| Tè nel deserto - Ben Amera - Mauritania - gennaio 2026 |
| Ben Amera |
Perché io sono così affascinato dal deserto? Cosa mi attira morbosamente verso queste distese infinite di sabbia ondulata o verso i tavolati di roccia ricoperta da minuti frammenti o da questi spazi piatti e senza fine che moltiplicano all'infinito piccoli monticelli di terra su cui spuntano aridi ed inutili ciuffi di erba stentata e dura? Non riesco a spiegarlo. Forse, se c'è stata qualche vita precedente, ho già vissuto in queste sabbie, percorrendole per giorni o per mesi per arrivare fino alla Mecca o trasportando sale e oro sulla pista verso sud. Schiavi non credo, sento troppo lontano da me questo genere di commercio, seppure coltivi profondamente questa mentalità di mercante che mi ha sempre accompagnato e nutrito anche in questa vita. Troppo mentalmente coinvolgente il traffico di carne umana, di certo faticoso da sopportare. Forse per questo mi aveva così emozionato, 45 anni fa, il noto affresco, in fondo alla valle di Zagora, nell'erg marocchino, che recitava e mi sembra ancora esista, Timbuctu, 55 jours! Camminavo allora, in quell'altra vita, a fianco del mio dromedario, l'unico della carovana senza basto carico, con la grande sella a tre punte, dove issarmi quando fossi stanco, accettato da lui come suo compagno di viaggio, non padrone anche se non voglio dire amico, che il dromedario non è amico di nessuno guardando tutti con quella sua aria di superiorità, da animale vicino alla divinità, essendo l'unico che conosce il centesimo nome di Allah.
| detriti |
Ma rimane comunque l'unico disposto a condividere con l'uomo un tratto di strada, dando una mano a portare qualcosa, intanto, in proporzione, non pesa molto e a volte, ci si dà una mano a vicenda. Nella bisaccia avrò avuto un libro, comprato da un sufi turco, incontrato in un accampamento vicino ad un'oasi tra le sabbie, vicino al raduno di gente che stava per partecipare all'Hajj, che lo aveva portato con sé fin dalla lontana Samarkand, una città lontana e perduta ai confini del mondo. Un libro vergato a mano che racconta di storie della natura, di come sia fatto il mondo, di quello che circonda l'uomo e la sua umanità, scritto da altri sapienti molto più antichi, che arrivavano ancora da più lontano e tradotto con pazienza in una lingua che neppure conosco. Lo porterò fino alla mia casa di pietra e lo metterò assieme agli altri che hanno conservato mio padre e mio nonno e quelli prima di lui, a disposizione degli studenti che arriveranno dal Ouarzazate o da Timbuctu a studiare nella città dei Sapienti, per poi tornarsene a casa portando con sé fino al loro mondo, un poco del mio sale o del mio orzo o dei miei tessuti, ma anche un poco di questo sapere, l'unica cosa che puoi regalare senza impoverirti mai e delle idee di cui sono pregne queste pagine di pelle di gazzella.
Per questo rimarrò sempre a lungo a posare lo sguardo su questo mare aranciato che si perde fino all'orizzonte, con le sue ondulazioni perfette ed il filo di sabbia che il vento continua a spingere oltre il confine del bordo superiore, facendolo poi precipitare in basso fino a formare mezzelune affilate che il sole calante rischiara di un giallo vivo e vibrante. Neppure senti la sete, mentre il soffio gentile spira verso sud, carezzando la mia derraa dalle profonde sfumature indaco, quasi mescolandosi con i fregi dorati delle bordure e gonfiandola un poco mentre penetra nelle ampie maniche. Solo il tè caldo continua a gorgogliare mentre passa infinite volte da un bicchierino all'altro, impregnato di aromi di menta e caricandosi di quella deliziosa schiumetta superficiale, dolce e morbida che ne attenua l'aspro del tannino, ricordo della sua personalità, anch'essa dura come il mondo che ci circonda. Brahim continua a versare e a versare, la schiuma cresce, mentre la sua voce leggera suona di una melodia antica che racconta di amori contrastati, che si mescola al vento e si confonde nella sabbia che ti scivola tra le dita. Prendo dalle sue mani il bicchierino con gratitudine e il liquido scende giù caldo e ristoratore. "Shukran Brahim", che pace infinita.
