venerdì 26 marzo 2021

Luoghi del cuore 113: La piana di Bagan

Bagan - Myanmar - novembre 2014


Ogni volta che nei telegiornali appaiono immagini del massacro che sta avvenendo in Birmania, mi si stringe il cuore al pensiero della straordinaria bellezza di quei luoghi ma soprattutto delle persone che laggiù ho conosciuto e che in questo momento staranno di certo affrontando problemi e situazioni spaventose. Eppure non sono passati neppure sei anni da quando eravamo nella piana di Bagan ad aspettare che la luce salisse e per farci una bella razione di templi su cui non voglio tediarvi più di tanto, se non dicendo che l'emozione che si prova in queste antiche costruzioni, in fondo tutte diverse, tra statue, affreschi e cunicoli interni dà sempre grandi stordimenti. Mi sembra di essere davvero ancora là inquesto momento. Si parcheggia tra biciclette lasciate tra gli alberi da avvenenti biondine nordiche e le tonga colorate il cui cavallo bruca tra la polvere in attesa che il suo carico risalga uscendo dalle viscere del tempio vicino. Ci sono anche i pullman certo, ma ragazzi, lo abbiamo già detto più volte, volete venire in un posto strepitoso come questo, nella stagione migliore e pretendereste anche di essere da soli? Non è molto logico aspettarselo, non vi sembra, Dunque portate pazienza, se mai si potrà di nuovo arrivare da queste parti e godetevi quello che vi circonda. C'è tempo per fermarsi in un villaggio in mezzo alla boscaglia rada. In tutta l'area la popolazione si è spostata nei tre centri cittadini che la circondano che sono sorti sulla riva dell'Irrawady, ma rimane ancora qualche contadino anche tra gli alberi che circondano i templi. Le capanne sono di stuoia intrecciata, con stecche di colori diversi, che formano bei disegni geometrici. In ognuna, attività legate al lavoro dei campi ed alla produzione locale, dalla filatura del cotone, alla preparazione dei sigaretti di cheroot, una foglia succedanea del tabacco di cui ci sono campi tutto attorno. 

Tutte le anziane del villaggio se ne pippano serene dei cannoni voluminosi e caratteristici, mentre le giovani arrotolano e impacchettano. Dietro casa qualcuno ha un piccolo frantoio per ottenere l'olio di arachidi, attorno al quale gira senza posa un piccolo zebù dalla gobba nera e pendula sul mantello bianco latte. In mezzo al cortile, stuoie su cui seccano i peperoncini rossi, base della cucina birmana. Di tempio in tempio arriva la sera, il momento atteso per andare a godere la discesa del sole, sull'alta terrazza del Pyat Phat Gyi, un grande tempio che svetta nella pianura. Allora bisognava fare a gomitate coi francesi per conquistarsi un buon posto sull'estrema punta rivolta ad ovest. Soprattutto quando il consueto spettacolo è finito e la folla sciama, rimanete ancora un po' a seguire le dita di velluto nero dell'abito da sera della notte che avanza e che a poco a poco riveste il cielo. Avrete una emozione in più ed eviterete di essere gettati giù dalla terrazza o lungo le scale ripidissime da qualche improvvida spinta della folla che, frettolosa, cerca di guadagnare tempo per arrivare alla beata doccia prima di andare a cena. Poi arriva improvvisa un’altra alba e fuori, il sole diventa subito caldo anche nella stagione invernale ed infilarsi nelle viscere di un tempio diventa piacevole anche per questo. Alla luce di una torcia puoi così scoprire affreschi antichi e minuziosi. Ecco qui le storie edificanti del Buddha, le sue mille tentazioni, le file dei fedeli. Laggiù invece scene di vita sociale nelle città del tempo, addirittura uomini barbuti coi cappelli a cono e la tesa larga, con i portoghesi che arrivavano fin qui a commerciare spezie e pietre preziose. 

