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mercoledì 10 gennaio 2018

Ancora matematica


Allora sembra che finalmente sia giunto il momento, anzi con un giorno di anticipo, domani mi farò 'sto grosso calcolo, che come si sa, la matematica non è un opinione. Non aggiungo altro, perché mi sta qui dentro da un bel po', quindi ne parliano quando sarò riuscito ad arrivare al risultato, naturalmente con l'aiuto di chi ne sa di più di me e di calcoli ne fa quasi tutti i giorni, quindi direi è da considerarsi esperto e dovrebbe darmi una mano anzi tutte e due per arrivare al risultato corretto. 

Spero di farcela in due o tre giorni, ma sapete com'è magari potrebbe essere più complicato del previsto tanto da arrivare ad un risultato definitivo, anche se non auspicato. E' già capitato, sembrava un calcoletto semplice e invece anche con la prova del nove si è rivelato fatale per il malcapitato che voleva togliersi il pensiero. Comunque vi saprò dire, spero entro domenica. 

venerdì 8 settembre 2017

Ritiro spirituale 7: Un'altra storia TURP(e)



Bene questa mattina, l'ashram di Novi ha aperto le sue porte e con l'approvazione del gran maestro e dei suoi adepti sono uscito finalmente libero e mondo da ogni bruttura, interna naturalmente, di quelle esterne non sono ancora riuscito a liberarmi. Ho abbandonato lo stato peraltro naturale della nudità vestita di vento dei sadhu indiani, che avevo fatta mia per cinque cicli solari, per calzare nuovamente le vesti diuturne e sono ritornato alla vita normale, al traffico quotidiano, alle incombenze di tutti i giorni, bollette da pagare, riunioni condominiali, progettazione e preparazione del viaggio in cantiere. Anche il gruppo delle encomiabili vestali del tempio mi ha salutato con simpatia, dopo avermi amorevolmente accudito anche se, come qualcuno di voi già sa, altri lo avranno immaginato, si trattava di un lavoro TURPe (Transuretral resection of prostate) causata da banale IPB. Anzi se vogliamo mettere i puntini sulle i era soltanto un ritocchino, dato che il lavoretto originale lo avevo già fatto, anzi subito 9 anni fa, (ne avevo parlato qui per chi non si ricorda) una robetta banale, che poi così banale non è, almeno per chi la subisce e va già bene che noi uomini, io in particolare, abbiamo una soglia di sopportazione che che a 37,1 di temperatura chiamiamo il pronto soccorso. 

Tutti gli amici del club della prostata sanno di cosa parlo e mi capiscono benissimo. Comunque anche questa è fatta e non mi resta che ringraziare davvero caldamente tutto il reparto di Urologia dell'Ospedale di Novi Ligure a partire dal primario Dr. Montefiore e tutto il suo staff e a tutte le infermiere che si sono alternate al mio capezzale di finto moribondo (ah che paziente molesto!) con pazienza e affetto. Io le chiamo impropriamente infermiere, naturalmente, adesso ci sono un sacco di qualifiche specifiche, ma noi anziani siamo abituati a usare termini semplici, se no non ci capiamo più niente. Quello che comunque va rimarcato assolutamente che non è soltanto l'altissima competenza e professionalità che ognuno metteva nel suo lavoro, dio solo vede quanto pesante, impegnativo e anche mica tanto piacevole, ma quel di più conta è quello che tutti coloro che si sono alternati attorno a me e ai miei vicini, mettevano in termini di umanità, cortesia, sorrisi e battute che sono poi quelle cose immateriali che fanno tanto piacere a chi si trova in condizioni di paziente e diciamolo pure fanno la differenza. Se a questo aggiungete che il tutto non mi è costato una lira, vorrei che tutti coloro che parlano male del sistema sanitario italiano andassero ogni tanto a dare un'occhiata all'estero prima di aprire la bocca e dare fiato. E con questo direi che il ritiro spirituale si è concluso ed è ora di passare a cose più interessanti.


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venerdì 15 luglio 2011

Chiedere la fiducia.

