scambiare i loro prodotti, a rifornirsi di quello che non si trova nella jungla. Bancarelle di Hindu che vendono materiali come pentole, attrezzi metallici, lame e vestiario di ogni genere; ampi spazi dove a terra, i locali, riparandosi con teli o con ombrelli di fortuna, dispongono prodotti, generalmente ortaggi e frutta, o piccoli animali, con ordine maniacale, radici di zenzero in piccole piramidi, papaye, zucche di ogni dimensione, fagioli, chilly rosso e aglio a mucchietti, cipolle e patate, altri vegetali estranei alle nostre conoscenze. E poi la gente delle tribù che si incontrano qui tutti assieme formando un mondo di varietà irripetibile. Khondh tatuati, Gadaba miti e schivi, le cui donne si nascondono alzando il lembo dei sari, Mallis acconciatissime che esibiscono grandi fiori rossi tra i capelli acconciati con cura, donne Bonda, la tribù più isolata dell'Orissa, scese all'alba da remote colline, piccole di statura e dai tratti australoidi, vestite in maniera assai succinta col petto ed il capo coperti solo da infiniti giri di perline e da decine di anelli metallici al collo. Un vero sollazzo per chi si diverte a fare foto. Ci passammo tutta la mattina, riempiendoci gli occhi di colori e di odori forti, prima di tornare a Jeipore nel pomeriggio sotto una pioggia sempre più insistente con la Ambassador bianca ormai completamente coperta di schizzi di fango. Ma prima di partire concludemmo anche una piccola transazione di quello che il nostro oggetto misterioso n.6 e che potete vedere nella prima foto. Beh non è certo difficile capire la categoria kantiana a cui appartiene, per cui vorrei che vi sforzaste di indovinare soprattutto le dimensioni dell'oggetto e dove lo teneva la graziosa, anche se con una dentatura inquietante, fanciulla Donghria che me lo cedette dopo breve trattativa. Soliti premi virtuali.














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