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lunedì 12 ottobre 2020

Luoghi del cuore 70: Miguel e la gallina


Una Tsutuhil - Atitlan . Guatemala - agosto 1997


Panajacel se ne sta pigra sul bordo del lago Atitlan, circondata da acque blu come la notte, ad aspettare i turisti e i saccopelisti che hanno voglia di raggiungerla e che, tra i funghi e il resto, paiono aggirarsi per le stradine in stato di semi-confusione mentale permanente, tanto che, come secondo nome i locali la chiamano Gringotenango, per stare in linea coi paesi circostanti. Però poche cose ti fanno stare bene come rimanersene seduti sulla riva a guardare il gioco di luci sull'acqua del lago o seguire il sole che colora il cielo dietro i vulcani. Passammo la sera sulla terrazza del nostro bungalow coperto di buganvillee della pensione Vision Azul a fare progetti ed itinerari. In quelle condizioni ti viene davvero la voglia di smettere di essere turista, di diventare viaggiatore e proseguire il viaggio portandosi con sé la voglia di non tornare più (cito eh, qui solo il meglio della letteratura e della poesia). La mattina dopo, l'alba rosata ci prese sul pontile mentre salivamo sul battello che, in mezza giornata, fa il giro del lago fermandosi nei vari paesi che sembrano scivolare verso l'acqua lungo le ripide pareti dei vulcani. Scendemmo prima a San Pedro La Laguna, dove tra i pochi latinos, il mercato è popolato solo da Maya Tsutuhil e Cakchiquel, i cui huipiles ricamati sembrano un inno alla serenità, un aggroviglirsi di fiori, uccelli e piante che coprono le spalle e il petto di tutti quelli che ti circondano, un rutilare di colori che, da soli illuminano la giornata. Casualmente finimmo in una scuola, una quarantina di bambini vocianti agli ordini di una maestrina giovane giovane. 

I santi

Lasciammo un po' di biro, di cui ho sempre buona scorta. Sul fronte opposto del lago, Santiago Atitlan, forse il più bello dei paesini, di cui percorremmo la salita ciottolosa che porta alla chiesa bianca che domina dall'alto. Anche qui il sincretismo religioso colpisce duro e si venera Maximòn, un incrocio tra Giuda, una antica divinità maya e Pedro de Alvarado (il feroce conquistatore del Guatemala) rappresentato da una maschera di legno scuro con un grande sigaro. Tutto attorno una schiera di statue lignee di santi ricoperte da scialli ricamati che i fedeli preparano nuovi ogni anno e sull'altare, assieme alle croci, YumKax il dio maya del granoturco con l'uccello quetzal che legge un libro. Fede, superstizione, sincretismo, unico legame rimasto della propria identità devastata e quasi perduta? Parlano poco e non sorridono quasi mai queste genti, solo nelle vesti, le strisce di tessuto colorato tra i capelli, le lunghe fasce attorno alla vita, le camicette, i ponchos huipiles ricamati, paiono sfogare il loro interiore, il loro desiderio di non mollare. Ci fermammo ancora a godere del tramonto a Santa Caterina Palopo. Lì si fermavano pochi turisti frettolosi di rientrare prima che calasse il buio. Sulla banchina di legno malandata ci aspettava un bambino, che finita la scuola cercava di piazzare qualche stoffa ricamata dalle sorelle, in testa un cappelluccio mangiato e roso dalle fauci del tempo. Si presentò come Miguel Godoy Gutierrez de la Peña e, con astuzia consumata, si rivolse particolarmente a nostra figlia, mostrandogli i ricami che doveva piazzare, un po' a fatica perché aveva le braccine impicciate da una bella gallina marmorata che gli impediva di esibire il resto della merce. Mia figlia avrebbe preso anche la gallina ma ci limitammo a una bella fascia di mille colori. Era l'unico che sorrideva, Miguel, salutandoci, mentre il battello si allontanava dal molo di legno.

Il lago Atitlan

Mercato a Santiago de Atitlan
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martedì 26 gennaio 2010

Verde jungla.

