Visualizzazione post con etichetta Hodeida. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hodeida. Mostra tutti i post

martedì 21 aprile 2020

Da Hodeidah a Manakha


Al Hajjarah - agosto 1977


La Tihama
Hodeidah è una città piuttosto anonima, essendo cresciuta negli anni sessanta e quindi con un aspetto decisamente moderno rispetto alle altre città yemenite. Allora aveva circa 100.000 abitanti, ma dando un'occhiata sul web per capire la situazione attuale, mi risulterebbe che nel 2019 fosse uno dei punti clou della guerra e che verso metà anno la città contasse ancora, nonostante i profughi in fuga verso la montagna, quasi mezzo milione di abitanti e che verso metà anno il governo, appoggiato dai Sauditi, avesse costretto alla fuga la ribellione Houthi filoiraniana. Noi ci svegliammo presto, ma già faceva talmente caldo, tra l'altro umidissimo, essendo abbastanza vicini al mare, che decidemmo di non arrivare neppure vicino all'acqua, ma ci dirigemmo velocemente verso la stazione dei taxi collettivi per trovare un trasposto verso Sana'à al fine di raggiungere il più presto possibile i 2000 metri della montagna, che pur essendo calda in estate, manteneva una temperatura respirabile. In pratica scappavamo alla minima velocità consentita, sotto una cappa plumbea di un'afa veramente mortale. Eppure a trenta anni eravamo due sgarzolini al limite minimo di peso di tutta la nostra vita presente e futura. La nostra macchina, riempitasi velocemente, partì quasi subito. Era piena di donne piuttosto corpulente che avevano riempito il bagagliaio sul tetto diceste e scatoloni. Noi riuscimmo a sederci vicino all'autista, senza proferir parola per tutto il viaggio, godendo così della condotta sportiva del pilota, già sotto qat, che guidava con una mano sola, necessitandogli la sinistra per strappare le foglioline, nettarle tra pollice ed indice e cacciarsele in bocca. 

Pianta xerofila
Quando cambiava con la destra necessariamente abbandonava il volante, ma quasi sempre in rettilineo, d'altra parte non è che si possono avere tre mani. Pensate che con la vecchia strada, per percorrere i soli 226 chilometriche separano Hodeida da Sana'a ci volevano ben tre giorni, quindi questa nuova opera è stata davvero importante per le comunicazioni del paese. Il primo tratto della strada, costruita dai cinesi, che evidentemente e con lungimiranza, si impegnavano fin dagli anni '70 alla loro espansione mondiale, che cominciava a partire dal cippo commemorativo appena fuori città, traversava orizzontalmente la fascia pianeggiante della Tihama, un pianoro solitario che appena lontano dal mare manifestava la sua natura di deserto pietroso e privo di vita, salvo qualche arbusto xerofilo dalle foglie grigioverde pallido. Questo territorio è veramente un unicum assoluto, completamente invivibile a causa di un clima assolutamente insopportabile per quasi tutto l'anno. Tuttavia questa striscia larga una trentina di chilometri e lunga meno di 400 che costeggia il mar Rosso dal confine Saudita fino allo stretto di Bab ed Mandeb, deve avere un suo particolare fascino, proprio per questa sua invivibilità assoluta, le sue spiagge infinite, i piccoli paesi un tempo semiabbandonati coi porticcioli insabbiati, oggi chissà. 

La strada Hodeida Sana'a
Di certo uno dei punti più interessanti devono essere le sue isole disabitate, sabbia e rocce che affiorano in questo mare sempre calmo e senza onda, dai fondali, si dice, assolutamente strepitosi e naturalmente sconosciuti se paragonati all'affollamento che avviene all'altra estremità nord di questo mare. Ma noi intanto, dopo il piccolo centro di Bajil, affrontavamo i primi contrafforti della strada che si inerpicava sulla montagna, una strada difficile e tutta curve che saliva subito forte, dopo il bivio per Mabar che segue il tragitto della vecchia strada,  verso una catena di molti selvatici ed aspri. Tuttavia guardandoci attorno, man mano che si procedeva in valli laterali e profondissime, seguendo il percorso del wadi Bani Saad,  il verde cominciava a riprendere spazio sui fianchi scoscesi, che presto si mostrarono fitti di una serie di terrazzamenti complicati e vertiginosi, procedendo verso quello che oggi vedo sulla mappa è segnalato addirittura come Haraz wildlife sanctuary, cosa che sta a significare che probabilmente, almeno nell'intenzione la zona è così bella e selvatica da considerarla come un parco naturale e mi risulta da qualche ricerca sul web, sia stata addirittura inserita in una lista di candidati a diventare sito Unesco, cosa che poi, come ovvio, è stata accantonata dalla guerra senza fine che proprio in questa area trova i suoi principali punti di sfogo. 

