mercoledì 16 settembre 2009

Elogio della tuttologia.

Uno dei motivi per cui alcuni miei amici mi disapprovano (vero Mariuccia?) è che il mio assunto principale recita: "Piuttosto che fare una cosa molto bene, preferisco farne molte male". Sarà pigrizia congenita, sarà incostanza cronica, sarà una curiosità genetica che mi spinge a sfarfalleggiare suggendo il nettare della conoscenza qua e là a piccoli morsi come per testare cucine diverse. Tanto per farvi un esempio, non conosco bene neanche l'italiano (come avrete notato spesso), ma per contro, mi sono interessato di penetrare i meccanismi di almeno una decina di lingue e di altre lo faccio ogni volta che ne ho la possibilità. Così mi sono iscritto alla benemerita congregazione dei tuttologi come avrà notato chi ha la bontà di seguirmi. Questa disciplina, negletta e vituperata, quando non derisa e disprezzata, mi affascina e mi conquista ogni giorno di più. Si è detto che lo specialista sa quasi tutto su quasi nulla, mentre la stupenda posizione del tuttologo è che non sa quasi nulla, ma su tutto. Questo lo mette in una straordinaria posizione di vantaggio, in quanto (se riesce ad essere anche intelligente e questo purtroppo non si impara) lo mette in grado, quando è in presenza di uno specialista, di poter ascoltare qualunque cosa, riuscendo, quanto meno a capire di cosa si sta parlando e potendo quindi fare al medesimo, domande pertinenti che lo rendono partecipe, mentre con gli incompetenti della materia può comunque tenere banco, certo (sempre se è intelligente e non si allarga troppo) di non dire scemenze. Può partecipare, con i suoi limiti a tutte le discussioni e questo fatto continuerà ad arricchirlo e a stimolarlo a guardare in altri pollai. Vi ricordo che comunque tutte le grandi teste dell'umanità sono stati enciclopedici, come si diceva un tempo. Oggi però, con lo sterminato aumento delle cognizioni possibili, l'appellativo di tuttologi mi sembra più calzante, proprio perchè data la mole di materiale disponibile bisogna contentarsi di sempre minori informazioni su ogni campo, visto che anche questi si moltiplicano a dismisura. Non dimenticate che il tuttologo è poi sempre il centro della festa, proprio perchè è in grado di parlare ma, soprattutto stare ad ascoltare tutti, virtù questa molto rara e quanto mai apprezzata in particolare dagli specialisti. Vi sarà capitato di chiedere ad un amico appassionato di montagna se preferisce arrampicare libero o in cordata e quello non vi mollerà più, se gli date retta mentre vi enumera le ultime novità tecniche e così via. Certo da un lato, questa esasperazione specialistica mi preoccupa, dall'altra mi consola. Chiedevo l'altro giorno ad un amico medico il nome di un buon angiologo, specializzazione assai specifica (consentitemi la tautologia) e lui di rimando, mi ha chiesto di precisare se mi interessava specializzato nelle vene o nelle arterie! Tra un po' sarà dura anche per noi tuttologi stare dietro a tutto. Comunque, uno dei maggiori difetti imputatici è quello di essere troppo prolissi e parolai, forse per coprire la nostra ignoranza e nascondere i nostri limiti, per cui la pianto di allungare il brodo, tanto avete capito tutti che oggi non sapevo cosa dire ma non volevo esimermi da questo appuntamento quasi quotidiano, d'altra parte sono o no il miglior blogger degli ultimi 150 anni di repubblica?

martedì 15 settembre 2009

All organic!

Non ho dubbi su cosa farei se dovessi cominciare un business. Una delle poche cose che credo di aver imparato è che nel commercio bisogna seguire la corrente, non devi sprecare preziose energie per convincere la gente di qualcosa di cui è già convinta, quello che è talmente evidente a tutti da non aver bisogno di prove o conferme. Qualcuno ha detto che questo secolo sarà il tempo delle religioni, perchè emerge prepotente quella parte del pensiero che vuol credere a tutti i costi anche nell'incredibile, che vuol lasciarsi andare alla tranquillità di chi ti da assicurazioni senza bisogno di cercare conferme. E' difficile e faticoso accettare la debolezza e l'insicurezza della realtà, mentre è così facile individuare il male e abbandonarsi a chi ti dice: credi in me che ci penso io, rilassati e consuma. I grandi gruppi lo hanno capito da tempo e si sono buttati nell'affare, non vogliono certo sprecare energie ad andare contro corrente. Io mi metterei senz'altro nel biologico-organico-natural-eco-comesistavabeneuntempo. I consumatori apprezzano entusiasticamente questa linea, aumentano con ritmi cinesi di anno in anno e accettano qualunque proposta, disponibili a pagare di più e certi di fare la cosa giusta specie per i bambini e le future generazioni. Qualche giorno fa, una mia amica inglese nutriva amorevolmente il nipotino in fase di postsvezzamento con delle strane cose, tipo quelle che si trovano nei sacchetti colorati a base di patata cosparsa di spezie varie, che normalmente noi chiamiamo le schifezze. Mentre il bimbo se le succhiava di gusto, rispose alla mia meraviglia con un: -All organic- mostrandomi il sacchettino che riportava una serie di dati impressionati. Oltre ad assicurare la mamma compratrice che il contenuto era totally organic, snocciolava una serie di cose buone contenute, una certificazione che tutte quelle kattive e kimiche(?) tipo glutine o colesterolo, non c'erano o se c'erano erano in percentuali assolutamente accettabili (quasi buone) ma comunque naturali (colori, grassi, ecc.) quindi facevano anche bene, assicurava la totale assenza di cose allergiche (adesso tutti pensano di essere allegici a qualche cosa, mi raccomando è un punto importante su cui spingere) e infine conteneva una vera perla che certo copierei per la mia linea di prodotti. Nell'elenco dei contenuti, brillava in ultima posizione : Junk food, 0%. Capito, la legge inglese evidentemente consente di scrivere che il tuo prodotto contiene lo zero per cento di schifezza, assieme al 12% di proteine e al 25% di carboidrati e la gente lo compera felice di aver protetto il proprio pargoletto (pagandolo il quadruplo). Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa l'amico Bressanini. Comunque la forma delle crocchette o quello che sembravano era in tutto e per tutto simile, bitorzoli giallastri cosparsi di puntini rossi tipo salse piccanti (but they are organic carrots!), alle normali schifezze, forse per cominciare ad abituare l'occhio dell'infante ai futuri consumi, un po' come le sigarette di cioccolato che c'erano quando io ero piccino. Potenza del marketing, c'è sempre da imparare.

