E vai, e con oggi, operazione conclusa. Ultime lastre e ultima visita, con dottore apparentemente contento di come è andata e che mi ha definitivamente licenziato a tre mesi dall'intervento con l'augurio di non rivederci più. Quindi diciamo pure che torno a casa felice e sereno con il nulla osta alla partenza, che comunque e lo dico sottovoce, sarebbe in ogni caso avvenuta. Già il dolce tepore che provocano i biglietti aerei nella tasca del giubbotto (e anche quelli della partenza successiva, se devo proprio confessare tutto) sono il sufficiente linimento che guarisce ogni genere di malanni, quindi figuriamoci. Finalmente libero, con l'autoprescrizione in tasca di non portare pesi con la destra, alla valigia ci penserà la mia dolce accompagnatrice (o mì povra dona, direbbe la Littizzetto) ma fino a che se la sente, andremo avanti così. Quindi zaino in spalla eppur dobbiamo andar, d'altra parte il vento dell'est soffia sempre forte e lo sapete per me rimane richiamo irresistibile e praticamente l'aereo già sta rollando sulla pista, quindi non possiamo farlo aspettare. Sempre che naturalmente questo ambaradan di chiodi, titanio e barre varie mi consenta il passaggio attraverso le barriere di controllo varie e quanto mai occhiute di questi tempi. I miei compari di merende e di viaggio, son già pronti più di me, quindi bando alle ciance e ci sentiamo tra un po', anzi questa volta decisamente tra un bel po', visto che sarà il giro più lungo in termini di giorni che abbia mai programmato. Con la complicazione che non potrò neppure tenermi collegato ai miei media (bella è, questa modernità a cui ormai sono legato) perché il luogo dove effettuerò la mia scorribanda non me lo permetterà, non si sa mai! Quindi ci sentiremo tra un po', tranquilli che qualcosa di me tornerà comunque, abbiamo avuto modo nel corso dell'ultimo giro appunto di testare la validità dell'assicurazione e quindi vivo o morto, qualcosa di me a casa tornerà sicuramente (il rientro della salma è incluso). A non tanto presto dunque e date sempre un'occhiata qui che qualche cosa da leggere ci sarà lo stesso.
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venerdì 23 maggio 2025
venerdì 8 settembre 2017
Ritiro spirituale 7: Un'altra storia TURP(e)
Bene questa mattina, l'ashram di Novi ha aperto le sue porte e con l'approvazione del gran maestro e dei suoi adepti sono uscito finalmente libero e mondo da ogni bruttura, interna naturalmente, di quelle esterne non sono ancora riuscito a liberarmi. Ho abbandonato lo stato peraltro naturale della nudità vestita di vento dei sadhu indiani, che avevo fatta mia per cinque cicli solari, per calzare nuovamente le vesti diuturne e sono ritornato alla vita normale, al traffico quotidiano, alle incombenze di tutti i giorni, bollette da pagare, riunioni condominiali, progettazione e preparazione del viaggio in cantiere. Anche il gruppo delle encomiabili vestali del tempio mi ha salutato con simpatia, dopo avermi amorevolmente accudito anche se, come qualcuno di voi già sa, altri lo avranno immaginato, si trattava di un lavoro TURPe (Transuretral resection of prostate) causata da banale IPB. Anzi se vogliamo mettere i puntini sulle i era soltanto un ritocchino, dato che il lavoretto originale lo avevo già fatto, anzi subito 9 anni fa, (ne avevo parlato qui per chi non si ricorda) una robetta banale, che poi così banale non è, almeno per chi la subisce e va già bene che noi uomini, io in particolare, abbiamo una soglia di sopportazione che che a 37,1 di temperatura chiamiamo il pronto soccorso.