Gruppi di case sparse
Questa zona era abitata attorno all'anno 1000 da popolazioni sciite che facevano capo al regno Himyarita della dinastia Sulayhide, da sempre in lotta coi vicini e che per questo aveva costellato la cima di queste montagne con tanti piccoli agglomerati fortezza che ancora oggi sono, almeno credo, ben visibili e isolatissimi. Il centro dell'area, nel cuore della catena di montagne, è Manakhah, una città di mercati da sempre punto di riferimento per tutta la popolazione della zona che la utilizzava come punto di scambio, per le povere merci agricole prodotte tra le montagne, per lo scambio di animali e punto di arrivo per quanto arrivava dalla costa. La città, un agglomerato di case di pietra sparsa in un su e giù di terreno difficile e scosceso al bordo della montagna, presenta molti spazi liberi, quelli appunto dove si svolgono i mercati. Scendemmo qui, lasciando la nostra macchina che proseguiva per la capitale. Il mercato grande ci sarebbe stato solo il giorno dopo, ma nella piazza principale cominciava già ad aggirarsi gente che occupava i posti migliori, anche se era ancora mattina. 

La pista per Hutayab

In fondo al paese, al fianco della montagna una strada bianca che costeggiava una parete rocciosa girava verso una valle secondaria con viste a strapiombo che precipitava attraverso balze successive di terrazzamenti popolati da stentate piantine di mais mezze secche e scarse foglie di tabacco. Secondo le indicazioni, la pista procedeva in direzione ovest per circa quattro chilometri e mezzo, la temperatura era accettabile e cominciammo la nostra scarpinata con cuore leggero grazie agli anni ed al peso che allora lo consentiva senza problemi. Ad ogni curva della strada i punti di vista sulla valle strettissima cambiavano mostrando panorami sempre più selvatici e solitari. Neanche una capra a fare compagnia,incrociammo solo un vecchio con una gerla sulle spalle ed un asinello che si dirigeva verso il mercato. Dopo un'oretta di cammino incrociammo un pastore seduto su un cippo appena al di fuori della strada. Il suo gregge era disperso per la discesa, ma lui non se ne dava evidentemente pena. Gli chiedemmo indicazione e lui fece cenno di proseguire avanti. Dopo l'ultima curva ci si parò dinnanzi uno strapiombo di cui si faticava a scorgere il fondo. Di fronte, su un promontorio roccioso che si sporgeva sul precipizio sottostante, la visione inattesa ed incredibile delle case torri di pietra di Al Hajjarah.

Terrazze sulla strada per Sana'a



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

lunedì 20 aprile 2020

Il mercato di Bait el Faqih


Bait el Faqih, ilsuk - agosto 1977

Cernita
Passeggiando nella lunga e tortuosa via del mercato di Bait el Faqih, ho sentito per la prima volta cosa significhi il caldo vero, quell'aria arroventata dalla quale non puoi sfuggire, da qualunque parte ti giri, senza una via di fuga, un luogo qualunque che ti accolga al gelo dell'aria condizionata a palla, che poi ti farà irrimediabilmente ammalare ma chissenefrega, intanto sopravvivi. Niente da fare, in quel budello, dove i teli stesi attraverso le case coprivano quasi completamente la strada per avere una sia pur minima difesa dal sole, camminavamo quasi in trance guardandoci attorno, senza forse neppure capire bene dove eravamo e cosa ci facevamo in quel posto. Intorno una folla molto colorata e nonostante tutto, molto più chiassosa di quella del resto del paese che avevamo avuto modo di incontrare fino a quel momento. Intanto gli abitanti della Tihama, la fascia costiera che va dal confine Saudita fino allo stretto di Bab el Mandeb, sono assolutamente differenti da quelli della montagna retrostante; appartengono alle tribù della costa, gli autoctoni Zaranid, da sempre e tanto per cambiare, in perenne contrasto con gli Imam di Sana'a a cui sono ormai da tempo sottomessi. Come tutti gli abitanti delle coste, sono genti decisamente più aperte e disponibili ai contatti con l'esterno e usi ai commerci, le donne non portano veli integrali, ma complicate acconciature con grandi teli coloratissimi che lasciano sempre scoperto il viso, insomma niente camicioni neri, ma stoffe variopinte che ti fanno sentire quanto qui l'Africa sia vicina.

