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sabato 20 luglio 2019

Central India 28 - Ancora un treno nella notte


Fase di stanca

E' ormai buio quando il treno comincia a muoversi lentamente, in maniera quasi impercettibile, nella stazione incredibilmente deserta. La percorre tutta, il lunghissimo binario 3, per un tempo che sembra indefinito, quasi senza rumore, come se non riuscisse a prendere velocità a causa del suo enorme peso, come se fossero stati attaccati troppi vagoni. Un lungo drago color verde sporco con un ansimare lento e affannato che non riesce a decidere se ce la farà mai a lasciare la stazione e lanciarsi nel buio di una notte scura e senza luci. Il treno è un microcosmo particolare dove tutto funziona con una sua vitalità specifica. Ne ho conosciuti molti di treni attraverso il mondo, anche se non è un mezzo di trasporto che ami particolarmente. Non considero i nostri naturalmente, ma di altri non potrei cancellare il ricordo. I treni russi dalle notti infinite con le capovagone infognate nel loro mini scompartimento, disposte a barattarlo per una buona mancia quando i posti latitavano; i corridoi presto intrisi di puzza di sudore e di chiuso, coi finestrini bloccati come carri bestiame (d'altra parte fuori c'erano venti gradi sotto zero), le bigliettaie che parlavano dell'Italia con gli occhi sognanti. E gli elektrichka che avanzavano a passo d'uomo nella periferia moscovita. E poi i treni cinesi, ormai usciti dalla fame endemica che volevano mostrare la loro efficiente modernità, con gli snack forse di plastica, imbustati in altra plastica, a sua volta ricoperta di plastica e le addette che volevano sembrare hostess e il primo Maglev a levitazione magnetica di Shanghai con il display che mostrava orgoglioso i 504 km/h, una gloriosa conquista del partito. 

Aspettando il treno
E poi infine, i treni indiani, quelli affollati all'inverosimile con i passeggeri sul tetto del vagone che viaggiano a 20 km/h e che fanno tanto foto di colore e gli express, i treni notturni a lunga percorrenza che collegano città lontane tra di loro, lunghissimi, con decine e decine di vagoni, nei quali fai fatica a ritrovare la sigla scritta piccola piccola sul tuo biglietto, per scovare infine la tua cuccetta, il loculo dove passerai la notte e magari tutto il giorno successivo. E' davvero un mondo a sé l'express indiano, così ben raccontato da Anita Nair nel suo Cuccette per signora, quasi un topos letterario dove ambientare romanzi vari, di avventura, di formazione, gialli. Questo nostro Gwalior express, non è né meglio né peggio di tanti altri, forse un po' più trasandato, ma come sempre pieno zeppo, senza posti liberi. Tutti prenotati con largo anticipo. Quando hai risolto la prima caccia al tesoro di avere individuato il tuo vagone e poi in questo i tuoi posti numerati, devi cominciare a sistemarti per trascorrere al meglio le ore che ti stanno davanti. La seconda classe è formata da un seguito di scompartimenti aperti con quattro cuccette, due sopra e due sotto e a lato nel corridoio, di altre due sovrapposte, un po'più scomode. Non ci sono porte ma tende da tirare e richiudersi così nella privacy del proprio loculo. Qualcuno, che evidentemente ha prenotato in ritardo si aggira in cerca di scambiare il proprio posto con qualcun altro al fine di rimanere vicino al suo congiunto. 

