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martedì 14 dicembre 2021

Foreste di neve

Yangantau - Urali (-23°C) - gennaio 1993


 Chissà perché, anche se la serie di giornate bellissime, soleggiate e in fondo piacevoli di questo dicembre, non inviterebbero a richiudersi in casa, si preferisce comunque il rintanamento a godersi uno stato quasi letargico e a coccolarsi al calduccio, accarezzandosi al più con i ricordi. Come era bello quando eri piccolo, che luoghi straordinari hai avuto il privilegio di vedere, che persone interessanti hai potuto incontrare. Forse tutto questo avviene perché il freddo pungente, per me, è comunque aggressivo, fastidioso, anche se il disagio maggiore l'ho superato con i miei trascorsi nella Santa Madre Russia, dove fa freddo davvero. Questo invece è un freddo malandrino e antipatico, del quale in teoria non ci si dovrebbe neppure lamentare, almeno di questo si stupisce molto il mio amico Eugenio dalla lontana Mosca avvolta nella morsa del ghiaccio di nonno Gelo. E dai Eugenio, per piacere, dai una voce a Vladimir che ci mandi 'sto benedetto gas che se no ce la menano per tutto l'inverno per aumentarci le bollette e poi non vi vogliamo più bene! Certo che lamentarsi per il freddo quando basta alzare un po' la valvola del termosifone o stringersi un po' di più in una maglia pesante, è davvero da teste deboli, magari se lo si fa guardando alla televisione vecchi, donne e bambini che i nostri trigomiri geopolitici hanno spinto in mezzo a una foresta di betulle coperta di neve o su un gommone sgonfio in mezzo al mare, ma dai,in fondo basta premere un tasto del telecomando e si passa a Ballando con le stelle, ti stringi nel plaid e mangi una fetta di panettone, buonissimo signor Balocco. Le bianche betulle sono meravigliose a dicembre, ma solo se poi entri nella baita e ti bevi un paio di vodke con dei bliny spalmati di smietana e beluga, dopo una mezz'oretta di banya, con qualcuno che butta una mestolata di acqua sulle pietre roventi di tanto in tanto. Ma che culo abbiamo avuto. Speriamo solo che non ci sia un'altra vita, se no un contrappasso ci dovrebbe essere sicuramente.


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Lucia

Pourùn e bagna caoda

Mugugni

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Trichechi e otarie

domenica 12 dicembre 2021

Pourún e bagna caôda

 

Torino - Cimitero monumentale - foto T.Sofi

Due giorni di sole, splendidi, rasserenanti, con un'aria tersa e cristallina che ti lascia guardare lontano. Raramente avevo visto subito dopo Asti, sull'autostrada, l'intero arco delle Alpi dalle Marittime fino alle Lombarde splendidamente bianche con la base scura leggermente tremula che non ne lasciava indovinare anche i paesini delle ultime colline. Che spettacolo, la pennellata bianca distesa con cura sulle ondulazioni dolci, i rami ormai spogli a segnalare che la vita è ancor lì dormiente ad aspettare. Non una asperità, non un disturbo a sporcarne la purezza ghiacciata che riflette la luce mentre fa la gibigianna come un monello giocoso. E il freddo che ti pizzica il viso non è neppure fastidioso se ti coglie vicino al Po, la sagoma della Mole di fronte e Superga lontana sulla collina, a chiacchierare con vecchi amici del tempo passato, il grande piacere dei vecchi, se hanno la fortuna di arrivare a questo momento. A rivangarlo, questo passato, avvoltolandone le zolle con amore perché rappresenta il nostro essere, quello che siamo stati, quello che avremmo voluto essere, nella consapevolezza di quello che saremo, inevitabilmente secondo un ciclo che non sarebbe neppure giusto voler cambiare. Ed il velo bianco sopra quelle lastre di marmo, sulle statue pensose, sui simulacri ormai secchi di fiori avvizziti ma ancora presenti, racconta la pace di una scelta che comunque non si sceglie; si accetta, si aspetta. Buoni i peperoni con la bagna caôda leggera. 


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giovedì 9 dicembre 2021

Il colore della neve

Forte di Fenestrelle 

La neve è tanto bella in montagna quanto brutta e fastidiosa in città. Su è bianca, pulita, soffice, manto delicato che copre e sopisce le magagne, diciamo che sembra una dolce coltre che aiuta il letago. Giù è spatascia molle e fracicosa, sporco liquame e fastidioso lerciume che ti impedisce il cammino, che tutto macchia come le coscienze, pronta a diventare trappola scivolosa di giaccio. Così ieri la giornata lassù me la sono proprio goduta; prima la discesa da Sestriere lungo la valle mentre i fiocchi larghi scendevano densi, il silenzio attutito dei boschi carichi di bianco, la lentezza che ne consegue e poi giù, giù fino a Fenestrelle, sempre circondato dall'odore metallico della neve, il freddo pungente ma non esagerato, il camminare a fatica sprofondando nel mantello vergine (d'altra parte non era l'Immacolata?), la bella cerimonia a ricordare una caro amico che non ha voluto essere messo alla prova dalla pandemia. Chissà cosa ne avrebbe detto se fosse stato ancora qui con noi. Il ritrovarsi con gli amici attorno a un tavolo a ricordare, a raccontarsi, a volersi bene, perché questo è l'unico modo di stare meglio. Poi la discesa a valle a ritrovare la neve già sporcata e viscida, nel tumulto del fastidio cittadino, per carità, tuttavia assai comodo. Ma sì, oggi metterò il becco fuori per rendermi conto che ormai qui l'odore della neve è solamente puzza di sporco.