lunedì 14 settembre 2009

Fēi.

Volare è il sogno dell'uomo, in tutti i tempi ed in tutte le culture. Per alcune più che in altre è assieme sogno e poesia. Seguendo le indicazioni dell'amico Ferox, quindi volevo portare la vostra attenzione su uno degli ideogrammi più poetici della lingua cinese. Nell'antichità per trascrivere l'idea del volo si tracciava un complesso carattere che voleva raffigurare delle cicogne in volo col collo slanciato mentre attraversano il cielo al tramonto, in stile un po' Lufthansa tanto per capirci. Nel tempo l'ideogramma si è andato stilizzando come si vede nella versione tradizionale a sinistra dove si lascia spazio alle ali distese, mentre nella versione moderna "semplificata" la grafia veloce ha letteralmente spennato le maestose ali della cicogna riducendole a due misere alucce e alla lunga gamba visibile del trampoliere in oggetto. Così unito a jī (macchina) abbiamo abbiamo (macchina che vola) quindi "aereo", perchè oggi bisogna produrre di più e più velocemente e lo spazio per la poesia deve essere necessariamente ridotto, ma ecco che il germe non si spegne e si fa strada comunque, perchè la bellezza anche se calpestata dall'economia non muore mai e se uniamo il nostro fēi al carattere di "bianco" abbiamo il significato di parola scritta, in quanto se i caratteri sono vergati con la giusta attenzione e lentezza della bella calligrafia, rimangono molti spazi bianchi , come se il pennello volasse.... Ma insiste Ferox che i cinesi non solo solo dei poeti sognatori, ma sanno credere anche alle cose reali e vogliono capire a fondo anche quelle cose che da noi si sottovalutano o vengono prese come scherzi estivi. Ecco allora che mi porta l'attenzione su : bu ming fei xing wu. Le prime due sillabe le abbiamo già viste e quindi ve le ricordo soltanto () "non chiaro" , mentre le due che stanno accanto a fēi (volare) significano oggetto. Dunque? Oggetto volante non identificato, UFO, detto anche fei die (碟) "piattino che vola". Ehehehehe, loro pare che ci credano, anzi li studiano con attenzione, ci sono addirittura delle riviste che ne parlano dettagliatamente, poi basta dare un'occhiata su iutiub e se ne trovano a iosa (es. qui , qui , qui ). Ferox dice che è per questo che ci stanno fregando, magari gli omini verdi erano gialli in effetti; d'altra parte se la moglie del neo-primo ministro giappnese dice di essere stata rapita dagli UFO, qualcosa di vero ci sarà.

domenica 13 settembre 2009

Ricami rossi.

