giovedì 9 gennaio 2020

Cina 28 - Shangri La

La valle dello Yang Tzé

Il lago dal passo
La vallata qui è amplissima. Il lago, o palude come vogliamo chiamarla, ne occupa un largo spazio e le sue rive apparentemente inselvatichite danno una sensazione di luogo fuori dalla civiltà anche se lontano, sulla riva opposta vedi la sfilata dell'agglomerato urbano, da cui però, data la distanza non riesci ad identificare il tempo. Non fosse per il nastro d'asfalto e le auto che passano, potresti tranquillamente essere qui, come transumante pastore o mercante in carovana verso l'ancora lontana Lasha. Il confine col Tibet è solo ad una cinquantina di chilometri, anzi, usciti dall'autostrada che ci va direttamente, ce ne siamo già allontanai un po' verso sud, ma ormai respiri definitivamente l'aria fina dell'alta quota, quella in cui finalmente gli yak campano bene, per lo meno dal numero che vedi pascolare tranquillamente attorno nei prati. Le dimensioni e gli spazi, più estesi e sconfinati, parlano di un territorio ormai diverso, fatto dei pianori semideserti dell'altopiano, della quota nella quale a te, uomo della bassa, camminare sarà sempre fatica e respiro affannoso ed i pochi uomini che incontri avranno la faccia rugosa e cotta da un sole violento e segnata dalle crepe del gelo. Certo, qui l'aria è assolutamente frizzante mentre sta arrivando l'inverno, stagione di secco rigore, lunga e difficile, anche quanto tutti stanno aspettando la prima neve, con tanti mesi da trascorrere prima di quella lontana primavera, quanto tutto sembra rinascere e le piane ricoperte di erba secca si ricoprono di un tappeto di piccoli fiori colorati.

Tetti di Shangri La
Shangri La (香格里拉) se ne sta in fondo al lago appesa a metà strada tra acqua e cielo e si riflette nella superficie a specchio che il sole, quando compare definitivamente cambia in azzurro violento, confondendoti l'occhio e mostrandosi quasi come un miraggio a mezz'aria, una di quelle morgane che i viaggiatori credono di vedere nei deserti del mondo e delle quali hanno imparato a dubitare. E invece ti aspetta laggiù in fondo al lago, luogo favolistico e misterioso in attesa di mostrarti i suoi tesori. Questo almeno è la sensazione che vuole darti il ministero del turismo che ne ha fatto un costruito emblema di come bisogna sfruttare quello di cui si dispone. Il nome della cittadina infatti era Zhang Dian, conosciuta ovviamente con altri nomi, locali e tibetani, uno dei punti di sosta della carovaniera, ancora ben conservata nella sua struttura di case di legno del periodo Qing, raccolte attorno al tempio che sorge sulla collinetta appena rilevata, ma il governo ha pensato bene, quando ha programmato il lancio turistico della intera regione, di mutarne il nome in Shangri La, utilizzando il toponimo ormai noto, dal romanzo Lost Horizon, del '33 di Hilton e dal successivo film che ne fu ricavato, una mitica valle felice da allora sinonimo in tutto il mondo di paradiso nascosto, marchio ottimo quindi, per lanciarla turisticamente. Certo per i Cinesi è di difficile pronuncia infatti viene normalmente modificato in Xianggelila, ma la zuppa è quella.