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sabato 22 maggio 2021

Haiku da global warming

Stamattina dalla mia finestra

 tocca al pianeta 

un'altra primavera -

ancora neve



venerdì 26 febbraio 2021

Neve bianca


Poche cose hanno quello splendido biancore abbacinante della neve che copre le montagne. I fianchi ripidi, i canaloni seminascosti, gli avvallamenti sotto le cime sono perfettamente ed uniformemente ricoperti da questo mantello candido senza asperità fatto di curve morbide, sinuose che insinuano la perfezione. Il sole quando arriva senza la mediazione di nubi o anche di semplici foschie basse, magnificano lo scenario, rendono se possibile, il bianco ancora più bianco, più lucido, pieno di luccichii ammiccanti, un brillare vivo che acceca la vista se indulgi troppo nei particolari che comunque la distanza rende incerti e sfumati. La superficie è perfetta intoccata, vergine, non ci sono tracce improvvide di sciatori, tenuti lontani dalle regole, non ci sono orme di caprioli o camosci in cerca di spazi liberi per brucare qualche cosa, solo la purezza di una materia quasi aliena alla complicazione del nostro mondo. Ebbene non appena sposti gli occhi dal paesaggio lontano, dagli scenari in modalità panorama e li posi su quanto ti è vicino, pur rimanendo nello stesso ambiente, ancora carico di neve, sui cumuli affardellati sui bordi delle strade o anche ai lati di sentieri che percorri lentamente per appropriarti di tutta quella perfezione, ti accorgi che lo scenario è completamente differente. Quella materia, perfetta uniforme, unica non è affatto quella magnifica assenza di colori, di sfumature, ma al contrario è un coacervo di sporcizia, di alternanza di neri, di grigi, di sfumature di terra, fango, altra materia ignobile e completamente priva di quella perfezione ultraterrena che appariva come trasfigurata. Anche la consistenza, che da lontano appare come priva di peso, pura essenza, categoria dell'ultrasensibile, diventa fanghiglia grigia, squagliarsi di strati diversi, dove nel taglio degli strumenti che hanno aperto varchi individui l'ocra della sabbia del deserto, il nero dei fumi dei camini, lo spurgo satanico delle auto di passaggio. 

Ghiaccio ancora verdognolo ammassato assieme a materia ancora soffice o a massa in scioglimento da cui esce un rivolo di reflui nei quali nessuno vorrebbe mettere mano. Che splendida metafora del mondo, così perfetto e privo di mali, dolori, problemi, visto di lontano, così immondo e spiacevole, sentina di vizi e rappresentanza di ogni miseria umana. Così la politica, filosofia di perfezione assoluta, nobile per antonomasia, l'occuparsi del bene pubblico, nulla di più alto nelle cose di cui un uomo si possa occupare nella vita. Poi se ci entri da vicino, caleidoscopio di orrori, di disgustosi compromessi per interessi personali e via via sempre più sordidi. Quell'insieme di atti perversi ognuno dei quali dettato da una motivazione di utilità per il proprio gruppo o peggio, la propria persona. Parlare di Migliori, gli Aristoi come li definiva 2500 anni fa, chi aveva inventato la politica come massima espressione dell'intelletto umane,  e poi indicarli con persone che si vantano della propria incultura, che inneggiano a comportamenti bestiali e disumani, che stanno lì solo per averne vantaggi, senza neppure presentarsi, che fanno discorsi per rinnegarli dopo pochi minuti, che credono a fantasie idiote e vogliono imporle con l'arroganza dei folli. Da vicino le vedi tutte queste cose e ti fanno orrore, cammini con i piedi larghi per non inzaccherarti i pantaloni di tutto questo fango che ti circonda e così questo schifo vuole portarti a non voler più neppure di uscire di casa per evitare di correre il rischio di sporcarsi ancora di più, di lordarsi irrimediabilmente, procurando così un ulteriore grave danno, quello di farti disamorare definitivamente della voglia di camminare ancora guardando lontano, per godere di quella bellezza irrinunciabile e necessaria di quel mantello bianco, puro e perfetto che è obbligatorio avere sui monti che ci circondano e che renderanno vivibile la nostra futura estate.