Sono molti anni che non vedo più Zhenjia. Quando l'ho conosciuto cominciava l'inverno russo, con le sue poche ore di luce, il colore giallo delle lampadine e dei lampioni sovietici così fiochi, l'odore di benzina scadente per le strade quasi deserte di auto, con la neve sporca che si accumulava prima di ghiacciare fino a primavera. Mi guardava con sospetto malcelato all'inizio, timoroso come sempre delle cose nuove. Glielo aveva insegnato una vecchia zia nata a San Peterburg prima della rivoluzione, che era stata allo Smolnji da ragazza, che ogni cambiamento porta disgrazie e dolori. E ne aveva viste parecchie la vecchietta prima di morire, ma per lo meno le era stata risparmiato lo sfacelo dell'URSS con tutto quel che stava capitando alla maggioranza debole della gente. Zhenjia temeva sempre che ci fosse sotto qualcosa e quindi cercava di mettersi di lato, diremmo contro il muro, avendo imparato a lasciar passare la furia della corrente per non farsi portare via. Mi divenne amico affettuoso o forse fedele, temendo chissà cosa come sempre, cercando di mostrarsi servizievole, apprezzando che fossi interessato ai suoi racconti del passato. Di quando lo zio che raccontava barzellette sul regime, non era più tornato a casa, una komunalka nelle vie della vecchia Mosca; di quando poco più che adolescente visse con sgomento la morte di Stalin, delle sirene che per quindici minuti lacerarono l'aria per annunciarla in un silenzio tombale, di come si sentì orfano in quel momento; di come si sentiva felice e padrone del mondo, quando ebbe il primo stipendio di trecento rubli come traduttore. Parlava un italiano forbito, con lentezza, scegliendo con cura le espressioni e usando parole ricercate come "corpulento", che gli piaceva molto, anche se non ruscì mai a correggere il forte accento, per cui lo prendevamo un po' in giro. Non corresse mai la sua espressione proverbiale con cui cominciava tutti i discorsi. "Prego la scusa" iniziava sottovoce ed in tono dimesso, sempre timoroso di disturbare e quindi di subire chissà quali punizioni. E dire che la sua famiglia aveva visto grandi fasti un tempo; si favoleggiava delle sette gioiellerie che il nonno possedeva a San Peterburg prima della rivoluzione. Grande giocatore di scacchi, anche nella vita, cercava sempre di avere una seconda ed una terza soluzione ai problemi, una via di fuga, se andava male la prima scelta; questo aveva insegnato la vita a lui, ebreo, in un paese che gli ebrei non ha mai amato, nel migliore dei casi ha disprezzato, come qualche trombone di cliente che ci apostrofava: "Ma com'è che vi tenete quel giudeo?" mentre lui si ritirava nell'ombra. Una vita a prepararsi vie d'uscita, a declinare responsabilità, a scegliere il profilo più basso per non farsi notare, per tenersi nella penombra, eventualmente, se c'era bisogno per dare la pugnalata fatale. Non voleva il thé, ma si accontentava di un po' di "calda acqua" e a all'Hotel Kimik di Cerkiesk aveva rifiutato la camera Liux che per i cittadini sovietici costava un dollaro in cambio di quella Standàrd che costava mezzo dollaro a notte, per non fare spendere troppo alla ditta. Aveva voluto per sé un ufficetto misero, un vero bugigattolo, però situato strategicamente in fondo al corridoio, in modo che si avvertissero nitidamente i passi di chi arrivava e che lo sorprendeva sempre alacremente al lavoro. Quando era venuto a Roma ad accompagnare dei clienti era stato derubato dei pochi soldi che aveva da alcuni zingarelli davanti al Colosseo e non si dava pace. - Devo essere punito, assolutamente per la mia sbadataggine, nonostante tu mi avessi avvertito.- dichiarava come un mantra in una continua flagellazione, in perfetto stile da autodenuncia alla Lubjianka. Eppure era felice della sua vita, felice di lavorare per una azienda italiana, mai per i tedeschi che odiava senza fraintendimenti. La relativa agiatezza che questo gli dava, lo rendeva sereno anche se continuamente timoroso che tutto avesse fine prima o poi. Era felice a modo suo, pago delle piccole cose che amava. - Sai Enrico - mi diceva, quando ormai si era maturata una certa confidenza - non c'è piacere più grande di quando arrivo a casa, mi metto le pantofole d'orso che ho preso ad Irkutsk e mi sdraio nella mia vecchia poltrona con un bicchiere da 50 grammi di vodka (la vodka va a grammi in Russia) a pensare ai tempi felici. - Non so cosa intedesse per tempi felici; è un'espressione che dipinge bene la melanconia russa che leggevo spesso nei suoi occhi acquosi e gentili. Chissà come se la passa adesso, ma lo spero con quel bicchierino appoggiato sul vecchio bracciolo ed il bicchiere di thé fumante col manico di alpacca, sul vecchio tavolino di Kiev con la tovaglietta dai ricami ukraini rossi. Na sdarovjie Zenjia!

sabato 12 settembre 2009

Una lettura dei tarocchi.

