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venerdì 31 luglio 2009
Vitamine e oligoelementi sì! Grassi e zuccheri no.
Oggi la giornata è cominciata bene. Un titolo del giornale mi ha subito aperto il cuore e mi ha fatto considerare come non sia sempre vero che i giornalisti scrivano delle varie cose di cui non capiscono quasi nulla, seguendo solo il vento e la moda del momento. Infatti a pagina 12 della Stampa di oggi campeggiava un bel :”Il biologico? Fa bene solo a chi lo produce”. Un articolo equilibrato che finalmente evidenzia un importante studio inglese che mette insieme i risultati di 50 anni di ricerche sui cibi cosiddetti biologici confermando quello che già sanno benissimo tutti coloro che hanno verso il problema un approccio non parareligioso, new age o semplicemente fideistico e cioè che non emerge prova di alcun beneficio per la salute dal nutrirsi con alimenti cosiddetti biologici. Non solo ma anche alle prove organolettiche, non si evidenzia nei test ciechi alcuna differenza considerabile rispetto agli alimenti derivanti da agricoltura tradizionale. Naturalmente tutto ciò non ha alcuna importanza per i veri credenti che continueranno a pensare di spendere bene il loro denaro in questa direzione e non è addirittura escluso che un effetto placebo li faccia anche sentire meglio. Le reazioni stizzose provengono di più da coloro che su questa religione ci marciano e fanno affari e sono quindi preoccupati che ci sia al problema un approccio più ragionato o almeno interessato a distinguere tra le frasi fatte e i fatti. Che poi questa industria sia particolarmente prospera in Italia, mi sta benissimo, specialmente se contribuisce a far vendere all’estero qualcosa, visto che da noi di inventiva ce n’è parecchia e quella scientifica sembra non interessare al potere costituito e non merita investimenti. Se si riesce a rifilare per il mondo la polenta “biologica” ricca di aflatossine cancerogene, con la scusa che ha il sapore del buon tempo antico, mi sta benissimo, basta che non la rifilino a me (l’altro giorno ho dovuto rifiutare cortesemente in un ristorante un pane fatto con farina biologica garantita sulla parola, tra la meraviglia della ristoratrice, che certo non ha colpe, se lo piazza meglio, ben fa a rifilarlo ai suoi avventori, ben contenti). Come sempre sono felice se c’è spazio per tutti, basta che non limitino il mio, imponendo a furor di talebanesimo luddista divieti di produzione e soprattutto di studi e di indagine seria su biotecnologie, OGM e che sui media riescano a trovare spazio anche quelli si avvicinano al problema in maniera seria e non solo con le chiacchiere. Da una parte un approccio scientifico, dall’altra uno scritto di chi dice, sic “i cibi biologici sono prodotti derivanti da tecniche di coltivazione o allevamento che rispettano la natura, bandendo l’utilizzo di qualsiasi additivo chimico. Questo permette di ottenere prodotti gustosi, sicuri e nutrienti perché ricchi di vitamine, sali minerali e oligoelementi. Lo studio inglese nega questo aspetto (ma quando mai?) perché cerca l’introvabile, la presenza di più proteine, grassi o zuccheri!”. Mi sono permesso di mettere in grassetto quelle che per questa religione sono le parole buone e in corsivo quelle che sono considerate parole cattive, il male da evitare, anzi da bandire con anatema, basta con le proteine, i grassi e gli zuccheri e avanti con gli oligoelementi e le vitamine. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere, un riso amarognolo, ma così va il mondo. Quasi quasi, vado ad attaccare alla bacheca del bar l’articolo. Ma chissenefrega, se uno ha piacere di pagare il doppio per mangiarsi le pesche mezze marce, saranno affari suoi, no?
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mercoledì 29 luglio 2009
Serendipity.