Ci rimaneva un’ultima tappa irrinunciabile per completare il nostro breve giro guatemalteco, il sito archeologico di Tikal, nella selva del Peten, il luogo maya per eccellenza, il punto chiave della ruta Maya, il più grande e nascosto allo stesso tempo. Prendemmo un piccolo aereo per Flores, una cittadina su un lago nella piana costiera. Sembrava fragile, l’aereo, una quindicina di posti, un po’ stretti almeno per la mia stazza, ma quello che preoccupava di più era la provvisorietà delle strutture, lo schienale del mio sedile quasi divelto che non mi permetteva di appoggiare la schiena, pena precipitare sulle ginocchia del passeggero retrostante, i pannelli che penzolavano e poi la condensa che mi pioveva in testa e mi costrinse a tenere il cappello in testa per i quaranta minuti del volo. La bambina si divertiva al continuo beccheggiare dell’aeromobile, ma come volle il cielo riuscimmo a toccare terra senza danni ed anche quel rischio fu archiviato, a quel tempo poi non si paventava neppure Al Qaeda, quindi…Il Peten è forse la più rigogliosa e selvatica tra le selve tra Messico e Guatemala e la sensazione costante è che sia in continua lotta per cancellare la presenza umana da quei luoghi. Si vede chiaramente che basta poco tempo di non intervento perché la foresta riprenda il sopravvento e ricopra l’opera dell’uomo in un sudario verde e inconsapevole. Questo è accaduto a Tikal, si presume in pochi decenni dopo il suo misterioso abbandono attorno all’anno 1000. La selva si è ripresa il suo spazio in pochi decenni e ha ricoperto una città immensa, con costruzioni grandiose, cancellandola completamente alla vista. E allora ci si inoltra nel verde, lungo sentieri continuamente riaperti e ripresi dalla vegetazione che, anche il calpestio dei visitatori, mantiene aperti a fatica. Sei circondato da fruscii di animali sconosciuti, dalle strida rauche e dai colori squillanti dei pappagalli, dagli schiamazzi delle scimmie che ti inseguono sui rami alti degli alberi. Una analogia che si avverte solo in certi templi perduti in India o, credo, ad Angkor wat. Non è chiaro se questa area gigantesca sarà protetta dagli appetiti degli agricoltori e dalla loro fame di terre, ma per il momento addentrarsi nel fitto della boscaglia rimane una grande emozione. Camminammo a lungo nella foresta prima di arrivare alla Grande Plaza, dove due immense piramidi incombono con scalinate ripide e minacciose, assolutamente presenti. Rimanemmo nel sito quasi tutto il giorno ad osservare i tucani dagli immensi becchi gialli e i colori della farfalle, spostandoci lungo i piccoli sentieri tra un gruppo di templi e l’altro, indovinando, sotto ripide colline quelli ancora ricoperti di tronchi e liane, aggirandoci tra le strutture del Mundo Perdido, 38 strutture con una enorme piramide al centro, comprendendo senza fatica i significati nascosti della Casa del Sudore, sostando, quasi senza fiato nella calura pesante che avvolge l’Acropoli, arrampicandoci a fatica lungo le balze del tempio 4 per rimanere immobili a godere il sole che scendeva sempre più rosso dietro gli alti alberi lontani, tra nuvole dense e scure, mentre le cime delle piramidi lontane sfumavano nella foschia, emergendo con fatica nel verde che si faceva scuro. La pioggia ci colse sul sentiero del ritorno, calda e nemmeno fastidiosa e in un attimo ci inzuppò completamente, poco male, il giorno dopo saremmo approdati alla riviera maya, civiltà e turismo di massa garantiti, lasciandoci alle spalle i misteri scolpiti nella pietra.

lunedì 25 gennaio 2010

Acqua e fuoco.