Avere o chiedere la fiducia a prescindere può essere anche un fattore genetico per qualcuno, ma in generale credo di più all'influenza dell'ambiente. Così io non ritengo di essere malfidente per natura, ma so perché questo dono mi è negato e voglio sempre controllare prima. Penso che tutto sia nato da un fatto specifico che, mentre sale la calura mattutina, voglio provare a raccontarvi. Avevo attorno ai cinque anni, ero un bel bimbo pacioccoso, gioia della sua mamma che come tutte, era soprattutto preoccupata di mantenermi in buona salute. Le curette "ricostituenti" che mi venivano somministrate in via preventiva avevano di certo contribuito a non configurare la struttura del bambino patito con le ginocchia ossute che andavano per la maggiore in quel periodo, tuttavia non riuscivo ad evitare, durante gli inverni che, come è noto erano assai più rigidi degli attuali, una sorta di fine glaciazione insomma, di beccarmi fastidiosi mal di gola ad ogni refolo di tramontana. La mia mamma guardava con orrore le placche bianche che avevo in gola, infine decise che il medico dovesse dire la sua. A quel tempo girava un'altra moda. A tutti i bambini bisognava tirar via le tonsille, fonte probabile di tutti i mali. Ecco dunque il luminare, che molto mi impressionò con con una specie di parabola lucente con lampadina centrale che teneva accesa sulla fronte mentre mi guatava in bocca come un lupo in cerca di preda.

- Eh, questo bambino avrebbe bisogno di mare - borbottò mentre la genitrice si incupiva sapendo che non mi ci poteva mandare. - Comunque qui bisogna togliere queste tonsille e già che ci siamo anche le adenoidi che sono solo un fastidio! - Ordinò con fare spiccio. La condanna era ormai passata in giudicato anche se io non avevo la minima cognizione di cosa volesse dire. Naturalmente ci si prese ben cura di non farmi sapere quale fosse il mio destino ed un bel giorno eccomi varcare per la prima volta la soglia dell'ospedale, avendo io provveduto a nascere direttamente a casa come si usava a quei tempi, a guerra appena terminata in cui i padri temevano soprattutto che i pargoli venissero scambiati in culla con altri di colore, lasciati in dono dalle truppe di passaggio. Ogni epoca ha le sue leggende metropolitane. Nella mia ingenuità non avevo capito cosa stessimo andando a fare, ma, essendo stato indottrinato al fatto che non ci fosse nulla di pericoloso, mentre al contempo era lasciato intendere che successivamente ci sarebbe stata grande abbondanza di gelato, mi lasciai condurre fiducioso e privo di timori.

Dopo una breve ed inconsapevole attesa, anche se i grandi stanzoni non erano positivi in sé, fui preso da mani adunche, anche se accompagnate da voci fintamente carezzevoli come quelle delle streghe dei cartoni animati, a cui però, io, poverino non avevo ancora contezza. Anche questa fu dura lezione che la conoscenza è importante nella vita. Seduto su un seggiolone, privo della rassicurazione delle braccia materne che disperatamente cercavo, guardandomi intorno spaurito, colto dalla sindrome dell'abbandono, cominciai a preoccuparmi seriamente, circondato da quei camici bianchi che non promettevano nulla di buono mentre il ciglio cominciava ad inumidirsi anche se il singulto tardava a venire. Ero un bambino timido. La figura temibile ma allo stesso tempo rassicurante di una grassa suora baffuta prese però forma incombente davanti a me e suadente e melliflua si avvicinò, come il poliziotto buono, scostando i cattivi figuri che mi circondavano e tenendo tra le mani un arnese lucente di acciaio. - Che bravo bambino. - mentì - Apri la bocca che mettiamo questa cosa, che così il dottore ti fa la fotografia.- Come è facile carpire la fiducia di un bimbo; mi lasciai andare alla dolce malia ritrovandomi di colpo tra i denti una mordacchia metallica che mi teneva le ganasce dolorosamente spalancate e il resto del corpicino immobilizzato da cinghie.

Senza fiato per la paura, prigioniero dell'orco che si avvicinava ghignante con orribili strumenti tra le mani, non ebbi nemmeno la forza di gridare mamma, anche perchè la maschera di ferro me lo inpediva. Ero impotente, che sensazione tremenda ed indimenticabile. Come Marocelli allo Spielberg, privo di anestesie, come evidentemente si usava (spero che non fosse una atroce malizia nei miei confronti), sentìi qualcosa che entrava nel fondo della mia gola per afferrare e strappare via le mie tenere ghiandole. Più volte andò e ritornò, come il nibbio rapace che divorava il fegato di Prometeo, finché fu sazio finalmente, ebbro della mia carne giovane e del mio sangue innocente. Quando mi liberarono, urlavo come un lattonzolo scuoiato e credo, poichè a quel punto i ricordi si fanno confusi, la pattuglia dei sadici se ne andò, abbandonandomi, misero sacchetto svuotato di forze a furia di gridare, nelle braccia della mamma a cui mi affidai in un deliquio rancoroso e colpevolizzante. Nei giorni successivi fui probabilmente insopportabile e impegnato soprattutto a incistare nella mia psiche una malfidenza ragionata che sarebbe stata mia futura compagna. Il gelato ci fu e in grande quantità. E questa fu cosa buona.


