sabato 28 febbraio 2009

Cronache di Surakhis 9: Homo probus

Quella sera, la riunione della Società segreta per il Raggiungimento della Libertà Assoluta dei Migliori era particolarmente infuocata. Paularius, che la presiedeva, aveva ben chiaro che questo era il momento storico per poter finalmente giungere a risultati concreti, per avvicinare gli scopi che la Società si proponeva e che da decenni si tentava con fatica e poco risultato di ottenere, facendo breccia definitiva nell'oscurantismo passatista e buonaiolo. Certo la crisi, che , infuriando in tutta la galassia, non cessava di comprimere ogni attività, dava una mano decisiva, ma, senza un forte intervento e una spinta propulsiva dalla parte più sana e cosciente della società, non si poteva sperare in risultati decisivi. Molti componenti della Società erano ormai nel congresso e all'interno stesso del governo, se non come ministri, almeno in importanti posizioni chiave di controllo dei ministeri e l'Imperatore lungocrinito, non aveva certo bisogno di spinte per pendere dalla loro parte, purchè gli fossero garantiti i suoi interessi familiari. Una serie di leggi importanti stava per essere ormai approvata con urgenza. Quegli stolidi oppositori dei Morigeratores avevano sollevato obiezioni al fatto che il seggio di chi non approvava le leggi d'urgenza, fosse investito da una scarica elettrica da 3000 Volt, ma benedetti ragazzi, se la legge è urgente, significa che bisogna sbrigarsi ad approvarla, quindi giustamente era stato previsto un meccanismo di incentivazione dei tempi, o si voleva tornare a quando le leggi si discutevano per giorni e giorni, con mille modifiche e pateracchi! Era quindi passato il controllo mentale con il sistema psichico delle comunicazioni e dell'informazione, la cosiddetta (seppure contestata) legge della neutralizzazione dei giudici che indagavano sulla classe dei Migliori, che era stata denominata Legge della Neutralità per non dare troppo nell'occhio e la Legge per il Testamento Biologico che consentiva all'Autorità ti chiudere l'erogazione dell'aria ai contatori di coloro che non erano più in grado di essere produttivi, secondo gli standard approvati. Il problema degli aracnidi di Hort che si adattavano a qualunque atmosfera, era stato risolto con un emendamento che dava licenza di eliminarli fisicamente. Occorreva comunque preparare la mentalità del popolo sovrano ad accettare di buon grado i cambiamenti necessari senza che si concentrasse solo sui problemi economici che la crisi faceva pesare sulla vita di tutti i giorni. Quindi, quando la riunione fu chiusa le decisioni importanti erano state tutte approvate. Battage serrato su tutti i media psicotropici, perchè gli unici argomenti incistabili nella mente degli utenti fossero, sicurezza (sottolineando tutti i casi di stupri collettivi, che poi son ragazzate, ma fan sempre audience), gli immigrati Andromediani (che tra l'altro, se catturati, non potevano neppure fornire materiale utile per la banca degli organi) e il lancio del grande spettacolo musicale che come ogni anno, avrebbe tenuto incollati ai lettini psichici tutta la galassia senziente.
Uscirono dall'assemblea alla chetichella come sempre senza farsi notare. Paularius si diresse verso casa per prepararsi. Si caricò sulle spalle il lanciafiamme e sorrise, avrebbe fatto ancora in tempo ad aggregarsi alla Santa Ronda dei Cittadini Onesti quella sera, l'impegno sociale è d'obbligo per l'uomo, ma anche un po' di divertimento di tanto in tanto...