Tutti gli amici del club della prostata sanno di cosa parlo e mi capiscono benissimo. Comunque anche questa è fatta e non mi resta che ringraziare davvero caldamente tutto il reparto di Urologia dell'Ospedale di Novi Ligure a partire dal primario Dr. Montefiore e tutto il suo staff e a tutte le infermiere che si sono alternate al mio capezzale di finto moribondo (ah che paziente molesto!) con pazienza e affetto. Io le chiamo impropriamente infermiere, naturalmente, adesso ci sono un sacco di qualifiche specifiche, ma noi anziani siamo abituati a usare termini semplici, se no non ci capiamo più niente. Quello che comunque va rimarcato assolutamente che non è soltanto l'altissima competenza e professionalità che ognuno metteva nel suo lavoro, dio solo vede quanto pesante, impegnativo e anche mica tanto piacevole, ma quel di più conta è quello che tutti coloro che si sono alternati attorno a me e ai miei vicini, mettevano in termini di umanità, cortesia, sorrisi e battute che sono poi quelle cose immateriali che fanno tanto piacere a chi si trova in condizioni di paziente e diciamolo pure fanno la differenza. Se a questo aggiungete che il tutto non mi è costato una lira, vorrei che tutti coloro che parlano male del sistema sanitario italiano andassero ogni tanto a dare un'occhiata all'estero prima di aprire la bocca e dare fiato. E con questo direi che il ritiro spirituale si è concluso ed è ora di passare a cose più interessanti.
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venerdì 15 luglio 2011
Chiedere la fiducia.
- Eh, questo bambino avrebbe bisogno di mare - borbottò mentre la genitrice si incupiva sapendo che non mi ci poteva mandare. - Comunque qui bisogna togliere queste tonsille e già che ci siamo anche le adenoidi che sono solo un fastidio! - Ordinò con fare spiccio. La condanna era ormai passata in giudicato anche se io non avevo la minima cognizione di cosa volesse dire. Naturalmente ci si prese ben cura di non farmi sapere quale fosse il mio destino ed un bel giorno eccomi varcare per la prima volta la soglia dell'ospedale, avendo io provveduto a nascere direttamente a casa come si usava a quei tempi, a guerra appena terminata in cui i padri temevano soprattutto che i pargoli venissero scambiati in culla con altri di colore, lasciati in dono dalle truppe di passaggio. Ogni epoca ha le sue leggende metropolitane. Nella mia ingenuità non avevo capito cosa stessimo andando a fare, ma, essendo stato indottrinato al fatto che non ci fosse nulla di pericoloso, mentre al contempo era lasciato intendere che successivamente ci sarebbe stata grande abbondanza di gelato, mi lasciai condurre fiducioso e privo di timori.
Dopo una breve ed inconsapevole attesa, anche se i grandi stanzoni non erano positivi in sé, fui preso da mani adunche, anche se accompagnate da voci fintamente carezzevoli come quelle delle streghe dei cartoni animati, a cui però, io, poverino non avevo ancora contezza. Anche questa fu dura lezione che la conoscenza è importante nella vita. Seduto su un seggiolone, privo della rassicurazione delle braccia materne che disperatamente cercavo, guardandomi intorno spaurito, colto dalla sindrome dell'abbandono, cominciai a preoccuparmi seriamente, circondato da quei camici bianchi che non promettevano nulla di buono mentre il ciglio cominciava ad inumidirsi anche se il singulto tardava a venire. Ero un bambino timido. La figura temibile ma allo stesso tempo rassicurante di una grassa suora baffuta prese però forma incombente davanti a me e suadente e melliflua si avvicinò, come il poliziotto buono, scostando i cattivi figuri che mi circondavano e tenendo tra le mani un arnese lucente di acciaio. - Che bravo bambino. - mentì - Apri la bocca che mettiamo questa cosa, che così il dottore ti fa la fotografia.- Come è facile carpire la fiducia di un bimbo; mi lasciai andare alla dolce malia ritrovandomi di colpo tra i denti una mordacchia metallica che mi teneva le ganasce dolorosamente spalancate e il resto del corpicino immobilizzato da cinghie.