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martedì 16 febbraio 2021

Neve e vaccini

 


Questa foto me la manda un amico con cui ho condiviso diversi inverni sovietici. Beh, diciamo che da quelle parti se deve nevicare, nevica e anche con la temperatura non si scherza. Anche a Mosca quando arriva il Buran, passiamo i - 20° in un attimo, in questi giorni siamo a -24° e io stesso più volte ho provati i -30°, che sarà pure freddo secco che non si sente, ma vi assicuro che dopo dieci minuti che sei fuori, anche se ben coperto hai solo voglia di correre dentro qualche edificio, sia quello che sia. La lama gelata che ti si ficca in gola ad ogni respiro, segnala che si è superata la soglia dei -27°, tutto il resto è chiacchiera. L'inverno da quelle parti è così. Freddo e gelo specialmente quando il cielo è solo parzialmente offuscato e il sole un pallido cerchiolino di un giallo smorto ed anemico che non scalda nemmeno il cuore. Quando il cielo invece è un poco più coperto danzano nell'aria minuscoli frammenti bianchi, coriandoli leggeri che mulinano in ogni direzione quasi senza neppure posarsi a terra. Data la temperatura però, difficilmente nevica in abbondanza, anzi gli spessori considerevoli, in città sono abbastanza rari. Ecco quindi lo stupore dell'amico Eugenio che in quest'anno ha visto depositarsi nevicate di oltre 70 centimetri di un solo botto, cosa che lui per primo giudica inusuale. Certo è sempre un bel vedere e immagino il torpore che ti prende quando buttando l'occhio fuori della finestra hai spettacoli di questo tipo. Certo non ti viene voglia discendere e andare a fare un giro. Per la verità lui ha dovuto muoversi comunque perché l'altro giorno gli hanno fattolo Sputnik. Sembra che laggiù si stiano dando da fare al riguardo e lui è contentone a quanto mi dice, però fatto sta che se ne è tornato a casa tranquillo e adesso si gode le serie televisive del momento in attesa della seconda dose. Sta a vedere che mi tocca rimpiangere di non essere più da quelle parti!


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lunedì 28 dicembre 2020

Natali presenti


 Fiocca la neve fiocca, si potrebbe dire stamattina con giusta ragione. In effetti viene che è una bellezza ed il fatto che le macchine che passano siano pochine, contribuisce a mantenere quel candido manto che sembra, visto dal calduccio di casa tua, una piacevole copertura immacolata invece della fanghiglia di sporco in cui la città trasforma la neve in un attimo, con la sua malevolenza di apparato digestore che inghiotte anche le cose più piacevoli trasformandole in sterco maleolente. Inutile filosofeggiare, anche il delizioso pranzo di Natale, con tutte le cure, l'amore e le attenzioni che porta con sé, ha già fatto questo triste percorso e se ne è già andato da un po' verso il depuratore cittadino. Panta rei direbbe Eraclito. Tuttavia la contingenza metereologica mi ha convinto a cambiare programma ed a rimandare a domani la mia avventura che avevo programmato per stamattina, quella di raggiungere a piedi la sede della SAI per pagare l'assicurazione della macchina che non sto, tra l'altro, utilizzando. Una vera e propria traversata dell'Antartide che preferisco a questo punto posticipare, dato anche il fatto che l'inattività della clausura forzata mi sta inibendo la facilità di movimento a cui ero consueto. 

Che tempi, intanto passando vicino alla Valfré, l'altro girono, ho visto che è stata predisposta una corsia, tutto attorno all'isolato, presumo in previsione delle code vaccinali previste. Dunque non saranno ancora stati assunti i medici e gli infermieri necessari, stamattina ho sentito che sta per scadere il bando che identificherà l'agenzia interinale che successivamente provvederà alla ricerca di queste figure professionali che come è noto in Italia abbondano e allo stesso tempo non saranno ancora stati stabiliti gli elenchi di priorità dei futuri vaccinandi, ma la corsia è già pronta quindi non lamentiamoci. D'altra parte, ieri l'operazione è partita senza intoppi, mentre nella grande Germania, che aveva già tutto pronto da settembre, in almeno quattro regioni (e non stiamo parlando di Calabrien) hanno dovuto sospendere perché i frighi non funzionavano. Non oso pensare a cosa avrebbero detto le nostre beneamate opposizioni se fosse accaduto qui. Si è vista la reazione di fronte all'operazione del Governatore della Campania, accusato di aver "saltato la fila". Tra l'altro, scorrendo Facebook, le contumelie più pesanti arrivano proprio da quelli (in maggioranza contrari ai vaccini) che pochi giorni fa dicevano: io lo farò dopo che lo avranno fatto i politici. Che mondo divertente! Forza resistete ancora 3 giorni e poi anche quest'anno di cacca se ne andrà via, sperando che quello nuovo ci riporti quella normalità, beata anche se così poco apprezzata quando ce l'hai. 