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lunedì 18 aprile 2011

Ospedale.

L'ospedale è un non luogo. Per definizione come un carcere, più ambiente di sofferenza che di redenzione. Anche la sua forma fisica, gli interminabili corridoi, le volte alte dai rimbombi inquieti, gli odori negativi che ci respiri, le attese inerminabili, contribuiscono a costruire una intelaiatura che respinge, anche se tecnicamente dovresti sentirti come dal meccanico dove vai per rendere qualcosa nuovamente in grado di funzionare in modo egregio. L'ospedale non è neppure un tempo, perchè qui l'orologio si ferma e non si riesce ad apprezzare fisicamente lo scorrere delle ore. Ti senti come sospeso in un limbo privo di riferimenti che prevede solo attese, sia che tu ti trovi al di qua o anche al di là della barriera del letto. Al carrozziere chiedi tra quanti giorni potrai andare a ritirare il mezzo, qui aspetti. Aspetti che la cura faccia il suo effetto qualunque esso debba essere. I reparti geriatrici poi, sono l'esasperazione di questo concetto. Limbo nebuloso dove i corpi spesso privi di specificità individuabili, stanno lì stimolati variamente, con tentativi di dosaggi da calibrare di volta in volta in attesa di reazioni spontanee di organi, che la natura aveva progettato per tempistiche diverse e che l'intelligenza dell'uomo riesce ad adattare a funzionalità più lunghe.

Anche da qui capisci come la nostra specie si è imposta sul pianeta. E' la volontà di forzare comunque la natura a nostro vantaggio, di sfruttare comunque il più a lungo possibile questa opportunità che abbiamo avuto e che in teoria tutti vorrebbero prolungare all'infinito. Però anche se non c'è scelta si sta male in ospedale. Nonostante tutto. Anche se sei circondato da persone che si prodigano per farti sentire meglio. Anche se in mezzo a difficoltà continue, ci mettono tanto del loro, perché la com-passione, il soffrire insieme, ti aiuta a stare meglio ed è comunque consolatorio e utile ad abbreviare il non-tempo di attesa. Tante persone che danno il meglio di sé nei giorni scuri e nelle lunghissime notti, continuando a lavarti, a nutrirti, a curarti, ad aiutarti a svolgere tutte quelle funzioni che credevi legate ad una intimità solo tua, a cercare di metterti in grado di tornare serenemente alla tua casa. Che lavoro difficile e duro.

Che ammirazione per questo esercito di soldati che riesce spesso anche a darti un sorriso o una risata leggera come aiuto non previsto, ma utilissimo per accelerare la tua liberazione anche se spesso è circondato, assalito da pazienti tignosi ed insofferenti che comunque una giustificazione ce l'hanno, ma anche da torme di parenti incarogniti, pretenziosi, arroganti, a cui il bisogno e lo stato di necessità fa perdere ogni remora di comprensione e di pazienza. Tutto e subito come sarebbe di teorico diritto, come si è ormai abituati a pretendere anche di fronte ad una realtà fatta di carenze oggettive, causate da un sistema in cui tutti hanno colpe e nessuno è davvero interessato alle soluzioni. Però alla fine, anche se per gli stessi addetti è una cosa assolutamente incredibile, nella maggior parte dei casi, si torna a casa. Senza ringraziare nessuno. E continuando a lamentarsi.


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domenica 7 novembre 2010

Per un amico triste.

In questi giorni un caro amico ha un pallino in un'ala. Per carità, gli mettono un cerotto, ma è facile diventare tristi quando sei debole. Ti senti solo e indifeso ed è più duro ascoltare chi ti è vicino. Per questo oggi, in questa domenica dipinta dal grigio di una perla appassita, voglio dedicargli una poesia antica di Wang Bo, che anche a causa del nome, mi è ovviamente molto simpatico.