Senza fiato per la paura, prigioniero dell'orco che si avvicinava ghignante con orribili strumenti tra le mani, non ebbi nemmeno la forza di gridare mamma, anche perchè la maschera di ferro me lo inpediva. Ero impotente, che sensazione tremenda ed indimenticabile. Come Marocelli allo Spielberg, privo di anestesie, come evidentemente si usava (spero che non fosse una atroce malizia nei miei confronti), sentìi qualcosa che entrava nel fondo della mia gola per afferrare e strappare via le mie tenere ghiandole. Più volte andò e ritornò, come il nibbio rapace che divorava il fegato di Prometeo, finché fu sazio finalmente, ebbro della mia carne giovane e del mio sangue innocente. Quando mi liberarono, urlavo come un lattonzolo scuoiato e credo, poichè a quel punto i ricordi si fanno confusi, la pattuglia dei sadici se ne andò, abbandonandomi, misero sacchetto svuotato di forze a furia di gridare, nelle braccia della mamma a cui mi affidai in un deliquio rancoroso e colpevolizzante. Nei giorni successivi fui probabilmente insopportabile e impegnato soprattutto a incistare nella mia psiche una malfidenza ragionata che sarebbe stata mia futura compagna. Il gelato ci fu e in grande quantità. E questa fu cosa buona.
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giovedì 9 luglio 2009
Un ringraziamento dovuto e voluto.
Eccomi qua, sono tornato (ieri). Come qualcuno aveva già capito da questo precedente post, mi hanno sottoposto ad una piccola revisione. Un lavoretto d'officina, potremmo definirlo un alesaggio, la TURP, che sembra semplice se lo fanno a qualcun altro, un po' più rognoso quando tocca te. Vorrei subito rimarcare che chi si lamenta del sistema sanitario pubblico è davvero un ingrato farabutto da segnalare alle attenzioni della Questura, oppure uno che ha interessi politici o personali nella sanità privata. Oppure un lamentoso cronico, per cui tutto è buono per criticare e che non ha mai visto cosa succede in qualunque altro paese del mondo in questo campo. Sottolineare soltanto i casi di malasanità, certamente da combattere con efficacia, trascurando l'ottimo funzionamento della generalità non è solo distrazione, ma indegna colpevolezza. D'accordo che il primo caso è una notizia, mentre se tutto è perfetto è una non-notizia, ma questo ingenera sentimenti e considerazioni totalmente scorrette e sbagliate. E spesso in Italia la generalità ha un livello sorprendentemente alto. Io sono stato visitato con celerità, esaminato con attenzione, operato con perizia e curato amorevolmente per sette giorni senza cacciare un centesimo, in una struttura che, anche se rappresenta solo una piccola realtà di provincia, è risultata moderna, organizzata, efficiente. E qui deve scattare un doveroso, ma assolutamente sentito, ringraziamento all'Ospedale di Novi Ligure nel suo complesso, a partire dall'accoglienza pre-ricovero, con la signora Marina che, con competenza e gentilezza riesce a calmare l'agitazione, anche esagerata del questuante, sempre timoroso della sua ombra; al Dott. Montefiore e alla sua eccezionale equipe, di certo tra le migliori in assoluto per questo tipo di interventi e a tutto il personale paramedico del reparto urologia che si è prodigato in ogni modo per assistere e coccolare anche un paziente difficile come me. E' fondamentale per chi si trova in queste condizioni, avvertire che, oltre all'efficienza e alla tempestività di ogni prestazione, chiunque entri nella tua camera, dal primario al personale della pulizia, vedendoti l'occhio stranito e perennemente bisognoso di attitudini consolatorie, ha sempre una parola di conforto, si interessa alle tue condizioni, ti esorta ad essere tranquillo che tutto va per il meglio. Spesso questo aiuta tanto quanto tutto il resto. Non voglio tediarvi con i particolari più turp(i), appunto, dell'avvenimento, tanto l'ho gia fatto nel post di ieri, facendo subire il tutto ad uno dei miei personaggi che ho più in antipatia, Paularius di Surakhis, che se lo merita, ma come fa Raspelli per i ristoranti, se avete bisogno, eheheheeh, ve lo consiglio caldamente.
mercoledì 8 luglio 2009
Cronache di Surakhis 16: una storia TURP(e).