C’era un posto straordinario a Pekino, lo Xue Shue Market, una minuscola traversa della Chang An, la grande arteria che attraversa da est ad ovest tutta la città passando davanti alla piazza Tien An Men, vicino alle ambasciate. Quando ci passavi davanti quasi non la vedevi, con lo stretto ingresso quasi otturato da tre o quattro grossi negozi. Al di la del varco, un vicolo lungo qualche centinaio di metri che si biforcava a metà, lungo il quale, uno vicino all’altro si affastellavano in una sequenza infinita una serie di bugigattoli larghi non più di due metri, con le entrate quasi otturate da cascate di merce taroccata di ogni genere e tipo. Una scia di folla continua, a due per due, ché la dimensione del vicolo non permetteva di più, sfilava davanti ai negozietti lentamente, osservando, valutando, scegliendo, contrattando con il tizio o la tizia che emergeva, quasi sepolto dalla sua stessa merce in vendita. Tutte le più importanti marche del mondo erano esposte con ordine e pignoleria, dall’abbigliamento, alle calzature, agli occhiali, alle borse, agli accessori, ai foulard, agli orologi. Qualunque cosa che nel mondo fosse valorizzata da un qualsiasi tipo di griffe, vi era rappresentata in ogni modello più noto e conosciuto. Era il regno della contrattazione accanita. Venivi prima invitato a verificare la qualità del prodotto, poi partiva la richiesta esosa (sempre ridicola in termini assoluti, tipo 68 euro per una giacca a vento North Face) che terminava invariabilmente per 8 o 80, che porta fortuna e cominciava il balletto dei ribassi, delle disperazioni del venditore che doveva sfamare la famiglia, le finte fughe del compratore che veniva invariabilmente richiamato con un ulteriore ultimo sconto; poi a poco a poco offerta e richiesta si avvicinavano fino ad incontrarsi, meglio se avevi una qualche dimestichezza con un po’ di cinese, i numeri almeno e le parole fondamentali come tai quei la (troppo caro) e te ne andavi col sacchetto nero pieno del tuo bel tarocco a dieci dollari. In realtà c’erano diverse fasce qualitative nel taroccamento, da quelli di alta fascia, in pratica gli originali che uscivano dalle fabbriche che facevano le stesse cose, incaricate dalle griffe autentiche che inviavano i materiali veri per risparmiare sul costo del lavoro e che quindi si autopunivano con le loro stesse mani, a copie via via più scadenti a volte addirittura commoventi, come quella maglietta che portava scritta davanti la dicitura LENTINO GARAVA. Mi confessò il venditore che la sua fabbrichetta copiava dalle foto delle riviste e in quel caso non avevano capito che il capo vero era siglato Valentino Garavani, ma nella foto i due estremi non si vedevano e loro non sapevano neanche chi fosse. Altri offrivano tutta la serie di orologi da tre a trenta euro per i Rolex meccanici, i più belli, disapprovatissimi dal mio amico Ping che sfoggiava invece un Rado da 2000 dollari; le cinture venivano via ad due euro, mentre all’ingresso del vicolo, un gruppo di donne vendeva le T-shirt Lacoste a un euro l’una cercando di bloccare i clienti prima che entrassero nel budello. Più avanti, in una casetta a due piani, dei veri e propri negozi che offrivano merce più sofisticata, alcuni venditori cercavano di dare un loro proprio design per vestiti offerti con il loro marchio cinese, roba piuttosto creativa secondo me, che di massima, gli occidentali obnubilati dal tarocco snobbavano senza pietà. Questo luogo è sempre stato una spina nel fianco per le griffes mondiali che hanno cercato di farlo chiudere in ogni modo, non comprendendo scioccamente che ti si copia solo se vali qualcosa, che la copia è un tuo messaggio pubblicitario gratuito, che chi compra il tarocco non compra l’originale, quindi le vantate perdite sono in realtà inesistenti, anzi chi compra oggi un Rolex a 30 dollari, quando se lo potrà permettere sarà il primo acquirente di quello da 3000. Se io avessi una griffe sarei molto preoccupato se nessuno me la taroccasse. Poi qualcosa è accaduto, il progresso avanza, la stradina è stata cancellata, al suo posto un palazzone di sei piani, il Silk Palace, enorme, in cui trovavano posto gli stessi negozietti a costi un po’ superiori a cui le griffes mondiali coalizzate finalmente hanno fatto causa, vincendola. Adesso, mi dicono che tutte le merci esposte, le stesse di prima, hanno etichette cinesi; per avere il tarocco, devi faticare parecchio, poi qualcuno lo tira fuori con aria complice da sotto il banco, naturalmente a prezzo raddoppiato e la magia se ne è andata a farsi friggere. Poco per volta anche il regno di mezzo verrà omologato.

