domenica 15 marzo 2026

Mau 18 - La storia di Salem

Alba - Mauritania - gennaio 2026



 

Basalti
Il deserto ha i suoi ritmi naturali, alle 9 siamo già tutti a nanna, ci sono nuvole alte, quindi niente stellata neanche questa volta. e poi freddo, capperi che freddo, a gennaio il Sahara di notte è gelido e per fortuna siamo dotati di coperte belle spesse, ma al mattino darsi una lavata sommaria è quasi una sofferenza; d'altra parte bisogna partire prestino visto che ci aspettano quasi 400 km fuori strada. Lo spazio non manca di certo al campo. C'è infatti un altro gruppetto di tre o quattro francesi arrivati più tardi, ma li hanno piazzati nelle tende all'estremità opposta alla nostra, più di trecento metri ad occhio, sarà per la privacy oppure vogliono evitare attriti diplomatici internazionali, si vede che hanno saputo anche qui che  tra i nostri governanti non corre buon sangue, comunque non li vediamo proprio neanche a colazione ed alla fine appena dopo l'alba, noi partiamo lasciandoci alle spalle l'ombra nera del monolite di Ben Amara, i figli che non vogliono crescere e la sua compagna Aisha, ancora offesa, che neanche si materializza all'orizzonte. Noi prendiamo ancora la via diritta lungo il solito confine verso ovest, mentre il sole sorge proprio dietro le nostre spalle. Il terreno di sabbia solida è liscio come il migliore asfalto e per questo procediamo veloci. In breve raggiungiamo il treno che va anch'esso verso il mare seguendo anche lui la nostra via. 

Cimitero di Land Rover
Questo sembra più lungo del solito oltre duecentocinquanta vagoni, gli ultimi sono tutte cisterne da riempire di acqua una volta raggiunto il porto. Anche lui procede spedito in questo rettilineo senza fine, tanto che ci mettiamo un bel po' a superarlo. Poi, quando abbiamo raggiunto un buon punto un poco sopraelevato un congruo anticipo, ci fermiamo per altre foto di rito, col muso del mostro che avanza nella nuvola bigia. E' appena passato ed ecco arrivare anche quello che va in senso opposto rientrando alla miniera. Questo evidentemente è il punto di quasi incrocio, poco più avanti infatti c'è una stazioncina col doppio binario che lo permette. Le poche case fatte sulle traversine che si incontrano sono presenti solo per le esigenze tecniche della ferrovia e le poche persone che ci vivono sono tutti dipendenti, oltre a qualche nomade di passaggio. Arriviamo ad un punto dove l'agglomerato presenta qualche unità in più, c'è anche una sorta di spaccio e un posto di polizia, dove ci fermiamo per lasciare le solite fotocopie, prassi ormai consolidata durante tutto questo itinerario di deserto. E qui troviamo Salem, seduto su una panca davanti alla baracca, occhi bassi e braccia in grembo. Un incontro devastante, il cui groppo non mi va ancora giù neanche adesso, dopo mesi. E' un ragazzo, no, è un bambino, avrà 15 anni malcontati ed è circondato da due o tre personaggi che chiamerei gendarmi, anche se non hanno neanche una divisa. 

Il posto di polizia
E poi non saprei come diversamente chiamarli. Dopo averci fermato, non pongono attenzione più di tanto ai nostri documenti, ma ci chiedono subito di accompagnare uno di loro e Salem ad un centinaio di chilometri da qui a Bon Lanuar, la prima cittadina degna di questo nome che troveremo prima di arrivare al mare, dove c'è un vero e proprio posto di polizia e una prigione, dove rinchiuderlo. Lo caricano sul cassone del pickup. Mi avvicino per cercare di capire qualche cosa, ma sta piangendo ed è difficile capirlo, anche se parla inglese. Viene dal nord della Nigeria da dove è scappato dopo che un gruppo, che interpreto di Boko Haram o di  loro amici, è arrivato una notte nel villaggio dove abitava, ha ucciso  un po' di gente inclusa la sua mamma. Lui ha preso la strada della foresta verso nord, ha attraversato il Niger, il Mali e la Mauritania ed ha attraversato il confine qui vicino. Dice che non aveva preso la strada della Libia perché gira voce che lì uccidono tutti e il "salto" è più lungo, mentre per la Spagna è più semplice. Era ormai in Marocco, voleva proseguire verso nord ancora e tentare il passaggio lì, per arrivare appunto in Spagna. Si era aggregato ad una carovana di nomadi, ma i gendarmi li avevano fermati e, dopo aver controllato i documenti, lo hanno messo in prigione.