Finamente Paularius si era deciso. Da tempo l'esomedico di Rigel IV, che consultava anche per le fluttuazioni della Borsa intergalactica, gli consigliava una revisione rigeneratrice. Oltretutto, i fastidi che aveva da tempo, si manifestavano sempre più frequentemente. Dopo infiniti tira e molla, si fece portare da due ancelle di Hort che lo accudivano amorosamente e che gli avevano addolcito la decisione, all'Hospirifugio, una piccola ma efficace struttura nell'oasi Nova. Lo presero in carico due automedics che lo rivoltarono subito come un calzino. Stereolastre in multivision, aghi in ogni parte e tubi in ogni orifizio a succhiargli liquidi e ad iniettargliene altrettanti. Invece della spuma di tacchino ripieno con aria di cipolline borettane brasate al vino di Barol, l'ultima invenzione della cucina galactomolecolare di cui andava pazzo, un brodino moscio e zambetti bolliti. Poi l'attesa, dopo che l'autoparamedical lo aveva ridotto glabro come la testa dell'imperatore prima del trapianto. Rimase a meditare nella piccola stanza anonima ed asettica in un tono giallino. Notte popolata di incubi, con un risveglio pesante per la dura giornata che lo attendeva. Giunse col trasporto nella sala verde, grato al chiacchiericcio delle ginoidi che cercavano di tirargli su il morale. Era tutto di un gradevole verde cloro, anche le leggere vesti di garze che lo avvolgevano. Lo attendevano ansiosi, pronti con aghi, biobisturi ed ogni altro strumento necessario. Lo sbigottimento durò poco e la tenue sedazione iniziale non lo rese conscio del propagarsi del fungo anestetico che si impadroniva di metà del suo corpo. Era una forma di vita primitiva scoperta su un pianeta esterno che dilagava in un attimo nell'ospitante nutrendosi del suo dolore fino all'autoeliminazione. Così rimase per tutto il tempo in uno stato di torpore mentre attorno a lui tutti si davano da fare. Gli autotubi entravavano, cercando da soli gli orifizi appropriati, visualizzavano e subito le lame entravano in funzione, dentro il suo corpo si tagliava, si resecava, si asportava, mentre sull'oloschermo sopra la sua testa scorreva la TURP(e) storia di quanto accadeva dentro di lui. Ma perchè il soffitto sembrava abbassarsi così tanto, quasi a schiacciarlo? Poi, d'un tratto, tutto finì e fu teletrasportato alla cameretta, dove già lo attendeva un altro compagno di sventura, che veniva dalle colline vicine, preparato anch'egli per essere trattato allo stesso modo il giorno successivo. Altri aghi, tubi e mille diavolerie si aggiunsero per aumentare la dura prova. Paularius era un paziente particolarmente fastidioso. Non sopportava quasi nulla. Il caldo, il freddo, la sete, una soglia del dolore talmente bassa da farlo impallidire alla semplice esibizione di una siringa. Per qualche giorno si rese insopportabile a tutte le autoparams che si affacendavano attorno a lui cercando di accontentarlo, pigolando gentili. All'ennesima esibizione di dolori atroci che gli sconvolgevano l'apparato offeso, una ginoide dagli occhi di ghiaccio, arrivò di corsa con in mano orribili strumenti su cui campeggiava un siringone succhiatore autoregolante e a lui che terrorizzato fu messo in posizione totalmente esposta, chiedendo disperato e chioccio: "Cosa mi sta facendo?", rispose con voce roca e ammiccante: "Una cosa che non si potrà mai più dimenticare" e la siringa affondò il suo ago nell'orifizio cominciando il lavaggio interno. Giunse il giorno fatale dell'estrazione dei tubi. Boban di Andromeda cercava di