Uno stupa
Purtroppo tre anni fa uno spaventoso incendio, prodotto pare, dalle fiamme di una stufa, la distrusse completamente; è il tragico destino comune alle tante città di legno del mondo, e allora in breve tempo, come di consueto da queste parti, è stata completamente ricostruita, identica all'originale, che tanto ai fini dell'occhio è lo stesso (vi ricordate quanto la Cina mandò ad una mostra Svizzera, copie di una decina di guerrieri di Xian, stupendosi del fatto che la gente non li apprezzasse come gli originali, dato che in fondo erano assolutamente uguali?). E' interessantissimo questo fatto, della scarsa rilevanza che qui viene data al concetto stesso di originale e che è alla base anche di tutto il problema delle copie. L'importanza in fondo viene data non all'oggetto specifico (che quindi si differenzia evidentemente dalla sua copia) ma dall'idea che contiene e che in fondo ne costituisce l'utilità, anche artistica e visiva esteriormente. Quindi chi ti copia mostra verso di te un assoluto apprezzamento, copiare è imparare (si può usare uno stesso ideogramma), anzi rispetto ad un dipinto o una statua antica (vecchia) quella nuova e uguale è di certo migliore. Quindi nessuna diminutio nel presentare qualcosa di artistico completamente rifatto. Così anche Shangri La, novella fenice risorta dalle sue ceneri presenta ancora le sue belle vie circondate da case e negozi che fanno cornice a piazzette lastricate di pietra che fai fatica a distinguere da un piccolo nucleo di casette leggermente più periferiche che si sono miracolosamente salvate dal rogo. 

Yak al pascolo
Il nostro albergo è invece in un gruppetto di case fuori città, una ex fattoria proprio sulla riva del lago appena nascosto dai canneti e dalle erbe palustri. Recinti di campagna con qualche piccolo cavallo tibetano e yak che foraggiano liberi nei prati ancora per poco verdi, lungo la riva tra i sentieri resi ancora fangosi dall'acqua dell'autunno morente. La casa tutta in legno, ha le caratteristiche comuni proprie dell'architettura di campagna di queste parti. Presenta infatti sul davanti una grande costruzione in vetro che ricopre la facciata, avvolgendola in una sorta di immensa serra, che evidentemente funge da polmone riscaldante durante il lungo inverno, certo freddo ma quasi sempre soleggiato. Passeggiare nella campagna, appena fuori, ti dà la sensazione degli spazi solitari dei grandi nord del mondo, con l'aria che ti pizzica le guance, l'assenza di rumori che non siano i brevi stridii degli uccelli che si nascondono tra le erbe della riva, la solitudine dei luoghi aperti, dei panorami lontani fatti di rilievi scuri e senza alberi, dell'ovattato silenzio dei deserti freddi. Il blu del cielo e dell'acqua, con le nuvole che si riflettono uguali, copie accettabili appunto di se stesse, si confonde e si integra in un territorio severo, dove spiccano solo le gemme d'oro delle torri del monastero lontano. Una terra che si appresta ad accogliere la notte buia e senza luci delle alte quote, quando cielo e lago nuovamente uguali si tingeranno di nero assoluto e non riuscirai davvero questa volta a riconoscere l'orizzonte.

I monti lontani
SURVIVAL KIT

Dalla finestra
Sky Valley Cottage - Conggu grassland - Shangrila - Bell'albergo, riadattato a nuovo nel 2018, con grandi camere spaziose e bene arredate. Letti king size, doppie da 200 a 300 Y. Colazione 20 Y. Bagni nuovi e ben dotati. Stufetta, Schermo TV gigante, free wifi in camera. Pulito. Spazi comuni dove bere il thé. Possibilità di colazione e di cena in Hotel. Gestore estremamente gentile. Molto bella la posizione sulle rive del lago di fronte alla città. A un paio di km dal centro, è necessario comunque un mezzo per andare in città, il gestore effettua il servizio. Si può passeggiare intorno in un ambiente naturalistico molto bello o riposare sulla grande terrazza ammirando il lago. Molto gradevole e tranquillo.