La pista vicino al confine
Poi, dopo aver utilizzato metodi piuttosto rudi per qualche giorno, a quanto ho capito lo hanno ricacciato al di qua della frontiera, dove il ragazzo aveva attraversato un campo minato di qualche chilometro prima di ritrovarsi in Mauritania, dove subito, questi altri gendarmi lo avevano catturato. Un immigrato clandestino insomma, uno dei problemi più importanti per i politici di ogni paese e sui quali si possono giocare e riversare tutti gli odi razziali, le problematiche irrisolte e deviare gli strali del popolo, dandogli finalmente un nemico da vessare, invece che prendersela con le incapacità o le ruberie, nei casi in cui ci siano, dei governanti stessi. Lo aspettava, lì dove lo stavamo portando, un certo periodo in carcere, che non oso immaginarmi, poi una sorta di processo e l'espulsione verso la Nigeria, suo paese di origine, non saprei per quale via, visto che non ci sono confini comuni. Mentre eravamo soli e il milite era andato nella baracca a prendere il suo zaino, ho provato a chiedergli, con la mia stupida logica dell'occidentale chiuso nel suo mondo, se sapesse delle difficoltà di arrivare in Europa e poi del fatto che laggiù nessuno vuole le gente come lui e avrebbe dovuto affrontare problemi e pericoli sempre maggiori, ma lui mi ha solo risposto - It's always better than dying -. 

Case di Bon Lanuar
Così non sono riuscito a chiedergli altro ed ho vilmente tirato via il mio braccio dove mi teneva per la manica, dicendomi in un sospiro, a voce bassa - Help me - Poi siamo partiti e dopo un paio d'ore abbiamo fermato le auto davanti ad un'altra serie di baracche, dove siamo scesi, la macchina invece è andata fino ad una costruzione più importante, in muratura, credo la sede della Polizia. C'è stato un momento in cui ho scioccamente pensato che forse si poteva cercare di corrompere il poliziotto con la faccia scolpita dalle rughe e avvolta in uno cheche bianco, con qualche centinaio di dollari per lasciarlo scappare, ma capisco che si trattava di una iniziativa assolutamente velleitaria ed inapplicabile alla realtà. Mi rimangono così solo quegli occhi che mi guardano, ai quali non so e non ho saputo rispondere. Sono piuttosto triste e Ahmed, con cui cerco di dialogare, è invece piuttosto duro al riguardo, dice che sono tutti uguali, gente che mente spudoratamente e che raccontano tutti la stessa storia piangendo e che alla fine devono starsene a casa loro. Canzoni già sentite e che un poco mi deludono, ma il mondo è sorprendentemente simile, con gli stessi temi che assurdamente si ripetono in situazioni così diverse e lontane da apparite incredibile. 

Il ristorante lungo la strada
Quasi  le stesse parole che avevo sentito anni fa, nel cuore della foresta del Borneo da un vecchietto della tribù Iban, un ex cacciatore di teste che dopo avermi fatto vedere i teschi conservati dalla famiglia in gioventù, cose che non si fanno più al giorno d'oggi, eh, mi certificava scrollando la testa che il problema maggiore secondo lui, era l'immigrazione clandestina, di chi attraversava le montagne del Kalimantan, passando la frontiera nella foresta, per venire nel Borneo malese a rubare il lavoro ai loro figli. E lì non mi parlava di blocco navale, visto che c'erano solo montagne e foreste piene di oranghi. Deve essere questo, un virus pernicioso ed inguaribile, resistente a qualunque vaccino, che si annida nelle cellule cerebrali più profonde del genere umano, posto sempre che vogliamo definirlo in questo modo e che inquina irrimediabilmente le teste altrimenti pensanti, mentre i nostri mondi esangui si autocondannano all'estinzione senza che a nessuno, men che meno ai governanti, interessi in qualche modo. Ci fermiamo infine in una baracca che in realtà sarebbe un ristorante, per mangiare un riso con verdure e sabbia, che però non riesce ad andare giù. Poi riprendiamo la strada lungo il confine, questa volta è solido asfalto, ma la nostra velocità non varia molto e dopo una quarantina di chilometri lungo questa che è la N2, eccoci arrivati al bivio da cui parte la strada che va direttamente al posto di frontiera col Sahara occidentale e poi al Marocco. 

Il mare
Noi invece proseguiamo verso sud imboccando la lunga penisola lunga quasi 30 km che conduce al porto di Nouadhibou, il punto finale della ferrovia, un colossale terminal dove i vagoni vengono scaricati ad uno ad uno riempiendo le stive delle navi che aspettano. La conformazione geografica della costa è molto simile a quella della Baja California, con la lunga penisola che si distacca a poco a poco dalla costa a causa della faglia di S. Andrea. Certo qui la lunghezza è solamente di una cinquantina di chilometri invece di quasi mille del contraltare messicano, ma le similitudini sono molte e chi sa che la formazione non abbia origini simili. La città che ci attende, quasi sulla punta terminale, è altrettanto recente come Nouakchott ed in fondo sembra assomigliarle molto nel suo anonimo presentarsi, cubi di case bianche allineate, prive di un progetto architettonico originale e spazi occupati senza un'idea precisa di piani regolatori o almeno così pare a una prima osservazione, d'altra parte nessuna tribù del deserto aveva interesse a creare insediamenti fin quaggiù, in riva ad un inutile distesa di acqua salata che non portava da nessuna parte, questo sì il vero deserto. Un luogo così straniante e senza punti conosciuti, così diverso dal mondo sahariano, percorso da un reticolo infinito di piste conosciute e di oasi ricche in cui fermarsi. 