L'express
Le famigliole che sono riuscite a prenotare tutti i posti vicini nello stesso scompartimento si barricano subito dentro e cominciano a tirar fuori i pacchi di materiale mangereccio, un po' per ingannare il tempo, un po' perché in tutti i treni del mondo si fa così. Ecco che nel vagone si spande subito un odore forte di masala e spezie varie con prevalenza di coriandolo che si mescola, con esiti diversi, all'odore di umanità che già pervadeva lo stretto spazio. Infatti il treno è, per così dire, vissuto, essendo arrivato da qualche altra città, quindi diversi posti sono già occupati da gente che, essendo ormai buio, si è ormai avvoltolata in stracci propri o nelle coperte in dotazione, per tentare di dormire, scarpe e ciabatte abbandonate a terra e piedi fumanti all'aria. Hai oramai messo le valige negli appositi spazi sotto i sedili, gli zaini e le buste più segrete, con soldi e documenti, ben occultate addosso o nei luoghi più difficilmente accessibili ad estranei nel tuo spazio, perché la precauzione non è mai troppa e le storie di furti sui treni indiani, riempiono il web, sarà poi vero? Cerchi infine, con le coperte, le lenzuola ed il cuscino che hai trovato sul sedile, di costruire la tua cuccia dove tenterai di occupare le ore interminabili che ti attendono, facendo finta di dormire, naturalmente senza riuscirvi. Ma il treno notturno è anche un luogo di interazione. Viaggiatori che difficilmente avranno mai l'occasione di incrociarsi altrove, mescolano qui per qualche ora le loro vite, lontanissime e diverse e proprio per questo provocatrici di scintille di interesse. 

Fuori dalla stazione
Così i due miei vicini sono dipendenti della Nielsen e arrivano da Mumbai dove sono stati ad una convention, esibiscono borse portadocumenti e vecchi laptop, anche se hanno ciabatte un po' malandate. Più avanti, il giovane che ha scambiato il posto di suo padre col mio, sta tornando a casa da una visita a famigliari che non vedeva da anni, trasferitisi qui per lavoro. Nel vicino scompartimento, quello dei mangiatori, una donna grassissima, avvoltolata in un sari giallo zafferano con fiorellini minuti rossi, distribuisce chapatti alle due figlie rintanate in fondo ai sedili, forse timorose di venire a contatto con qualche estraneo malintenzionato. Il padre si è già liberato delle scarpe e, buttato di traverso sul sedile, ronfa della quarta, da quando il treno è uscito dalla stazione. Per un poco continuano i rumori e i movimenti, la gente si sposta e viene a vedere come si sono sistemati i propri compagni di viaggio, gli altri si girano intorno, forse per sgranchirsi un po' prima di stendersi, in un chiacchiericcio di lingue estranee come sottofondo. Passa il controllore con pacchi di fogli, dove tutto è registrato in una grafia piccolissima, cerca i nostri nomi, scartabella, spunta, segna, annota e poi ci restituisce le nostre carte con fare professionale. La burocrazia indiana, prevede sempre montagne di carta, registri, libroni pieni di annotazioni, tutto deve essere accuratamente registrato, controllato e disponibile per ogni evenienza, poi evidentemente buttato in mucchi colossali di carte, inutili a tutto tranne forse che a se stesse.

Tuk tuk
Di tanto in tanto passano giovani, con fagotti di beni di consumo. "Pani, pani" pronunciano con voce non troppo squillante per non svegliare i dormienti, i venditori di acqua. Gli altri procedono con la loro litania descrittiva dei prodotti a disposizione. Poi, a poco a poco, ma sempre più decisamente i rumori sopiscono, i mangiatori ripongono i pacchetti, la ragazza davanti a me chiude il computer e si sdraia avvolgendosi in un immenso sciallone di lana e anche nel vagone S9 cala la notte, lunghissima, infinita. Senti soltanto il sibilo dei respiri regolari, il russare vario intercalato da apnee preoccupanti o da colpi di tosse catarrosi, precursori di chissà quali magagne respiratorie. Fuori dai finestrini la campagna scorre invisibile e buia. Una notte senza luci e senza luna, rotta solo, di tanto in tanto dal passare in qualche stazione meno importante dove il treno passa rallentando la sua corsa quasi avesse voglia di fermarsi un poco, senza però poterlo fare. Luoghi deserti, in cui indovini solo fagotti accucciati negli angoli più riparati, corpi che aspettano il passare della notte nell'attesa di un giorno migliore del precedente. Qualche sosta prolungata in qualche città più importante. Qualcuno sale, quasi nessuno scende, ma sono solo ombre silenziose, che hanno voglia soltanto di andarsene di lì, verso un luogo più amico. Poi quando l'alba schiarisce l'angolo più lontano del cielo, intravedi ombre più definite, qualcuno che si muove ai margini delle rotaie, uomini o donne che intravedono il nuovo giorno, che si accucciano dietro i cespugli per espletare necessità rimandate, che cercano un getto d'acqua dove ripulire il proprio corpo dalla fatica di vivere in questo modo. 