venerdì 27 febbraio 2009

Comunità cristiana

L'appartenere ad una chiara connotazione religiosa, crea una complicità di gruppo di decisamente intensa. Ne avemmo una decisa prova, io e Tiziana, nel '75 all'aeroporto di Jeddah. Proveniendo dalla Giordania dovevamo aspettare nove ore in transito, prima che partisse un aereo per Sana'a la mitica capitale dello Yemen, allora del Nord. Non era ancora neppure in progetto la nuova aerostazione che oggi accoglie i milioni di pellegrini per la Mecca e quella vecchia in cui sostavamo sembrava più uno sgangherato terminal per autobus terzomondista. Una stanza con un bancone per i check-in ed un grande salone pieno di poltrocine in similpelle strappata qua e là, su cui si accampavano famiglie con bambini vocianti e gruppi carichi di borse extrapeso. In fondo si aprivano quattro porte numerate che davano alle piste. Un vecchio televisore, in alto, su cui mal si leggeva l'elenco dei voli, completava la scena. Il nostro volo veniva dopo un aereo per Beirut e noi ci apprestammo alla lunga attesa nell'incerdibile confusione dell'andirivieni continuo, tra ritardi e cancellazioni. Ogni tanto, inservienti paludati nelle lunghe galabeye bianche passavano con cartelli in arabo a cercare passeggeri dispersi, un altoparlante gracchiava in inglese, indistinguibile dalla riproposizione araba. Dopo molte ore, il volo per Beirut occhieggiava sempre sul monitor, ma mi accorsi con orrore che il nostro non era più in lista. Mi recai al bancone cercando di capire e mi mancò la terra sotto i piedi al sentire che il nostro volo se ne era già partito da dieci minuti con le nostre valigie. Ci avevano disperatamente cercati per tutta la sala, ma il nostro nome, orribilmente storpiato non era stato evidentemente sentito. La questione era grave, in quanto l'unico altro volo, in partenza dopo quattro ore era completo. Noi non avevamo visto saudita ed essendo vietato sostare in transito per più di 12 ore, eravamo in posizione assolutamente illegale. Ci sequestrarono i passaporti e fummo portati in una stanzetta con poliziotto armato alla porta, paventando una nostra eventuale fuga (dove?), in attesa di decidere della nostra posizione. Mentre la preoccupazione cominciava a farsi strada, fummo lasciati soli e dopo poco, comparve un grasso arabo, che i 40° C dell'ambiente facevano sudare copiosamente. Si avvicinò a noi con aria complice e dopo essersi guardato intorno, furtivo, ci mostrò una catena d'oro sotto la palandrana, con una croce appesa. -I'm christian - sussurrò, e ci fece segno di seguirlo. Come pecorelle smarrite ci incanalammo dietro al buon pastore. Il maronita sembrava autorevole e superati i varchi i varchi, ci condusse all'accettazione dove convinse il riottoso incaricato ad emettere comunque, anche se era aperta solo la waiting list, due carte di imbarco provvisorie, ma necessarie ad avere indietro i passaporti, quindi ci portò davanti alla porta numero 3 e anche se mancava ancora un'ora all'imbarco ci consigliò di non muoverci di lì, infatti poco dopo cominciò a formarsi la fila di cui noi rimanemmo a capo. Quando il gate finalmente si aprì e fummo i primi a consegnare il boarding pass, lanciammo un'occhiata di ringraziamento verso Jussuf, così si chiamava, che in fondo al salone ci fece un ultimo cenno tranquillizzante col capo, e corremmo verso la scaletta. Non credo che nessuno sia rimasto a terra comunque, ma quando fummo in volo, il nodo nello stomaco si sciolse a poco a poco. Dopo meno di un'ora, mentre scendevamo di quota, la luce dorata del tramonto illuminava le alte torri della capitale yemenita. Sana'a val bene una Messa.