La moschea
Anche qui in città, sono asfaltate solo le strade principali, il resto rimane preda dei capricci della sabbia che si ammucchia negli angoli tra le case. Siamo più o meno in centro e circola parecchia gente, evidentemente siamo nella vicinanza di qualche mercato, almeno al vedere la quantità di carrettini carichi di merci varie, con i loro asinelli che si sforzano di trainarli verso la meta finale dove scaricare le masserizie. Il nostro albergo è in una stradina laterale, ma, come al solito, è nuovo, pieno di marmi e decisamente bello. Siamo arrivati abbastanza presto rispetto al solito ed abbiamo così il tempo per una doccia bollente e un po' di riposo per la schiena poco abituata ai sobbalzi dei centinaia di chilometri di pista. Purtroppo rimane anche troppo tempo per pensare. In fondo alla via c'è un bellissimo ristorante pasticceria, l'impronta francese è decisamente rimasta e le cena è, si può dire, sontuosa. Siamo ormai al mare, quindi finalmente pesce a volontà, gamberoni e orate alla griglia come se non ci fosse un domani. Tutto intorno a noi un bailamme di gente scatenata, tutti uomini, visto che sul maxischermo c'è la semifinale della coppa d'Africa in pieno svolgimento. Stasera c'è Nigeria - Marocco, il tifo è infernale, finirà ai rigori col Marocco in finale per la prossima domenica. Noi ce la filiamo all'inglese un po' prima e andiamo a cercare di addormentarci.

Yussuf


SURVIVAL  KIT

il ristorante
Hotel El Medina - Ilot 72 - Nouadhibou - Considerato 4 stelle. Ottimo albergo in posizione centrale vicino al mare. Nuovissimo, spazioso  e molto  pulito. Personale cordiale e gentilissimo. Camere grandi, con bel bagno ben fornito di accessori, docce bollenti. AC, TV, free wifi in camera, frigo. Bar, sala comune, free parking, transfert aeroporto (1 km), spiaggia privata. Hotel non fumatori. Check-in 24 h. Sui 40/50 € con colazione la doppia. Consigliato. 

Restaurant Sucré-Salé - a pochi passi dall'albergo in fondo alla strada. Ottimo con stile francese, essendo anche una pasticceria. Buoni piatti di pesce. Piatti unici dai 250 ai 500 Ou. max (aragoste) Orata piccolina 400.  Sempre affollato, fa anche bar con croissant alla francese e dolci allettanti. Ottimo

ancora il treno



Case di traversine
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sabato 14 marzo 2026

Mau 17 - Un tè nel deserto

Tè nel deserto - Ben Amera - Mauritania - gennaio 2026

 

Ben Amera
Perché io sono così affascinato dal deserto? Cosa mi attira morbosamente verso queste distese infinite di sabbia ondulata o verso i tavolati di roccia ricoperta da minuti frammenti o da questi spazi piatti e senza fine che moltiplicano all'infinito piccoli monticelli di terra su cui spuntano aridi ed inutili ciuffi di erba stentata e dura? Non riesco a spiegarlo. Forse, se c'è stata qualche vita precedente, ho già vissuto in queste sabbie, percorrendole per giorni o per mesi per arrivare fino alla Mecca o trasportando sale e oro sulla pista verso sud. Schiavi non credo, sento troppo lontano da me questo genere di commercio, seppure coltivi profondamente questa mentalità di mercante che mi ha sempre accompagnato e nutrito anche in questa vita. Troppo mentalmente coinvolgente il traffico di carne umana, di certo faticoso da sopportare. Forse per questo mi aveva così emozionato, 45 anni fa, il noto affresco, in fondo alla valle di Zagora, nell'erg marocchino, che recitava e mi sembra ancora esista, Timbuctu, 55 jours! Camminavo allora, in quell'altra vita, a fianco del mio dromedario, l'unico della carovana senza basto carico, con la grande sella a tre punte, dove issarmi quando fossi stanco, accettato da lui come suo compagno di viaggio, non padrone anche se non voglio dire amico, che il dromedario non è amico di nessuno guardando tutti con quella sua aria di superiorità, da animale vicino alla divinità, essendo l'unico che conosce il centesimo nome di Allah.

