venerdì 22 maggio 2020

Oasi perdute 18: Wadi Shab


Wadi Shab - Oman - ottobre 2018

L'ingresso
Tanto per chiudere questa piccola serie sulle oasi dimenticate che ho avuto la ventura di vedere, visto che di quelle yemenite ho parlato troppo recentemente e di altre mi sfugge il ricordo, vorrei finire con una oasi omanita che mi ha particolarmente colpito, forse per la gradevolezza della compagnia, forse perché con l'età si apprezzano sempre di più certi momenti. Quindi riprendo un pezzo di un paio di anni fa per raccontare della particolarità di alcune oasi omanite nascoste all'interno di stretti wadi. L'accesso a wadi Shab comincia proprio sotto il ponte dell'autostrada vicino alle ultime case del paesino di Tiwi. Le acque che filtrano dalle montagne retrostanti hanno formato qui un delizioso laghetto ricoperto di erbe palustri che devi attraversare con una barchetta. Sarà un percorso piuttosto faticoso, per fortuna in ombra all'andata, una passeggiata di circa un'oretta per risalire il greto secco del torrente tra due ali di roccia a strapiombo, quindi è bene raccogliere le forze prima della partenza facendo un pieno di insalata di polipo e frittate varie, più che altro per mantenersi in forma. Poi zaino in spalla e avanti, un piede dietro l'altro, sbuffando un po' e cercando di conservare il fiato per i momenti più faticosi. Già perché noi siamo un po' fatti così, se le rogne non ci capitano tra capo e collo, ce le andiamo a cercare col lanternino, dicono i mandrogni. Ogni volta, al ritorno, ci diciamo, adesso basta, non ci caschiamo più, da adesso in avanti solo spiagge, bordi piscina, amache e frullati di mango ghiacciati e invece rieccoci in fila indiana, con gli zaini affardellati e i piedi già sudati e gonfi come zampogne prima di cominciare, smadonnando sulle ginocchia imbolsite dal tempo e tenute insieme solo più dall'acido ialuronico. Teste da ricovero, eppur bisogna andare, dicevano gli alpini. A parte la mia Tiziana, naturalmente, che non molla il punto neanche se tira gli ultimi e anzi, è sempre troppo poco. Ma si sa l'età (mentale) conta molto, mentre l'anziano ama piangersi addosso, ma non vuole rinunciare, se no poi si lamenta ancor di più.

L'oasi

Comunque gambe in spalla e cominciamo una faticosa risalita del greto asciutto dello wadi. Il paesaggio è grandioso, ma forse l'ho già detto. Ieri sera, dando un'occhiata alle varie scemenze che ho scritto in questi ultimi anni mi sono accorto che esagero continuamente con la sequela degli aggettivi magnificativi e bellissimo, e meraviglioso, straordinario (alla Alberto Angela), fantastico e via discorrendo. Delle due l'una o sono proprio di bocca buona oppure bisogna davvero concludere che il mondo è di una bellezza difficile da descrivere e che alla fine ti mancano proprio gli aggettivi. E qui a wadi Shab siamo di nuovo daccapo. Attorno a te le pareti di roccia dorata, illuminate dal sole fanno da quinta che delimita un cammino che si contorce sempre di più, risalendo la valle, mentre in alto i bordi si restringono fino a mostrare un fazzoletto di cielo sempre più piccolo. In molti punti il torrente ha lasciato pozze di acqua o di semplice umidità che consentono una vegetazione rigogliosa, che ha permesso anche l'insediamento di qualche casa circondata da palme, l'embrione finale di minuscole oasi che l'aumento graduale delle temperature cerca di uccidere, mentre la vena di acqua sempre più esile, riesce a mantenerle invita. L'uomo nei secoli è riuscito ad adattarsi anche qui, ed ecco che lungo i fianchi del torrente, seguendo percorsi tortuosi ma dalla pendenza costante ed attentamente studiata, corrono i falaj, fossati artificiali le cui pareti rialzate, costantemente mantenute in efficienza, portano il filo d'acqua ai fazzoletti di terra assetata, dove qualche ortaggio la riceve benedicendola e restituendo subito frutti rigonfi di soddisfatta sazietà.