giovedì 26 febbraio 2009

Una notte a Posillipo

Napoli sarà pure una città fantastica, ma nel bene o nel male sono i napoletani a renderla tale. Certo il posto ed il clima fanno la loro parte e forse proprio questo ha influenzato e formato la mentalità della gente, ma senza di loro non ci sarebbe abbastanza per fare di questa splendida città quello che è. E fin qui siamo alle frasi fatte. Monnezza e camorra fanno il loro bel danno, per carità, ma adesso che c'è chi ha (quasi) risolto tutti i problemi, dovrebbe rimanere solo la parte positiva del tutto. Bisogna quindi supportare con almeno un episodio dimostrativo. Accompagnavo il consueto gruppo di Russi, maggiorenti di una nota fabbrica di vodka, bramosi di vedere le bellezze di Napoli e di Capri di cui avevano tanto sentito parlare, così magnificata anche da tovarish Lenin buonanima (a Venezia avevamo già dato). Partimmo lentamente, dopo una lunga serata trascorsa in un ristorante della costa, in cui li avevo addestrati a lungo a cantare in coro Iamme iamme ia, funiculì, funiculà, con buoni risultati in quanto i fumi dell'alcool rendono i russi molto predisposti all'istruzione canora. Anche l'oste era stato assai condiscendente data la scarsità di avventori nel locale e la nostra naturale simpatia. Giungemmo quindi assai tardi all'Hotel Paradiso non potendo quindi godere della splendida posizione su Posillipo. Scaricati con fatica i nostri ospiti e sistematili con difficoltà nei rispettivi giacigli, caduti velocemente tra le braccia di Morfeo, a causa del deliquio provocato da Ganimede, trascorremmo una notte plumbea, con un sonno reso pesante dalle troppe coppe e dai troppi na sdarovjie. Il portiere di notte, viste le condizioni, ci aveva graziato delle formalità, rimandandole al mattino dopo. Mattino che vide un risveglio faticoso, ma subito allietato da una giornata spettacolare che apriva una vista spettacolare sul golfo. Dopo una sontuosa colazione sulla balconata e completamente riappacificato con il mondo e con tutto quanto mi circondava, mi apprestai al bancone dove un sorridente personaggio mi attendeva per completare le registrazioni. Non potei fare a meno di manifestare i miei complimenti per la bellezza del luogo e della sistemazione, dando spazio alla conversazione che prese subito una piega familiare. Il buon Gennaro (e come mai avrebbe potuto chiamarsi) era molto contento dei miei apprezzamenti e dopo averci ulteriormente augurato una buona permanenza e di godere delle bellezze della sua terra, terminò con il seguente spot pubblicitario che mi pregò di far conoscere al mio mondo. Con sguardo ridente e viso estatico mi disse:- Dotto', lo dica quando torna al nord, qui all'Hotel Paradiso siamo specializzati in viaggi di nozze, con una speciale garanzia che le signore rimangano incinte già dalla prima notte e io, modestamente, con la mia signora, ne sono una testimonianza vivente; camera 104 vista mare, 'nu babbà!- Che altro dire.

mercoledì 25 febbraio 2009

Lǎo shī


La parola di oggi, "Lǎo shī ", si presta come di consueto a molte considerazioni su quello che era la cultura cinese. Il carattere di destra significa semplicemente insegnante e comprende, a sinistra il simbolo semplificato della lama, quasi a voler sottolineare quanto deve spingersi all'interno degli allievi zucconi per potervi infilarve il frutto dei suoi insegnamenti, mentre il carattere di destra significa "anziano" ed era in origine costituto da tre segni antichi, oggi difficilmente identificabili nella semplificazione del tratto, "capelli", "persona","cambiamento", cioè la persona a cui cambia il colore dei capelli col tempo, ma con una accezione assolutamente positiva, infatti il significato reale è diventato "saggio, colui che grazie all'esperienza conosce le cose", in netta contrapposizione con "Shao", giovane e quindi inesperto. Anche nel nostro mondo fino ad un paio di generazioni fa solo chi aveva accumulato una forte e lunga dose di esperienza poteva dirsi istruito o sapiente; il progredire del sapere era così lento che il potere culturale era decisamente in mano agli anziani; i vecchi contadini che avevano visto per decenni il fluire delle stagioni, da noi come in oriente, erano i soli in grado di prevedere fatti che si ripetevano in conseguenza di altri fatti. Adesso basta guardare il meteo del colonnello Giuliacci. Oggi il progresso scientifico e la tecnologia sono stati così rapidi che la maggior parte dei giovani venticinquenni hanno più conoscenze della maggioranza degli anziani, che oltre al decadimento fisico hanno perduto anche il potere psicologico della saggezza e sono costretti a passare il tempo a dare i giudizi rancorosi e criticare i lavori stradali appoggiati alle transenne dei cantieri (mantenendo ovviamente il potere economico-politico e da quello sarà dura schiodali). Da questi ideogrammi si capisce dunque il grande rispetto di cui godevano in Cina gli anziani visti come i depositari del sapere che deriva dall'esperienza. Unito al suono Hua , parola, abbiamo "proverbio" , la parola saggia che viene dall'anziano. Sintomatico il carattere Kao, derivato appunto da Lao, che significa esame, come a dire che solo un anziano possiede la necessaria esperienza per esaminare un giovane. Dunque lǎo shī , insegnante anziano, vuol dire Maestro nell'accezione più completa del termine; non solo colui che sa e mostra la tecnica, ma chi sa dare anche il completo insegnamento morale e spirituale. Il concetto che accompagna veramente il concetto di Maestro in tutte le arti marziali.