La serendipity è un concetto filosofico con cui si indica la possibilità di scoprire una cosa non cercata e imprevista, mentre se ne sta cercando un'altra. Il termine, però, non fa riferimento solo alla fortuna, ma a quella stessa base del famoso precetto di Pasteur: il caso favorisce la mente preparata. Mi sembra di ricordare che Ceylon, che adesso tutti chiamano Sri Lanka, fosse indicata come l’isola in cui questo concetto era più manifesto. Era uno dei luoghi più piacevoli della terra dove trascorrere la vita (da ricco ovviamente), con coste straordinarie in faccia all’Oceano e un interno dipinto con il verde smeraldo delle montagne che circondano Kandy. Dolci colline ricoperte dal tenero arbusto del thé e templi nascosti nella jungla dove giocare a rincorrere gli eroi del Ramajana. Anche lì però tutti cercano qualcosa, come i cercatori di pietre preziose, che scavano buchi nella pianura e con mezzi di fortuna, tirano su acqua e fango che setacciano con ceste artigianali alla ricerca disperata di qualche piccolo frammento che brilla, la pietrolina che rimane in fondo al mucchio, lo sperato rubino o almeno una corniola grezza o qualche cosa che dia senso alla fatica e al pericolo che di tanto in tanto, uccide qualcuno in fondo al pozzo, sepolto dal fango e dalle pietre. Forse qualcuno cercando tra il fango trova altro, magari la rabbia che ha trasformato questo luogo in terra di intolleranza, in campo di conflitto spietato, sempre basato sull’odio etnico ammantato da giustificazione religiosa, istigato ed alimentato da quelli che predicano la divisione, la separazione come soluzione, ben sapendo che è solo la fucina dell’odio e del decadimento morale ed economico di un territorio. Quando ci sono stato, non si respirava ancora il conflitto, benchè dalle parti di Trincomallee, una baia di paradiso, già si parlasse con fastidio di Tamil. Il fuoco cominciò subito dopo. Incomprensibile se rapportato alla gente incontrata, così serena apparentemente. Avevamo tardato a confermare il volo di ritorno e avevamo perso la prenotazione. L’agenzia ci informò sconsolata che i voli erano tutti pieni almeno per 30 giorni e la nostra preoccupazione prese corpo in maniera pesante. Il proprietario vedendoci così scossi, ci invitò a cena e mi disse:”Non riesco a capire il processo di pensiero di voi occidentali di fronte ad un problema. Date in escandescenze, vi disperate, non riuscite a ragionare con freddezza. Eppure se il problema si può risolvere, basta agire con cura senza motivo di avere preoccupazione. Se invece il problema non si può risolvere, non c’è ragione di avere preoccupazione, in ogni caso è un inutile dispendio di energia psichica. Andate a dormire tranquilli. Domani penseremo al da farsi”. Il giorno dopo ci accompagnò in aeroporto, parlò con il tizio del checkin, poi ci mise davanti al banchetto prima che si formasse la fila e in qualche modo riuscimmo a partire. Anch’io forse cercavo solo la bellezza a Ceylon, ma forse ho trovato anche cose che mi porto accanto nella vita e non sono inutili.