Arcobaleno


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Il lago

mercoledì 8 gennaio 2020

Cina 27 - Templi lungo il fiume


L'interno del tempio


Nonna Mei
Costumi Lisu
Mi sono ingozzato di tre uova sode di fila e il thé verde non ne vuol sapere di farmele buttare giù; continuo a deglutire, ma non c'è niente da fare. Sarà per questo che nonostante il mio fluent chinese non riesco a farmi capire dall'addetta alla biglietteria, che a tutti i costi vuol farmi rifare il giro della funivia. Alla fine tra translator del telefonino e l'aiuto di Apple che stava ancora dormendo, riesco ad avere i biglietti e prendo al volo il trenino elettrico che risale il fondo valle. Il paesaggio che ci circonda è sempre bello, ma diciamo la verità dall'alto delle cime è un'altra cosa, qui potrebbe essere un nostro torrentello di qualche valle laterale delle nostre montagne. Dopo l'ultimo ponticello, c'è una fattoria nascosta tra le piante. Salto giù, intanto che il trenino fa le manovre per tornare indietro e entro nel cortile, dove ci sono materiali vari sparsi che sperano che esca un po' di sole per finire di essiccarsi, come si è sempre fatto negli ultimi duemila anni. Però seminascosto dietro il portico c'è anche un piccolo trattore, segno che la civiltà è arrivata anche alla fine del mondo e se non ti muovi, è il mondo stesso che ti lascia indietro. Però dalla casa esce fuori una vecchietta, un po' curva, col costume dei Lisu, pieno di ricami. Ne deve aver portati di pesi sulla schiena, nella sua gerla di vimini per tutta la vita, nonna Mei, però ha ancora la forza di sorridere a questi invadenti Gua Lo che girano per il suo cortile e non hanno niente di meglio da fare che continuare a scattare foto, clik clak, da sotto e da sopra. 

Portale del tempio
La chiesa
Ma sì lasciamoli fare che chissà da dove vengono. Oltretutto la vecchia Mei parla solo il suo dialetto locale e non c'è modo di spiaccicare altro che la lingua dei sorrisi.  Dal largo cappello pendono i fili di perline coi disegni a losanghe che erano della sua nonna e la giacca blu damascata copre appena il giubbetto rosso con le larghe bordure che forse proprio lei ha ricamato con pazienza da ragazza, assieme alla cintura che richiama i motivi del cappello. Sotto, la gonna plissettata è tutta un turbinar di colori. Anche le scarpette di panno nero sono ricamate con cura. Quanto lavoro, che fatica far le cose belle! Oppure è tutto un film che mi sto facendo e la vecchia lo ha comprato bello che fatto al negozio folk di Shi Gu, dove ne vendono a decine ai turisti che arrivano da Shang Hai e da Pekino, anzi, adesso che siamo fuori stagione erano pure in saldo. Il mondo va avanti e bisogna pure arrangiarsi, anzi, adesso nonna Mei sta andando a messa. La chiesetta è un po' più avanti in una deviazione della strada al di là del torrente. Davanti alla porta, c'è già una sua amica, anche lei in costume, se lo mettono sempre per andare alla funzione della domenica mattina, ecco perché sono tutte ben bardate, però invece del cappello tradizionale porta un semplice purillo maoista, non bisogna stare troppo a sottilizzare, si sa i tempi cambiano. La nipotina ha il vestitino nuovo invece, rosso con i volant e si nasconde timida. 

Chiesa Cattolica Patriottica
Ci fanno dare un'occhiata dentro, fino all'altare dove c'è solo una croce e invece della pala con le figure dei Santi e delle Madonne, tutta la parete di fondo è coperta da un poster pubblicitario con le montagne del parco e una scritta che inneggia alla Santa chiesa cattolica patriottica governativa, oppure è solo la reclame del sito, vai a sapere. D'altra parte business is business e quella che conta è l'intenzione. La messa comincerà solo tra un'oretta, loro sono venute a mettere in ordine prima che arrivino i fedeli. Ce ne andiamo dopo i saluti di rito. Ho cercato di spiegare che anche noi siamo un po' della stessa parrocchia, se vogliamo e le ultime frasi che ci hanno rivolto, le interpreto come un invito di portare tanti saluti al Papa. E' plausibile, comunque ha un suo senso e me lo faccio andare bene così, mentre risaliamo la valle per tornare verso la strada che sale verso più alti pascoli. Ma prima di salire in alto c'è ancora un bel tratto lungo la valle dello Yang Tzé che qui ha un corso pigro e piuttosto rettilineo, addirittura un poco anonimo, rispetto alle torsioni che ha fatto poco prima e che farà più avanti. Però lo capisci, dalle sponde e dalle aree di rispetto che qui il fiume quandosi arrabbia, fa danni e anche grossi. Pare che proprio qui, tre anni fa ci sia stata una esondazione piuttosto potente che ha devastato diversi paesi. Adesso non si vede più niente. Tutte le casette sono state rifatte nuove di pacca. Qui si fa tutto in fretta, non c'è tempo da perdere, permessi da chiedere o appalti da fare. 