martedì 24 febbraio 2009

The millionaire

Finalmente ieri sono riuscito ad andare a vederlo. Ad Alessandria lo avevano tenuto solo tre giorni, evidentemente non lo ritenevano adatto agli alessandrini. Dopo le nomination è stato ripescato. Che dire, è certamente un film che mi è piaciuto molto con il suo vago sentore di Ladri di biciclette, anche se io non faccio testo in quanto mi sento talmente legato all'India che mi guardavo con gusto anche i filmetti in tamil che passavano a TeleMadras. Certo è un bel pugno nello stomaco per tutti quelli che non riescono a capire come mai ci sono persone che rischiano la vita attraversando mezzo mondo per venire in un posto dove ti odiano solo per la tua presenza e magari ti bruciano con della benzina quando si annoiano troppo, ma forse questa gente si annoierà anche a vedere questo, intanto i valenti curatori del doppiaggio, hanno tradotto come Mussulmani gli assalitori che erano invece gli integralisti induisti; i mussulmani erano le vittime, ma per le zucche vuote, questo è un concetto troppo complesso. Tutti bravi certamente, gli attori, la fotografia, il montaggio serrato e la tecnica di raccontare, incluso il finale bolliwoodiano. Qualcosa mi è piaciuto meno? Ma sì, ad esempio la sensazione che si percepisce chiaramente di un film concepito non da un indiano, ma da un inglese con la testa in America (basta paragonarlo con opere di altri registi indiani come Mira Nair); che si sente troppo la voglia di stimolare le corde più sensibili dello spettatore (come ha detto qualcuno, la pornografia della povertà); di averlo costruito decisamente per concorrere all'Oscar. Non un capolavoro, ma tutta roba sopportabile comunque. L'unico particolare che mi ha lasciato perplesso nella costruzione della storia, che suona un po' falso e poco credibile, è la posizione del bieco Jerry Scotti indiano, nella sua perversa intenzione di far fuori il concorrente. Nell'economia della storia è abbastanza poco plausibile; anzi l'interesse del conduttore dovrebbe essere esattamente opposto, quello di portare fino alla fine un personaggio televisivamente molto interessante che in effetti fa aumentare fortemente l'audience del programma. Se si voleva perseguire questa versione, a mio parere, bisognava dare una motivazione più credibile al personaggio, che so io, motivando magari con una forte scommessa clandestina sulla caduta del concorrente. Comunque queste sono sottigliezze. In definitiva, ce ne fossero tanti di questi film. Mi piacerebbe però sentire anche qualche vostro parere. Così tanto per confrontarmi.