detriti
Ma rimane comunque l'unico disposto a condividere con l'uomo un tratto di strada, dando una mano a portare qualcosa, intanto, in proporzione, non pesa molto e a volte, ci si dà una mano a vicenda. Nella bisaccia avrò avuto un libro, comprato da un sufi turco, incontrato in un accampamento vicino ad un'oasi tra le sabbie, vicino al raduno di gente che stava per partecipare all'Hajj, che lo aveva portato con sé fin dalla lontana Samarkand, una città lontana e perduta ai confini del mondo. Un libro vergato a mano che racconta di storie della natura, di come sia fatto il mondo, di quello che circonda l'uomo e la sua umanità, scritto da altri sapienti molto più antichi, che arrivavano ancora da più lontano e tradotto con pazienza in una lingua che neppure conosco. Lo porterò fino alla mia casa di pietra e lo metterò assieme agli altri che hanno conservato mio padre e mio nonno e quelli prima di lui, a disposizione degli studenti che arriveranno dal Ouarzazate o da Timbuctu a studiare nella città dei Sapienti, per poi tornarsene a casa portando con sé fino al loro mondo, un poco del mio sale o del mio orzo o dei miei tessuti, ma anche un poco di questo sapere, l'unica cosa che puoi regalare senza impoverirti mai e delle idee di cui sono pregne queste pagine di pelle di gazzella. 

Per questo rimarrò sempre a lungo a posare lo sguardo su questo mare aranciato che si perde fino all'orizzonte, con le sue ondulazioni perfette ed il filo di sabbia che il vento continua a spingere oltre il confine del bordo superiore, facendolo poi precipitare in basso fino a formare mezzelune affilate che il sole calante rischiara di un giallo vivo e vibrante. Neppure senti la sete, mentre il soffio gentile spira verso sud, carezzando la mia derraa dalle profonde sfumature indaco, quasi mescolandosi con i fregi dorati delle bordure e gonfiandola un poco mentre penetra nelle ampie maniche. Solo il tè caldo continua a gorgogliare mentre passa infinite volte da un bicchierino all'altro, impregnato di aromi di menta e caricandosi di quella deliziosa schiumetta superficiale, dolce e morbida che ne attenua l'aspro del tannino, ricordo della sua personalità, anch'essa dura come il mondo che ci circonda. Brahim continua a versare e a versare, la schiuma cresce, mentre la sua voce leggera suona di una melodia antica che racconta di amori contrastati, che si mescola al vento e si confonde nella sabbia che ti scivola tra le dita. Prendo dalle sue mani il bicchierino con gratitudine e il liquido scende giù caldo e ristoratore. "Shukran Brahim", che pace infinita. 

deserto
Alle nostre spalle il monolite torreggia come un oggetto di un altro mondo, quasi non ne scorgi la cima. Alla base, la parete precipita quasi verticalmente; la sua superficie grigio scura sembra lucidata dai raggi del sole che la avvolgono. Sembra lì ad un passo, basta allungare la mano per toccarla ed invece è ancora lontana, qualche centinaio di metri, da percorrere nella sabbia tenera nella quale ti sembra di affondare. Ci vuole tempo ad arrivare alla montagna e quando finalmente ci sei, ti appare così inusuale vedere quella massa incombente e nera che emerge netta dalla sabbia ambrata. Per un attimo ti pare che stia erompendo fuori dalla viscere della terra come un gigantesco ciclope che vuole mostrare al mondo la sua potenza e si guarda intorno con quel suo unico occhio malvagio che mostra sul fianco ripido. Allora questa è solo la sua immensa testa e il corpo smisurato ancora giace sotto e non aspetta che un'altra spinta per sbucare fuori completamente e compiere chissà quali prodigi. Oppure al contrario, sta affondando in questo deserto di sabbie mobili che a poco a poco lo stanno inghiottendo e il suo, è solamente un disperato sguardo che chiede aiuto per una terra ed un mondo che affoga, mentre lui ha ancora una disperata volontà di vivere e cerca solo una via di uscita verso un mondo che glielo consenta e non lo ricacci giù verso il suo Averno. 

Contatto con l'alieno
Quando gli sei vicino allunghi una mano per sentirne il contatto, per tastarne l'anima. Sembra di essere in uno di quei film dove arrivi a toccare il grande essere alieno per sentire se è ancora vivo, il solo modo, quello della continuità fisica che ti permetterà di comunicare, di assorbirne il sentire, di tastare la sua anima. Sembra allo stesso tempo caldo per la carezza dei raggi del sole e gelato come deve essere invece la roccia viva. Il suo apparire liscio e uniforme subito si avverte essere ingannevole, al tatto ecco che ne senti le invisibili asperità, il suo sfaldarsi continuo in lamine sottili, scistose e fragili, quasi la sua possenza fosse solamente apparente, immaginata e invece da presso, mostrasse completamente tutta la sua interiore debolezza. Che sensazione straordinaria, una roccia, pietra dura e immobile da milioni di anni, così viva e parlante. Sembra volerti dire qualche cosa e non capisci se è una richiesta di aiuto o un consiglio salvifico, se è qui per aiutare te o per chiedere a sua volta salvezza. E' il solito inganno per il piccolo e inconsistente essere umano, il credere che la natura si interessi a lui e alla sua minima ed ininfluente presenza. La realtà è che essa non si accorge neppure della tua presenza, non viene minimamente scalfita, fa il suo corso, aspetta semplicemente che questi insetti di minima importanza terminino la lor brevissima esistenza e tutto passi senza lasciare traccia in questo grande libro che racconta di eoni infiniti, dove tutto si misura solo in centinaia di milioni di anni. 