Lo Yang Tsé
Anche il tempio tibetano più avanti ha solo pochi anni, ma è stato costruito con una certa larghezza di mezzi. Colonne maestose e profusione di ori e statue scolpite con raffinatezza. Nel giardino ordinatissimo, solo qualche monaco pacioso e grassoccio che si muove qua e là tra le siepi. L'aspetto non è certo quella di una minoranza perseguitata. Sarà che qui il Tibet è ancora lontano e il governo ha tutto l'interesse a mantenere una pax virtuosa e condivisa che così anche l'armonia di natura confuciana è più potente. C'è una strana commistione di tutte queste religioni nelle varie parti del paese. Hai l'impressione che la gente, sicuramente molto superstiziosa, se li fa andare bene tutti e dove trova il tempio taotista o buddista o cristiano, entra e fa le offerte e accende qualche bastoncino di incenso, non si sa mai, nel più ci sta il meno e casomai male non fa. Anche il governo approva, se si dà a Cesare quello che è di Cesare e non ficchi il naso nelle decisioni politiche, tutte le religioni sono buone e servono a tenere tranquille le persone, così almeno la vedeva Deng Xiao Ping, almeno in tempo di pace, così se pregano, non vengono fuori troppe teste calde a disturbarla, l'armonia generale. In tempo di guerra meglio di no, che le energie del popolo vanno meglio indirizzate verso il patriottismo e contro il nemico comune. Insomma qui tutti i vari edifici religiosi che vedi sono sempre abbastanza affollati di fedeli osservanti.

Tempio tibetano
Anche in un paesotto poco più avanti, accanto al tempio antico, un po' più sgarruppato, ne è sorto un altro più grande ed imponente con affreschi a tutta parete che raccontano le storie del Budda ed i guardiani di porta mostrano i loro visi più feroci per tenere lontani i malintenzionati e l'inferno con l'elenco delle pene per i reprobi, specialmente quelli che non fanno le elemosine ai monaci. All'interno è un prolufio di tanke, di stoffe di seta damascate che rivestono le colonne; le pareti completamente ricoperte di piccole nicchie dorate che danno spazio ad una miriade di statuette identiche, i cosiddetti diecimila Budda e tutta la facciata è ricoperta dalla classica grande stoffa nera a riquadri bianchi che veste i templi dei Berretti gialli che da queste parti devono avere sterminato a suo tempo le altre varie sette tantriche dai berretti di colori diversi. Adesso che hanno vinto possono predicare la pace e la bontà universale e passare il tempo a pregare sugli stalli ricoperti di cuscini ricamati. Per passare al di là del fiume, che qui è più stretto e pertanto mostra acque più vorticose e turbolente, un ponte sospeso consente il passaggio a motoveicoli e forse anche a mezzi leggeri. Avranno fatti i loro calcoli, penso. Qui se i ponti cascano, gli ingegneri che li hanno progettati fanno una brutta fine, quindi si sta abbastanza tranquilli. Di fianco al ponte un ristorante mussulmano, sembra che siano i migliori, ci dà un gustoso riso fritto con carne secca di maiale. 