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venerdì 4 dicembre 2020

Sfogo

Mosca - Foto E.K

 Accidenti se viene, viene proprio decisa, come quando vuol tirarne giù una bella giacca e poi fermarsi per un po'. Chissà se funziona un po' come la pioggia della peste manzoniana, quella che diluì il morbo e poi se lo portò via del tutto. Sarebbe bello, invece ieri praticamente 1000 morti e la sfilata dei decerebrati alla TV che si lamentano perché non potranno andare ad impestare i nonni a Natale e a fare il trenino a Capodanno, magari gli stessi che l'anno scorso non ci erano neanche andati, ma si sa, l'importante è dare addosso a chi prende decisioni, per principio, tanto se vuoi una ragione la trovi sempre; è facile, se ti dicono in 6 attorno al tavolo, basta dire: ma perché non in 7, cosa cambia, così se dicessero: va bene allora in 8, direbbero e allora perché noni in 9, cosa cambia. E la messa perché non a mezzanotte ma alle 9, il virus infetta di meno? Ma dannazione possibile che non capisci che devi stare a casa e non tritare i marroni, capisco che te ne freghi di ammazzare la gente, perché credi di essere forte ed invincibile e la mascherina ti dà fastidio perché ti nasconde la tua faccia da culo, ma tanto, ho capito non c'è niente da fare, dai pure fiato alla bocca tanto tra un po' ti uscirà anche: Chiusi nel comune mentre i migranti possono girare liberamente alla faccia nostra. Sei fatto così, vuoi sentirti libero, di andare contromano in autostrada, questa sì che è la vera libertà, ti dobbiamo subire così, c'è poco da fare. 

E se questa gente starnazza in questo modo adesso che ci sono 1000 morti al giorno e le intensive che scoppiano, pensa un po' cosa avrebbero detto se questi provvedimenti fossero stati presi quando era necessario, quando c'erano dieci o dodici morti, anche se naturalmente a latere delle proteste odierne si accompagna anche il rimprovero di non averlo fatto allora quanto "tutti" sapevano della seconda ondata. L'uomo è una specie strana, gli piace l'auto distruzione; chi sa che non sia una strategia darwiniana per controllare il numero degli abitanti in crescita malthusiana. Intanto adesso partirà la supercazzola dei milioni di virologi per spiegare le tante problematiche e i pericoli del vaccino della Pfizer, magari saranno gli stessi che si comprano poi golosamente le sue famose pillole blu. Intanto continua a fioccare e sui marciapiedi la neve scrocchia con quel suono caratteristico e nell'aria c'è quel sentore speciale, che sa un po' di metallo, che avvolgeva Mosca a dicembre, mentre camminavo sulla Tvierskaja per arrivare fino all'androne dell'Hotel Pekin, dalle porte di legno sgangherate, affondando ad ogni passo con quel piccolo rumore delle scarpe, che mi seguiva sotto il cielo grigio piombo ed il fantasma del sole piccolo piccolo, basso sull'orizzonte che emanava una pallida luce smorta. Lo sapevate che in russo la neve si dice Sgnek?


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sabato 6 gennaio 2018

Tanka della Befana



Un vento obliquo
Porta neve sottile
Ritorno a valle

La nebbia bassa e grigia
Rattrista la mia mente

sabato 21 febbraio 2015

Haiku di Sestriere 2



La neve fiocca.
Rami carichi e stanchi,

quasi spezzati.




venerdì 31 gennaio 2014

Neve candida

La neve attenua tutto. Cala e copre. Attutisce i rumori, le voci, le scemenze. Quasi come se ci fosse una pausa, dei puntini di sospensione, un attimo di tregua nel bailamme dei muggiti inconsulti del popolo bue,  nell'urlare caciaroso della folla che capisce tutto e che dunque vuol dire la sua sui buchi neri dei politici, sull'innesto delle staminali nella sovranità alimentare, sui bilanci delle bilance e delle banche, sulla legge e su chi scrive senza leggere; poi tira le conclusioni e dà giudizi sulla fattibilità delle grandi opere, incluse quelle liriche e tante altre cose. Pessimi allievi assieme a cattivi maestri. Poi non basta più e quindi, per distruggere ogni cosa e far trionfare finalmente l'ignoranza, devi diventare eversivo e passare dalle parole pesanti ai fatti, lamentandosi certo anche se ti danno uno spintone, tutto fa brodo. Però per non sentirli più, questi fastidiosi rumori, devi spegnere l'elettrodomestico e anche tutto il resto da cui ormai siamo circondati, iphone, ipod, ipad, iminch e uscire in strada dove senti solo il rumore delle tue scarpe che fanno crunk, crunk nello strato spesso ed ovattato. 