Il giudice Tu si reca ad assumere la carica a Shu Zhou

Sotto la torre delle mura s’allungano i tre Chin,
Vento e foschia tra cui, lontani, si vedono i Cinque Guadi.
Da te mi allontano, mi pes
a il pensiero
Che siamo gente nomade negli uffici.

Ma quando al di là del mare un amico caro rimane,
Anche l’estremo orizzonte
appare vicino.

Non c’è ragione per stare fermi al bivio,

Come bambini che si asciugano le lacrime.




mercoledì 8 luglio 2009

Cronache di Surakhis 16: una storia TURP(e).

Finamente Paularius si era deciso. Da tempo l'esomedico di Rigel IV, che consultava anche per le fluttuazioni della Borsa intergalactica, gli consigliava una revisione rigeneratrice. Oltretutto, i fastidi che aveva da tempo, si manifestavano sempre più frequentemente. Dopo infiniti tira e molla, si fece portare da due ancelle di Hort che lo accudivano amorosamente e che gli avevano addolcito la decisione, all'Hospirifugio, una piccola ma efficace struttura nell'oasi Nova. Lo presero in carico due automedics che lo rivoltarono subito come un calzino. Stereolastre in multivision, aghi in ogni parte e tubi in ogni orifizio a succhiargli liquidi e ad iniettargliene altrettanti. Invece della spuma di tacchino ripieno con aria di cipolline borettane brasate al vino di Barol, l'ultima invenzione della cucina galactomolecolare di cui andava pazzo, un brodino moscio e zambetti bolliti. Poi l'attesa, dopo che l'autoparamedical lo aveva ridotto glabro come la testa dell'imperatore prima del trapianto. Rimase a meditare nella piccola stanza anonima ed asettica in un tono giallino. Notte popolata di incubi, con un risveglio pesante per la dura giornata che lo attendeva. Giunse col trasporto nella sala verde, grato al chiacchiericcio delle ginoidi che cercavano di tirargli su il morale. Era tutto di un gradevole verde cloro, anche le leggere vesti di garze che lo avvolgevano. Lo attendevano ansiosi, pronti con aghi, biobisturi ed ogni altro strumento necessario. Lo sbigottimento durò poco e la tenue sedazione iniziale non lo rese conscio del propagarsi del fungo anestetico che si impadroniva di metà del suo corpo. Era una forma di vita primitiva scoperta su un pianeta esterno che dilagava in un attimo nell'ospitante nutrendosi del suo dolore fino all'autoeliminazione. Così rimase per tutto il tempo in uno stato di torpore mentre attorno a lui tutti si davano da fare. Gli autotubi entravavano, cercando da soli gli orifizi appropriati, visualizzavano e subito le lame entravano in funzione, dentro il suo corpo si tagliava, si resecava, si asportava, mentre sull'oloschermo sopra la sua testa scorreva la TURP(e) storia di quanto accadeva dentro di lui. Ma perchè il soffitto sembrava abbassarsi così tanto, quasi a schiacciarlo? Poi, d'un tratto, tutto finì e fu teletrasportato alla cameretta, dove già lo attendeva un altro compagno di sventura, che veniva dalle colline vicine, preparato anch'egli per essere trattato allo stesso modo il giorno successivo. Altri aghi, tubi e mille diavolerie si aggiunsero per aumentare la dura prova. Paularius era un paziente particolarmente fastidioso. Non sopportava quasi nulla. Il caldo, il freddo, la sete, una soglia del dolore talmente bassa da farlo impallidire alla semplice esibizione di una siringa. Per qualche giorno si rese insopportabile a tutte le autoparams che si affacendavano attorno a lui cercando di accontentarlo, pigolando gentili. All'ennesima esibizione di dolori atroci che gli sconvolgevano l'apparato offeso, una ginoide dagli occhi di ghiaccio, arrivò di corsa con in mano orribili strumenti su cui campeggiava un siringone succhiatore autoregolante e a lui che terrorizzato fu messo in posizione totalmente esposta, chiedendo disperato e chioccio: "Cosa mi sta facendo?", rispose con voce roca e ammiccante: "Una cosa che non si potrà mai più dimenticare" e la siringa affondò il suo ago nell'orifizio cominciando il lavaggio interno. Giunse il giorno fatale dell'estrazione dei tubi. Boban di Andromeda cercava di calmarlo, ma non era facile. Ancora occhi fatati ed allusivi, ancora mani delicate in azione; paralizzato dal terrore sentì solo:"Respiri profondamente" poi il tubo cosparso dai microcoaguli dei suoi liquidi vitali rinsecchiti, venne strappato d'un colpo. Un dolce sentore di cartavetro tipo zero che sturò le sue delicatissime mucose interne, lasciandolo ad un altra giornata di lamentele sul bruciore insopportabile, dalla soddisfazione liberatoria, seguita da grandi grida di soddisfazione per i risultati raggiunti e comparati assieme al compare di letto. Insomma il tormento e l'estasi e compagnia bella. Quando finamente lo rilasciarono, se ne tornò a casa sotto il cielo infuocato tendente al cyano dell'estate di Surakhis, pronto a rendere la vita difficile a quanti gli sarebbero stati vicini nei giorni successivi, anche se quasi tutta la servitù era stata mandata in vacanza per evitare le lamentele sicure dei Morigeratores, che non aspettavano altro. In una bella busta bianca aveva con sé tutti i risultati degli esami. Promosso, dunque e con la Minzione Onorevole!