venerdì 11 settembre 2009

Solo pasta e fagioli

E’ accaduto quello che tutti temevamo sarebbe successo e non avremmo mai voluto che succedesse. Si parte sempre così, due parole tra amici, ma certo, sicuro, ci vediamo solo così, tanto per stare assieme, facciamo solo una pasta e fagioli e poi via. La realtà è che i poveri B. e C. erano già ai fornelli dal mattino presto, coi fagioli messi a bagno nella notte, causa dimenticanza della sera precedente. Ubbidienti, ci siamo presentati alle otto con i nostri pacchettini di ordinanza in mano e subito abbiamo dato fuoco alle polveri. Un aperitivo, kyr di ribolla gialla di Cormons accompagnato da un’entrée di tartine di salmone e ricotta fresca insaporita all’origano, seguite da altre, ricoperte di salsine con diverse gradazioni di piccantezza. Ma non avevamo detto che si faceva solo la pasta e fagioli? Ma è tanto per rompere un attimo l’appetito; spazzate via in un istante. Il tempo di sederci a tavola, giusto per permettere lo stappo di un paio di bottiglie di Chambave Muscat valdostano che avevamo già precedentemente avvicinato e dal cui fascinoso bouquet eravamo già stati irrimediabilmente accalappiati e anche il delicato preantipasto di lardo dalla grande fascia rosata con marroni sciroppati e spennellati dell’ambrato miele di questa valle, ci ha lasciato orfani, ma per poco, perché il profumo che ci ha avvolto all’apertura del forno ci ha subito predisposti alla curiosità di investigare la natura dei fagottini dorati che lo hanno sostituito. E’ stato duro pazientare quanto bastasse a non subire l’offesa del calore nelle nostre gole ingorde, ma che piacere constatare l’equilibrio delicato che l’apertura della fragile e sottilissima pasta sfoglia ci ha regalato con il matrimonio tra un tenero radicchio rosso ed una morbida e vellutata crema di gorgonzola. Una vera delizia e anche se la previdente padrona di casa ne aveva forgiato un numero piuttosto elevato, conoscendo i suoi polli, anche qui, in poco tempo sono andati via tutti. D’altra parte pareva brutto avanzarne, come se non fossero stati graditi, nella maggior parte delle culture potrebbe apparire offesa e critica alla cuoca. Poi, e la colpa è stata data alla necessità di smaltire comunque la gran quantità di verdure di cui l’orto di L. ci ha deliziato per tutta l’estate, è giunta in tavola una splendida caponata tradizionale dal giusto mordente. Neanche il tempo di togliere da tavolo le bottiglie vuote ed ecco l’oggetto del desiderio per il quale avevamo affrontato la traversata del paese e che avrebbe dovuto essere l’unica attrice della piece che si stava rappresentando con così attenta partecipazione di pubblico e di critica, mai così concordi nell’entusiasmo: la regina della festa, una strepitosa, cremosa, densa, sapida e corposa pasta e fagioli. Un tocco di pepe e un filo di olio di fruttata fragranza di olive appena spremute quasi per decorare, se mai ce ne fosse stato bisogno quella perfezione. I maltagliati che il sapiente tocco della padrona di casa aveva prodotto nel pomeriggio complice il mattarello nuovo acquistato per l’occasione, si confondevano quasi con la presenza dei fagioli, parte dei quali ormai avevano perduto la loro forma originale, si potrebbe dire il loro eidolon fagiolifero, per formare un tutt’uno con la cremosità che avvolgeva il tutto, per cambiare la loro forma identificativa rendendo partecipe della loro essenza di fagiolità tutto il piatto nel suo insieme col fondersi completo di più strumenti in un unica indimenticabile sinfonia sonora, come ha da essere tra l’altro come conseguenza di questa preparazione. Qualcuno, non dirò chi per carità di patria, ha voluto un bis, complice il Morellino di Scansano, giusta morte di questo piatto sacro. Un assaggio, per chi ancora ne sentiva il bisogno da un principesco plateau de fromages che ospitava capra in tre differenti presentazioni, da un delicato fresco ad un gustoso stagionato, una toma profumata di fiori primaverili, un castemagno dalla bianca gessosità e un tradizionale gorgonzola per non omettere il posto dell'erbornato e infine delle patate al forno di René al profumo d’erbe; poi tutti abbiamo sentito la necessità di alzarci, di lasciare quella tavola imbandita che ci aveva regalato tante delizie, più che altro perché la torta veniva servita in salotto, giusta cornice a questa festa di fine estate. Una miscela di pere e sentori di cioccolato decorata con le insegne occitane che hanno fatto da cornice costante a questa vacanza, durante la quale il piacere più forte è stato quello di stare con gli amici più cari. Difficile è stato staccarci e riguadagnare le nostre case lentamente pensierosi, le gambe molli, forse per la sottile malinconia che precede la partenza, forse per le troppe bottiglie stappate. Ma non dovevamo fare solo una pasta e fagioli? E non ce l’abbiamo neanche più fatta a mangiare il gelato. Mi sa che toccherà vederci stasera per finirlo, vuoi mica portartelo giù in città!

martedì 8 settembre 2009

Fenomenologia dello gnocco.