| deserto |
Alle nostre spalle il monolite torreggia come un oggetto di un altro mondo, quasi non ne scorgi la cima. Alla base, la parete precipita quasi verticalmente; la sua superficie grigio scura sembra lucidata dai raggi del sole che la avvolgono. Sembra lì ad un passo, basta allungare la mano per toccarla ed invece è ancora lontana, qualche centinaio di metri, da percorrere nella sabbia tenera nella quale ti sembra di affondare. Ci vuole tempo ad arrivare alla montagna e quando finalmente ci sei, ti appare così inusuale vedere quella massa incombente e nera che emerge netta dalla sabbia ambrata. Per un attimo ti pare che stia erompendo fuori dalla viscere della terra come un gigantesco ciclope che vuole mostrare al mondo la sua potenza e si guarda intorno con quel suo unico occhio malvagio che mostra sul fianco ripido. Allora questa è solo la sua immensa testa e il corpo smisurato ancora giace sotto e non aspetta che un'altra spinta per sbucare fuori completamente e compiere chissà quali prodigi. Oppure al contrario, sta affondando in questo deserto di sabbie mobili che a poco a poco lo stanno inghiottendo e il suo, è solamente un disperato sguardo che chiede aiuto per una terra ed un mondo che affoga, mentre lui ha ancora una disperata volontà di vivere e cerca solo una via di uscita verso un mondo che glielo consenta e non lo ricacci giù verso il suo Averno.
| Contatto con l'alieno |
Quando gli sei vicino allunghi una mano per sentirne il contatto, per tastarne l'anima. Sembra di essere in uno di quei film dove arrivi a toccare il grande essere alieno per sentire se è ancora vivo, il solo modo, quello della continuità fisica che ti permetterà di comunicare, di assorbirne il sentire, di tastare la sua anima. Sembra allo stesso tempo caldo per la carezza dei raggi del sole e gelato come deve essere invece la roccia viva. Il suo apparire liscio e uniforme subito si avverte essere ingannevole, al tatto ecco che ne senti le invisibili asperità, il suo sfaldarsi continuo in lamine sottili, scistose e fragili, quasi la sua possenza fosse solamente apparente, immaginata e invece da presso, mostrasse completamente tutta la sua interiore debolezza. Che sensazione straordinaria, una roccia, pietra dura e immobile da milioni di anni, così viva e parlante. Sembra volerti dire qualche cosa e non capisci se è una richiesta di aiuto o un consiglio salvifico, se è qui per aiutare te o per chiedere a sua volta salvezza. E' il solito inganno per il piccolo e inconsistente essere umano, il credere che la natura si interessi a lui e alla sua minima ed ininfluente presenza. La realtà è che essa non si accorge neppure della tua presenza, non viene minimamente scalfita, fa il suo corso, aspetta semplicemente che questi insetti di minima importanza terminino la lor brevissima esistenza e tutto passi senza lasciare traccia in questo grande libro che racconta di eoni infiniti, dove tutto si misura solo in centinaia di milioni di anni.
Certo la presenza di questo masso di granito è forte e condiziona tutto ciò che sta intorno rendendolo minimo e privo di consistenza. Questa sola enorme massa è il tutto. Mi appoggio con tutto il corpo alla parete rocciosa, gli occhi semichiusi accecati dal sole alto, le braccia larghe in un contatto solido e pieno. Qualche sognatore di meccanismi olistici e paragnostici certamente parlerebbe di punti di forza, di magnetismo naturale, forse di linee in cui emerge e si raggruma la potenza del pianeta, chissà se queste suggestioni autocostruite non siano anch'esse di aiuto a costruire tutto il castello di inutile pensiero che sta intorno a queste cose, di certo anche la mente umana aiuta tanto. Guardo lontano lungo il bordo del monte, dove piega verso ovest, quasi formando un anfratto. Vicino alla parete quasi nascosto dall'ombra c'è un camper. Come avremo modo di vedere successivamente non sono pochi gli Europei che con questi mezzi arrivano fin qui e si posizionano da queste parti in cerca forse di sensazioni o semplicemente per aggiungere spunte sulla loro personale carta geografica. Certo che per arrivare fin qua ci vuole un minimo di impegno, devi averne voglia insomma, anche se di certo mi sembra che ne valga sicuramente la pena.