Il ponte
Apple e l'autista invece preferiscono sempre la zuppa di noodles e verdure, che presenta bene anche lei, per la verità. Le due signore, servono veloci pescando dal pentolone e poi continuano a ricamare tomaie di scarpine nere, forse come secondo lavoro, visto che ne hanno già diverse impilate dietro la sedia. Subito dopo si può riprendere l'autostrada che sale velocemente di quota, tra non molto dovremmo superare il passo ad oltre 3200 che porta alla grande valle di Shangri La ed al suo lago. Le montagne si fanno più spoglie, gli alberi più radi e scarni, la roccia più nuda ed impervia. La carovaniera di ieri adesso è a quattro corsie e non è più percorsa dai piccoli cavalli carichi di merci ed i piccoli tappetini al posto delle selle. Dove forse c'era un caravanserraglio adesso leggi Hotel e sul terrazzo girato verso la valle, tanti tavoli di legno, dove fermarsi a fare colazione. Superato un ultimo dosso  appare il lago, una grandissima palude dalle rive ricche di erbe palustri dove si nascondono colonie di uccelli acquatici, papere e aironi. Nel cielo linee di gru dal collo nero formano grandi V, il cui vertice è rivolto verso sud in cerca di climi caldi. La strada che porta in città costeggia il lago. Sulla sponda opposta la linea delle abitazioni bianche, delineate dei tetti grigi. In mezzo le gemme dorate delle cime del tempio. Dietro un cielo scurissimo, quasi nero che minaccia un violento temporale. La temperatura è scesa decisamente. I pastori che accompagnano mandrie di yak neri e pelosissimi, camminano veloci in cerca di riparo prima che si aprano le cateratte del cielo.


La facciata


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Portale del tempio

domenica 5 gennaio 2020

Cina 26 - Il parco Lao Jun Shan di Li Ming


Turtle rock


Il cerchio
La casa dovrebbe essere una specie di centro comunale di aggregazione ed è dotata di un grande cortile interno, con un porticato all'intorno. Al centro un pentolone di ferro nel quale è stato acceso un grande fuoco che rischiara tutto lo spazio. Intanto la gente sta arrivando alla spicciolata, un po' di turisti e poi quella che sembra gente del paese, tra i quali almeno una trentina di donne in costume Lisu, quello col cappello che sembra un abat-jour tanto per intenderci, un largo cerchio calato sulla testa con tutto attorno fili di perline che pendono. La musica è diffusa tramite un altoparlante e tutti si mettono subito in cerchio a ballare. Non si tratta di uno spettacolo, semplicemente chi vuole si unisce al cerchio e balla con gli altri. I movimenti non sono complessi e la bramosia coreutica di esibizione delle donne è uguale in tutto il mondo, infatti i cerchi si fanno sempre più larghi e tutti, guidati dalle ragazze in costume, sembrano divertirsi un mondo. Gli uomini partecipano meno, al solito e guardano da fuori commentando forse l'avvenenza delle ballerine, forse l'entusiasmo partecipativi dei turisti, tutti cinesi ovviamente. Si va avanti per un'oretta almeno, poi, quando il fuoco comincia a spegnersi, piano piano si spegne anche la festa e la gente se ne va alla spicciolata. Insomma, una cosa per far divertire i turisti locali, ma anche la gente del posto, decisamente genuina, evidentemente pratica tipica nei paesi di campagna, come si vedrà anche da altre parti. Mentre ce ne torniamo a casa, il paese è ormai completamente deserto anche se non sono ancora neanche le 9.