Certo la presenza di questo masso di granito è forte e condiziona tutto ciò che sta intorno rendendolo minimo e privo di consistenza. Questa sola enorme massa è il tutto.  Mi appoggio con tutto il corpo alla parete rocciosa, gli occhi semichiusi accecati dal sole alto, le braccia larghe in un contatto solido e pieno. Qualche sognatore di meccanismi olistici e paragnostici certamente parlerebbe di punti di forza, di magnetismo naturale, forse di linee in cui emerge e si raggruma la potenza del pianeta, chissà se queste suggestioni autocostruite non siano anch'esse di aiuto a costruire tutto il castello di inutile pensiero che sta intorno a queste cose, di certo anche la mente umana aiuta tanto. Guardo lontano lungo il bordo del monte, dove piega verso ovest, quasi formando un anfratto. Vicino alla parete quasi nascosto dall'ombra c'è un camper. Come avremo modo di vedere successivamente non sono pochi gli Europei che con questi mezzi arrivano fin qui e si posizionano da queste parti in cerca forse di sensazioni o semplicemente per aggiungere spunte sulla loro personale carta geografica. Certo che per arrivare fin qua ci vuole un minimo di impegno, devi averne voglia insomma, anche se di certo mi sembra che ne valga sicuramente la pena. 

Il campo
Torniamo al campo che sembra così lontano, perso e seminascosto dalle dune, eppure si tratta solo di poche centinaia di metri. Gli addetti, posto che ci siano, stanno ben nascosti in qualche loro tenda di supporto e a noi nella tenda centrale arrivano solo dei piatti ricolmi di riso, tonno e banane, per calmare l'appetito che non di sole sensazioni vive l'uomo; poi saltiamo sulle auto, forse si tratta di andare un po' più lontano per avere un altro punto di vista sulla montagna. Invece no. Facciamo almeno cinque chilometri tra le dune ed ecco che tra gli avvallamenti compare un altro monolite, apparentemente simile, ma molto più piccolo da Ben Amera. Si tratta di Aisha, il monolite femmina, la compagna del primo, la sua sposa divina che giace un po' più in là. Come logico queste due ingombranti presenze hanno generato leggende infinite che, in un popolo di nomadi del deserto come quello Mauritano, che vive di sogni e racconti, di poesia e canzoni, si sono moltiplicate nei secoli. La più nota racconta di questi due sposi e di tutte le rocce nere e più piccole sparse all'intorno nel deserto che rappresentano i figli che i due hanno generato durante il loro matrimonio. Ma venne il giorno in cui Ben Amerà dovette allontanarsi per uno dei tanti lunghi viaggi nel deserto, una carovana infinità che ritornò solo dopo molto tempo, ma al suo arrivo, Ben Amerà scoprì che Aisha lo aveva tradito e così la ripudiò scacciandola nel deserto assieme ai figli, così che da quel momento i due rimasero separati per l'eternità condannati a vedersi appena da lontano per sempre senza avere mai più la possibilità di ricongiungersi e le tante rocce nere che stanno attorni, i figli rimangono piccoli e non vogliono crescere perché rimproverano ai genitori l'incapacità di trovare un accordo e vivere assieme. 

Ma sotto le tende dei nomadi le donne raccontano una diversa variante della storia. Aisha non era stata veramente infedele, perché era stata costretta dalla famiglia a sposare Ben Amera e quando lui se ne era andato, aveva ceduto a quello che era sempre stato il suo vero amore. Così il marito, ritornato e scoperta la tresca, uccise il rivale e fui lei ad andarsene per sempre nel deserto, disperata per la perdita. Ecco perché ora rimane lì immobile, voltandogli le spalle, offesa. Resta così questa famiglia pietrificata dal dolore e dal tempo, ma ogni sera quando il sole comincia a calare e le ombre si allungano, ecco che pare che le due montagne cerchino ancora di parlarsi, anche se invano, attraverso il silenzio del Sahara. Anche questo monolite è impressionante nella sua bellezza. Facciamo il giro con le auto attraverso una valle che si incunea tra altre rocce sparse di piccola dimensione, appunto i loro figli. Qui infrattati tra un gruppo di alberi stentati, cresciuti con la poca umidità che evidentemente filtra alla base delle rocce, compaiono diversi mezzi, principalmente camper tedeschi, austriaci e svizzeri che stazionano seminascosti, evidentemente per trascorrere qui un certo tempo, forse a raccogliere l'energia che sembra emanare da questo mondo. Nel 1999 un gruppo di artisti si radunò proprio qui e per un certo tempo iniziò un'opera certosina producendo sculture di grandi e piccole dimensioni nei massi di granito che circondano Aisha, così che oggi puoi camminare attraverso una specie di museo a cielo aperte di sculture immaginifiche che rappresentano animali, esseri di altri mondi o figure allegoriche del tutto astratte.