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lunedì 27 luglio 2009
Tai Ji
Cosa è Tai Ji? Quante risposte a una domanda a cui forse, come diceva un maestro, non è possibile rispondere. C’è un posto qui, sotto un vecchio larice, con una piccola radura piana coperta di erba bassa e senza pietre. L’aria sembra più fine quassù e l’essere circondati dal bosco da un senso di forza, di carica fisica e mentale al tempo stesso. Respiri profondamente, senti spirare dentro di te l’ossigeno, il sangue fluisce più rapidamente, la mente pur più vigile, si lascia andare ad uno stato di attenzione non analitica, non si appunta su alcun fatto specifico, rimane in uno stand-by attivo. Il respiro prende un suo ritmo calmo, prolungato. Poi, con lentezza inizia il movimento. Fin dall’apertura i piedi si muovono in modo ingannevolmente meccanico, la pianta stessa aderisce al suolo in maniera consapevole, considerando e ricercando un equilibrio globale. Il baricentro corporeo e mentale si abbassa istintivamente, per aderire alla terra, per facilitare il movimento, per rendere naturale ogni movimento. Le mani e le braccia si muovono con fluidità, alla ricerca di equilibrare una forza opposta e mutevole che fluttua nello spazio, scandendo posizioni, tecniche, movimenti. Lo sguardo segue un punto preciso in continuo divenire, che si sposta davanti, di fianco, dietro, a richiamare una reazione precisa in seguito ad una azione specifica. Le tecniche della forma si susseguono precise e cadenzate. Il pensiero non ha necessità di ricordarle, di prepararsi ad eseguirle in sequenza. Esse si susseguono naturalmente, perché il corpo ne conosce per imprinting il succedersi obbligato. La bella gru bianca allarga le ali e l’apparente instabilità del peso del corpo completamente sulla gamba sinistra mantiene il corpo stabile dopo la doppia parata; mani di nuvola per muoversi spostanto i colpi, mentre l’ossigeno penetra fino ai vasi più lontani; ago in fondo al mare e la posizione chinata e quasi rannicchiata del corpo aiuta la mano nel gesto di colpire; afferra la coda del passero ed i movimenti di afferrare, parare, spingere si dipanano lievi ed efficaci; accarezza la criniera del cavallo selvaggio ed ancora il corpo si sposta con naturalezza trattenendo per colpire. Un movimento scandito con lentezza che porta al termine la sequenza, che chiude la forma, che riporta il cerchio al suo equilibrio, alla posizione iniziale, alla tranquilla compiutezza. La mente rimane serena dopo. Ti puoi sedere su una roccia e guardare a valle. Sotto il grande larice, le cose assumono allora valenze differenti, come se i problemi fossero piccoli soprammobili da spolverare ogni tanto e se non ti piacciono più e ti infastidisce la loro vista, da riporre in un cassetto, definitivamente. La pianura con le sue paure, avvolta da una nebbiolina azzurra è lontana. Le ronde che la percorrono in camicie colorate, ancora di più.
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domenica 26 luglio 2009
Una valle occitana
Purtroppo la scelta della chiavetta Tim non è stata felice, si scollega continuamente ed in particolare non riesco a caricare nemmeno una foto da 150k. Ecco perché non vedete foto negli ultimi post. Peccato perché la valle di Massello dove sono stato ieri meritava un colpo d’occhio. Le valli valdesi sono nascoste alla vista, abituate da secoli a tenere un profilo basso, a non mettersi in evidenza, memori di quanto è avvenuto nel passato. Andate a cercare la Val Germanasca, infilandovi di lato alla Val Chisone e, dopo qualche kilometro, prendete una piccola strada sulla destra che si inerpica in un vallone laterale, tanto erto e chiuso da sembrare senza seguito. E’ la Valle di Massello, così nascosta e segreta da essere stata in passato, l’ultimo rifugio per i Valdesi dopo la rentrée dalla Svizzera, dove trascorsero, assediati un intero inverno nell’ultimo baluardo in fondo alla valle, prima di ottenere le patenti reali che tolleravano la loro fede religiosa. Che cose incredibili sono accadute nella storia. In quei tempi bui, si ammazzava la gente per il loro credo religioso, si giustificava lo sterminio di interi popoli nel nome di Dio, con la certezza della superiorità della propria fede su tutte le altre. Cose inaccettabili oggi, non vi pare? Comunque la valle è magnifica, stretta, incassata tra pareti alte e scoscese, coperte di fitti boschi di querce. Il piccolo ma furioso torrente ha scavato con durezza un percorso tormentato sul fondo. La valle è quasi deserta. Ma quando arriverete al fondo, alla vista delle poche case che costituiscono le frazioni di Massello, poco prima della cascata del Pis, vi potrete fermare al grazioso ristorante La Foresteria che vi sorprenderà per la cura e l’eleganza con cui vi saranno presentati i piatti scelti tra un ricco menù di tradizione locale. Dopo un preantipasto di lardo e miele su una fettina di pane nero tostato, potrete scegliere tra antipasti accattivanti.