| Il campo |
Torniamo al campo che sembra così lontano, perso e seminascosto dalle dune, eppure si tratta solo di poche centinaia di metri. Gli addetti, posto che ci siano, stanno ben nascosti in qualche loro tenda di supporto e a noi nella tenda centrale arrivano solo dei piatti ricolmi di riso, tonno e banane, per calmare l'appetito che non di sole sensazioni vive l'uomo; poi saltiamo sulle auto, forse si tratta di andare un po' più lontano per avere un altro punto di vista sulla montagna. Invece no. Facciamo almeno cinque chilometri tra le dune ed ecco che tra gli avvallamenti compare un altro monolite, apparentemente simile, ma molto più piccolo da Ben Amera. Si tratta di Aisha, il monolite femmina, la compagna del primo, la sua sposa divina che giace un po' più in là. Come logico queste due ingombranti presenze hanno generato leggende infinite che, in un popolo di nomadi del deserto come quello Mauritano, che vive di sogni e racconti, di poesia e canzoni, si sono moltiplicate nei secoli. La più nota racconta di questi due sposi e di tutte le rocce nere e più piccole sparse all'intorno nel deserto che rappresentano i figli che i due hanno generato durante il loro matrimonio. Ma venne il giorno in cui Ben Amerà dovette allontanarsi per uno dei tanti lunghi viaggi nel deserto, una carovana infinità che ritornò solo dopo molto tempo, ma al suo arrivo, Ben Amerà scoprì che Aisha lo aveva tradito e così la ripudiò scacciandola nel deserto assieme ai figli, così che da quel momento i due rimasero separati per l'eternità condannati a vedersi appena da lontano per sempre senza avere mai più la possibilità di ricongiungersi e le tante rocce nere che stanno attorni, i figli rimangono piccoli e non vogliono crescere perché rimproverano ai genitori l'incapacità di trovare un accordo e vivere assieme.
Ma sotto le tende dei nomadi le donne raccontano una diversa variante della storia. Aisha non era stata veramente infedele, perché era stata costretta dalla famiglia a sposare Ben Amera e quando lui se ne era andato, aveva ceduto a quello che era sempre stato il suo vero amore. Così il marito, ritornato e scoperta la tresca, uccise il rivale e fui lei ad andarsene per sempre nel deserto, disperata per la perdita. Ecco perché ora rimane lì immobile, voltandogli le spalle, offesa. Resta così questa famiglia pietrificata dal dolore e dal tempo, ma ogni sera quando il sole comincia a calare e le ombre si allungano, ecco che pare che le due montagne cerchino ancora di parlarsi, anche se invano, attraverso il silenzio del Sahara. Anche questo monolite è impressionante nella sua bellezza. Facciamo il giro con le auto attraverso una valle che si incunea tra altre rocce sparse di piccola dimensione, appunto i loro figli. Qui infrattati tra un gruppo di alberi stentati, cresciuti con la poca umidità che evidentemente filtra alla base delle rocce, compaiono diversi mezzi, principalmente camper tedeschi, austriaci e svizzeri che stazionano seminascosti, evidentemente per trascorrere qui un certo tempo, forse a raccogliere l'energia che sembra emanare da questo mondo. Nel 1999 un gruppo di artisti si radunò proprio qui e per un certo tempo iniziò un'opera certosina producendo sculture di grandi e piccole dimensioni nei massi di granito che circondano Aisha, così che oggi puoi camminare attraverso una specie di museo a cielo aperte di sculture immaginifiche che rappresentano animali, esseri di altri mondi o figure allegoriche del tutto astratte.
| Aisha |
Saliamo sul grande masso di fronte per avere un punto di vista solo leggermente diverso della montagna che si erge davanti a noi, anche se dovrebbe essere non più alta di un paio di centinaia di metri. Ci vorrebbe un drone, certo per goderla dall'alto, ecco cosa pensa subito l'homo tecnologicus che alberga dentro di noi o un paio d'ali per girare attorno ad Aisha e godere della sua bellezza mentre giace tra le sabbie, come pensa invece Ahmed il nostro poeta. Compiamo per intero il giro e arriviamo al fronte della grande roccia che guarda verso il tramonto e qui all'improvviso, capisci senza spiegazioni il motivo dell'identificazione di questo monte come la donna assoluta. Tutta la parte esposta al vento del deserto presenta una enorme spaccatura verticale che non puoi assolutamente confondere con altro che non sia la rappresentazione perfetta di un sesso femminile, che la montagna offre impudicamente alla vista di tutti. Pare da poco lontano quasi un disegno di una tavola anatomica ottocentesca, tanto che i nostri due accompagnatori, evidentemente imbarazzati essi stessi, ridacchiano quasi di nascosto facendo finta di niente, lasciando a noi fare le nostre pruriginose e più disinibite considerazioni. Poi è l'ora di tornare, proprio mentre le ombre si allungano e ci si ferma proprio sulla duna più alta a bere un uktimo tè nel deserto, quasi a mezza strada tra i due coniugi separati e mirare finalmente l'astro che scende all'incrocio tra due alte dune lontane, aspettando che si infili esattamente in quello spigolo netto che ricopre di ombra la terra, lasciandone filtrare gli ultimi raggi, mentre il cielo di colora di fuoco.
| Le sculture di Aisha |
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