Escono in pochi per fortuna, così non incontri neanche nessuno, meglio, nessuno che conosci, se no magari ti vuole spiegare che regalano i miliardi alle banche invece di aumentargli lo stipendio. Glielo hanno raccontato così e lui che non sa neanche che cosa sia un bilancio, forse crede che sia il maschio della basacüla come si dice da noi, ma chi glielo ha inculcato nel testone vuoto, che lo sa benissimo, invece è colpevole e sarà dannato, solo che approfitta dell'ignoranza per spargere veleno per i suoi fini. Quanto rumore e strepito senza senso. Invece così cammini quasi nel silenzio, meglio se la prendi larga e passi dai giardini della stazione, lì gli spazi sono più aperti, gli alberi carichi, accidenti se pesa la neve bagnata, quei rami sembrano quasi spezzarsi, come la pazienza di chi continua a sopportare che tanti incompetenti idioti e cattivi, sgomitino per entrare dove c'è il potere e poi invece di partecipare, aiutare a migliorare, provochino solo danni. Ma la neve è bianca sopra il prato, intonsa, così pura, meglio rimanere sul vialetto per non toccarla, non sporcarla. Tanto domani sarà tutta fanghiglia sudicia e nera e io ho già le scarpe bagnate, meglio che me ne torni a casa.

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domenica 24 novembre 2013

Haiku gelido.

Forte di Fenestrelle - novembre 2011


La prima neve
già colora le mura.
Debito immenso.


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Tarda primavera.



venerdì 26 aprile 2013

Neve a Mosca 2.



Secondo me è proprio una questione insita nel genoma umano. Siamo esseri incontentabili. Un altro dei punti di forza che ha reso la specie dominante su questo povero pianeta. Ma sì, il fatto che non ci vada mai bene niente, piove e vorresti il sole, arriva l'estate e ti lamenti che fa caldo, sei davanti ai gamberoni alla griglia e magnifichi la bontà inarrivabile della polenta concia. Un amico è stato sei mesi ai Caraibi per cambiare vita, facendo lo skipper tra isole deserte, lingue di sabbia bianca e mare cristallino e poi se ne è tornato ad Alessandria a vendere impianti di purificazione dell'acqua. Motivo, non ne poteva più. Sembra un po' una maledizione che una strega maligna o l'invidia degli dei, ci ha inserito nel software della mente, un bug mefitico, un virus che nessun firewall ha bloccato e destinato a manifestarsi proprio quando pare che ogni cosa vada per il meglio. No, tranquilli, non mi sto riferendo alla politica. Lì siamo messi male. Mentre compulso sui tasti, gira un mp3 di Santana che gorgheggia: Primavera ya llegò...Quanto l'abbiamo desiderata qui, tra le brume grigie tra Tanaro e Bormida, la primavera. Eppure, eccomi qua che, anche se finalmente i termosifoni sono spenti, mi ritrovo a guardare con nostalgia una foto che l'amico Eugenio mi aveva inviato qualche tempo fa, a febbraio mi sembra, scattata in uno dei condomini di quella periferia moscovita così lontana, anche psicologicamente, dai fasti odierni della Piazza Rossa. Mi sembra di sentirlo ancora nelle narici fredde, quel odore di neve, netto, metallico, che ti aggrediva i polmoni appena uscito in strada, appena lasciato il bozzolo del calore umidiccio e quasi soffocante dell'interno delle case. 

Avevi fatto colazione con un thé bollente, qualche fetta di pane nero spalmati di burro, magari qualche cucchiaio di smietana fresca, tralasciando la composta di cetrioli o le fettone di salame della Mikomsk e uscendo i piedi ti affondavano nella neve alta e soffice, con lievi crok crok ad ogni passo, il sonoro dei cortili di Mosca d'inverno. Qualunque ora fosse, nell'aria, quella penombra appena sfiorata dalle luci gialle dei lampioni che non riusciva a rischiarare. Poi, a mezzogiorno, il pallido puntino giallo smorto del sole, forse un lampione appena più forte, mentre qualche raro fiocco, congelato anche lui dal freddo, faticava a scendere, ballandoti ancora un po' davanti agli occhi prima di posarsi sulla coperta bianca. Ma come faceva la gente a ritrovare la propria auto? Mah, alla fine poi tutti andavano a prendersi la metropolitana, dalle lontane periferie, un altro periodo di riparo e di calore sudaticcio, prima di ritornale al bianco, ma questa volta sporcato ed offeso dai tanti passaggi che lo avevano ormai privato della sua magnifica verginità, all'uscita della Majakovskaija o della Teatralnaija. I marciapiedi della Tvjerskaija erano ormai battuti dai tanti passaggi delle moltitudini che andavano a far finta di lavorare, nelle centinaia di uffici dagli acronimi complicati che coprivano il nulla. Poche macchine nella larga carreggiata, erano tutte rimaste nei cortili dei condomini sotto la coltre di neve, ad aspettare la primavera, con i suoi fine settimana chiari, in cui andare alla dacia di campagna a seminare le patate. Ciao Eugenio.