Blu del Moncenisio con pere e nocciole, filetto di trota alle mandorle, scamone tagliato al coltello, ruota di deliziosi formaggi locali, polentina fritta con salsa di acciughe tutti presentati con cura. Tra i primi avrete l’imbarazzo tra ottimi ravioli di crema di porcini locali, tagliolini al ragù di cervo e altre offerte che testeremo in altra occasione.
Il cinghiale la fa da padrone nei secondi, e infine dolci fatti in casa tra cui primeggia una gran torta “speciale” dove su una base di pere e cioccolata si stende un velo di crema e amaretti sbriciolati e caramello, una morbidezza da ricordare. Ricca scelta di birre artigianali e una buona carta dei vini saranno completate da un conto assolutamente ragionevole.
Uscirete sereni e desiderosi di smaltire le molte calorie accumulate, giusto in tempo per entrare nel vicino capannone dove un gruppo di musicisti occitani vi regalerà una serata di ritmi indiavolati che trascineranno nella danza anche i più riottosi. Balli occitani e non solo, straordinaria occasione di socializzare con le decine di appassionati che convergono sul posto per una serata di musica e di festa. Chappelloise, courenta, gigo, circolo circasso, scottish, farandula, rigudun e chi più ne ha più ne metta, passione e divertimento per tutti. Cercate solo di informarvi della serata giusta.



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venerdì 24 luglio 2009
Cronache di Surakhis 17: vacanze estive.
Era tempo di vacanza anche per la breve estate di Surakhis; chi poteva lasciava le caldissime città della pianura e del deserto, dove la temperatura e l’acidità dell’aria corrodevano i metalli e fondevano tutte le materie plastiche non resistenti e si rifugiava in quota. La crisi mordeva ancora forte, ma l’Imperatore aveva ormai convinto tutti che il peggio era passato, dato che tutte le attività finanziarie avevano ripreso a gonfie vele a macinare utili scommettendo sull’aumento dei non occupati, che continuavano a crescere a dismisura. La sua popolarità era alle stelle e il tentativo dei Morigeratores di incastrarlo evidenziando i suoi vizietti era naufragato miseramente e si era ritirato nel suo castello tra le nuvole circondato da uno stuolo di ancelle nude adoranti, tra il tripudio della folla che avrebbe voluto essere al suo posto. Anzi al concorso: Un giorno tra le ancelle dell’Imperatore, riservato a chi dimostrava di aver votato per lui la partecipazione era stata quasi universale. Soli piccoli gruppi di criptopenici di Antares e gli asessuati di Rigel che si moltiplicavano per gemmazione non avevano palesato interesse al concorso e si pensava a strategie diverse per conquistare il loro voto, ma mancava ancora un anno alle nuove elezioni. Paularius, stanco e convalescente, aveva risolto il problema degli schiavi della sua miniera lasciando esondare casualmente il Pentacon, un torrente di acqua cloridrica che scendeva vorticoso. Le acque avevano invaso le gallerie della miniera e quei mangiasbobba a tradimento erano tutti annegati. L’assicurazione aveva coperto i costi con l’agenzia di affitto degli schiavi ed aveva pagato i suoi di proprietà, permettendogli anche di riscuotere i contributi della nuova legge di aiuti alle imprese in difficoltà. Salutati quindi gli amici delle Ronde, era subito partito per la sua villetta circondata dal verde delle Colline Profumate. La malignità popolare aveva attribuito questo nome alle montagne che circondavano la capitale, da quando i problemi della centrale a merda costruita tra le montagne si erano palesati in maniera esplicita, costringendo tutti i residenti ad espatriare, ma Paularius si era ormai abituato alla puzza e la solitudine gli faceva piacere. Lettura, meditazione e pochi svaghi. Si era fatto portare nel parco cintato i pochi Hort che erano scampati nella miniera; per forza, quelli l’acido cloridrico lo bevono a colazione, altro ci vuole per annegarli. Ogni tanto usciva a piedi con la balestra laser e ne abbatteva uno che poi le serve gli facevano allo spiedo, ma quei birbanti si nascondevano sempre meglio e l’ultimo aveva dovuto stanarlo con qualche scossetta al guinzaglio che gli aveva lasciato per sicurezza. Che pace! Da quando la disoccupazione aveva superato il 90%, segnale che la crisi in fondo colpiva chi se lo era meritato, c’erano molte meno rivendicazioni; la gente si vendeva gli organi per tirare avanti o impegnava quelli dei figli e dei nipoti e non c’erano più grossi problemi per rigenerarsi. Spense il multischermo e suonò il campanello; arrivarono subito le sue ancelle preferite, due multilinguate di M51 che sapevano le sue debolezze. D’altronde non era mica un santo e con tutto quello che faceva per il benessere di Surakhis, un po’ di divertimento se lo meritava.