Al mercato
E intorno nel mercato vedi anche comparire diffusamente i grandi cappelli di paglia a cono, tipici della Tihama, le pelli sono decisamente più scure e spesso incontri tratti somatici decisamente più negroidi, corpi massicci e muscolosi, diversamente dalle figure segaligne dai nasi pronunciati delle montagne. Basta guardarsi intorno per rimanere incantati davanti alle attività, che nonostante il caldo, occupano tutto il mercato con una sorprendente vigoria. Mi fermo a lungo ad osservare giganteschi omaccioni avvolto da camicioni sdruciti che cucinavano vari cibi, come se non ci fosse un domani. A fianco un ometto più minuto, gettava su un fuoco vivo, pezzi di pastella gocciolante dentro una enorme padella di ferro nero, piena di olio fumante, per produrre una sorta di krapfen primigenio o qualche cosa di simile. La temperatura, vicino era, se possibile ancora più insopportabile, ma il tizio continuava a buttare materiale nella broda sfrigolante e a spadellare tortelli mostruosamente rigonfi e bisunti gettandoli sul bancone di legno davanti a sé. Rideva di gusto invitando gli astanti a servirsi, tra l'altro con un certo successo, visto quanti tutto attorno ne tenevano uno tra le le mani senza apparenti ustioni. Probabilmente era uno dei più gettonati produttori di squisitezze del mercato. Il tizio continuava a sbracciarsi in ogni direzione ed il sudore gli colava a rivoli da tutte le parti. 

Il friggitore
La fronte imperlata gli gocciolava continuamente addosso, la cannottiera era completamente bagnata e a chiazze, anche se non era chiaro se si trattasse solamente di sudore o di untuosità varie. Vista la mia attenzione cercò con gesti ed inviti di convincermi a servirmi, ma declinai con garbo proseguendo il cammino nella zona dei macellai. Anche qui banchi con pezzi di carne soprattutto di montone, scalcata al momento e offerta appesa in ganci, già annerita dal caldo dopo pochi minuti dall'esposizione, ghiottissima merce per stuoli di mosche raramente visti in simile quantità e cattiveria. In uno slargo tra le case, una specie di piccola piazzetta, ogni angolo tra le case, tra le porte lungo gli stipiti, era occupato da venditori di qat. Su grandi stracci stesi a terra ogni commerciante aveva davanti a sé, una montagna di rametti ricchissimi di verdi foglioline, che di tanto rinfrescava spruzzando acqua da una brocca conservata con cura all'ombra del muro. Quasi davanti ad ognuno, qualche compratore accovacciato che sceglieva il suo mazzetto e poi dopo averlo avvolto in foglio di giornale, se ne andava col suo pezzo di felicità sotto il braccio. Questa del qat è una evidente piaga sociale che condiziona l'intera economia della regione. Intanto ha sostituito quasi completamente grazie alla sua convenienza, le colture precedenti, soprattutto quella del caffè che ha ammazzato l'economia in generale ed inoltre il suo consumo inficia notevolmente ogni attività lavorativa del paese, riducendola notevolmente, al di là del fatto che con un simile caldo, lavorare è quasi impossibile. 

