venerdì 18 giugno 2010

Recensioni: Fred Vargas - La trilogia di Adamsberg.

Partiamo dal punto che questo è anche un blog di servizio. Quindi qualche consiglio, qualche indicazione, qualche parere bisogna pur darlo per questa estate in controtendenza al surriscaldamento globale. Dunque partiamo da Vargas, nota cantatrice di una giallistica un po' diversa e forse per questo di grande successo. D'accordo, se il consenso è grande un motivo ci deve essere e comunque merita di essere esaminato, almeno per poterne parlare, anche se non è assolutamente valida l'equazione: successo uguale validità, ne sia esempio il caso Dan Brown.
Comunque le prime pagine dell'ispettore Adamsberg di questi tre scritti raggruppati in un volume, mi avevano lasciato un po' interdetto. Uno stile scostante e un po' lontano dalle mie corde, tanto che a Natale lo avevo lasciato da parte dopo un paio di capitoli. Ora, complici le ore di gradevole ozio estivo (come se avessi da lavorare d'inverno) e la mancanza della tastiera, spiaggiato come un balenottero, me lo hanno fatto riprendere in mano deciso ad andare avanti.
Bene, dopo un po', devo ammettere che ti entra addosso e come in tutta la letteratura del genere vuoi vedere come va a finire, anzi il secondo libro, che ti sconta il modo di raccontare a cui ormai ti sei abituato, interessa più del primo e così via il terzo. Trame intricate con sorpresa finale obbligatoria. Insomma arrivi alla fine senza infamia e sanza lodo. Ma dai, se non avete di meglio da fare ve lo potete leggere anche voi, sempre che non vi aspettiate troppo, come lettura da ombrellone va benissimo, anche se a me attizza solo Montalbano.


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giovedì 17 giugno 2010

Il Milione 18: Una lama tagliente.

La carovana dei Polo ha ormai superato le grandi catene montuose e l'aria fine del Pamir. Davanti a loro le sterminate distese dell'Asia centrale con i loro deserti e le loro città carovaniere, ricche di traffici e di commerci. Kashgar era la porta del Xinjiang e forse il centro più importante sulla via della seta assieme con Urumchi, abitata oggi come allora dagli Uiguri, una popolazione dedita ai commerci che tante gatte da pelare dà al governo cinese a causa della apparteneza mussulmana. Appaiono decisamente male in arnese e sono adesso di certo la parte più debole della popolazione. Mali moderni, si dirà. Ma com'era la situazione allora? Vediamo come ce la descrive il nostro amico Marco.


Cap. 50
Casciar (Kashgar) fue un antico reame ove vivono di mercatantia e di arti. Egli ànno begli giardini e bambagie (cotone) assai, ma sono gente scarsa e misera chè male mangiano e male beono. Ora è al Grande Kane, ma adorano Malcometto.


Eh accidenti, la lingua ha otto secoli, ma la descrizione potrebbe essere stata fatta ieri, inclusa la sottolineatura del contrasto tra il dominio centrale e le spinte integraliste religiose che condizionano l'area. Qualche anno fa, vagavo per il bazar di Urumchi o Wu Lu Mu Chi come preferiscono chiamarla i cinesi. I venditori di origine cinese, se ne stavano tutti raggruppati in disparte, in generale occupandosi di alimenti e ristorazione o vendendo i grandi pani rotondi e dorati, tipici del Tukestan o confezionando noodles da servire al momento (date sempre un'occhiata alla ricetta di Acquaviva). Tutto il resto del mercato invece, era in mano agli Uiguri che se ne stavano accoccolati nei piccoli negozi su montagne di tappeti, tra le stoffe di cotone spesso e colorato o tra gli oggetti artigianali della loro ricca produzione. Guance magre e incavate, barbe lunghe, sguardi infossati. Un senso di attesa e una atmosfera densa, pesante, diversa dall'allegria caciarona caratteristica dei luoghi del commercio. Forse il caldo opprimente di quel luglio assolato, forse la mancanza di aria tra gli stretti passaggi coperti e gli spazi minuscoli tra i banchi, ma anche le trattative erano stanche e mancavano del fervore tipico del commercio asiatico.