Donne Lisu
Però qualche cosa bisogna pur buttare giù, anche se i vari locali sembrano tutti ormai deserti e sul punto di chiusura. Ci fermiamo in uno a caso. Dentro solo più la tenutaria con una bambina, entrambi stese sui cuscini del fondo, che si stanno guardando una telenovela sul telefonino, la mamma e un cartone la bimba. Già, un'altra cosa notata nei vari villaggi già incontrati nel viaggio è che non ci sono né televisori nei locali e nei negozi, né antenne sui tetti. O sono state tutte dismesse o si tratta di un altro step tecnologico completamente saltato, come i telefoni fissi. Comunque la signora si stacca a fatica dal suo schermino e viene a sentire cosa vogliamo a quest'ora. Questo è un locale specifico. I tavoli sono costituiti da una specie di stufa che si alimenta a carbone dal fianco, mentre sopra ha una superficie che si arroventa e sulla quale si dispongono i pezzi di carne che scegliete. La barriera linguistica è potente, ma i miei sforzi, con le poche parole che conosco, unite alle mie notorie abilità di mimo di animali, tra grugniti e coccodè, riescono a procurarci una serie di spiedini che prendo direttamente dal frigo, scelti più che altro per la forma che fa riconoscere pezzi di maiale, molto grasso e ali di pollo, ma non è che ci sia molta altra scelta, tralasciando quelli che potrebbero essere porzioni di trippe e altre frattaglie incognite. Intanto la madama ha pulito la piastra e alimentato il fornello che a poco a poco si arroventa.

Una cima
La carne o quello che è, comincia a sfrigolare e bisogna girarla man mano con le bacchette fornite, poi man mano che  i pezzi sembrano abbastanza rosolati, li tiri via e dopo averli pucciati in una bagna scura te li mangi. C'è più grasso che altro, ma bisogna fare di necessità virtù, certo che così non si ingrassa di certo. In albergo integriamo con un po' di frutta comprata al mercato, mandarini e pomelo, un po' secco in verità, prima di addormentarci al gorgogliare del ruscello che scorre in giardino. Al mattino, fa piuttosto fresco e andiamo a fare colazione al centro di accoglienza del parco dove avevamo già prenotato i biglietti ieri. La macchinetta elettrica che si tira dietro quattro vagoncini è semivuota e per una mezz'oretta si inerpica nella valle laterale che porta ai piedi dell'anfiteatro di roccia rossa, che il verde intenso dei pini fa ancora di più risaltare. Da qui parte una cabinovia di ovetti che ti fa arrivare senza fatica fino alla cima della montagna. Dici, almeno la parte più faticosa me la sono levata e invece qui comincia il calvario di una serie infinita di scale, molto ben preparate per carità, che in un continuo su e giù ti portano tutto attorno alla cresta permettendoti la vista nei punti più panoramici sulle montagne e sulle pareti circostanti, nonché sulle formazioni rocciose più spettacolari che il particolare tipo di materiale e l'erosione degli elementi naturali ha conformato in modo del tutto unico e presente solo tra queste montagne.

Erosione dell'arenaria
Il vento e la pioggia che cade copiosa durante la stagione primaverile, ha corroso questi monti di arenaria dalla forma vagamente tondeggiante segnandone profondamente la superficie in solchi regolari quasi squadrati fino a formare una infinita serie di bubboni a loro volta tondeggianti e poi ancora in frammentazioni più piccole con una andamento frattale che fa apparire queste superfici glabre come una infinita processione di minuscole tartarughe in marcia verso il sole del tramonto, che alla sera le colora, complice la struttura chimica della roccia di un rosso vermiglio davvero straordinario. Cammini lungo le scale appositamente stese negli spazi tra le rocce, per non consentire il calpestio di questa delicata superficie, cosi che puoi ammirare da ogni angolo, da ogni direzione, la bellezza e l'assoluta unicità della montagna delle mille tartarughe (千龟山, qian gui shan). La fatica dei gradini è lenita dal fatto che sei sempre fermo a guardarti intorno per non perdere nessun punto di vista, nessuno tra i tanti scenari che ad ogni rampa, ad ogni svolta ti si parano dinnanzi, sempre diversi. Attorno sei circondato dalla rugosa superficie, di fronte, al di là del vallone, gli spettacolari strapiombi della muraglia di monti che emergono dalla foresta. Pinnacoli rossi che la combinazione tra vento, acqua e temperatura ha spaccato in faglie taglienti e ripidissime fino a creare forme curiose e apparentemente innaturali, a cui sono stati dati nomi di fantasia, dal Budda in preghiera al Pilastro degli amanti che simula una coppia strettamente abbracciata che il sole della sera avvolge di rosso.