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sabato 8 dicembre 2012

Neve a Mosca.

L'Arbat oggi.

Aspettavamo neve a gogo ed invece ecco un bel sole invernale, cielo azzurro e temperatura sotto lo zero. Quasi mi ci ero abituato all'idea del bianco per le strade, sarà che fa natalizio, sarà che avevo voglia di sentire nell'aria quell'odore di neve che sta per scendere, un odore indefinibile, un po' metallico, un po' asciutto che dominava una volta le strade di Mosca, sovrastando anche il puzzo della benzina bruciata. Forse è la nostalgia di quando ero bambino e camminavo in via Dante per mano alla mamma, infagottato in un cappottino grigio caldo caldo con un baschetto in testa, oppure la voglia di quella Mosca lenta e sonnacchiosa, chiusa in sé stessa in attesa di un futuro sperato e temuto che incombeva. Un amico di quei tempi mi ha mandato un paio di foto della Mosca di questi giorni. Eh capperi, quella sì che è neve come si deve e lascia stare che poi si annerisce e infradicia tutto o ghiaccia malamente cristallizzando grumi di freddo attorno ad ogni sporgenza, ma quando arriva la neve è gioia comune, è senso di pulito di cui tanti hanno sempre di più un insostenibile necessità. Camminavo lungo l'Arbat ancora povero e miserevole, scarsamente illuminato dalle fioche luci di un passato malato ed in agonia. Ecco laggiù una bancarella coperta di distintivi e vecchie medaglie. Una ragazzetta infreddolita si stringe in un cappottino liso e troppo leggero che la mostra ancor più magra e triste, i bei capelli biondi ridotti a corta stoppa opaca. 

Più in là shapke e dublionke di pelo non troppo lucido e cucito alla meglio, pelli di animali miseri, coniglio, volpi gialle e qualche rara ondatra, la versione povera del visone. Un giovane grande e grosso quasi nascosto da un gonfio piumone cinese nero, sembra un omino Michelin gigantesco che ciondola da un piede all'altro battendosi le mani inguantate, mentre il pesante respiro forma nuvole di condensa fuori delle sue guance rubizze. Seduta sui gradini di una casa, una vecchia dall'età indefinita, ma potrebbe avere anche solo quaranta anni è quasi accartocciata su sé stessa; la grande sciarpona di lana fatta a mano quasi le copre la faccia e le nasconde i capelli, vedi solo le mani magre, strette attorno al collo della bottiglia di Stolichnaja quasi vuota. Pochi passanti, a gruppetti frettolosi che buttano sguardi distratti intorno, pieni solo della voglia di arrivare a casa in fretta. Eppure, che voglia di sentire ancora il rumore delle mie scarpe alte e imbottite che schiacciano la neve, lasciando orme nette. Disegno bianco su bianco eppure così distinto e personale. Sgnek, sgnek, sgnek, vai avanti lentamente con un po' di fatica alzando i piedi. Sgnek, sgnek sgnek, la neve crocchia e ti è compagna in quella che pare solitudine nella penombra scura dei pomeriggi dell'inverno russo. Sgnek, sgnek sgnek, che curioso, anche il vocabolo russo che indica la neve ha un suono così onomatopeico e segnante. Grazie Zhenja di avermi mandato queste foto.

Un parco a Mosca.


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lunedì 31 gennaio 2011

Il tao della neve.

E' nevicato di nuovo. Ormai sta cominciando a diventare un'abitudine. Un ritorno al passato, una ripresa dei normali cicli stagionali, almeno quelli a cui ero abituato quando ero bambino, in cui gli inverni caldi e senza neve, quelli sì che erano l'eccezione. Questa regressione ai ritmi naturali ti porta alla ripresa di abitudini che sono in palese contrasto con il movimento e la velocità efficiente a cui l'ultimo secolo ci ha abituati spacciandolo come il meglio per l'uomo. Alle nostre latitudini questa dovrebbe essere la stagione dell'ottundimento dei sensi, della predisposizione al letargo, il momento in cui anche il lavoro, così osannato ed innalzato sull'altare degli obblighi benefici, deve forzosamente rallentare, le attività si riducono al minimo vitale e l'uomo si ritira nella sua caverna in attesa dei tepori primaverili; al massimo crea, pensa, si dedica all'arte e al bello, riscaldando al meglio il suo corpo o cercando qualcuno che glielo riscaldi nel frattempo. Come è dolce è piacevole il rallentamento dell'attività delle sinapsi, lo sprofondare, ma con lentezza, nel pozzo dell'ozio privo di bisogni, protetto dal proprio nido, mentre fuori il bianco cancella colori e pulsioni, frena, calma, rallenta il battito.