Le pareti oscure dei mille corridoi diventano libri di storia e da un tempio all'altro le leggende si intrecciano. Qui il principe soffocò il re suo padre per sostituirlo sul trono; là il tempio stesso diventò prigione del regnante del momento, laggiù ancora nelle viscere buie sotto il grande stupa si aggira il fantasma del generale committente, ucciso barbaramente dai suoi sottoposti. I templi sparsi nella pianura sono oltre quattromila, capirete che c'è spazio per ogni cosa, basta avere il tempio di girare e di fermarsi a guardare. Al grande tempio di Ananda, potevi allora osservare i restauratori nella loro minuziosa opera di salvataggio delle migliaia di formelle invetriare, che il tempo ed i terremoti hanno crepato, spezzato, corroso nei secoli. Un lavoro di pazienza come quello dei laccatori. Qualche stupa era avvolto da una rete di bambù fitta fitta. Quando ci sono soldi od offerte si mette le mani ad uno di questi e lo si restaura, forse in modo un po' drastico, ma proprio della mentalità del paese, per la quale evidentemente, antico e rovinato non solo non è bello ma neppure funzionale al culto. Bisogna, rifare, ricoprire d'oro, rimettere statue e sculture nuove, illuminate da neon colorati su cui poter pregare e a cui poter portare offerte. Così la pianura è cosparsa in lungo ed in largo di costruzioni smaglianti alternate ad altre quasi in rovina, con un fascino forse simile a quello che aveva l'agro romano per il gran tour che ogni Europeo di cultura doveva fare in Italia.

Anche qui puoi sedere su muriccioli in rovina mentre tra la polvere gialla sollevata dal passaggio di un gregge di capre, intravedi l'ogiva di un tempio dai mattoni ocra, nascosto tra arbusti e fogliame. Il rosso vivo delle buganvillee ne avvolge altri e li impreziosisce e puoi rimanere ore a guardare il panorama, abbacinato dai riflessi dell'oro del Thatbyinnyu Pahto, stupire davanti ai portali di tek scolpite del tempio di Ananda o sentire il maleficio che emana dal Dhammayangyi Patho, imponente edificio abbandonato e quasi in rovina che nessuno vuole restaurare per sottrarsi alle sue maledizioni. Era stato costruito da un re che, da buon buddhista non violento anche se forse un po' estremista, voleva espiare le sue colpe, lo strangolamento di padre e fratello, la barbara uccisione di una moglie che praticava ancora l'hinduismo. Ma sembra non riuscisse a sottrarsi alla sua indole violenta, così, a tutti i costruttori che non rispettavano il capitolato, quello per cui tra le pietre disposte con cura durante la costruzione, non doveva passare un spillo, faceva amputare un braccio, tanto erano tutti precari e non c'era Landini che tenesse. Pare che la clausola fosse parte integrante del contratto e si sa che i contratti vanno rispettati anche dai buddisti. Guardi la pietra all'entrata dove è scavata la misura in cui veniva messo l'arto per l'operazione e senti quasi come dall'ingresso buio spiri ancora come una corrente d'aria gelida che pare avvolgere i muri corrosi dal tempo e gli stucchi cadenti. 

I portali sembrano occhiaie buie e hai voglia di andartene in fretta. Sulle rive del fiume che taglia la grande pianura, si trova un piccolo monastero che si differenzia da tutti gli altri. Risale solamente ad un centinaio di anni fa, ma è costruito completamente in legno di tek. Un piano rialzato, con una grande sala a cui si accede attraverso una serie di porticine dai battenti scolpiti. Sopra, una trina traforata di pinnacoli di legno che la pioggia piano piano si sta divorando. Tutto intorno la fresca ombra di alberi di neem e fiori di buganvillee. Cammini nell'ingresso ed il pavimento scricchiola sotto i tuoi piedi nudi come la tolda di una antica nave. Un giovane monaco ti corre incontro trafelato, vorrà un’offerta o sto invadendo un luogo proibito? La cosa non è bella anche se mi son tolto con cura scarpe e calze, come d'obbligo prima di salire la scaletta di accesso. Appena vicino, mi blocca con un segno perentorio della mano e chiede con aria preoccupata: Where you come from? -Italy- rispondo, rinfrancato e grato della curiosità del religioso. - Allora con i piedi, stai attento ai chiodi. - Lo sa dire in una ventina di lingue ed è molto compreso in questa sua funzione di espletare in tempo la prevenzione degli incidenti, poi se ne va subito a fare altro, tanto qui di turisti ne girano pochi. Ma la giornata passa in fretta e quando finisci a Old Bagan, sulla riva del fiume, il sole si avvia al suo destino sulla riva opposta dell'Irrawadi. Quando il cielo diventa viola e poi scuro, una guglia d'oro lancia un ultimo luccicore lontano. Inspirare, espirare, non c'è altro che serva davvero di fronte a tanta bellezza.

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