La Tihama
Passammo comunque oltre la zona del mercato con banchi e negozi pieni di stoffe colorate, popolata soprattutto da donne che ne ammiravano la bellezza e la varietà dei disegni e giungemmo fino al lato opposto del paese per prendere il successivo taxi collettivo per arrivare fino ad Hodeida. Il più importante porto ancora in attività della costa che distava ancora una sessantina di chilometri. Di certo in inverno le piste lungo la costa, che al tempo erano abbastanza difficili ed impegnative, devono essere uno straordinario itinerario attraverso i piccoli e semiabbandonati paesini di pescatori, tra porti ormai per la maggior parte abbandonati ed insabbiati e piccole isole deserte a poca distanza dalla costa di incomparabile bellezza ed il mar Rosso con la sua ineguagliabile ricchezza sottomarina a far da cornice. Beato chi potrà arrivarci, quando e se sarà mai più possibile. Hodeida invece era il principale porto della repubblica e qui affluiva la quasi totalità delle merci che il paese importava. Intorno anche qualche piccola industria, cemento, tabacco, bibite,lavorazione del pesce.  Trovammo il solito albergotto che era quasi sera. Dalla terrazza si riusciva a vedere a malapena nella foschia della calura pomeridiana la linea azzurro chiara del mare. Faceva davvero troppo caldo e decidemmo che fino a vedere l'acqua saremmo andati la mattina dopo e dopo una giornata decisamente piuttosto faticosa cademmo nel letto, come si dice, come corpo morto cade.



Hodeida - la città nuova

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:


domenica 19 aprile 2020

La Tihama


Zabid - Moschea e mura- agosto 1977


Suq di Bait el Faqih
In un alberghetto della città vecchia di Taiz, passammo la sera a fare un po' di conti e anche calcolato l'annullamento della settimana che avevamo previsto nello Yemen del sud e andata in vacca, vedemmo subito che dati i costi molto superiori al previsto che stavamo incontrando lungo il percorso, bisognava ridurre drasticamente le pretese e le comodità, quindi niente ricerca di auto privata per il giorno dopo, troppo costosa e quindi rinuncia definitiva, optammo per il solito taxi collettivo anche per le tratte più lunghe come quella del giorno dopo. Viaggiavamo leggerissimi, solo con uno zainetto a testa, avendo lasciato le valige a Sana'a, quindi di buon mattino ci dirigemmo a passo veloce verso la piazza di periferia dove partivano le macchine verso est. Ci caricò un tizio già pieno di qat al mattino presto, che parlava con un tono di voce piuttosto alto. Ci mettemmo un po' a salire sull'auto, una giapponese station wagon, che reputavamo già piena zeppa, oltre l'autista c'erano infatti sui sedili già nove persone ammassate alla meglio, ma il tizio insistette dicendo che non c'era altro verso Zabid per tutta la mattina. Così ci mise dietro nel bagagliaio, ma non contento, prima di chiudere il portellone, fece salire ancora una coppia, lui allampanato con pistola nella cintura e lei minuscola, sarà stata una di quelle spose bambine di cui tanto si dice, indecifrabile, avvolta completamente com'era da uno spesso velo nero, con un sottile bordo d'argento. 

Zabid
Si infilò immediatamente nell'angolo opposto al mio, facendosi piccolissima timorosa anche soltanto di sfiorarmi, riducendosi ad un fagottino microscopico. Lui attaccò subito un bel bottone su chi eravamo e da dove venivamo e perché e percome. Intanto partimmo, una strada bianca tutta curve di recente costruzione da parte dei sovietici, che volevano ingraziarsi il governo prima della guerra civile, che scivolava con costante discesa verso il mare. Dopo un paio d'ore ed un'ottantina di km arrivammo al bivio con la pista che conduceva a Mokha, che eravamo costretti a saltare a meno di non scendere e cercare un passaggio aleatorio, fino al porto che ha mantenuto questo nome famoso in tutto il mondo grazie al caffè. Mi dicono che era una città semiabbandonata, molto affascinante con una magnifica pista lungo la spiaggia deserta e sinceramente è una perdita che rimpiango ancora, ma a quei tempi, tanto mi sembrava già di avere raggiunto. E' interessante notare che ormai di coltivazioni di caffè, che tra l'altro sarebbe stato scoperto proprio qui, secondo una antica storia, dopo che un pastore ne aveva raccolto le bacche da un cespuglio semibruciato che le aveva per così dire tostate e avendone sentito lo straordinario aroma, provò a farle bollire nell'acqua, non ce n'era più neppure l'ombra. Leggende certo, sta di fatto che già da tempo la coltivazione del caffè era completamente scomparsa per dare spazio alla cultura del qat molto più redditizio. 