Nel canon
C'è anche qualche capra smunta che si muove sulle rocce in cerca di erba fresca e un piccolo asino che sorveglia il sentiero senza neppure avere la forza di ragliare al tuo passaggio. Lo stradino si arrampica seppure con dolcezza su rocce grandi e lucide, quasi volesse aggiungere difficoltà al tuo cammino reso duro dalla calura che sale. Passo dopo passo avanziamo, mentre i goccioloni di sudore colano dalla fronte come lacrime di coccodrillo, a punirti della tua temerarietà. Non profferisci più parola, ufficialmente basito dalla severa bellezza del luogo, in realtà per conservare il poco fiato che ti è rimasto. Solo le ragazzine sgarzoline saltabeccano da una pietra all'altra come camosci, resi garrule e beate dal minor peso degli anni, che Allah le conservi. Siamo saliti un po' e adesso la strada si ferma ad un piccolo spiazzo circondato da massi giganti. Al di là, il sentiero scompare, coperto da una serie di pozze di acqua verde smeraldo che si susseguono verso il monte. Bisogna lasciare qui tutto quanto vuoi riparare dall'acqua se desideri avanzare lungo questo cammino di sofferenza verso l'agognata meta finale, premio mistico del pellegrinaggio. E qui hai modo di fare un'altra importante considerazione su questo paese, così diverso da tanti altri. Tu come molti altri, perché questo è un luogo piuttosto frequentato anche in questo periodo che non è ancora stagione piena, lasci sopra una pietra completamente incustoditi, macchine fotografiche, documenti e anche soldi, non molti per carità e nessuno si preoccupa del fatto che quando ritornerai tra un'oretta potresti non ritrovarli!

Piscine naturali
Sembra, ed ognuno di quelli che vivono qui te lo confermerà, non si ruba, ma non per timore delle pene, che pur è severa o per la certezza della stessa, ma proprio per tradizione. Questa gente che pure ha avuto un passato di schiavisti, considera l'appropriarsi delle cose altrui una cosa così disonorevole da non essere neppure pensata o prevista. Così tutti lasciano le cose in macchina senza neanche chiuderla o gli zaini sul cassone del pickup, certi che all'uscita del ristorante li ritroveranno. Per carità, ogni luogo ha sempre aspetti positivi e altri accanto negativi, ma questa cosa dà una gradevole sensazione di sicurezza e come si sa bene, quella avvertita è la più importante psicologicamente. Sia come sia, lasciamo qui tutto, vestiti e materiali e, debitamente costumati, i bikini si svelano magicamente come una liberazione sessuale programmata, ci immergiamo nell'acqua fresca, che subito ti dà una sensazione di benessere di cui si sentiva assolutamente il bisogno. Però accidenti, le pozze non è che siano delle regolari piscinette da bagno termale per riabilitazione infermi, ma innanzitutto il fondo è estremamente irregolare e soprattutto scivoloso come una saponetta, trappola vera e propria per anziani malagevoli ed inoltre dopo pochi metri sprofondano nelle viscere delle rocce e per procedere devi essere un buon nuotatore per non scomparire definitivamente nella palude dell'Averno, ça va sens dire, senza più riemergere.

Avifauna
Per fortuna la sapiente organizzazione ha pensato anche ai più handicappati tra i partecipanti e, dopo averli muniti di appositi giubbotti galleggianti da profugo in cerca di salvezza, li ha anche convinti psicologicamente, con un duro e sapiente lavoro, che non c'è nulla di cui aver paura. Qui non è mai affogato nessuno, almeno negli ultimi tempi. Quindi eccomi qui, tricheco claudicante e pesantissimo, con costume fantozziano ascellare e infagottato da un arnese di salvataggio arancione, di cui naturalmente ho faticato ad avvolgermi, causa dimensioni dell'epa prorompente, varato nel liquido verde, immerso fino al collo con la testa terrorizzata che emerge, tenuta fuori dalla garrota di lacci e lacciuoli, in questo caso salvifici, che procedo tentando faticosamente di nuotare verso monte. La fatica è improba, tento con goffi movimenti a rana, con i quali non si procede affatto, poi tento di allungarmi sbattendo disperatamente i piedi, ma il lentissimo avanzare mi toglie subito il fiato. Il giubbotto intanto, pur strizzandomi gli amici di Maria, mi tiene a galla come un turacciolo, evitandomi di ingollare golate d'acqua, ma la fatica è improba, adesso di certo verrò preso da crampi terribili e rimarrò qui in mezzo alla pozza ad aspettare di essere ripescato come un tonno nella tonnara. Invece a poco a poco si avanza, in un corridoio di rocce a picco, se uno non avesse paura, sarebbe una cosa magnifica a vedersi, questo labirinto di pietre levigate e di superficie a specchio resa verde da un alga sottile e carezzevole, che ti nasconde la parete, di certo abitata da esseri malevoli e pericolosissimi.