Aisha
Saliamo sul grande masso di fronte per avere un punto di vista solo leggermente diverso della montagna che si erge davanti a noi, anche se dovrebbe essere non più alta di un paio di centinaia di metri. Ci vorrebbe un drone, certo per goderla dall'alto, ecco cosa pensa subito l'homo tecnologicus che alberga dentro di noi o un paio d'ali per girare attorno ad Aisha e godere della sua bellezza mentre giace tra le sabbie, come pensa invece Ahmed il nostro poeta. Compiamo per intero il giro e arriviamo al fronte della grande roccia che guarda verso il tramonto e qui all'improvviso, capisci senza spiegazioni il motivo dell'identificazione di questo monte come la donna assoluta. Tutta la parte esposta al vento del deserto presenta una enorme spaccatura verticale che non puoi assolutamente confondere con altro che non sia la rappresentazione perfetta di un sesso femminile, che la montagna offre impudicamente alla vista di tutti. Pare da poco lontano quasi un disegno di una tavola anatomica ottocentesca, tanto che i nostri due accompagnatori, evidentemente imbarazzati essi stessi, ridacchiano quasi di nascosto facendo finta di niente, lasciando a noi fare le nostre pruriginose e più disinibite considerazioni. Poi è l'ora di tornare, proprio mentre le ombre si allungano e ci si ferma proprio sulla duna più alta a bere un uktimo tè nel deserto, quasi a mezza strada tra i due coniugi separati e mirare finalmente l'astro che scende all'incrocio tra due alte dune lontane, aspettando che si infili esattamente in quello spigolo netto che ricopre di ombra la terra, lasciandone filtrare gli ultimi raggi, mentre il cielo di colora di fuoco. 



Le sculture di Aisha
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venerdì 13 marzo 2026

Mau 16 - Il monolite di Ben Amera

Al treno - Zouerat - Mauritania - gennaio 2026

 

Avviso
Partiamo con tutta calma. Nel deserto si sa non c'è fretta. Quindi riattraversiamo la cittadina ancora addormentata e ripassiamo nell'area della zona mineraria, nella quale spiccano sempre di più i campi di materiali abbandonati e di mezzi, che non è chiaro se siano obsoleti e lasciati al loro destino ad arrugginire tra le dune, o perché definitivamente fuori uso o invece solo temporaneamente parcheggiati. Più lontano gru e scivoli che circondano gigantesche incastellature di metallo stanno a cavallo dei binari, evidentemente uno dei punti dove il minerale viene caricato di volta in volta sui vagoni. Pensate un po' che ogni convoglio arriva a pesare quasi 17.000 tonnellate (60/70 T. per vagone), per un totale di circa 16,6 milioni di Tonn. l'anno (oltre 12 di ferro puro di produzione finale)! Una realtà che rappresenta evidentemente un punto fondamentale dell'economia mauritana e che, proprio per questo è stato il fulcro attorno al quale si è sviluppato il paese, altro che datteri, ragazzi. Il treno di ieri sera è partito da tempo e al momento non c'è più nessuno che aspetta vicino ai binari e le ore passeranno nuovamente in attesa che qualcuno arrivi con le sue masserizie, sedendosi qui a far passare il tempo in attesa del rumore sferragliante di vagoni che si avvicinano. Una realtà africana del tutto unica al mondo, e che credo contribuisca a suo modo a rendere interessante la visita di questo paese. 

Il treno
Poi, man mano che procedi sulla strada rettilinea ricoperta da uno stretto nastro di asfalto rappezzato, sul quale la sabbia scorre attraversandolo come acqua che coli per laminazione, continui a buttare l'occhio alla tua sinistra. A neanche 100 metri la massicciata della ferrovia ti segue come una linea della vita che scava il palmo della tua mano senza lasciarti mai, segnando il tuo destino immutabile disegnato da un dio delle sabbie che ti sorveglia dall'alto. Oppure la puoi interpretare anche come una linea da seguire, una traccia immutabile del terreno grazie alla quale potrai procedere senza perderti mai, che questo dello smarrirsi tra le dune, è uno delle grandi paure di chi affronta il deserto. Timore che prende da un lato e allo stesso tempo affascina morbosamente solo chi ne è estraneo e non lo conosce, mentre rimane un banale spazio privo di misteri per chi lo vive essendoci nato. Qui il paesaggio è davvero immutabile. Solo Brahim scruta attento l'orizzonte come fosse in cerca di qualche cosa, se no, hai la sensazione che la macchina stessa, come condotta da un robot, proseguirebbe lungo la linea rettilinea senza deviare di un centimetro, segnata com'è dal suo stesso destino. Poi come se avesse sentito il tremolio lontano sopra i binari, come un indiano Comanche che vi ha appoggiato l'orecchio, Brahim si ferma di fianco ai binari e dopo poco ecco che da ovest arriva il treno. 