La roccia degli amanti
Una valle
Alla fine il tempo passa veloce e arriviamo alla cabinovia appena prima della chiusura delle 17. Forse è proprio questo avvertimento che gracchiavano gli altoparlanti mente tiravo il fiato sul culmine della montagna in cima alla scalinata infinita, "occhio al tempo" insomma, visto che ci sono telecamere dappertutto che non si sa mai. Mentre scendi ti godi tutta la valle che sprofonda nell'oscurità mentre il sole scompare dietro le creste più alte. Subito dopo gli addetti chiudono la baracca e arrivano anche loro a valle. Appena in tempo insomma, se no, oltre ai duemila gradini circa, ti dovevi beccare anche la discesa fino a fondo valle. Mentre si torna verso il centro si vedono le vie ferrate che definiscono la palestra di roccia attraverso spaccature che si insinuano verticali nella montagna e che sembrano piuttosto gettonate dagli amanti delle arrampicate estreme. Tentiamo ancora una passeggiata nella valle ad ovest del paese, lungo il torrente che ha scavato a fondo la stretta valle a V, in cerca di case sparse, di donne in costume e di un ipotetico paesino che pare nascondersi in una deviazione dopo un ponticello che scavalla il fiumiciattolo. Camminiamo per circa un chilometro, ma del paese nessuna traccia, mentre la strada continua a salire in curve continue e quindi rinunciamo anche perché sta calandola sera. Però il posto è talmente bello che non senti neppure la fatica, stasera però bisognerà spalmarsi le gambe di Tiger Balm, la panacea orientale che guarisce tutti i mali e ci addormenteremo tra gli effluvi di canfora che riempirà la stanza, dopo la doccia bollente che ristora il corpo e la mente.

Il sole cala
SURVIVAL KIT

Li Ming Nuomadi Inn (诺玛底客栈) - In mezzo al paese (a cento metri dopo il centro accoglienza del parco). E' uno dei più belli, con le camere attorno ad un bel giardino con vista delle montagne. Camere piccole (sui 300 Y la doppia) in legno rinnovate da poco, bagni nuovi e puliti, ben curati. Free Wifi in camera. Colazione inclusa al centro visitatori. Personale molto gentile.


Le valli del parco


Strapiombi
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sabato 4 gennaio 2020

Recensione: L. Medici - Tolo tolo


Eccoci dunque al tanto atteso e prevedibile campione di incassi dell'anno. Il quinto titolo di Checco Zalone si è infatti imposto con un potente exploit al botteghino già al secondo giorno di programmazione. Bisogna dire che il nostro Checco è un furbo di tre cotte, oltre che un ottimo ed intelligente comico e lo si capisce bene da tutto il battage, la presentazione, lo stesso trailer suscita polemiche che ha preceduto l'uscita del film, tutto ben orchestrato per garantire l'attenzione di ogni ambiente e quindi l'afflusso nelle sale. E' vera gloria? Io vi dico la mia, comunque inficiata dal fatto che Checco mi piace e mi attizza la sua comicità basata soprattutto sull'uso intelligente dei luoghi comuni e sulla banalità becera del cosiddetto "uomo qualunque", filone per la verità seguito da tutti i nostri grandi comici del passato. E anche a questi si ispira questa volta ancora più chiaramente, con richiami prepotenti a quel Riusciranno i nostri eroi..., ma diciamolo subito, scontrarsi con Sordi e Manfredi, in quel caso davvero molto ispirati, su temi simili anche se lontani nel tempo, è operazione velleitaria e qui è chiaro subito che si vola più basso. 

Il racconto è semplice. Un imprenditore pugliese plurifallito ed inseguito dai debiti e dalle mogli inferocite in cerca di alimenti, scappa in Africa a fare il cameriere in un resort di lusso, dove finalmente fisco e assenza di regole ti "lasciano libero di sognare". Par di sentire i nostri che maledicono scontrini elettronici e bancomat pur di non pagare le tasse. Ma anche lì le cose vanno male, arriva l'Isis e bisogna fuggire cercando di rientrare in Europa, non in Italia ma in paesi dove il fisco sia più clemente da clandestino sul barcone, con una serie di improbabili compagni di viaggio. 