Ci sono molti settori in cui le femmine amano cimentare la propria abilità per mettersi in discussione o in competizione. Quello che preferisco, per estetica ed etica o più semplicemente per inclinazione naturale, diranno i miei detrattori, è la cucina. Quindi niente di più logico che la bagarre si sia scatenata per tutta l’estate, anche nel nostro piccolo gruppo, microcosmo testimone di tendenza. Una dopo l’altra le nostre ragazze si sono scatenate per superarsi a colpi di piatti semplici o ricercati, sempre riuscendo a stupirci con tecnica, fantasia e qualità. L’ultima prova è toccata ancora a Carla che ha voluto esibirsi in una prova difficilissima nella sua semplicità. Il tema della serata è stato sua maestà lo gnocco. Esclusa proditoriamente la sua versione femminile che pure avrebbe suscitato entusiasmi quantomeno di facciata, verbali e per onor di firma, si era deciso che il candido ed all’apparenza umile grumo di pasta, sarebbe stato il protagonista unico ed assoluto della serata che non doveva essere turbata da altri motivi di distrazione per non sviare l’attenzione gustativa delle nostre stanche ma mai dome papille in religiosa attesa. Niente ordalia di antipasti dunque, per lasciare largo spazio alla cascata gioiosa che attendeva la bollitura dell’acqua, ma che piemontesi saremmo se non avessimo ceduto almeno a qualche fetta di sapido e stagionato salume nostrano e a due calde teglie di peperoni di Carmagnola ricoperte dall’abbraccio di una delicata bagna cauda. Sarebbe stata un’offesa alla tradizione e soprattutto il periodo stagionale lo richiedeva d’imperio. Ma solo un tocco e poi via a calare con cautela, a piccole falangi per non affastellarli troppo al primo bollore, le prime tranche di gnocchi delicatamente sporcati di farina per non farli attaccare tra di loro, chè anche se amici, non devono stringersi troppo, avvinti in un abbraccio che li danneggerebbe irreparabilmente, lasciandoli ad un a uno separati, al nostro affetto interessato. Erano stati, già dalla mattina, preparati con cura ed amorevolmente l’impasto trattato ed i lunghi cilindretti formati e stirati rivoltolandoli sulla tavola prima del taglio cadenzato che ne aveva dato la forma definitiva, piccolissima come si confà alla grande qualità, prima del tocco fatale della forchetta a formarne l’aspetto finale, con le quattro unghiate dei rebbi e la dolce concavità resa così più atta a sposarsi col sugo alla quale saranno destinati. Già, l’impasto, qui sta il segreto, a cominciare dalla patata utilizzata, la Desirée, una varietà a buccia rossa e a pasta tra il bianco e il giallo, compatta ma tenera, coltivata dall’amico René sopra i mille metri, che si sa, con la montagna il gusto ci guadagna come recitava uno slogan famoso. La qualità della patata è fondamentale nello gnocco, così come lo è la giusta proporzione di acqua e farina, ovviamente segreta, perché il risultato finale deve essere dominato dalla assoluta leggerezza, da una aerea levità che sola eviterà l’intozzamento dovuto alla quantità e alle difficoltà sgradevoli della pesantezza postprandiale. E come create da mani angeliche sono state le schiere di piccole pallottole che a poco a poco emergevano dal bollore galleggiando felici come a dire, forza pescateci che siamo pronti. E la schiumarola cominciò a svolgere il suo impegnativo compito per formare i piatti attesi con ansia. Una prima ondata attese l’abbraccio di un saporoso ragù di carne che da tempo a fiamma bassissima scaldava le polveri sopra altro fuoco, seguita da altre ondate senza tregua per spossare le truppe e renderle idonee all’attacco finale, di ulteriori piccoli cumuli ricoperti da un’onda di bianca e marezzata crema al gorgonzola. Naturalmente sul tutto, parmigiano come se piovesse. Un rosso maghrebino di grande interesse col ragù ed un altrettanto intrigante Chateau del Luberon, con il gorgonzola, hanno bagnato le gole aiutando la sequenza dei piatti. Di colpo siamo crollati senza avere la forza di contare il numero di piatti che con astuzia i nostri anfitrioni preparavano piccoli ed innocenti, come il successivo non potesse in alcun modo ingombrare più di tanto lo spazio già occupato dai precedenti. Poco onore abbiamo così potuto fare al pur leggerissimo tiramisù e alle pesche ricoperte di gelato che come si sa disnausia e che ha concluso le nostre fatiche. Grande gnoccata, ma bisogna farsi forza che l’estate sta per finire e domani sera ci attende una ulteriore e difficile prova: la pasta e fagioli, di cui se ce la farò, vi darò conto nei prossimi giorni.

lunedì 7 settembre 2009

Luberon 3.