In lontananza riesci anche ad intravedere capanne, villaggi poveri, qualche vacca già in caccia di immondizie da investigare nella ricerca di cibo. Una campagna anonima con rivi di acque e pozze stagnanti, grandi campi coltivati e greggi di capre già in movimento, ancora ombre cangianti in quel momento incerto in cui la notte vive ancora l'ansia di trasformarsi in giorno. Poi finalmente, quando la luce si è ormai definita, il treno rallenta, la campagna si trasforma in baracche e poi case, infine i binari si moltiplicano quasi all'infinito. Siamo alla stazione di Gwalior, sono le 7:45, siamo in anticipo di due minuti sull'orario.  Intorno i rumori delle stazioni affollate, la gente in attesa, i carretti che sperano di aggiudicarsi un trasporto di valigie al di fuori di quella confusione, nei vicini parcheggi dove altri saranno in attesa con i loro tanti mezzi di trasporto, ciclorisciò, tuk tuk, taxi scalcagnati. In fondo tutti devono andare da qualche parte. La gente, già da un po' ha cominciato ad ammassarsi nel corridoio, in attesa dell'arrivo, quasi che fosse presa dall'ansia di lasciare al più presto questo non luogo, questo limbo senza caratteristiche, ma col il tempo scandito con precisione maniacale,  per tornare nella vita reale. Sembra che all'improvviso un grande corpo intorpidito di un animale preistorico si sia destato ed il suo sangue, che si scalda a poco a poco, lo renda sempre più nervoso e incattivito. Trasciniamo anche noi i nostri bagagli giù dalla carrozza, ma senza fretta, tanto il treno si ferma qui. In fondo alla piattaforma, Walid ci ha già individuati, tanto siamo gli unici stranieri e ci aspetta per una nuova tappa della nostra caccia al tesoro.

Vicino alla stazione

SURVIVAL KIT

Treno Gwalior Express-  Indore - Gwalior - 1275 Rp. per una cuccetta in seconda classe AC. Partenza alle 20:00 Arrivo 07:47. Circa 600 km. Piuttosto malandato, vengono fornite coperte, lenzuola e cuscino sigillati. Cuccette non comodissime, possibilmente cercate di prenotare una delle 4 nello scompartimento, dato che ce ne sono anche due di fronte nel corridoio (quelle che sono toccate a me). Il viaggio in treno in India è una esperienza comunque interessante, generalmente occasione per avere un buono spaccato di vita locale e di chiacchiera a cui difficilmente riuscirete a sfuggire, data la curiosità innata degli indiani. In ogni caso è un modo per risparmiare una notte di hotel. Portatevi qualche bottiglia di acqua e viveri di sussistenza perché quello distribuito sul treno è duro da buttar giù.







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martedì 27 marzo 2012

Mutande di lana.

Beh, dai ragazzi, ormai è scoppiata la primavera, alberi in fiore dappertutto e, cosa rimarchevole sotto ogni aspetto, non fa più freddo. Stamattina, mentre di buon ora, verso le 9 e mezzo, me ne andavo a zonzo a tentare inutilmente di fare qualche commissione, c'era un alito tiepido nell'aria che ti levava anche la voglia di litigare con quel disgraziato che deve stare tutto il giorno allo sportello a prendersi contumelie a causa di una burocrazia di cui non è responsabile, ma come si dice, utilizzatore finale. Si sta proprio bene, col sole ancora lieve e non aggressivo che scalda senza bruciare e il profumo dei fiori nell'aria. In Giappone è il tempo della fioritura dei ciliegi, che ci frega dello spread. Dice, ma che fai, parli del tempo come gli inglesi, tanto per allungare il brodo quando non si sa che cosa dire? Anche, ma il fatto è che mi è venuto in mette che quando cominciava questa stagione e si cominciava a sentire il calore della primavera inoltrata, mio papà si levava le mutante lunghe di lana. Ma sì, io appartengo ad una generazione che, anche se si è sempre rifiutata di usarle, per lo meno lo ha visto, questo fantomatico indumento del passato. 