mercoledì 22 luglio 2009
Il verde dei pini.

La temperatura fresca e il verdeggiare delle conifere che mi circondano mi portano ancora a quell’agosto dell' 81 in Anatolia. Avevamo lasciato da un giorno l’azzurro e solitario specchio del lago Van, sulle cui rive deserte, un ragazzo era uscito dall’acqua e ci aveva fermato dicendoci: “Questo è il Kurdistan, ragazzi, buon viaggio e buona fortuna!” rituffandosi subito dopo. Risalivamo la strada verso est nella direzione dell’Ararat e della frontiera iraniana fino a che prendemmo un strada laterale che tagliava la montagna e che si trasformò ben presto in uno sterrato difficile, dove la mia vecchia 127 si inerpicava con un po’ di difficoltà tra pascoli e malghe isolate in mezzo alle macchie di conifere. Alla cima di un colletto, la pista si dirigeva zigzagando verso un gruppo di casupole in legno al centro delle quali, una piccola folla sembrava festeggiare. Ci fermammo per dare un’occhiata e fummo subito notati, tanto che due uomini si staccarono dal gruppo per venire a passo veloce verso di noi. Riconosciuti come italiani, fummo subito informati che si festeggiava una circoncisione di un primogenito e cooptati senza possibilità di rifiuto a partecipare. Era la famiglia, allargata ad un centinaio di persone, di un emigrante appena tornato per le vacanze estive, che ci accolse con calore e simpatia. Il ragazzino dodicenne, bardato in divisa similmilitare con tanto di cappello con visiera, aveva l’occhio stranito e non particolarmente entusiasta di essere entrato nel mondo adulto tramite quella particolare tomia prepuziale che non doveva essere stata molto divertente a quanto ci raccontò l’orgoglioso genitore. Fummo subito travolti dalla festa; Tiziana, trascinata via dalle donne nella zona dei preparativi dove un gran pentolone e molte griglie svolgevano il loro compito istituzionale, mentre io e Rob. raggiungevamo i maschi seduti a terra attorno alle grandi tovaglie stese, dove a poco a poco venivano portati i cibi. Eravamo al posto d’onore ed onore facemmo al banchetto. Ballammo a lungo dopo abbondanti libagioni di raki, formando un cerchio di uomini, mentre le donne sedute battevano le mani ridendo. Ce ne andammo prima che scendesse la sera, tra grandi saluti e auguri di buon viaggio. Chissà che vita avrà avuto quel ragazzo oggi almeno quarantenne; chissà se sarà stato ripagato della cortesia e dell’ospitalità che ci usò la sua famiglia o sarà stato trattato da straniero puzzolente, sfuttato nel lavoro, licenziato per primo senza aiuti quando le cose volgevano al peggio. Oggi magari è tedesco integrato, coi figli in una buona scuola e una bella casetta col davanzale fiorito oppure è tornato, scacciato, alla sua terra a rimuginare odio e rancore, a inventare i fantasmi di domani, a creare il fanatismo di chi viene aiutato a richiudersi nel passato, spinto da un mondo che lo ha rifiutato per egoismo ad abbracciare un fondamentalismo rinfocolato da chi morirebbe senza il nutrimento infetto dell’odio.