Il binario
E' quello che torna vuoto dal mare e lo capisci subito dal fatto che non è accompagnato dalla consueta nuvola di polvere. Sembra addirittura un po' più veloce, visto che è scarico. Questo traina anche una decina di vagoni cisterna, segno che anche l'acqua, bene prezioso ed indispensabile, deve essere rifornita ogni giorno per sostenere una comunità anomala per dimensioni a quella terra. Però vederlo passare così privo di presenza umana tangibile, che avanza tra le sabbie come una nave che fende l'onda leggera e senza vento, sicuro della sua rotta verso il porto di arrivo che la aspetta al di là del mare, ti fa rimanere attonito. Il vederlo passare e visto da vicino, è così alto e le murate dei suoi vagoni scialuppa così irraggiungibili, lassù, dove si arrampicano scalette stortagnole e malandate, che le locomotive che tirano sembrano quasi silenziose e avanzano senza mostrare sforzo, quasi che il peso enorme di quanto trainano, sia esso stesso il motore che le spinge. Minuti interminabili in cui il mostro alieno scivola lentamente al tuo fianco un'altra volta ed infine si allontana quasi senza rumore e ti rimane solo l'immagine di quella cosa che a poco a poco svanisce nel tremolare dell'orizzonte, quasi fosse una morgana, un inganno della vista, provocata dalla temperatura che evapora la poca umidità sulla superficie del deserto. 

Benzinaio
E' così. In questa zona, ogni passaggio di questo treno, rappresenta comunque uno spettacolo degno di nota e di attenzione. Ogni volta rimarremo lì a guardarlo passare, immaginando il carico di storie e di miserie umane che porta con sé avanti ed indietro. Così raggiungiamo di nuovo la zona di Choum, che questa volta abbiamo tempo di considerare con maggiore attenzione. Una serie di baracche parallelepipede che si allineano lungo la strada, dove finalmente si decide a formare un'ampia curva, dopo essere venuta decisamente a contatto con la ferrovia, in un punto che potrebbe essere considerata una stazione. Il binario che prima era unico, ora si biforca e infine si quadruplica, all'estremo una fila di vagoni giace come abbandonata ancora una volta. Il paese però è semideserto e anche alla pompa di benzina, dove ci fermiamo per rifornirci finalmente dopo tanti chilometri, bisogna aspettare un po' prima di reperire l'inserviente che venga a manovrarla. Solo un gruppetto di bambini arriva di corsa a controllare che i nuovi venuti non abbiano con sé qualche cosa da lasciare. E' una specie di assalto alla diligenza, ma che poco produce, qualche caramella e niente più. Il gruppo si disperde subito vista l'inutilità del tentativo. 

Choum
Prima di riprendere la strada, controllo la mappa e mi accorgo che abbiamo appena travalicato la frontiera, in quel famoso triangolo di terra che non ho ancora capito bene se oggi si chiami definitivamente Marocco o Sahara occidentale indipendente, come tempo fa si è orgogliosamente autoproclamato. Lo abbiamo attraversato per oltre 5 chilometri, senza minimamente accorgerci della presenza di segnalazioni di sorta. Tecnicamente siamo sconfinati in un altro paese, senza saperlo, attraverso una strada costruita dritta senza badare ai segni fatti sulle carte. Chissà se tecnicamente questo mi darebbe il diritto di annoverare la mia presenza in un altro paese, al momento il 123esimo? Bisogna informarsi. Su questa cosa, bisogna spenderci due parole. In effetti dopo lunga lotta e sanguinosi scontri di guerriglia tra il Marocco che ne rivendica l'appartenenza (denominandolo Territori meridionali) e il Polisario, esercito di liberazione dei cosiddetti Sahrawi, al momento si è creata una soluzione di stallo, in cui il Marocco detiene l'80% del territorio, che lo considera de facto parte integrante della nazione, mentre l'altro 20% è controllato da questo Fronte Polisario. In realtà l'ONU, per quanto ancora conti, considera il territorio intero come non autonomo e in attesa di decolonizzazione e nel contempo, non riconosce l'occupazione marocchina. 