C'erano coltelli magnifici, ben decorati e con incisioni di pregio. Di solito queste produzioni hanno come clienti i turisti e gli oggetti hanno una funzione più decorativa che di utilità pratica. Ne comprai uno che mi piacque subito per la sua impugnatura ergonomica e robusta. Il vecchio venditore aveva un grande cappello di pelo nonostante il gran caldo e fece un breve sorriso stringendo gli occhi quando mi mostrò la lama, che come tutte le altre attorno a lui, era tagliente come un rasoio.





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mercoledì 16 giugno 2010

Back to the future.

Eccomi di nuovo qua. D'accordo mi sono preso una pausa meditativa senza avvisare. E che sarà mai! Non è così grave se uno decide di isolarsi dal mondo per un periodo di tempo indeterminato, senza motivi apparenti e poi riappare tra i suoi simili, così di punto in bianco, si guarda attorno con cautela, poi, tutto di un tratto si accorge che nessuno aveva notato la sua assenza, nessuno si era preoccupato, come per quei vecchi di cui scoprono il cadavere mummificato dopo mesi, abbandonati nella solitudine dei loro appartamentini sigillati e asettici. Nessuno dei vicini aveva notato, nessuno si era accorto; ma chi, quel vecchio tignoso che strascicava i piedi e non salutava nessuno? Ma no quello è morto due anni fa, era quel tizio silenzioso con gli occhiali spessi. Ah. Ma a che ora gioca stasera l'Italia?
Va beh, adesso non ve la faccio lunga, anche perchè non è che son tornato per la disperazione. In realtà devo confessarvi che sul litorale spaparanzato davanti all'onda che fa splashhhh sui piedi, ci stavo benissimo e ci sarei stato ancora un bel po'. Con un libro in mano e gli occhiali da sole; con una mano amica che mi spalmava di tanto in tanto unguenti preziosi (ma avete visto quanto costano le creme solari?) sulla mia delicata anche se vastissima (specialmente la zona ventrale) pelle di bimbo, vedendo cari amici che ti offrono il piacere della loro presenza, con cui rispolverare antichi ricordi e raccontare nuovi progetti. Sì, sì, ci sarei stato ancora a tempo indefinito da quelle parti, altro che pausa meditativa. Però, in fondo, in fondo, grattando sotto la scorza del cinico, di tanto in tanto affluiva in superfice, come un sottile malessere, un languore dispiaciuto, un vago senso di colpa.
La mia creatura, laggiù, lontana nel mondo virtuale che languiva senza nessuna mano carezzevole che ne sfiorasse i tasti, delicatamente ma con la decisione necessaria a lasciare una traccia, come una giovane sposa ancora intonsa, coperta di veli diafani in attesa dello sposo desiderato e allo stesso tempo temuto; nessuna mano caritatevole per lanciare una piccola bottiglia (di PET naturalmente) con un minuto messaggio nel grande mare virtuale in attesa che qualcuna la raccolga. Privo dell'attrezzo informatico ed informale, mi sono sentito monco, senza una appendice ormai naturalizzatasi nel mio corpo e nel mio sentimento. Adesso gli do un taglio, intanto voglio dare un po' di aria nuova e cambiare un po' l'immagine, ma è solo il fondo, la sostanza, ahimè rimane la stessa, a parte il fatto che prometto che non parlerò mai di Berlusconi (non c'entra nulla, ma un amico che se ne intende mi ha detto che basta scrivere il Suo Riverito Nome e automaticamente aumentano a dismisura i contatti nei motori di ricerca); più che altro per festeggiare il secondo compleanno che arriva tra pochi giorni.

martedì 8 giugno 2010

Il Milione 17: Digiuno in alta quota.