Lasciammo Chichi mentre le ultime camionette cariche di gente se ne andavano dalle vie dietro alla piazza del mercato. La consueta corriera colorata ci portò ad Antigua, la prima capitale del Guatemala dopo la conquista, con le antiche vie che si incrociano perfettamente diritte, disegnando una pianta perfetta di quadras di case ad un piano con le sue piazze semideserte, con le chiese dove il barocco plateresco celebra i suoi fasti. Anche qui tre vulcani incombono sulla città, tre mostri furenti che ne hanno segnato il destino e la decadenza. Acatenango, Volcan de agua e Volcan de fuego, in cinquecento anni hanno devastato sedici volte la città con terremoti, eruzioni e inondazioni, alcune decisivi come quella che ricoprì le case di metri di fango bollente. Gli Spagnoli costruirono qui, edifici meravigliosi, forse tra i più belli del Nuovo Mondo, che furono via via spazzati dalla furia del fuoco o dell’acqua. Si dice qui si è evoluta una architettura di tipo darwiniano, perché nel tempo, sono rimasti in piedi solo i palazzi più solidi, quelli costruiti e poi rinforzati in modo più deciso e convincente. Qua e là ancora scheletri di edifici crollati o parti di essi che a fatica hanno resistito, colonne, pilastri che mantengono in piedi volte sostenute da interventi successivi. I sopravvissuti col tempo rinforzati, quelli più deboli e mal costruiti scomparsi nel passato. Una pioggia violenta ci accolse all’arrivo, che lavava le strade con furia, poi in un attimo un sole forte, con la violenza dell’altura si aprì con decisione un gran varco tra le nubi basse a cavallo dei vulcani incappucciati di un velo di fumo grigio. La città, bellissima, apparve pulita e splendente, quasi lucida dopo la pioggia mentre tutto l’orizzonte era attraversato da un grande arcobaleno a manifestare la gioia di aver pianto di quel grande cielo stanco. Si dorme in antiche stupende case coloniali, con arredamenti d’epoca, in camere che si affacciano su patios centrali fitti di piante rigogliose. Passeggiammo a lungo per le strade semideserte tuffati nell’atmosfera delle chiese buie, sui marciapiedi rialzati che bordeggiano le case dalle facciate grigie, come annerite dall’umidità. Incontrammo pochi indios, che camminavano lungo i muri scrostati in fretta, quasi si sentissero fuori posto in quel luogo così chiaramente marcato dalla cultura degli invasori, estranei sulla propria terra che però, di tanto in tanto si risvegliava per tentare di espellere con violenza il Vecchio Mondo che cercava di radicarsi nel Nuovo. Dappertutto incombeva un senso di provvisorietà, di attesa di qualche nuova tragedia distruttiva, di certo avvertita da sempre dagli abitanti che l’avevano costruita con l’orgoglio dei conquistatori e che poi, la violenza della natura aveva convinto ad abbandonare a poco a poco. Tornammo alla nostra posada che era già buio; in alto, nella notte , sul Volcan de fuego, bagliori rossastri illuminavano sinistramente la notte.

venerdì 22 gennaio 2010

Profili di pietra.

Ancora un autobus colorato per raggiungere uno dei luoghi più noti del Guatemala. Sono in realtà tutti scuolabus usati statunitensi che, a fine carriera vengono smerciati da queste parti e subito ricoperti di colori sgargianti in tono con il sentire della gente. Per arrivare a Chichicastenango, il bus lascia la panamericana a Los Enquentros, e percorre una splendida valle laterale circondata da montagne che si stagliano contro il cielo blu cobalto con rare nuvole bianche. Chichi è un luogo talmente bello che non riescono a rovinarlo neanche le orde di turisti che vengono scaricati qui verso le undici del mercoledì e della domenica, da magnifici bus A/C e che per fortuna si levano dai piedi verso le due. Il punto clou è la piazza del mercato davanti alla scalinata della chiesa di Santo Tomas, che è stata fatta all'inizio del 1500 a somiglianza dei gradini delle piramidi maya e servono nella sostanza allo stesso scopo. Durante le cerimonie, chiamarle messe è un tantino azzardato, i Chuchkajaues, in sostanza dei capi preghiera, officiano e sui gradini attorno a loro si brucia incenso con un gran rutilare di turiboli, salmodiando parole magiche. La città ha un governo maya parallelo che si occupa di tutte le questioni locali e Chiesa cattolica e governo repubblicano nominano solo dei preti e dei formali rappresentanti, che curano i loro interessi ma non si fanno vedere. Non è opportuno salire i gradini, ma è possibile passare dalla porta laterale per entrare nella chiesa dal grande pavimento nudo coperto di aghi di pino e costellato di offerte, fiori, pannocchie di mais, bottiglie di liquore o di Coca Cola e candele colorate ovunque. C'è anche sangue secco per terra. Niente paura, ogni tanto qualcuno sacrifica una gallina. Qui sotto giacciono molti corpi di antenati sepolti come i re maya sotto le piramidi. Qui la gente è rude e si infastidisce facilmente, se ci capitate, vi suggerisco davvero una grande discrezione e rispetto, comunque se deponete qualche Quetzal sugli altari come offerta, sarete di certo guardati con occhio più benevolo. Oltre all'incenso ed alla resina si respira davvero un'aria di grande coinvolgimento, di antica partecipazione emotiva, che la penombra ed il mormorio dei fedeli accentua potentemente. Noi ci capitammo il sabato sera, pronti così per il grande mercato della domenica. E' il più famoso mercato del centroamerica e il fatto che si sia moltiplicate le bancarelle dedicate ai turisti non modifica nulla del suo fascino straordinario, anzi direi che ne aumenta ancora i colori e la confusione. Dormendo lì, però, si può arrivare al mattino presto per godersi l'arrivo dei venditori carichi di mercanzia, a piedi o sui vari mezzi di fortuna per trovare spazio sulla piazza, tra quelli che previdenti sono giunti la sera prima e hanno dormito sotto i portici antistanti. Al di là della merce, è l'assembramento più straordinario di visi e di vesti che vi può capitare di vedere nel centro-america. Nasi forti, zigomi pronunciati, fronti schiacciate quasi innaturalmente, occhi severi come fessure penetranti, pelle che sembra cuoio bruciato dal sole dell'altitudine, espressioni immobili e dure che sembrano giudicare, a cui, forse, li ha abituati la storia. Gli Indios convivono con la cultura che li ha sopraffatti, che spesso si è accanita contro di loro anche in tempi recentissimi, ma, silenziosi, resistono, ti guardano senza parlare, poi alla sera, quando i bus se ne sono ormai andati da ore, quando i pochi occidentali rimasti, passeggiano scattando di soppiatto quache foto rubata ai bimbi sulla schiena delle madri, riavvolgono le loro cose e silenziosamente ritornano da dove sono arrivati, quietamente, senza la confusione allegra, asiatica o africana. Sembra che aspettino.