Case di Zabid
Già allora era tutto importato dalla vicina Etiopia. Intanto la nuova strada asfaltata proseguiva verso nord lungo la fascia costiera denominata Tihama, probabilmente il luogo abitato più torrido della terra. Nel bagagliaio della macchina anche con tutti i finestrini aperti, si cominciava a bollire e anche le ginocchia rattrappite facevano male, ma, con un altro centinaio di chilometri,  passata Hais, famosa per la produzione di terracotte, arrivammo prima di mezzogiorno a Zabid, la ex capitale dal glorioso passato. Lasciammo la macchina ed i nostri compagni di viaggio che proseguivano verso Hodeida, con un senso di sollievo distendendo finalmente le gambe e cominciammo a traversare la città che poi era poco più di un grosso villaggio. La poca gente gente per strada camminava rasente i muri per intercettare i ristrettissimi spazi di ombra che il sole allo zenit formava, picchiando senza pietà su quelle che apparivano dappertutto come pareti bianche calcinate da una temperatura impossibile e di certo superiore ai 50°C. Ragazzi non andate nella Tihama ad agosto, è un consiglio da amico. Tuttavia anche forse per questo motivo la città appariva ancora più affascinante, con le sue mura basse e le antiche porte che immettevano nella cittadella. L'architettura è qui completamente diversa dalle case torre della montagna yemenita, ma gli edifici piuttosto bassi e preceduti da un  giardino recintato, sono di mattone crudo imbiancato di calce, con raffinati motivi geometrici prodotti dalle sporgenze dei mattoni stessi, mentre una scala esterna immette nel piano principale. 

Il suq di Zabid
I vicoli tra le case sono un dedalo infinito quasi un labirinto dal quale è difficile uscire, mentre l'arsura di un calore implacabile ti schiaccia al suolo come un artiglio di fuoco. Ogni tanto quando le case si allargano, in un grande spazio davanti alla famosa moschea, che innalza il suo orgoglioso minareto verso un cielo a cui il calore ha dato la sfumatura del piombo, arriva dal mare un soffio talmente rovente da dare la sensazione di avere appena aperto un forno. Il suk, quello famoso illustrato da Pasolini nel Fiore delle mille e una notte, è quasi deserto, forse la gente è andata al grande mercato del venerdì della vicina Bait el Faqih. Qui, nello spazio aperto oltre il suq, dove c'erano alcuni negozi moderni, mi pare anche una farmacia, che esponeva un termometro digitale che segnava 53°C, trovammo una macchina ragionevolmente non troppo affollata che andava proprio al mercato settimanale di Bait. Ci arrivammo dopo l'una, buttandoci subito nella via, stavolta davvero gremita di gente, piena di negozietti e bancarelle, sulla quale erano stati tesi dei grandi teli ombreggianti ne ne facevano un budello da percorrere, torrido sì, ma mai come gli spazi aperti sotto il sole. A tratti quando attraversavi la strada, sentivi proprio i raggi bollenti che ti mordevano la nuca e, ad un tratto, accelerando il passo per mettermi al riparo, ebbi quasi un mancamento. Mi sedetti un attimo a prendere fiato, su una specie di letto di corde mezzo sfondato, messo di traverso fuori di una locanda, mentre il proprietario del funduk, ridacchiava simpaticamente. Poi riprendemmo la marcia nel girone infernale.
Il funduk di Zabid

Datteri
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:



venerdì 28 maggio 2010

Il Milione 14: Datteri e pesce secco.

Accidenti ragazzi, è quasi un mese che abbiamo abbandonato la carovana dei Polo negli sconfinati deserti persiani e credevo di averli ormai persi di vista, invece sono ancora da quelle parti (e quindi li raggiungiamo affannosamente, seguiti a breve distanza tra le dune dalla nostra vivandiera che ha già le casseruole fumanti -andate a dare un'occhiata, mi raccomando-, mentre loro procedono al ritmo lento della camminata del dromedaro), perchè in effetti a quel tempo, laggiù, c'era parecchio da curiosare e da valutare e la strada si calcolava a giornate di cavallo. Ricordiamoci che i nostri amici erano lì per cercare opportunità, si direbbe oggi, mica per fare i turisti e perdere tempo. Dunque proprio per questa ragione, invece di prendere subito la strada verso nord, che li porterà alla meta, vanno a dare un'occhiata sulla costa del mare arabico, che doveva essere piuttosto affollata, crocevia di strade che, via mare o via terra, portavano le merci da oriente verso occidente. Sulla strada certo si guardano attorno, rimanendo attoniti, credo, al vedere le mura di Bam.
Cap. 34/35
...in questo piano àe castella e città murate di terra per
difendersi......a Kreman (Kirman) sonvi le pietre che chiaman turchese in gran quantità che si cavan dalle montagne e hanno andanico (sorta di acciaio noto come ferro indiano) assai. ...In questo reame suoi frutti son dattari e pistacchi, frutti del paradiso (le banane) e altri che no son di qua. Avvi buoi grandi, bianchi come nieve, le corne grosse e ànno uno gobbo alto due palmi, son forti oltre misura e sono la più bella cosa da vedere.