lunedì 23 febbraio 2009

Morte a Venezia

Venezia è sempre stata in cima alla lista dei desideri dei Russi che venivano in Italia. Nel loro immagina- rio collettivo era la città magica che si doveva vedere e vivere almeno un giorno nella vita. Gli uomini per poter raccontare, tornati nelle dacie, tra i cadaveri delle bottiglie di vodka vuote, di aver percorso il Canal Grande in gandòla cantando Oh sole mio e per le donne soprattutto, il luogo romantico per eccellenza, dove lanciare occhiate con occhi tumidi e sognanti ai palazzi, ai gondolieri, alle atmosfere rarefatte di questo gioiello violentato ogni giorno da milioni di barbari con le mani unte di focaccia e di cartacce di pizza al taglio. Che tenerezza vederle, con la testa leggermente piegata, guardare ogni angolo per riportarlo a casa nella mente, come Angela, che, sbeffeggiata da Andrej, implorava che le lasciassimo comprare una gondola gigante che avrebbe troneggiato per sempre sul suo comò. Era praticamente un obbligo, tutte le volte che una delegazija di clienti russi arrivava in ditta, che qualcuno se li prendesse in carico per portarli il week end a Venezia. Quella volta c'era Marat, accompagnato da Eugenio e, poichè aveva solo un giorno a disposizione, partimmo alle 5:30 di una lugubre mattina invernale. Tre ore dopo scendevamo dal parcheggio di piazzale Roma verso il pontile del Canal Grande avvolto da una nebbiolina gelata che nascondeva la città, i suoi palazzi e le poche persone in giro in una atmosfera irreale. Una città meravigliosa, abbandonata, decadente ed in rovina dove, tra i vapori e gli odori che salivano dai canali, comparivano scorci fatati di campi e campielli, di piccoli ponti, di portici antichi, di calli contorte e solitarie dove ad ogni istante ti aspettavi di veder comparire Colombina rimbrottata da un nasuto Pantalone. Qualche colpo di remo di tanto in tanto, era il solo rumore che avvertivi, assieme al cigolio degli scalmi, un frullare di ali di colombi nelle piazzette, le nostre scarpe che scalpicciavano sui gradini umidi per scavalcare i rivi laterali, fino ad uscire dal vicolo che ti mette di colpo di fronte a San Marco, un bianco pugno nello stomaco che ti prende inaspettato con l'oro dei suoi mosaici che tremolano anche sotto la nebbia bassa, mentre sulle cupole il primo sole che riesce a farsi strada, lascia intravedere lo splendore che sarà dispiegato tra poco. Per tutto il giorno girovagammo per percorsi noti e nuovi, che sceglievo con cura per far apprezzare l'unicità della città, per assaporare un ambiente che devi portare con te per sempre, in particolare gli angoli più scuri, segreti, accanto alla gloria dei momumenti. Ce ne andammo a sera, con i soliti piedi dolenti dal troppo camminare. Marat era stato silenzioso, per quasi tutto il giorno, intento a guardare, a commisurare, ad immagazzinare immagini, a valutare e rimase in silenzio anche per tutto il viaggio di ritorno. Solo prima di arrivare in albergo mi fece una domanda, che evidentememnte gli rigirava in testa da tempo. - Gospadin Enrico, ma perchè a Vieniezia le case sono tutte vecchie e rotte, con i muri tutti scrostati e nessuno si occupa di rifarle nuove o almeno aggiustarle? Eppure l'Italia è un paese ricco!- La nuova Russia cominciava a farsi largo nel mondo.