calmarlo, ma non era facile. Ancora occhi fatati ed allusivi, ancora mani delicate in azione; paralizzato dal terrore sentì solo:"Respiri profondamente" poi il tubo cosparso dai microcoaguli dei suoi liquidi vitali rinsecchiti, venne strappato d'un colpo. Un dolce sentore di cartavetro tipo zero che sturò le sue delicatissime mucose interne, lasciandolo ad un altra giornata di lamentele sul bruciore insopportabile, dalla soddisfazione liberatoria, seguita da grandi grida di soddisfazione per i risultati raggiunti e comparati assieme al compare di letto. Insomma il tormento e l'estasi e compagnia bella. Quando finamente lo rilasciarono, se ne tornò a casa sotto il cielo infuocato tendente al cyano dell'estate di Surakhis, pronto a rendere la vita difficile a quanti gli sarebbero stati vicini nei giorni successivi, anche se quasi tutta la servitù era stata mandata in vacanza per evitare le lamentele sicure dei Morigeratores, che non aspettavano altro. In una bella busta bianca aveva con sé tutti i risultati degli esami. Promosso, dunque e con la Minzione Onorevole!
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martedì 30 giugno 2009
腹切り
Harakiri, un gesto volontario, poco compreso nel nostro mondo; consequenziale ad un modo di vivere e di considerare gli obblighi del proprio stato, nel mondo orientale. Rispondere ad un obbligo nell'unico modo possibile, lasciarsi andare ad un destino cui non si può sfuggire. Una posizione fissa, il sei-za , che impedisce movimenti scomposti durante l'atto, un compagno fidato che agisce sulla sensazione di dolore calando il fendente fatale per anestetizzare completamente i sensi, mentre il corpo cade graziosamente in avanti e la lama, l'acciaio puro, tagliente come un bisturi, il tantō o meglio il wakizashi, il "guardiano dell'onore" che con colpo sicuro e deciso perchè usato da abili mani abituate al maneggio della spada, penetra nelle carni, taglia, apre, reseca, accompagna nella nuova vita. Tutto deve avvenire in un ambiente adeguato, direi sterile, accompagnato dal bianco accecante o da una tenue sfumatura di verde delle vesti, che accompagnino la severa nudità del corpo pronto all'operazione. Operazione delicata che va eseguita nel luogo preposto e con precisione millimetrica per non compromettere il fine ultimo del sacrificio. Solo se tutto viene eseguito con cura ed ognuno, dall'attore principale a coloro che lo circondano, svolge il suo compito con la dedizione che merità, si otterrà il risultato voluto. l'obbligo verrà rispettato, l'onore salvo, la funzione continuerà. Solo carne inutile sarà stata chirurgicamente sacrificata.Ecco, sono certo che per molti è difficile capire, dunque per qualche giorno mi ritirerò a meditare su questo concetto in un luogo e con le persone che ho scelto con cura. Soltanto dopo che avrò assimilato e concluso questo percorso, potrò tornare tra di voi, più sereno, più libero di mondare la mente e soprattutto il corpo di tutte le scorie che il nostro modo di vivere ci procura. Non tornerò solo se l'imponderabile, come in tutte le cose umane, mi impedirà di raggiungere la voluta comunione di corpo e di spirito. Ma non turbatevi, in questi pochi giorni, non vi lascerò soli, il consueto ghost writer è stato incaricato di postare alcune cose che ho preparato per l'occasione, tutte legate da un fil rouge all'argomento di oggi.
さよなら.
P.S. Mi suggerisce Kinué che salutare con "さよなら" non va bene, meglio さようなら .
Quindi rettifico.
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