Le sue osservazioni, ovviamente sempre calibrate a valutare quali siano le cose più preziose e commerciabili, non possono fare a meno di registrare la meraviglia che coglie tutti coloro che arrivano alle coste dell' oceano indiano, al vedere la quantità di frutta, i grandi zebù e in generale le differenze di vita causate da un clima assai difficile.
Cap. 36
...Passate due giornate, è lo mare Ozeano e un porto ch'à nome Cormons (Hormuz, già allora gli stretti avevano una posizione strategica) e quivi vegnono d'India per nave tutte ispezierie, drappi d'oro e denti di leofanti e altre mercatantie assai e da qui le portano per tutto lo mondo e da qui portano in India li più begli cavagli.

Ecco in due parole valutato l'import-export di questo snodo chiave del commercio del XIII secolo. Ma il problema comune a queste areee di tutta la penisola araba fino allo Yemen, è il caldo incredibile a cui il nostro Marco non era certo abituato.
Cap. 36
...quivi è gran caldo e inferma la terra molto...e da marzo innanzi non si truova niuna cosa viva e verde sopra la terra se non lo dattaro....qui si fa vino di dattari e altre ispezie e chi non è uso a berne o a mangiar queste cose, 'l fa andare a sella e purgalo. Non usano nostre vivande che infermarebbero incontanente ; anzi usano per loro sanità pesci salati e dattari e con essi dimorano sani....essi adorano Malcometto e èvi sì gran caldo che se no fosse li giardini co molta acqua , ch'egli hanno, non camperebbero.

Questa sensazione di impossibilità a vivere non può non cogliere chiunque visiti questi paesi, assieme alla frequenza della maledizione di Montezuma (o sindrome del Faraone) così ben accennata nel caso di uso improvvido della cucina locale. Io ci casco sempre, come recentemente ho avuto modo di relazionare, ma proprio leggendo queste righe sono tornato per incanto ad un tremendo pomeriggio in cui attraversavo con fatica le stradine del mercato di Hodeida, un porto yemenita, già un tempo importante sulla costa del mar Rosso. Era agosto e oltre 50°C, l'aria ferma e spessa, quasi collosa, rendeva difficile il respiro. Tentavo inutilmente, in quel paese dalle ombre corte, di camminare a filo dei muri che nascondevano i bei giardini a cui faceva cenno il nostro, nella inutile ricerca di una protezione. Tra i banchi di pesce secco (lo stesso di certo che aveva visto Marco otto secoli prima) e di montagne di datteri accorpati in un'unica massa zuccherosa, attraversai la strada per spostarmi da una tenda all'altra, per raggiungere un piccolo ristorante che serviva spiedini e zuppe di pesce. A metà del cammino sentìi quasi un mancamento e solo grazie all'appoggio di Tiziana (donna di ferro che non soffre né il caldo, né il freddo, mio unico sostegno anche in giovinezza) raggiunsi una delle sedie scalcagnate, dove mi abbandonai sfinito anche se allora avevo trenta chili in meno di fardello da trasportare. Ci nutrimmo alla meglio sotto gli occhi sonnacchiosi di un tale che esibiva una grande jambia (il pugnale yemenita che tutti gli uomini devono portare) dal manico in corno di rinoceronte alla vita ed un gran bolo di foglie di qat nella guancia che continuava a masticare con aria sognante. Le osservazioni di Marco sull'effetto dei cibi locali trovarono conferma a partire dalle dodici ore successive.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:


Cotone e pistacchi.
Petrolio e formaggi.
Il lago di Van.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!