Un’altra mattina luminosa, come lo è la luce della Provenza, che ti piega l’occhio e ti apre il cuore, che conquistava gli artisti di fine ottocento, richiamandoli qui ammaliati da questa luminosità che avvolge tutto, che scalda, che rasserena. Un salto al vicino museo dell’olio a vedere un gigantesco torchio di quattro secoli fa da sette tonnellate, in un luogo che ha spremuto olive senza soste per duemila anni, però questi romani che tecnici! Poi un giro tra le stradine semideserte di Goult, prima di una sosta un po’ più attenta a Carpentras. L’idea è di lasciare alle spalle il Luberon e prima di cominciare a macinare la strada verso casa, vedere le rovine di La romaine e Nyon, ma ad un bivio, l’insegna è irresistibile: Mont Ventoux – KM 21, con un gran negozio che affitta biciclette da corsa sull’angolo. Ovviamente non degniamo di uno sguardo il negozio, ma la decisione è già presa e il volante gira verso questa meta mitica. Non è facile farsi strada tra le frotte di ciclisti che arrancano lungo la salita con una pendenza media dell’11%. Dappertutto, vistosi cartelli intimano agli automobilisti, considerati un po’ intrusi da queste parti, di fare spazio alle due ruote ed in effetti siamo noi quelli fuori posto. La strada sale costante in una foresta densa e corposa, i tratti rettilinei sono lunghi a sufficienza da farti considerare la fatica immensa ed innaturale che serve a raggiungere la curva lontana e appena dopo il successivo tratto e poi ancora un altro, sempre così lontani dalla fine della fatica. Chi sale non ha tempo né voglia di godere del paesaggio stupendo che scorre piano ai lati, solo la sofferenza è compagna nella salita; si vedono gruppi di amici che cominciano a pedalare sicuri sulla sella, ma subito l’amicizia finisce e il gruppo si sfilaccia, ognuno sale con le sue forze, solo di fronte alla fatica con il suo ritmo o almeno con quello che crede di poter sostenere e poi magari ti tradisce a metà percorso. Coppie partono sorridenti, poi vedi che lei comincia subito ad arrancare e lui sale con piglio deciso, chi si ferma è perduto, non c’è pietà per chi rimane indietro. Tipi diversi, ma uguali nella determinazione, fanciulle decisamente steatopigie che salgono determinate e per contro maschiacci segaligni, magari con aiutino, che ansimano disperati per aver sopravvalutato le proprie forze, sul punto di cedere. A cinque kilometri dalla vetta superiamo un attempato signore in piena cotta, testa infossata, sguardo spento, le gambe che girano meccanicamente, la bici che zigzaga pericolosamente, ma niente, si va avanti, non si molla. Capisci cosa è la passione. Nell’ultimo tratto la foresta si dirada e poi finisce per lasciare spazio alla pietraia bianca, la testa pelata del monte spietato spazzata da vento, teso e gelido. La vista sulla pianura e strepitosa, ma nelle ultime centinaia di metri, la nebbia avvolge pastosa la cima e si arriva sulla piazzola celebrata e desiderata, dove il povero Simpson, ancora non presenti EPO e CERA, crollò stroncato da quello che si prendeva allora pur di arrivare primi. Gente che arriva alla spicciolata, gli amici si ritrovano, i gruppetti si ricompongono, le coppie si riuniscono e si baciano, c’è qualcuno che ha le lacrime agli occhi, è la gioia di avercela fatta, di avere compiuto l’impresa, di avere vinto la montagna, il mostro, forse quello che sta dentro di ognuno di noi. Le foto si sprecano. Un solitario cerca qualcuno che gli faccia la foto sotto la palina celebre, che testimoni ai posteri che ce l’ha fatta. Lo accontento, poi, il diavoletto fa capolino e non resisto, gli chiedo in prestito la bici e la foto me la faccio fare anch’io, non si sa mai. Una signora, mi guarda storto, scrolla il dito indice e mi apostrofa: “Eh,Eh, tricheur!”.

venerdì 4 settembre 2009

Luberon 2.


Hai la sensazione che sia una giornata piacevole appena ti alzi e vai a fare colazione nella vecchia salle à manger della antica casa di famiglia dove abbiamo dormito. Mobili di un passato notabile, poltroncine decorate al piccolo punto, una tovaglia e tovaglioli ricamati a mano su una tavola imbandita solo per noi due. Caffettiera e lattiera d’argento, coltellino per il burro col manico d’avorio ingiallito dal tempo, croissant caldi e spremuta d’arancia, torta e marmellate fatte in casa, frutta lucida in una elegante alzata provenzale. Sei già di buon umore al mattino presto, saluti gli anziani proprietari sorridenti e dal belvedere di Saignon ti si apre davanti tutta la pianura, il Luberon alle spalle, lontano la calva cima del Mont Ventoux, una promessa per il giorno successivo. Dopo il mercatino di Apt, ricco di prodotti locali, dal miele di lavanda, alle confetture e ai formaggi di capra, ancora paesini, Bonnieux arroccato sul colle col museo della Boulangerie e gran vista sulla foresta dei cedri, tralasciando Lacoste nota non per le magliette, ma per il castello di DeSade che domina il paese dall’alto, poi Ménerbes, con la place de l’horloge e l’originale museo del Tire-bouchon. Ma com’è che questi francesi riescono a valorizzare qualunque piccola cosa, impreziosendola, raccontandoti una storia, vendendoti un’idea. La gente ci viene, paga 4 euro per vedere un po’ di cavatappi e poi compra sei bottiglie di vino e se ne va a casa contenta, qui non riesci neanche a far pagare un euro a uno che da piazza San Marco guarda il Canal Grande. Pochi kilometri e sei a Oppede-le-Vieux, straordinaria cittadina già centro romano e poi medioevale (parcheggio 3 euro, tanto per capirci). Una dura salita ti porta fino in cima attraverso le rovine della città, fino alla chiesa ed al castello per una vista folgorante tra le pietre avvolte dalla vegetazione. Che periodo strepitoso quello della Provenza dell’età romana. Città aperte lungo le grandi vie che portavano genti e commerci in ogni parte dell’impero senza preclusioni. Già ti vedi carri di vino e olio che percorrono le strade lastricate, passano grandi ponti a schiena d’asino, sotto gli immensi archi degli acquedotti; gente che lavora, che parla la loro lingua ed una lingua franca comune, aperta al nuovo e all’esperienza. Che popolo, ‘sti romani; costruttori e ingegneri, pragmatici, pronti ad inglobare lo straniero e farne proprie le sue esperienze; forse poca cultura, ma aperti a tutte le culture, alle idee nuove; bastava che non rompessi molto le scatole accettando il sistema e poi via libera; direi una mentalità un po’ cinese, non vi sembra? Forse è così che si conquista il mondo. Sta di fatto che poi il tempo è passato, le città si sono chiuse al nuovo e avviluppate su sé stesse, si sono arroccate, ritirate sui colli, cinte di mura, serrate dalla paura e dal timore, diminuiti i commerci, fermato il movimento delle idee, bloccate sotto il ferro di tanti piccoli signorotti locali. Un medioevo delle menti tra il terrore dello straniero e l’odio per il mercante che vengono a portare via la ricchezza sudata, razziandola o peggio comprandola. Agli uni ti puoi opporre con le falci e i forconi ricacciandoli in mare, agli altri no, qualcuno cederà comunque alla vile moneta. Ancora piccole strade di campagna, ancora il villaggio delle Bories, costruzioni in pietra alla moda dei trulli, testimoni di un passato duro succeduto alla gloria romana e Gordes, dalle stradine ripidissime che si precipitano lungo le mura. Infine Roussillon circondato da una falesia di rocce gialle e rosse di ocra. Una passeggiata in un cañon dai colori americani illuminati dal sole che fatica a concludere la giornata. Siamo finiti a dormire in un paesetto di quattro case attorno ad una chiesa del 1100, con un alberghetto con tre camere. Il ristorante sarebbe stato chiuso, ma la signora ci ha fatto ugualmente per cena una kisch di gourgettes e anatra alla provenzale con un bicchiere di rosato locale. Non voleva che restassimo senza cena.