Così il Buddha meditava all'alba. Sopra di lui una grande roccia lo riparava da tutto quanto potesse scendere dal cielo. La sua sensorialità era completamente distaccata da quanto lo circondava. Certo poteva sentire, attraverso gli occhi ridotti a fessure sottili poteva vedere, mentre la sua pelle nuda era esposta alle variazioni della temperatura ed alla carezza del vento. Ma tutto questo non arrivava quasi neppure alla sua mente che galleggiava lontana dal mondo della sensorialità. Solo le labbra erano piegate in un leggero sorriso di consapevolezza. L'alba appena sorta prometteva una lunga giornata. Davanti a lui un discepolo, ancora molto indietro nel cammino della conoscenza, volgeva lo sguardo inquieto qua e là, come per cercare aiuto, consiglio, approvazione. Non riusciva a trovare la corretta immobilità che lo aiutasse nella concentrazione meditativa, anzi tutto quella assenza di stimoli sensoriali, lo disturbavano non poco provocandogli una continua distrazione.

Così il tempo, concetto astratto privo di rilevanza, condizionava continuamente il suo debole pensiero. Dunque si rivolse al Buddha per cercare di carpire il segreto della sua imperturbabilità. - Maestro, - gli disse senza sapere se lui lo avrebbe ascoltato o se, addirittura, avvertisse la sua presenza materiale - ti prego dimmi, cosa intendi fare oggi, per tutto il resto di questa fredda giornata?- Per un poco il Buddha sembrò non avere inteso la domanda, la sua figura rimaneva immobile, la schiena diritta, il capo leggermente reclinato in avanti, le spalle morbide e prive di tensione, la muscolatura distesa. Poi, dopo un tempo indistinto, rivolse lo sguardo verso il discepolo impaziente e gli rispose: - Respirare. -


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venerdì 12 febbraio 2010

Dalla finestra.


Domani sera comincia il nuovo anno in oriente, ma spesso laggiù, oltre alla festa ed all'allegria , spira anche una leggera vena melanconica. Mentre dalla mia finestra, guardo il grande pino sulla montagna coperta di neve, mi ha colpito un Haiku dedicato a questo giorno, dal grande poeta giapponese Onitsura, alla fine del 1600, che ho trovato nel bel sito di Mario Polia e che giustamente annota il potente effetto onomatopeico delle due terminazioni in -shi del secondo verso, a sottolineare l'acuto sibilare del vento tra i rami coperti di neve. Chiudete gli occhi per un attimo, anche se non conoscete la lingua, provate a ripetere lentamente i versi giapponesi e ascoltate con me.



Primo giorno dell’anno,

un vento di tanto tempo fa

soffia tra i pini.


Ô–ashita

mukashi fukinishi

famatsu no kaze

venerdì 1 gennaio 2010

Capodanno tra la neve.



Credo che sia un mio destino, il rapporto che ho ed ho avuto con il ghiaccio e con la neve. Non mi è mai piaciuta molto, ma negli anni ho imparato ad amarla, a non temere il morso del freddo sulle guance, il pizzicare del gelo tra i peli della barba, anzi col tempo mi sembra che non sia poi così fredda. Sarà il riscaldamento globale, saranno gli anni in cui percorrevo l'impero sovietico a farmi sembrare il freddo umido di Alessandria o il bianco reso abbagliante dai raggi del sole chiaro di Sestriere assolutamente sopportabili, anzi piacevoli. Così comincia un altro anno, un nuovo interrogativo, un nuovo desiderio di cose positive quasi che quelle passate non siano già state così generose, così ricche. Chissà perchè l'uomo si condanna ogni anno a sperare in un futuro migliore e a rimpiangere un passato sempre avvertito come "i bei tempi di una volta". Perchè non riesce a rendersi conto che la serenità la puoi trovare solo dentro se la vuoi trovare.
So già cosa mi direte, facile parlare con la pancia talmente piena da sentirla tirare da tutte le parti. (Ragazzi , sono stati giorni duri sotto questo punto di vista e non è ancora finita, ve lo assicuro). Lo so i soldi aiutano sempre a sopportare il fardello dell'esistenza e filosofare in un bel bar di Sestriere (prende anche qui la chiavetta famigerata!) sembra ridicolo, ma fermarsi a pensare un attimo, allontanare per un po' il desiderio, non fa male. Crogiolarsi nel calore buono di quello di buono che ti circonda, fa comunque sentire meglio e il colore esplosivo dei colori dei fuochi artificiali che hanno illuminato, qui come in ogni altra parte del mondo questo inizio di anni '10 e che, se riesco vi voglio qui offrire, vogliono rappresentare il senso di pienezza che per essere tale deve sempre essere venato da una sottile ma non sgradevole malinconia.

Ancora Buon Anno Nuovo a Tutti!

sabato 14 novembre 2009

Buchi nella neve.