Ilwadi
Avanti, avanti, la bellezza che ti circonda uccide la paura ed anche la fatica, a poco a poco trovi un tuo ritmo per procedere nella forra fatta di strettoie improvvise e di slarghi successivi dove l'occhio corre in alto a cercare l'azzurro. Arrivi al fine ad un  laghetto che di certo sarà profondissimo, ma di cui per fortuna non si vede il fondo, nell'acqua opaca e spessa di verde cupo, come un fondo di bottiglia. Pensi che sia finito e già la soddisfazione della meta raggiunta ti rincuora e invece no. Niente affatto, il bello deve ancora venire. Michela che, decisa e paziente guida la truppa, indica una fenditura nella roccia, anzi più che uno spacco, si tratta di un buco quasi occluso dall'acqua nel quale passa a mala pena la testa. Qui si tratta di non mollare, ormai fin qui siamo arrivati e potrebbe anche bastare. Ma non sia detto che si arriva a Roma senza vedere il Papa. Michela si infila nel buco facendo strada, poi tocca a me. Cerco di nuotare sgambettando come una papera disperata inseguita da un'aquila rapace, per avanzare nella strettoia. Si tratta di una decina di metri, sufficientemente alta tuttavia per non costringere a dover tenere la testa sott'acqua. La sensazione, per me che non so nuotare e galleggio come un ferro da stiro, è davvero incredibile. Un misto di terrore per la situazione in cui mi sto trovando e assieme di stupita meraviglia per la bellezza di quello che mi circonda e che prevale su ogni timore, tanto, ragionandoci bene, sono assicurato sul rientro della salma.

Nella caverna (dal web)
Ancora un paio di metri e poi il soffitto si alza all'improvviso e lo spaziosi apre in una grande caverna, illuminata completamente da una apertura sulla sommità. La luce è verde intensa e dal'alto di una roccia verticale cade una cascata d'acqua che si abbatte in basso con uno scroscio potente. C'è da rimanere senza fiato e forse non si tratta neanche della fatica fatta; intanto arriva Tiziana e poi tutti gli altri. La dolce Roberta in fondo alla fila si occupa di non lasciare indietro cadaveri, ma di raccogliere e tenere unito il nostro piccolo gregge belante in cerca di incoraggiamento. Dentro il tempo si è fermato, il posto è sicuramente magico e al momento ci siamo solo noi qui dentro a goderci l'attimo fatato. Davvero non vorresti più venire via. Siamo tutti senza parole e al momento di ritornare attraverso il buco e poi giù, lungo il dedalo di acqua in mezzo alle rocce, qualcuno, quasi privo di forze si lascia addirittura trascinare giù come un paralitico nella piscina di Lourdes, miracolato dalla meraviglia e dallo stupore di avere fatto una esperienza così bella e impossibile se raccontata prima. La discesa è lenta, ma quello che abbiamo vissuto oggi, ce lo ricorderemo per un po'. Forse per qualcuno è banale. Ma per me è stata una grande esperienza che non avrei mai pensato di poter fare nella vita e diciamola tutta, me la sono davvero goduta un mondo. Grazie Miki e Roby e grazie all'amico Iapo che ci hanno concesso tutto ciò!

Torre di osservazione a Tiwi


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2 commenti:

Anonimo ha detto...

Extra , la serie sur les oasis perdues , surtout que nous avons eu la chance de visiter la plupart d entre elles .Les photos sépia et aux tons passés donnent l impression d'avoir visiter ces lieux en des temps plus anciens encore ...
E c'est si bien raconté , un régal !
Jac.

Enrico Bo ha detto...

Merci Jackie, c'est l'envie du voyage qui fait chercher dans les endroits plus loins de la memoire

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