giovedì 3 settembre 2009

Luberon


D’accordo, mi sono assentato qualche giorno. Ma non è per pigrizia innata, ma perché mi sono ritagliato una piccola vacanza nella vacanza estiva (che è parte della vacanza globale annuale). Tre giorni bighellonando senza meta nel Parco del Luberon in Alta Provenza. E’ il tipo di vacanza che preferisco, un po’ di informazioni prese a priori e poi via decidendo di volta in volta secondo quanto ti propone la strada. La meta di un viaggio non deve essere altro che uno stimolo a partire. Anche per questo amo molto la Francia, per la dolce tranquillità che ti sa proporre, qualunque sia la zona che ti accoglierà. Così di buon mattino, abbiamo lasciato la val Chisone ancora immersa nel sonno del giusto delle nove del mattino, con i bar ancora chiusi, chè ormai a settembre i turisti se ne sono già tornati tutti a lavorare e dopo poco abbiamo gustato il primo croissant in terra francese, lasciandoci andare dopo Briançon lungo la piacevole valle della Durance, un nastro verde azzurro chiaro che scorre in basso quasi rettilineo, dopo il lago di Embrun, le alture di Gap e la rocca di Sisteron, resistendo alla voglia di fermarci per dare un’occhiata dall’alto, al suono di versi di antichi poeti provenzali. Così, nel primo pomeriggio, già la luce forte del sud ed il frinire delle cicale facevano da contesto alle foreste del Luberon, una zona di rara gradevolezza. Di villaggio in villaggio, vedi antiche chiese, abbazie quasi deserte, vecchi borghi all’apparenza abbandonati ed invece curatissimi in ogni casa, balconi fioriti, angoli valorizzati anche se il loro interesse storico o estetico è relativo. Si segue l’antica via Domizia, lungo la quale la pax romana, già nel primo secolo aveva dato una svolta decisiva. Si passa da Céreste con l’antico castello e poi Granbois arroccato sulla collina , La Tour d’Aigues con gli imponenti ruderi di un castello rinascimentale all’italiana e Ansouis, dove non potrete rinunciare alla visita di un maniero appena acquistato da una ricca famiglia marsigliese che lo sta riempiendo di mobili d’epoca con un restauro accurato. Ancora la chiesa di Cucuron con il suo Cristo seduto in legno e Lourmarin dove lungo le stradine piene di atelier di artisti e di gallerie d’arte, ci si ferma a uno dei numerosi caffè a lasciar passare il tempo. Sullo sfondo il massiccio del Luberon e le sue foreste di querce a nord e di conifere marine a sud che si attraversano continuamente nello spostarsi da un borgo all’altro, fino a Sivergues nel suo cuore silenzioso e selvaggio come lo definisce Henri Bosco, luogo romito di poche case dove cercarono rifugio numerosi valdesi, altro contatto con le nostre valli. Mentre il sole scendeva a poco a poco dietro la montagna, ci siamo infine fermati a Saignon, un paesetto su un promontorio roccioso, assolutamente delizioso, dormendo in una antica casa affacciata sulla centrale Place de la Fontaine con l’unico rumore dell’acqua che scorreva dalle sue antiche cannule. Un vicino ristorantino ci ha sedato l’appetito con provenzali tartine di tapenade di olive, bocconcini di chèvre, brochettes e una sontuosa tartare con molte salsine e uovo crudo. Una tarte tatin tradizionale o a scelta una ancora più classica mousse au chocolat con succo di lamponi ci ha portato verso il sonno dei giusti.

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