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martedì 21 luglio 2009
L'ingegnere ferroviario.
Tutte le volte che, dalla finestra di casa mia, sento lontano il fischio del treno nella notte, un piccolo tarlo mi rode dentro a causa di una delusione che diedi a mio padre. Il suo sogno di deviatore capo che faceva i turni su una garitta della linea Torino-Genova, era che un giorno il figlio diventasse Ingegnere delle Ferrovie; sì, in maiuscolo, come questa figura mitica che lui aveva visto solo qualche volta e che avrebbe significato il suo riscatto di fronte ai colleghi e il premio ai tutti i suoi sacrifici. Fu contento ugualmente di vedermi laureato e agronomo al tempo stesso, ma non era la stessa cosa. Per questo mi iscrissi al Politecnico di Torino, in fondo mi piaceva la matematica anche se venivo dal classico e tutti dicevano che in seguito proprio per questo sarei stato avvantaggiato. Purtroppo il primo anno di libertà e di mancanza di marcatura stretta, mi furono fatali. La frequenza fu scarsa, anche se la frequentazione di un compagno di corso napoletano, mi fece apprendere con profitto l’arte della carambola francese. Così giunto alla sessione di luglio, come tutti i pessimi studenti mi gettai a capofitto, giorno e notte, nello studio, nella infame speranza di recuperare il tempo perduto, arrancando inoltre per cercare di risalire l’ulteriore gap classico che mi portavo dietro dal liceo. Decisi di affrontare almeno i due esami chiave: Geometria 1 e Analisi 1, i due scogli dirimenti per capire se la tua capoccia è in grado di arrivare in un modo o in un altro a vedere il traguardo finale. Riuscii inopinatamente ad avere una stentata sufficienza allo scritto di geometria e mi recai all’orale con un’idea del tipo io speriamo che me la cavo. Il terribile prof. Longo, mi fece accomodare ed esaminato il mio scritto stentato, mi fece una domanda subito rimasta senza risposta. Mi disse:”Passiamo oltre che vedo che questo non è alla sua portata.” Alla seconda domanda tentai di farfugliare qualcosa, ma con poca convinzione. Mentre mi poneva la terza e presumibilmente ultima, strappò un angolo del mio compito e arrotolatolo, si mise a frugarsi il cerume dell’orecchio destro. Capii allora che la mia tornata stava per scadere; mi disse infatti: “E’ meglio che ritorni” e me andai con le orecchie basse. Mi rimaneva un mese per Analisi. Dopo dieci giorni di studio indefesso, non capivo nemmeno più che ora era, ma in un pomeriggio caldissimo, aprii una pagina il cui titolo recitava: I rotori. La lessi da capo a fondo una volta e poi una seconda per fare il punto della situazione. Non capivo nemmeno il significato delle parole. Come in un flash realizzai che stavo perdendo il mio tempo, che tanto nella mia testaccia dura quei maledetti rotori non avrebbero mai trovato il giusto spazio. Chiusi il testo con un sospiro. Uscii ed andai a vedere un film giapponese, allora i cinema erano aperti anche al pomeriggio. Così mi iscrissi a scienze agrarie e la mia vita prese un'altra strada. Mio padre non disse nulla, ma alla parola ingegnere ebbe sempre a fare una smorfia triste e un sospiro trattenuto, quasi per non offendermi.
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lunedì 20 luglio 2009
Rosso d'anguria.