domenica 22 febbraio 2009

Del maiale non si butta via niente

Un amico malizioso, mi ha mandato l'altro giorno una foto che interpreta con fantasia morbosa un particolare di una kalbasà moscovita, una sorta di salama mortadellica di grande appeal nella santa madre Russia nel periodo eltziniano. Ebbene il Miassakombinat che la produceva, era un nostro affezionato cliente, a cui avevamo fornito diverse cose, in settori assai distanti tra loro, come accadeva in quei periodi in cui alle poche ditte accreditate veniva richiesto di fare trading su un po' di tutto. La peculiarità della fabbrica, che occupandosi della trasformazione de maiali, di cui, notoriamente anche in Unione Sovietica, non si butta via nulla, era di avere molte attività collaterali alla produzione dei salami, al fine di utilizzare appunto ogni parte dei preziosi suini. Tra le altre cose, una sezione cosiddetta "artistica" trasformava le ossa in graziose spille traforate per capelli, mentre la parte non edibile del grasso meno nobile, veniva data in gestione alla sezione "cosmetica" per la produzione di creme per il corpo dalle caratteristiche miracolose. Purtroppo, in quel tempo, successivo a quello in cui i prodotti neanche si trovavano, uno dei problemi maggiori era quello di conferire ai prodotti stessi un confezionamento attrattivo a simiglianza di quelli, ambitissimi, occidentali. Eravamo stati quindi incaricati di fornire un vagone (questa era la tipica unità di misura delle forniture) di lucidissimi barattoli per una miracolosa crema da piedi, capace di ammorbidire qualunque sovietica callosità con le relative attraenti e colorate, etichette autoadesive. Eravamo naturalmente presenti mentre, nel grande laboratorio in cui, uno stuolo di donnoni paludati in camici antisettici, forse residuati provenienti da un centro di ricerche spaziali, apriva gli scatoloni dal vagone appena scaricato con gridolini da ammirazione per lo squisito design italiano. Esaminavano le etichette, lodando il gusto della grafica che avevamo commissionato con stile vagamente liberty e, dopo averle suddivise con cura accanto a pile di lucidi barattoli già posti sui banconi, si apprestarono al tentativo di applicarle. Fu l'inizio del dramma. Ogni etichetta staccata dal supporto autoadesivo, rimaneva leggermente arricciata nelle manone dell'operatrice che, mentre cercava di applicarla al vasetto cilindrico, lo faceva rotolare qua e là. Nel tentativo di inseguimento, le sfuggenti confezioni correvano sui tavoli cadendo poi rumorosamente a terra o venivano goffamente trattenuti dai gomiti delle operatrici che, con entrambe le mani impegnate riuscivano a malapena, nel migliore dei casi, ad applicare l'etichetta tutta storta. Il panico cominciava a diffondersi, mentre l'ingegnere capo, responsabile della divisione ci guardava con preoccupazione, non tanto per contestarci la tipologia della fornitura, quanto per constatare disarmato l'inadeguatezza delle strutture alla modernità che incombeva. Questo senso di inferiorità rispetto alla tecnologia occidentale assolutamente infondato, era però tipico del periodo del crollo dell'URSS e qualunque indicazione proveniente dall'occidente era presa come oro colato e produsse negli anni seguenti tragici disastri nella nascente economia russa a partire dalle truffe delle finanziarie piramidali, per arrivare allo smantellamento di industrie di alta tecnologia per sostituirle con imbottigliamenti di Coca Cola. In ogni caso il momento era critico. I resposabili ci guardavano ormai come la Madonna di Fatima, al fine di avere una soluzione che non decretasse il tragico errore nell'investimento. Utilizzammo una lavagna opportunamente presente nella sala riunioni per estrinsecare il nostro progetto. Si trattava di prendere un pezzo di legno, un'assicella, scavarvi un avvallamento della dimensione del barattolo, dove questo sarebbe stato deposto e quindi tenuto ben fermo. Sarebbe quindi stato un giochetto per le varie Tatiane e Natashe, applicare le desiate etichette. Fu subito convocato il disegnatore capo, che produsse al tecnigrafo il progetto del pezzo, inviato con un veloce messo all'officina aziendale e già nel primo pomeriggio, tutto il reparto era in grado di sfornare i primi barattoli di crema da piedi "La delizia delle estremità" e lanciarli sul mercato sottostante, come dicevano Cochi e Renato. Nella cena grandiosa che ne seguì, il presidente lodò molto il nostro fondamentale intervento, mentre il glavnij inghenier assentiva con il capo, sottolineando: "Italianskajia tecnologhia". Finì come sempre a vodka accompagnata però appunto dalla salama di cui sopra, la migliore del mondo, come precisava di tanto in tanto il Presidient, levando il bicchiere per il brindisi.

sabato 21 febbraio 2009

BIT o bytes?