Per la prima volta il nostro si cimenta oltre che come attore e sceneggiatore anche come regista e forse da qui nasce la bulimia di cose, battute e situazioni, che vengono infilate dappertutto quasi a viva forza, rendendo il racconto un po' confusionario e disomogeneo. Picchia a destra ed a sinistra, dai rigurgiti mussoliniani alle cadute buoniste, condite con i suoi soliti atteggiamenti calati sui luoghi comuni più beceri e consunti e questi sono gli spunti migliori. Ci ficca dentro di tutto, dai paesaggi esotici ai momenti da cinepanettone (forse c'è la mano di Virzì?), addirittura ai balletti in stile Bolliwood. C'è la sensazione che si sia voluto esagerare ficcandoci troppa roba e  creando un risultato in cui, in fondo il prodotto è venuto via piuttosto slegato e spesso non si capisce dove si voglia andare a parare. Insomma direi assolutamente meno bene dei precedenti (i primi soprattutto), anche se comunque lui è bravo e qualche risata si fa. 




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venerdì 3 gennaio 2020

Recensioni: M. Garrone - Pinocchio

Una bellissima e straordinaria favola, esteticamente curatissima che mi ha fatto sognare. Grande prova di recitazione di Benigni, un perfetto Geppetto, magistrale il bambino e bravi i vari caratteri, trai quali ovviamente spiccano il gatto e la volpe, anche se il ricordo di Franchi e Ingrassia era difficilmente superabile. Buono il ritmo, la scelta dei luoghi e il tono generale del lavoro. La regia ha saputo dare il giusto tocco poetico richiesto dalla favola. Insomma mi è piaciuto molto e secondo me vale il costo del biglietto. 




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giovedì 2 gennaio 2020

Recensioni: Mukherjee - L'uomo di Calcutta





Opera prima di un autore inglese di origini indiane. Il racconto si svolge nella Calcutta del 1919, sullo sfondo quindi, delle lotte per l'indipendenza che vedono l'arrivo delle prime idee Ghandiane. Una trama correttamente complessa che parte dall'omicidio di un bianco importante, un burra sahib, come venivano chiamati all'epoca, il cui cadavere viene trovato incongruamente in una delle zone più deteriorate della città e che si dipana velocemente con i vari classici colpi di scena nell'aria calda di una Calcutta in attesa del monsone. Lo leggi tutto di fila perché hai voglia di vedere come va a finire, ma poi rimane poco, come nei tanti gialli di consumo, che per carità, non offendono, ma lasciano il tempo che trovano, anche se ben documentati e scritti con correttezza. Mi sembra uno dei tanti autori che mirano a fare copie e di certo questo prelude ad una serie con protagonista lo stesso acuto investigatore-funzionario. Ovviamente la parte più interessante, per me, è il racconto di quel mondo, che mi interessa particolarmente, anche se si sente che lo scrittore non è un indiano residente, ma solo di origine. Tuttavia mi è piaciuto ritrovare i vicoli di quella interessante città immersa nella foschia calda del Bengala. Per il resto, ordinaria letteratura poliziesca di consumo. Se non siete morbosamente segnati dall'India, come me, potete anche lasciar perdere.



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mercoledì 1 gennaio 2020

Buon 2020!

Risultati immagini per 2020

Ragazzi, a chi mi segue e a chi no, auguri; forse ne abbiamo tutti bisogno o forse no, non importa. Non fanno male. E se malauguratamente gli anni venti prossimi venturi saranno l'inizio di un nuovo ventennio, facciamocene una ragione, tanto alla fine tutti i ventenni sono durati al massimo una ventina di anni, una cacata di mosca nel libro della storia.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!