giovedì 21 gennaio 2010

Miguel e la gallina.

Panajacel se ne sta pigra sul bordo del lago Atitlan ad aspettare i turisti e i saccopelisti che hanno voglia di raggiungerla e che, tra i funghi e il resto, paiono aggirarsi per le stradine in stato di semi-confusione mentale permanente, tanto che, come secondo nome i locali la chiamano Gringotenango, per stare in linea coi paesi circostanti. Però poche cose ti fanno stare bene come rimanersene seduti sulla riva a guardare il gioco di luci sull'acqua del lago o seguire il sole che colora il cielo dietro i vulcani. Passammo la sera sulla terrazza del nostro bungalow coperto di buganvillee della pensione Vision Azul a fare progetti ed itinerari. In quelle condizioni ti viene davvero la voglia di smettere di essere turista, di diventare viaggiatore e proseguire il viaggio portandosi con sé la voglia di non tornare più (cito eh, qui solo il meglio della letterarura e della poesia). La mattina dopo, l'alba rosata ci prese sul pontile mentre salivamo sul battello che, in mezza giornata, fa il giro del lago fermandosi nei vari paesi che sembrano scivolare verso l'acqua lungo le ripide pareti dei vulcani. Scendemmo prima a San Pedro La Laguna, dove tra i pochi latinos, il mercato è popolato solo da Maya Tsutuhil e Cakchiquel, i cui huipiles ricamati sembrano un inno alla serenità, un aggroviglirsi di fiori, uccelli e piante che coprono le spalle e il petto di tutti quelli che ti circondano, un rutilare di colori che, da soli illuminano la giornata. Casualmente finimmo in una scuola, una quarantina di bambini vocianti agli ordini di una maestrina giovane giovane. Lasciammo un po' di biro, di cui ho sempre buona scorta. Sul fronte opposto del lago, Santiago Atitlan, forse il più bello dei paesini, di cui percorremmo la salita ciottolosa che porta alla chiesa bionca che domina dall'alto. Qui si venera Maximon, un incrocio tra Giuda, una antica divinità maya e Pedro de Alvarado (il feroce conquistatore del Guatemala) rappresentato da una maschera di legno scuro con un grande sigaro. Tutto attorno una schiera di statue lignee di santi ricoperte da scialli ricamati che i fedeli preparano nuovi ogni anno e sull'altare, assieme alle croci, YumKax il dio maya del granoturco con l'uccello quetzal che legge un libro. Fede, superstizione, sincretismo, unico legame rimasto della propria identità devastata e quasi perduta? Parlano poco e non sorridono quasi mai queste genti, solo nelle vesti, le strisce di tessuto colorato tra i capelli, le lunghe fasce attorno alla vita, le camicette, i ponchos huipiles ricamati, paiono sfogare il loro interiore, il loro desiderio di non mollare, ricordando ancora una volta come dice Sill Scaroni che questo è l'anno 517 della resistenza indigena continentale. Ci fermammo ancora a godere del tramonto a Santa Caterina Palopo. Lì si fermavano pochi turisti frettolosi di rientrare prima che calasse il buio. Sulla banchina di legno malandata ci aspettava un bambino, che finita la scuola cercava di piazzare qualche stoffa ricamata dalle sorelle. Si presentò come Miguel Godoy Gutierrez de la Peña e, con astuzia consumata, si rivolse particolarmente a nostra figlia, mostrandogli i ricami un po' a fatica perchè aveva le braccine impicciate da una bella gallina marmorata che gli impediva di esibire il resto della merce. Arathy avrebbe preso anche la gallina ma ci limitammo a una bella fascia di mille colori. Era l'unico che sorrideva, Miguel, salutandoci, mentre il battello si allontanava dal molo di legno.