Ormai la carovana sale sempre più in alto verso il tetto del mondo. La strada è pericolosa e difficile e i sentimenti di chi le risale sono di certo uguali ora come allora. Mentre io percorrevo quella che dal Kashmir raggiunge, attraverso il Jammu, gli alti passi del Ladakh, mi giravo spesso a guardare, quasi mille metri più in basso le carcasse arrugginite dei pulmann precipitati in quell'abisso nel corso degli anni e là abbandonati. Forse Marco vedeva scheletri di asini o di altre cavalcature da trasporto, che avevano percorso il nostro comune cammino. Ma l'ansia di vedere, la voglia di conoscere cosa c'è oltre quel crinale, che ancora oggi separa la cultura di Maometto da quella di Buddha, è più forte di ogni cosa e una volta superati i passi, la bellezza delle montagne spoglie ed il cielo indaco con le piccole nuvole bianche che si stagliano come nei dipinti che ornano le pareti scure e coperte di nerofumo dei monasteri, ti toglie ogni altro pensiero. Lui, comunque un occhio alle opportunità lo buttava sempre.
Cap. 46
Quivi nasce le pietre preziose che chiaman balasci (varietà dello spinello simile al rubino), che sono molto care e da altre montagne si cava l'azzurro (i turchesi) e il blu (lapislazuli) il migliore e il più fine del mondo e è pena la testa per chi ne cavasse fuori dal reame, perciò che ve n'à tante che diventerebbero vile. E àvvi montagne dove si cava l'argento.
Intanto qui si chiarisce che i sistemi per mantenere alti i prezzi di mercato alla De Beer erano già ben conosciuti anche allora, ma di questa abbondanza di materiali preziosi, si avverte tuttora la presenza, soprattutto nei ricchi ornamenti femminili, in particolare il perak, una sorta di copricapo in cuoio dove ogni donna espone tutte le pietre (turchesi, coralli fossili e argenti) che costituiscono il suo avere personale, la dote e i lasciti di madri e nonne e che viene esibito nella vita quotidiana e mai abbandonato. I Ladakhi sono una popolazione montanara schiva e abituata a vivere con le poche cose che concede loro il territorio difficile e aspro, che si dipana tra le altissime vette tra Karakorum e Himalaya, alle soglie del Pamir. Un piccolo regno, dove la religione, come nel vicino Tibet è sempre stata il potere preponderante della società, dove i monasteri hanno sempre avuto la meglio sui castelli e sulle povere abitazioni di fango e pietre, in quanto i monaci hanno sempre saputo ammantarsi di un'aura di purezza e di lontananza dalle cose terrene, che hanno contribuito a rendere il clero proprietario di quasi tutte le terre coltivabili a disposizione.
Cap. 48/49
La gente dimora nelle montagne molto alte; adorano idoli e sono molto salvatica gente. Vivono delle bestie che pigliano e loro vestire è di pelli di bestie. E quivi àe molti romitaggi ove fanno grande astinenza, né fanno cosa di peccato, né che sia contro loro fede per amore di loro idoli che sono nelle badie e nei monisteri di loro legge.

Certo è la cosa che colpisce di più in queste popolazioni, che ancora oggi usano spesse giacche di cuoio e si coprono spesso con pelli di animali mal conciate, che conferiscono alla loro vicinanza un sentore particolare, che la scarsità di acqua accentua, probabilmente conferendo le incrostazioni di sporcizia antica a una abitudine indotta, più che ad una inclinazione naturale. Inoltre i monasteri arroccati sulle cime e nei luoghi più misticamente solitari portano il visitatore a stupirsi delle capacità dei monaci a sopportare lunghi mesi di digiuno, da cui tornano più tondi e grassocci di quando si sono ritirati in preghiera meditativa, anche se una corretta informazione porterebbe a constatare che il digiuno viene corroborato da una cinquantina di tazze giornaliere di thé tibetano, che consiste in una miscela al 50% di thé e di burro, la qual cosa rende il tutto più sopportabile e la quantità calorica ingerita addirittura sovrabbondante, ma quello che conta per il fedele credente è l'intenzione. (E se non è il thé, anche il pane al burro va ancora meglio, date un'occhiata a questa ricetta ladakhi di Acquaviva) E con questa amara considerazione vi saluto per un po'. Voglio anch'io meditare sul senso di questo scrivere, scrivere....