Ieri sono stato a Milano al Bit, l'annuale vetrina del turismo, un appuntamento in cui è gradevole passare una giornata. Pur considerando la crisi che aleggia, la consueta kermesse si presentava con i tradizionali punti di interesse, spingendo, come è logico sulle mode più in voga. Grande abuso delle parole "naturale", "bio", "incontaminato" , quello che la gente chiede insomma ed è giusto proporre. Per la verità ci si domanda perchè non ci perdiamo questa esibizione, quando ormai il web ci potrebbe dare, da casa, tutto quanto è qui offerto e sicuramente anche molto di più, ma i quattro passi tra gli stand, la tradizionale raccolta di depliant e la ricerca di spuntini golosi, in fondo non fanno rimpiangere il tempo dedicato. Poi a casa con calma sogneremo davanti al monitor, cercardo itinerari e offerte con molta più calma e praticità. Daltronde, lo hanno capito gli amici di Turisti per caso, che nell'enorme spazio messo a disposizione dei loro ammiratori, stanno lanciando la rivista. Un cartaceo in appoggio al telematico, si sta cambiando il mondo ormai, il BIT al servizio dei bytes. Girellando qua e là, si ripresenta sempre l'annoso problema. Turisti che vorrebbero essere viaggiatori, ma non si può, manca il tempo, bisogna lavorare. Un mondo che con la globalizzazione si omologa sempre di più e il turista si deprime perchè a Lhasa trova il McDonald e a Sumatra la Pizzeria Bella Napoli, la Coca Cola dappertutto e le tribù selvatiche che non fanno a tempo a togliersi i jeans prima che il pulmann air conditioned abbia scaricato tutta la comitiva. Forse però il locale con le mutande sta meglio di prima anche se è meno esotico o in qualche caso no, ma come è difficile trovare il bandolo della matassa in questo ingarbugliato problema. Il turismo disturba e rovina, imbastardisce le culture, forse sì, ma porta lavoro e soldi, ma forse anche no, i soldi se li portano via i furbacchioni e sul posto non rimane niente. E' troppo complicato; è vero tutto e il contrario di tutto e a questo punto pazienza, fate un po' come vi pare, cercando di fare quando sei invitato a casa di qualcuno. Non essere troppo invadente e maleducato, cercare di capire e soprattutto sorridere molto. Io intanto, sto cercando di mettere a punto le prossime venticinque mete di viaggio che ho in mente.

giovedì 19 febbraio 2009

Ascoltando la cetra

Ho un grande rammarico, quello di non saper suonare nessuno strumento. Invidio molto chi lo sa fare, specialmente se è bravo. Deve essere una straodinaria soddisfazione produrre o meglio riprodurre una melodia seguendo canoni precisi, sentieri già percorsi da molti, eppure sempre nuovi e diversi. Qualcuno assimila i suoni ai colori ed ecco da una tavolozza infinita colare infinite sfumature che si dispongono in ordinato disordine nell'ambiente. Amo tutta la musica, vicina o lontana, nel tempo e nei luoghi e nelle culture. Forse il pianoforte sarebbe stato troppo paludato (e poi è complicato portarselo dietro per suonare qualcosa quando ti viene voglia), ma il violino, così acuto e preciso, dirompente nella sua voglia di perfezione o l'oboe, tranquillo e nobile come un dignitoso aristocratico di campagna. Meglio di tutti il violoncello, uno strumento perfetto, di sonorità talmente piena e completa, da soddisfare il piacere dell'ascolto e della produzione del suono stesso anche senza nessun altro compagno. Ma mi sarei accontentato anche della chitarra, che pure ho tentato di strimpellare in gioventù, pochi accordi per accompagnare le canzonette atte a sensibilizzare la sensibilità femminile. E' tra tutti lo strumento femmina per eccellenza, tanto rotonda può essere la sua sonorità, a tratti lanquida, a volte stridula, sensuale al punto giusto quando vuole esserlo e alla pari scostante e nervosa se pizzicata con sgarbo. Con che dolcezza il suo arpeggio veste di trine delicate una melodia suadente o il mi basso, che colora il sottofondo con dolcezza materna, per scatenare poi la furia delle corde alte toccate contemporaneamente, fino ai suoni metallici e scostanti del plettro che insiste parossisticamente sul cantìno. Peccato che non abbia trovato il tempo di studiare musica, mi sarebbe stata gradita compagna spesso. Perchè tanto ti può dare l'esecuzione musicale; ti soddisfa se lo fai per te stesso, un piacere solitario che ha pochi uguali e ti può curare, aiutare nei momenti di difficoltà, far gioire anche della solitudine o aiutarti a stemperare le difficoltà, calmare l'eccitazione e le paure, preparare la mente alla soluzione degli altri problemi. Ancora di più se lo fai per gli altri, dai piacere a te stesso e a chi ti ascolta, che si lega a te in una unione mentale di comune sentire, di soddisfazione dei sensi. Forse per questo, in oriente le donne che si occupavano del benessere degli uomini, dovevano essere capaci musiciste, dalle gheishe giapponesi, alle concubine cinesi o nel sudest asiatico, una delle capacità richieste era proprio avere grande pratica ed abilità con la mandola o la cetra o il p'i p'a, il liuto cinese. Una donna che non conoscesse la musica aveva poche possibilità di interessare il signore.
Ecco dunque per sottolineare questo concetto, una bella lirica di Li Tuan, vissuto in epoca Tang, che caratterizza i suoi versi con piacevoli ed insolite osservazioni.