mercoledì 20 gennaio 2010

Colori e vulcani.

Lasciammo il Chapas la mattina presto con un pullman delle linee nazionali. E' un buon modo per spostarsi in Messico, poco costoso e assolutamente confortevole. Con questo credevamo di arrivare fino ad Atitlan come recitava il biglietto, ma nulla è più incerto della certezza. Dopo tre ore di selva arrivammo tranquilli alla frontiera guatemalteca. Ci mangiammo un paio di tacos ad una bancarella, quando vedemmo con orrore che stavano scaricando i nostri bagagli. Bisogna stare attenti ai bagagli, anche da quelle parti, così, presidiandoli venimmo a sapere che per proseguire bisognava cambiare mezzo. Ed eccolo finalmente arrivare sbuffando. Era quello delle pubblicità Alpitur, turisti fai da te, ahiahiahi! decisamente meno confortevole del precedente, soprattutto nella ricerca di una posizione che permettesse di tenere d'occhio che il nostro bagaglio, posto sul tetto, non venisse scaricato da mani distratte alle varie fermate. Dovemmo cambiare pullman altre due volte, man mano che si procedeva verso sud, attraversando paesi dai nomi dal sapore alessandrino/lombardo, Quetzaltenango, Momostenango, Huehuétenango (quest'ultimo più napoletano salito a Milano), sempre più sfasciati e ansimanti. I sedili erano da tre posti, considerando le chiappe ridotte degli Indios degli Altos; io, che occupavo più spazio del consentito, ero un po' stetto tra due donne che avevano posato una stia di galline nel corridoio, mentre la bambina e Tiziana si erano accoccolate dietro, con una vecchina che sonnecchiava con la testa bassa. Che differenza con i bus dell'oriente. Nessuno attacca bottone, nessuno che ti chiede quanti figli hai, da dove vieni, nessuno chiacchiera fino allo stordimento, soltanto la musicassetta sparava a palla musica locale. Solo facce di povera gente che ha voglia di essere lasciata in pace. Dopo San Francisco salirono anche due ragazzi italiani con gli occhi pieni dei colori che li circondavano, ebbri della bellezza della selva che copriva i fianchi dei vulcani. Quando salimmo sul bus colorato che doveva percorrere l'ultima ripida discesa verso il lago Atitlan, mentre trasporatavamo i bagagli, raccomandai loro di stare attenti al portafoglio, occhieggiante dalla tasca posteriore dei jeans di lui, che mi sembrava il più svagato. Ci ringraziarono, felici e sorridenti dell'avventura che stavano vivendo. Atitlan è uno zaffiro blu perduto fra tre coni vulcanici, una enorme caldera frastagliata con piccoli paesi sulle rive scoscese. Il filo di fumo che esce dal Volcan San Pedro ti ricorda che questa è terra ballerina, che ogni tanto pretende il suo pegno di vittime più o meno numerose. La superficie del lago sembrava uno specchio lucente in assenza del soffio dello Xocomil, il vento che verso mezzogiorno ne increspa la superficie. Nell'aria sottile dell'altura i colori, o forse le nostre sensazioni erano sovradosate, i nostri recettori li percepivano violenti ed estremi, eppure niente funghi particolari a colazione. Arrivammo che era quasi sera a Panajachel, un piccolo paese sulla riva nord, fatto di case bianche e di piccole villette coi giardini disordinati, dove il rigoglio della selva combatteva ogni giorno per riprendere il sopravvento sugli uomini che ci abitavano. Prendemmo i bagagli per andarci a cercare una pensioncina dove godere del lago per qualche giorno e salutammo la coppia di italiani che si guardavano intorno un po' straniti. Lui teneva una mano sulla tasca dei jeans, ma non aveva la voglia di imprecare. Gli avevano rubato il portafoglio.


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