Alexiej era di una magrezza preoccupante. Ne avevo già parlato nel Rasoio a due teste, ma la sua somiglianza a come mi figuravo il Raskol'nikov di Delitto e castigo era talmente perfetta da lascire senza fiato. La barbetta rossiccia, le guance incavate, gli zigomi alti e sporgenti e gli occhi soprattutto, infossati e neri, come febbricitantinell'ansia di mettere in piedi un affare, un contratto, qualcosa che producesse almeno una piccola prebenda per uscire da una evidente indigenza, segnalata dal baschetto sdrucito di pelle nera e dal cappotto liso col bavero alzato per ripararsi dal gelo che a fine febbraio mordeva duro. Era lo specchio di quella Ukraina ormai tecnicamente indipendente che la stupidità della folla osannante chi predicava le divisioni, stava indebolendo allo stremo. Era l'unico paese dove il rublo che ormai dappertutto era considerato carta straccia, faceva premio sulla moneta locale, anzi su quello che rappresentava la futura moneta , la grivna, non ancora pronta e che gli ukraini favoleggiavano fortissima e già stampata per essere distribuita a breve a copertura di uno strepitoso benessere collettivo. Così circolavano i cosiddetti Cuponi, dei rettangoli in tutto simile ai soldi del Monopoli per dimensione, colori e tipo di carta. con la sola differenza che erano stampati da due parti. In poche settimane erano scesi a un cinquantesimo del loro valore iniziale e nessuno li voleva. Alexiej me ne fornì una serie completa da 1 a 200.000, un bigliettino giallo con cui pagammo il caffè con un biscotto sabbioso con cui tentammo di rifocillarci subito dopo l'arrivo. La barista, che appoggiava sul bancone sporco la sua ottava abbondante, a cui osammo se era buono, ci guardò con curiosità. Arrivavano pochissimi stranieri a Kharkhov, fece un sorriso triste e dichiarò che nel paese da cui venivamo non lo avrebbero dato neanche ai maiali e portò via il suo peso consistente, assieme ai 200.000 cuponi, ciabattando lungo il corridoio. Mentre giravamo da un incontro all'altro, la città si spiegava davanti a me, indifesa nella sua debolezza di economia ferita, in stato preagonico. Un vecchio centro con antichi palazzi ottocenteschi e grandi viali privi di macchine dove sbuffava qualche camion fumoso e qualche raro filobus affollatissimo. Davanti alle molte chiese, le piccole piazze disegnate con cura da architetti di un tempo, erano spesso occupate da residuati bellici, autoblindo e carri coi cingoli rotti, muti testimoni di una ferita mai chiusa , di una guerra che ha ucciso qui come in nessun altro posto; un ricordo che ancora faceva chinare il capo al solo accennarne. E qui file di vecchie donne con la mano tesa in silenzio a chiedere un elemosina da chi forse non aveva di che sfamare esso stesso. Il nostro Alexiej aveva sempre in tasca un mazzetto di cuponi da 5 e da 10 e li distribuiva lentamente, uno per ogni vecchina, che gli facevano un cenno di benedizione con la mano, mentre dall'interno della chiesa saliva forte la voce salmodiante del pope. Tutti i pochi rumori della città erano comunque attutiti dalla neve che continuava a scendere piano e il grande lago del parco centrale, coperto di puntini neri, lontani, i pescatori che rimanevano ore su uno sgabellino davanti ad un buco nel ghiaccio, pareva una immensa, bianca stuoia di feltro dove le nostre suole faceva scrocchiare la neve ad ogni passo. Alexiej aveva una voce bassa e profonda e parlava lentamente, scegliendo con cura le parole; tossiva spesso, girandosi di lato come per scusarsi, con gli occhi tristi, febbricitanti. Pensai che non avrebbe passato l'inverno. Mi hanno detto che adesso è proprietario di cinque farmacie e rappresenta una multinazionale del farmaco e va in vacanza in Sardegna, quando può.

mercoledì 14 gennaio 2009

Patate olandesi



L'inverno continua impietoso, ma secondo natura. Ricordo quando trenta anni fa facevo poeticamente arrivare vagoni di patate dall'Olanda, terra di tulipani. Arrivavano in gennaio, gelavano regolarmente. Tutti gli anni. Dall'esperienza non si impara.

Per cui, oggi ancora un haiku di Issa Kobayashi.

Neve
Ero soltanto.
Ero.
Cadeva la neve.
Tada oreba
oru tote
yuki no furi ni keri.

lunedì 24 novembre 2008

Pensiero in una notte quieta

Questa notte una spruzzata di neve ha imbiancato i tetti, leggera. I miei amici erano in montagna ieri e dalla loro finestra si vede il cielo. Così oggi ancora vena (o svenevolezza) poetica con una famosa quartina di Li Po, anche se la traduzione è un po' maccheronica.

床前明月光

疑是地上霜

舉頭望明月

低頭思故鄉

Davanti al mio letto il luccichio della luna
copre di brina il pavimento.
Alzo la testa e osservo la luce lunare,
abbasso la testa e ripenso al paese d'un tempo.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!