Sahrawi
Dal 1976 si è autoproclamata la RASD, Repubblica democratica araba dei Sahrawi, riconosciuta da una quarantina di stati prevalentemente africani e latinoamericani. Negli ultimi anni gli stati più importanti a partire dagli USA, hanno espresso sostegno ad un piano realistico di autonomia proposto dal Marocco stesso. Al momento la situazione è piuttosto tranquilla, almeno così mi risulterebbe, anzi pare che si possa tranquillamente transitare via terra dal Marocco fino alla Mauritania passando appunto per questo territorio che tra l'altro è altrettanto immenso , come del resto abbiamo appena fatto noi in questa circostanza. Un'altra delle sorprese che questo deserto ti riserba. Forse i popoli di queste sabbie ridono al pensare a queste linee tracciate sulle mappe, a confini che sono stati solamente nella testa di persone che questi deserti non hanno neppure mai visto, diversamente non avrebbero potuto nemmeno immaginarli i confini, le barriere, gli stati. Basterebbe avessero guardato questo spazio infinito senza limiti per capire che questa terra è libera, nella sua stessa concezione di luogo aperto da percorrere per arrivare da un luogo ad un altro e che non può essere definitivamente posseduto da nessuno, sfuggente e scivoloso come è, come questa polvere cristallina che ti scivola tra le dita, e vola via, forse ieri era in quello che tu vuoi chiamare Marocco, tra qualche tempo sarà in Mali e poi chissà dove, a costruire alti rilievi rotondi dai fianchi dolci e dalla estremità tagliate di netto come da lame molate, dalla superficie ricoperta da lievi e infinite ondulazioni ulteriori che le disegnano come una tappezzeria studiata da un grafico dalle capacità più alte. 

Traversine
Il deserto è così continua fonte di meraviglia e stupore, la sua forma che cambia continuamente, il suo aspetto, la sua consistenza diversa, che ti costringe sempre a fermarti per considerarne la differenza, la varietà dei colori, la straordinaria bellezza. E all'interno di questa natura così anomala rispetto a quanto sei comunemente abituato, così estranea alla vita ecco che comunque, di tanto in tanto si ripresenta quella presenza che poi estranea non è, perché ormai convive, si è adattata e persiste pervicacemente con una resistenza non raccontabile a parole, ma che puoi constatare solamente osservandola. Così di tanto in tanto, a decine di chilometri di distanza tra di loro, ecco comparire altre baracche, capanne, presenza di umani, di difficile decifrazione, se non che qui, tutto nasce dalla ferrovia, presenza magari invisibile se passa a solo qualche centinaio di metri in più, ma che capisci subito dai piccoli segni, il fatto che ogni baracca nasca su una struttura di traversine di metallo e che su qualche frammento di legno o di rafia ci sia il logo della compagnia, che qui tutto possiede, forse anche le anime di chi ci vive (?), se questa è vita, naturalmente. E ancora via, la corsa nel deserto non si ferma, altri rilievi leggeri, altra sabbia tra monticelli cespugliosi che rallentano la corsa verso gli orizzonti lontani. Abbiamo ormai abbandonato la N1 e corriamo adesso lungo la ferrovia che va rettilinea secondo la linea di frontiera ad un paio di chilometri da questa, proseguendo il suo cammino silenzioso verso la costa. Poi d'un tratto ecco che tra questo mare di sabbie, emerge una montagna "bruna per la distanza e parvemi alta tanto quanto veduta non ne avea alcuna". 

il monolite
Certo che Ulisse al termine del suo "folle volo" non poteva descrivere diversamente il monte dove situò il Purgatorio, ma noi che dobbiamo dire davanti a questo immenso monolite, che ci appare dapprima lontano lontano e poi comincia a crescere man mano che ci andiamo incontro- E' il secondo più grande del mondo dopo il più noto Uluru, o Ayers rock che dir si voglia, che si innalza nell'outback australiano. Il monolite di Ben Amara è alto poco  più di  600 metri e solo un poco più piccolo e si alza, grigio e solitario in mezzo a questa distesa di sabbia dorata, con i suoi fianchi arrotondati, massiccio ed imponente, quasi levigato dallo strofinio continuo a cui i venti lo sottopongono, quasi lucidandolo a forza di ripassarlo mentre la forte escursione termica tra il giorno e la notte ne sottopongono gli strati superficiali, quasi ad una sfogliatura progressiva, che ne provoca lo spezzarsi continuo e che ne fa accumulare lastre sottili di detriti che vie vie cascano dall'altro verso la base. Sembra grandissimo, ma in realtà sei ancora molto distante e la sua misura cresce man mano che continui ad avvicinarti, accorgendoti poi che benché sembri ormai immenso, ne sei ancora lontano. Così domina tutta la piana di un territorio così vasto che ti pare impossibile che un qualsivoglia confine sia nella realtà tracciato solo ad un paio di chilometri da lì. Finalmente ci siamo quasi sotto, possiamo fermarci e guardarne l'imponenza dal basso, poi, lentamente cominciare a procederci attorno fino a che proprio dietro, quasi sotto la immensa fenditura che dall'alto appare come un occhio spalancato sul nulla, ecco apparire una sorta di campo tendato che accoglie quelli che trovano il tempo e la volontà di arrivare fino a lì. 

Campo tendato





Sahara spagnolo
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