Facente coppia con l'altra famigerata compagna, la maglia di lana, quella che rappresentava un vero e proprio cilicio medioevale, ruvida ed insopportabile sulla mia pelle tenerella di bimbo, era un indumento dello stesso materiale, ruvido, grezzo e caldissimo che arrivava fino alle caviglie e le cui estremità inferiori venivano infilate direttamente nelle calze per evitare eventuali pericolosi spifferi. Ragazzi, allora faceva un freddo cane d'inverno, altro che questo fine gennaio, quando per pochi gradi sotto zero, la gente sembrava che morisse surgelata (io comunque ho pensato bene di starmene al calduccio in Laos, come ben sapete). Il mio papà le calzava con aria furba verso l'inizio di novembre e per la verità se le teneva anche fino alla fine di aprile, fedele al proverbio:"aprile non ti scoprire" e si faceva beffe di me che preferivo patire il freddo.  Per la verità lui giustificava questo stile di vita col fatto che facendo i turni di notte su una cabina della ferrovia, esposta al gelo notturno e riscaldata solo da una stufetta a carbone, arroventata, su cui mi scottai pure un dito quando fui portato a "vedere i treni", aveva necessità di essere ben coperto durante il gelido inverno che a quei tempi imperversava nella tundra alessandrina. 

Tuttavia mi sembra che quando arrivava la stagione buona, mia mamma continuasse a dirgli, ma quando è che ti togli le mutande di lana, e lui rimandava col fare di chi pensa, ma perché devo patire il freddo inutilmente. Questa abitudine però se la portò dietro anche fino alla tarda età, quando la cabina da deviatore di treni (anzi Capo-deviatore, lui ci teneva molto), l'aveva lasciata da un pezzo. Ma si sa gli anziani hanno sempre freddo. Questo un po' mi consola, perché io, ancora non lo patisco molto. Certo era una stile di vita che riguardava solo gli uomini, in quanto le donne, che evidentemente hanno una pellaccia assai più resistente (appartengono ad una specie diversa in effetti), non hanno mai usato questo indumento; anzi allora non portavano neppure i pantaloni e la mia mamma se ne andava per tutto l'inverno con le sue gonnelline svolazzanti  e le calze di naylon leggere con la riga dietro, grande conquista del dopoguerra da esibire con orgoglio. Com'era bella la mia mamma quando mi portava all'asilo tenendo me per una mano e il panierino di vimini della colazione su cui aveva ricamato due ciliegie nell'altra. Era davvero la più bella di tutte. Poi, saranno stati gli inverni più miti, ma le mutande lunghe di lana se ne sono andate nel dimenticatoio assieme a tante altre cose. 

Non me le ricordavo quasi più quando d'improvviso le ho ritrovate nei miei primi anni di lavoro a Pechino. Inverni gelidi e riscaldamenti approssimativi laggiù, come sulla cabina dei deviatori. Così ecco il mio amico Ping che, nelle camerucce di alberghi di provincia, togliendosi i pantaloni, esibiva magnifiche mutande di lana, fino alle caviglie. Quando venivamo ricevuti in qualche fabbrichetta di paese poi, ecco il direttore della brigata che arrivava trafelato, attraverso il cortile pieno di neve, si sedeva, nel salone gelido e non riscaldato, sulle poltrone sbocconcellate, con la plastica sdrucita sugli spigoli, stringendo tra le mani coperte dai mezzi guanti, una tazza di thé bollente per scaldarsi almeno un po'. Buttavo l'occhio smaliziato e da sotto i pantalonacci pesanti, sporchi di fango o di letame, spuntavano sempre, civettuoli i bordi di lana spessa, a volte a coste larghe, delle mutandone lunghe fatte a mano da mogli amorevoli o forse dalle addette della comune. Mi sa che i tempi cono cambiati anche da quelle parti adesso che il tizio che ti veniva a prendere alla stazione in bicicletta adesso viaggia in Audi 6. Però devo chiedere a Ping che fine avranno fatto tutte quelle mutande di lana. Forse adesso comincia a far caldo anche là.


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