Il vento è cessato, lasciando il cielo terso, di un azzurro carico; solo qualche piccolo sbuffetto bianco qua e là, come gocce di acquarello lasciate cadere per sbaglio dal pennello di un pittore distratto. Anche a mille metri, la temperatura è gradevolissima, quasi ideale per la stagione, come accade spesso a questa altezza e non solo in queste valli alle porte d’Italia, ma in tutto il mondo. Era l’81, e la quota più o meno la stessa nella profondità dell’altopiano anatolico. Una giorno d’estate dolce in un piccolo paese vicino a Kars a pochi kilometri dal sud del Caucaso. Ricordo un piccolo ristorante nascosto tra vecchie case di legno, segnalato da una piccola insegna dipinta a mano e da qualche seggiola impagliata fuori dalla porta. All’interno poche tavole di legno circondate da panche e pochi clienti che discutevano a bassa voce in fondo al locale. Ci sedemmo anche noi, un po’ defilati, cercando di non dare nell’occhio, ma senza speranza; non erano molti gli stranieri che capitavano da quelle parti e subito fummo al centro di un’attenzione discreta, fatta di sorrisi e ammiccamenti gentili sotto barbe imponenti, come quasi dappertutto nell’est della Turchia, dove non si sentiva mai il peso dell’essere turisti lontano da casa, ma sempre ospiti visti con simpatia. Non avendo lessico comune, feci il consueto giro in cucina, tanto per rendermi conto materialmente di cosa bolliva in pentola. Trascurando subito la testa di montone bollita il cui occhio solitario mi guardave triste e disattento da una grande pentola di alluminio, optai per un classico menù turco per fare onore, oltre che al robusto appetito che ci contraddistingueva, anche a una gastronomia che, sebbene poco conosciuta, è una delle più ricche e varie del mondo. Un paio di volenterosi ragazzini ci portarono subito una serie di vassoi con un gran numero di mezé, gli antipasti tradizionali, olive, pomodori secchi, formaggi conditi, creme di fave, peperoni, fritti vari, miscele di aglio e yogourth e molte altre cose anche di difficile identificazione, che mangiammo con gusto, sbarazzando i piatti di alluminio che venivano via via cambiati. Poi una minestra rossa alquanto piccante, una sorta di Chorba caucasica, piuttosto densa e gradevole, subito seguita da un trionfo di carne grigliata, spiedini, costolette, grossi blocchetti di carne rosolata e succulenta con una sorta di fagiolini dolcissimi e leggermente farinosi. Saltammo i lukoumi, troppo dolci per il nostro palato e terminammo con un gran piatto di frutta secca e grandi fette di anguria rosso cupo, dolce come solo sa esserlo quando ingrossa sotto il sole forte e diretto. Un grande pentolino di rame per il più classico caffè turco carico e spesso, che punisce gli ingordi che non riescono ad arrestarsi prima di beccarsi la sorsata mista alla polvere di caffè del fondo, mise il suggello al pranzo. Avevamo bevuto succo di mele dolce e profumato, degli infiniti alberi che popolavano le odulazioni attorno al paese e chiedemmo il conto appagati e certi che sarebbe stato come sempre corrispondente alla soddisfazione che avevamo avuto. Il ragazzino che ci aveva servito arrivò con un bigliettino compitato a mano. Con un rapido calcolo, che pure rifatto più volte per sicurezza, dava il corrispettivo di circa 500 lire per tre persone, anche ricordando che a quel tempo il mio stipendio era di circa 7/800.000 lire mensili, parevano l’evidente frutto di un errore di calcolo, almeno per la mancanza di uno zero. Chiamammo dunque il principale, che arrivò subito mostrando un’aria preoccupata. Alla nostra richiesta di precisazione se non avesse sbagliato il conteggio, unendo uno stentato inglese al tedesco consueto dell’emigrante tornato al paese natio, dette una spiegazione complessa che potrei sunteggiare in questo modo:”Capisco che la cifra è esageratamente alta, ma purtroppo, vi prego di credere che i prezzi sono talmente aumentati negli ultimi tempi che non ce la facciamo più a mantenere un conto moderato come una volta e ci scusiamo ancora ma non possiamo praticarvi uno sconto”. Lo tranquillizzammo subito e chiarito l’equivoco, lasciammo una robusta mancia al ragazzino e ce ne andammo, salutati da tutta la famiglia del ristoratore, che, presi gli asini di ordinanza, volle accompagnarci fuori del paese per mostrarci la strada per il lago di Van. La temperatura era sempre gradevole anche se cominciavano a frinire le cicale.