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lunedì 7 giugno 2010

Yi Quan

L’Yi Quan è una delle molte forme di lotta cinesi. Letteralmente significa La lotta (il pugno) dell’intenzione, dall’unione dei due ideogrammi che vi ho riportato. Il primo (Yi) che designa una attitudine dello spirito, come si nota infatti dal sottostante carattere che significa cuore, presente in tutta questa serie di parole legate ai sentimenti e il secondo (Quan) – pugno, (anche qui è ben chiara la parte inferiore dell’ideogramma che significa mano) alla base della denominazione di tutte le arti marziali cinesi. E’ definito anche come Da Cheng Quan ovvero Metodo del grande conseguimento e nacque all’inizio del secolo dagli studi del celebre maestro Wang Xiang Zhai che volle riportare il Kung Fu ormai troppo rigido, imbrigliato da regole eccessivamente teoriche e divenuto poco efficace, ad un metodo più moderno, istintivo e naturale ma allo stesso tempo più vicino allo spirito antico di questa arte marziale. In anni di studio e di confronti, questo grande maestro, che si dice sia rimasto imbattuto, ha tentato di integrare i principi vitali, sintetizzando l’essenza di tutti gli stili della tradizione cinese, badando soprattutto all’efficacia, non disgiunta da una grande bellezza stilistica. Nello studio di questa arte marziale, si tralascia quasi completamente la memorizzazione delle sequenza e delle forme , ritenendole inutili e distoglienti dalla concentrazione e dallo sviluppo dell’atteggiamento mentale e della qualità del movimento, con una conseguente perdita di efficacia. Sembra che chi pratica con costanza l’Yi Quan ritrovi gli atteggiamenti naturali del movimento e quindi, come accade per istinto agli animali, sviluppi le capacità innate di autodifesa e di reazione istintiva di fronte al pericolo.
Siete curiosi? Un’ ottima occasione è partecipare allo stage , aperto a tutti, il 19 giugno al Castello di Roddi (vicino ad Alba), tenuto dal maestro di Yi Quan, Luigi Pelissero, grande esperto di questa forma di arti marziali cinesi, che ho avuto modo di apprezzare in uno stage multidisciplinare, lo scorso anno.
Se volete maggiori informazioni date un’occhiata al suo sito :
http://www.scuoladelprincipiounico.it/
oppure mandategli una mail a:
luigi1967it@yahoo.com


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sabato 5 giugno 2010

Unità d'Italia: La mia famiglia ha partecipato!

Si sa che la storia la scrivono i vincitori. Quante cose perdute o manipolate magari al contrario per dimostrare il falso con arguzia maligna. Però di tanto in tanto saltano fuori fatterelli finiti nel dimenticatoio, anche perché, in fondo la loro importanza è minimale, inutile a dimostrare alcunché, quindi sono stati giustamente accantonati in quanto non servivano nell'economia della memoria generale. Della mia famiglia, ho poca storia, addirittura non riesco ad andare al di là dei miei nonni; un po' pochino per cercare cose interessanti del passato, centrate su un piccolo sobborgo alessandrino, Valle San Bartolomeo, dove passavo i mesi estivi da bambino. Scioccamente non ho mai indagato con i miei, per avere racconti di episodi di quel tempo paracontadino, perché già i miei nonni si inurbarono. Faceva l'argentiere, nonno Pietro, che non ricordo, essendo lui morto quando ero piccolo, ed era tornato al paese con la pensione, una delle prime, a stare vicino al fratello cavallante e senza figli. Chissà quanti racconti perduti, quante storie curiose di paese e di una vita diversa. Mia nonna se ne è andata presto. Lei aveva visto Buffalo Bill e questa è l'unica cosa che mi ha raccontato, così proprio io che amo tanto le storie minime, sono rimasto privo di queste fonti inesauribili. Una volta i nonni non si occupavano dei nipotini, altri tempi. E' un po' una lavagna vuota questo tempo per me ed è un peccato. Così, quando qualche tempo fa, amici di allora ritrovati per caso, mi hanno raccontato un fatto che, pare, tutti i vecchi del paese conoscevano, sono rimasto quasi incredulo e ve lo rigiro tal quale. E' una di quelle storie di paese che forse si ripetevano all'infinito sulle panchine della piazza. Dunque sembra che il mio trisnonno, di cui per il resto non si sa nulla, avesse servito in qualità di aiutante o addetto al cavallo di Vittorio Emanuele II. Alla fine di una vittoriosa battaglia risorgimentale, va a sapere quale è stata, il re e i suoi accompagnatori rimasero sotto un gruppo di alberi dopo la dura giornata, mentre il sole scendeva sul campo di battaglia. Il mio avo aiutò, come suo compito, il re a scendere da cavallo, per riposarsi su un sedile di fortuna. Questa vicinanza era evidentemente consueta, perché il sovrano si rivolse a lui dicendo: - Bo, damm 'na cica.- Lui, che evidentemente stava preparato alla bisogna, estrasse un sigaro dalla saccoccia e lo porse al sovrano:- Pronti, siur re.- Vittorio se lo mise in bocca, masticandone un poco l'estremità, poi sbottò: - Brav Bo. - Questa patente di efficienza, questa icona dell'estote parati, racchiusa in tre battute, venne evidentemente ripetuta all'infinito al paesello, sottolineando la stringatezza delle precise parole della conversazione, di certo allo scopo di rimarcare come la conoscenza diretta del suo nome da parte del re, dimostrasse una sua stretta intimità col sovrano assieme ad una permanente e certificata affidabilità. Chissà se ci è campato per anni su questa medaglia virtuale. Però è l'unica cosa che mi è rimasta, del mio passato, di Unità d'Italia, di cui quindi, il paese mi è un po' debitore, va bene, diciamo in misura minima. Sarà anche un po' poco, in verità, ma si sa, la storia la scrivono i vincitori.