domenica 1 marzo 2009

Sindrome di Stendhal

Il corpo umano è una macchina mirabile, ma è sufficiente che poche variazioni, piccoli segnali di malfunzionamento, per lo più dovuti all'ambiente circostante, fisico o anche e soprattutto psicologico, si mettano in moto, che subito ci assale la peoccupazione, i timori più foschi per la salute in pericolo. L'ipocondria è una delle situazioni più comuni, unita al languido spleen di chi ha generalmente poche preoccupazioni e quindi deve farsene sorgere qualcuna, per non rimanere troppo senza problemi. Però questo tenero crogiolarsi nei propri piccoli segnali di malessere, di per sè non troppo dannoso, genera nei vicini e sodali, un generico senso di fastidiosità, di doverosa sopportazione che, come danno collaterale, provoca la sottovalutazione di situazioni più coerenti. Eravamo come sempre in giro per l'Italia con una delegazija di Sovietici per esibire macchinari in funzione in varie aziende italiane e nella inevitabile appendice turistica di contorno, sostavamo a Firenze. Al nostro seguito, anche il nostro amico Cinese che approfittava del tour per completare la sua conoscenza tecnologica. Era ormai noto, tra di noi, per avere mille piccole magagne fisiche, tutte di piccola entità, ma che lo presentavano agli amici come una vera e propria farmacia ambulante, che mescolava compresse di prescrizione occidentale ad altri, più misteriosi medicamenti che si portava al seguito dal lontano oriente, dai componenti iperbolici e di certo costituiti da innominabili parti di animali rarissimi. Anche se un po' sbertucciato dagli astanti, però proseguiva con metodo le sue terapie nella ricerca assoluta dell'equilibrio tra lo yin e lo yang della sua fisicità. Già da un paio di giorni però, era piuttosto taciturno e alla sera rifiutò di toccare cibo, quasi come un corpo estraneo tra i nostri russi che libavano pesantemente in un tripudio di fiorentine al sangue. Al mattino a colazione arrivò in ritardo e piegato in due, accusando forti dolori. Dovevamo partire in fretta per approfittare della strada, facendo dare un colpo d'occhio alle bellezze di Pisa, prima di rientrare. Per tutta l'autostrada rimase raggomitolato in fondo al pulmino senza lamentarsi e arrivati a Pisa non si volle muovere da quella incomoda posizione, mentre il gruppetto sciamava verso i monumenti. Piazza dei Miracoli era un pavé di smeraldo con quattro opali traslucidi incastonati che brillavano al primo sole di primavera. Il Battistero e la Torre, motori immobili di un'emozione che colse i nostri trasportati allo stomaco, mi abbagliarono ancora una volta, poi tornai al pulmino per dare un'occhiata all'amico. Sembrava stare male e rispondeva a grugniti. Decidemmo di passare un attimo dal pronto soccorso per fargli dare un'occhiata. Scese a fatica, coi lineamenti contratti che lo facevano sembrare appunto, giallo come un limone. Scomparve nella struttura, lanciandomi un'occhiata riconoscente dalla lettiga. Dopo un po' , affrontai il medico che uscì per darci notizie, dicendogli: - Ci scusi dottore, ma l'abbiamo portato per scrupolo, perchè si lamentava, ma non dovrebbe avere niente.- Il devoto ad Esculapio mi squadrò e mi rispose:-Guardi che glielo dico io, se non ha niente; intanto è quasi in peritonite.- Lo operarono d'urgenza e se la cavò anche quella volta.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!