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sabato 18 luglio 2009
In montagna un giorno d’estate

Certo qui l’atmosfera è decisamente diversa, anche se per tutta la notte il vento teso dell’Assietta ha spazzato con forza la valle portando con sé nubi e umidità. Non è certo il feroce vento gelido dell’inverno che faceva dire al Cardinal Pacca “Se vuoi conoscer l’inferno vieni alle Fenestrelle d’inverno”, pure le folate che sibilano sotto il tetto fanno temere ogni genere di disastri; poi, la mattina, trovi al più qualche vaso rovesciato ed il cielo terso con qualche bianca nuvola alta che ti riconcilia con il mondo. Così i rudi camminatori prendono la strada delle vette, mentre i pigri, che vogliono approcciare la natura con più calma, si stendono sui prati con gli amici ritrovati, con cui è bello dialogare su come è passato l’inverno. Deve essere un po’ la stessa serena malinconia di Li Po in questa lirica forse meditata tra i monti, dopo un caldissimo luglio a Chang An.
Agito lievemente un bianco ventaglio di piuma,
Seduto colla camicia aperta in un verde bosco.
Mi tolgo il berretto e l’appendo ad una pietra che sporge;
Il vento dei pini piove aghi sulla mia testa nuda.
Agito lievemente un bianco ventaglio di piuma,
Seduto colla camicia aperta in un verde bosco.
Mi tolgo il berretto e l’appendo ad una pietra che sporge;
Il vento dei pini piove aghi sulla mia testa nuda.
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venerdì 17 luglio 2009
Alle porte d'Italia
Eh sì, 36°C sono tanti. Tutti che si lamentano, magliette che si incollano sulla pelle, goccioloni che cadono dalla fronte solo a pensare, immagina se dovevi lavorare; quindi, terminate le incombenze varie, fatte tutte le telefonate che si dovevano fare, basta, si parte e si va al fresco. E qui comincia il dramma. La preparazione delle masserizie, che era comunque prevista da tempo, con adeguati accumuli di cibarie d’ogni tipo, dovrebbero essere sufficienti anche in caso che Ahmaddinejad decidesse improvvidamente di dare il via all’olocausto su scala mondiale, mentre il vestiario preparato dovrebbe bastare per l’equipaggiamento di una compagnia di esploratori. Non mancano materiali per l’enterteinement, opportunamente supportati da collegamento alla rete (certo non si possono mica lasciare deluse le orde di lettori che attendono il post quotidiano come le folle che seguivano il Nazareno); poi libri, strumenti per la casa, varie ed eventuali e finalmente pronti all’imbarco. Ora, pur in possesso di una capientissima station wagon, acquisita proprio a questi fini, il problema si ripresenta uguale ad ogni partenza. Non ci sta tutto. Anche se l’ingegnerizzazione dello stivaggio era stata calcolata con cura, rimane sempre qualcosa che non era stata prevista nelle sue giuste dimensioni, pertanto la disposizione va ripensata, rivista e ricalcolata. Finalmente sembra che tutto sia a bordo, inclusi diversi vasi fioriti che spargono il loro terriccio nei vari interstizi dell’astronave che sta per abbandonare il pianeta natale. Caricate anche le tartarughe (e pensare che non ne ho mai gradito il delicato brodino) e il pappagallo (su questo punto, vi sarò magari più preciso in seguito) si parte, dopo essere stati salutati da tutti i vicini a cui si era accuratamente cercato di occultare la partenza. La Val Chisone è lì che ci attende immobile da milioni di anni. L’antico re Cozio non sospettava che sarei venuto tra queste verdi valli a completare la mia convalescenza che sarà lunghissima e coccolatissima per fortuna mia e sfortuna di chi mi sopporta. Scarichiamo sotto nubi che si stando addensando e promettono con qualche gocciolio, una serata sui 18°C. Mi sa che bisognerà pensare ad accendere la stufa. L’estate è finita (quasi).
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