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venerdì 4 giugno 2010

Il Milione 16: Chiappe grasse e telepatia.

Ormai la carovana dei nostri amici deve lasciare i deserti ed inoltrarsi tra le montagne. E' un tratto difficile del cammino che li porta verso i passi più alti del mondo, ma è anche l'unica via per raggiungere il Katai da sudovest. Però rimane il tempo per darsi un'occhiata attorno e fare valutazioni merceologiche.


Cap. 45
...le montagne verso mezzo dì sono grandi e sono tutte sale e vengono da lungi a prenderlo perché è lo migliore del mondo ed è sì duro che no si può rompere se non con grandi picconi di ferro...
Forse l'ingenuo Marco non poteva valutare la possibilità di fare business con il sale rosa dell'Himalaya. I santoni della cucina moderna dovevano ancora arrivare, ma certo sorriderebbe anche lui, oggi al vedere i barattolini del suddetto prodotto venduto a peso d'oro per stupire il gastrosciocco, ma tant'è ogni epoca ha suoi feticci.


Cap. 46
...e le donne portano brache che v'è ben cento braccia di panno bambagino e questo fanno per parere che abbiano grosse natiche perché li loro uomini si dilettano in femmine grosse.
Qui si dimostra come in ogni latitudine, le donne ambiscano abbellire il proprio aspetto in funzione dell'apparire più desiderabili alla controparte. Il pantalone ampio rimane comunque ancora oggi un indumento costitutivo del guardaroba centroasiatico e la donna esile e magra è una novità occidentale peraltro poco spiegabile. Ma la strada per attraversare le catene di monti sfiora l'Indostan, su cui Marco fa ora solo un cenno, in quanto ne parlerà poi più a lungo quando la prenderà da sud.

Cap. 48
Chesimun (il Kashmir) è provincia che adorano idoli e àe lingua
per sé. Gli uomini son bruni e magri. Questi sanno tanto di incantamento che fanno parlare gli idoli, fanno cambiare lo tempo, movere gli animali e tali cose che non si potrebbe credere.

Il contatto con le realtà induista e buddhista che dominava le zone prehimalayane destò di certo meraviglie nel giovane Marco, che sopravvaluta le capacità extrasensoriali e paragnostiche dei vari monaci e brahamani con cui sarà venuto in contatto. La vista dei templi, con le loro statue strane o mostruose, in cui si consumavano allora come oggi cerimonie, all'apparenza esoteriche e segrete, sempre dense di sentori di incenso e di fascino, per chi ne è estraneo, le fa apparire come magiche e cariche di significati nascosti che l'esotismo trasforma spesso in espressioni di poteri paranormali. Chi non rimane attonito di fronte agli incantatori di serpenti? Tuttavia oggi, forse ancora più di allora, stuoli di occidentali vogliono credere a queste cose e corrono in queste terre alla ricerca di spiritualità diverse, di miracoli medicamentosi, di rimedi conosciuti solo dalla sapienza antica, di trasmissione del pensiero a distanza. Io non mi voglio sottrarre a tutto ciò anche perchè, non ci crederete conoscendomi sempre pervaso dal dubbio e dalla incredulità, ma ho avuto una prova diretta di questa ultima incredibile funzione, non solo, ma ho potuto anche documentare questo flusso di pensiero da parte di un vecchio monaco, probabilmente telepatico con una foto che allego qui sotto.





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giovedì 3 giugno 2010

Tips to survive in Cambodja: How to cross the road

Rileggendo i post cambogiani, ho visto che mi ero scordato di dare un importante e credo utile spunto tecnico per chi intenda andare da quelle parti (il tutto valido anche per i paesi vicini che si trovano nella stessa condizione). Sarò breve, lasciando spazio alle immagini, così quelli che mi fanno notare che i miei post sono troppo lunghi e allontanano i lettori ( ma credi che dipenda più dal contenuto, perchè se scrivessi cose più interessanti, i lettori arriverebbero da soli), saranno più soddisfatti. Chiunque conosca anche solo sommariamente il sudest asiatico, avrà notato che un problema non secondario consiste nell'attraversare le strade cittadine a piedi, a causa dell'enorme numero di motocicli che, avendo sostituito ormai quasi al completo il precedente oceano di biciclette, occupano completamente la sede stradale quasi senza soluzione di continuità. Si assiste spesso a situazioni di panico in cui, il malcapitato attraversatore rimane per parecchio tempo su un marciapiede, guardandosi attorno interrogativamente, senza decidersi a compiere l'impresa, timoroso di muoversi. A volte tenta smaggiassamente di iniziare la traversata, per fermarsi subito intimorito, risalta con un balzo sulla passerella dove stava appollaiato, attende inutilmente un varco nel flusso di traffico o spera che il miracolo cali dal cielo. A volte rinuncia e, disperato, si allontana alla ricerca di un sottopasso o un ponte che gli consenta di raggiungere dopo un lungo giro il luogo desiderato. Ma in tutte le cose c'è una tecnica, che bisogna imparare e mettere in pratica. Appostatevi dunque di fronte al punto da raggiungere, attendete naturalmente un momento in cui vi sembra che il flusso cali un poco di intensità (senza sperare che cessi naturalmente, se no farete come quegli acquirenti di PC che aspettano sempre il modello più sofisticato che st aper uscire e così non comprano mai), evitate almeno gli elefanti, poi fate un bel respiro e manifestando con una postura decisa l'intenzione di attraversare, scendete con decisione in strada. Procedete con passo lento, ma assolutamente costante verso il versante opposto, ma muovendovi in leggera diagonale come per andare incontro alla fiumana a due ruote che vi assale dal lato destro e che sembra precipitarsi su di voi senza degnare la vostra presenza. Non scartate dalla linea, anche se vi parrà di essere sicuramente investito, ma procedete con sicurezza, in modo che le vostre intenzioni siano chiare. E' un po' come i leoni in Africa, se capiscono che non avete paura non vi mangiano (lo sapranno poi ? Mah...). Sembra che tutti conducenti di moto, motorini, risciò, tuktuk e altri mezzi a ruote, conoscendo questo assioma, interpolino automaticamente la vostra rotta con la loro, evitandovi magicamente. Ma non fate scherzi, se impauriti, vi fermate o cambiate direzione, timorosi che qualcuno sia in rotta di collisione con voi, sarà la fine; in molti non capiranno più le vostre indecisioni e inevitabilmente una massa di ferraglie contorte si aggroviglierà su di voi. Vi allego un breve video di Phnom Penh su come si debba svolgere l'operazione. Il traffico era scarso, ma vale in tutte le occasioni e ...buona fortuna.



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mercoledì 2 giugno 2010

Il mio amico Arnold.

Mi faceva morir dal ridere. Sono passati già una trentina d'anni, eppure quella faccetta di gomma nera che aveva delle espressioni talmente accattivanti che mi sorbivo degli insulsi telefilmetti come fossero capolavori shakespeariani. Credo che tutti se lo ricordino, agli inizi di quegfli anni 80 della Milano da bere. Qualche giorno fa se ne andato per caso, perseguitato dalla maledizione che ha accompagnato tutti quelli che partecipavano a quella serie. Todd Bridges che interpretava il fratello, fuori e dentro le galere, tra droga e compagnia; Dana Plato, che la sorellastra biondina e simpaticissima, morta di overdose e suo figlio, suicida qualche anno fa e lui Gary Coleman, sfortunato da subito. Per una disfunzione renale non ha mai superatio il metro e trenta, caduto nel dimenticatoio è finito in galera per violenza, ha tentato la carriera politica contro niente di meno che Swrzenegger, ma è arrivato ultimo su nove concorrenti, come potevi dare credito a quel facciotto rotondo quando ti diceva che avrebbe calato le tasse. Così è caduto da una scala, coma irreversibile, gli hanno staccato la spina qualche giorno fa. Lo aveva già scritto in quegli occhi birichini, ma in fondo un po' tristi.



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Folla.
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Ipazia.

martedì 1 giugno 2010

Il milione 15: Banane di melone.

Dopo essere stati a controllare la situazione sulle coste del mar Arabico, i nostri amici, che non avevano poi molto tempo da perdere, che il Grande Kane non stava mica là a pettinare le bambole, prendono la via verso nord che li porterà con un cammino lungo e difficile, ma che purtroppo era l'unico possibile, fino al Katai. Riattraversano deserti sconfinati per arrivare fino alla Bactriana, l'odierno Afganistan.
Cap.37/39
...e per sette giornate non truova acqua, se non verde, salsa e amara e chi ne bevesse una gocciola, lo farebbe andare 10 volte a sella (e già sappiamo cosa significa) ... ed è tutto deserto, bestie non v'à chè non avrebbero da mangiare, poi per altre 4 giornate non si trovan che belle asine salvatiche... poi v'à un altro gran diserto per otto giornate con grandi secchitadi e bisogna portarsi da bere e di qui si parte una contrada che si chiama Milice ove àe bella gente e le femmine sono belle oltre misura. Quivi abitava il Veglio della montagna che chiamavasi Alooddin.
Come si nota, il buon Marco è sempre sensibile al fascino femminile e non può fare a meno di apprezzare la bellezza delle donne afgane, ma qui fa cenno soprattutto al famoso Alauddin Mohammed che nella prima parte del 1200 dominò l'area tra Afganistan occidentale e Iran, con la sua setta di Hasceisin (da cui "assassino" già usato nei trovatori provenzali per "fedele"), una milizia in cui veniva fatto pesante uso di droghe (hascish appunto) per renderli dipendenti e determinati. Come si vede nulla cambia col passare dei secoli.
Cap. 43
...quando si passa di questa terra , l'uomo cavalca per 12 giornate e non si truova nulla abitazione per paura de la mala gente e dopo altre sette giornate à terra di molti alberi con li migliori poponi del mondo e li tagliano attorno come corregge e fannoli seccare e diventano più dolci che miele.
A questo proposito ho un grande rammarico, perchè ho sempre presente che al termine dei fabulous sixties, era possibile andare, con una certa facilità dall'Italia fino in India, passando appunto per l'Afganistan. Erano i tempi degli esami di gruppo all'università e del sei politico e due amici fecero appunto questo viaggio con una vecchia Fiat 1300, stando via nove mesi. Narra la leggenda che quando tornarono a casa si trovarono laureati, in quanto il loro gruppo di studio aveva dato gli ultimi esami anche per loro, ma ebbero comunque il tempo per raccontare a noi che eravamo rimasti al bar, questo viaggio meraviglioso (che tra l'altro condizionò del tutto positivamente la loro vita). Il fascino afgano, il volo indietro nel tempo erano assolutamente affascinanti ed allora, vi assicuro, viaggiare era più facile di oggi. Così preparai un lungo giro da fare in quella terra fatata che mi attirava moltissimo. L'invasione russa, mise fine a quel progetto e da allora non c'è stato più modo di realizzare il sogno anche oggi, "per paura de la mala gente". Come la puntuale descrizione di Marco Polo, trovi ancora oggi una corrispondente verifica nei fatti e nelle cose, mi è stata costantemente presente quando per lavoro o divertimento ho girato attorno ai confini di questo martoriato paese. Al confine nord con l'Uzbekistan dove ho preparato un progetto per un impianto di essiccazione appunto dei famosi meloni (i più dolci del mondo, come assicurano ancora oggi), tagliati allo stesso modo, striscioline fatte seccare al sole (le famose banane di melone), o in un localaccio nepalese dove ho mangiato il Kabuli nan, una sorta di pizza ricoperta di yogourth, aglio e forse pezzetti di melanzana, perchè ricordo che la crema stesa sopra la pasta (una specie di chapatti), aveva lo stesso aspetto di queste melanzane afgane della nostra vivandiera Acquaviva. La voglia è rimasta ma si vede che non era destino.
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Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!