Ascoltando la cetra

Vibra la cetra dorata sul suo saldo supporto,
per il tocco della bella, dalle dita di giada.
Poichè brama attenzioni dal suo giovin signore,
si concede, ogni tanto, di sbagliare un accordo.

mercoledì 18 febbraio 2009

Contrattare, che passione!

In tutta l'Asia, il mercato è un luogo magico, denso di sensazioni che lo rendono un luogo che si frequenta non soltanto per la necessità legata ad una attività commerciale, ma anche solo per il piacere di farlo. Che sia un Suk arabo, un bazar turkesco, un shì chǎng cinese o uno dei tanti spazi sparsi per tutto il continente, deputati agli scambi, ha un qualcosa di più e di diverso dagli analoghi occidentali. Ovviamente i colori e gli odori sono quello che più stordiscono l'occidentale alla ricerca di esotico; la quantità degli oggetti esposti poi, che riempiono ogni spazio disponibile in una sorta di horror vacui, la disposizione delle merci, ammucchiata disordinatamente oppure ordinata in modo maniacale per meglio valorizzarla, confondono le idee per gli acquisti, ma coinvolgono gli altri sensi con una rutilante gamma di emozioni. Le esposizioni di frutta colpiscono soprattutto per la varietà e la presenza di prodotti che conosciamo poco; montagne di mangoustine, di durian puzzolenti, banane di fogge diverse, ramboutan pelosi, datteri freschi e succulenti e cento altri frutti sconosciuti, verdure ignote per cucine altrettanto misteriose e quindi stimolanti; i mercati del pesce, invece, li attraversiamo a fatica, respinti dall'odore nauseabondo, mentre in quelli della carne accorriamo estasiati a fotografare i nugoli di mosche che si affastellano sui rognoni beanti. Nei mercati si vende di tutto, prodotti e prestazioni, il barbiere, il dentista all'aperto che misura dentiere usate, il sarto che ti fa un vestito su misura pronta consegna, giri un po', torni e il vestito è bello e pronto. Ma quello che ci attira più di tutti, alla fine è sempre quello delle carabattole, oggetti vari, gioielli poveri, arte varia, cose insomma da portare a casa per marcare il territorio, per portarsi via un pezzettino di anima, per fare propria almeno una parte infinitesima di quel luogo. I venditori si dividono in due categorie, quelli che si affannano cercando di attirare il passante, magnificando la merce proposta o la convenienza del prezzo, agitandosi negli stretti passaggi per indurti a fermare lo sguardo, a chiedere quanto costa e quelli che, apparentemente disinteressati a quanto li circonda, si abbioccano in un angolo del loro bunker in cui manca sempre lo spazio, in posizioni innaturali, magari dentro un vaso, sorvegliando i confini del banco con l'occhio a mezz'asta, tra lo stanco e il fintamente annoiato, ma prontissimi ad avventarsi sul cliente in sosta. E veniamo infine alla trattativa, gioia e dolore di ogni turista; insoppotabile e fastidioso rito da compiere o divertimento irrinunciabile che appaga più del'acquisto stesso. Anche qui, due scuole di pensiero distinte. Per parte mia, me la godo asolutamente a passare il mio tempo in quella squisita schermaglia psicologica che è la trattazione del prezzo, una vera e propria battaglia, una partita a scacchi dove si possono attuare sottigliezze mentali inimmaginabili. Qui si apprezza la differenza tra il viaggiatore che può assaporare il momento ed il turista frettoloso. Avendo per tutta la vita svolto lavori di carattere commerciale, ho sempre considerato la contrattazione per l'acquisto di un minuscolo anellino di lega come un interessante ed utile esercitazione, dove imparare le sottigliezze di questa arte. Come in tutte le cose c'è una tecnica di base, non mostrarsi troppo interessati all'oggetto; dopo averlo individuato, cominciare chiedendo i prezzi di altre cose; essere garbati e sorridenti entrando in empatia col venditore; mostrare di apprezzare il valore dell'oggetto che certo vale di più di quanto possiamo pagare e così via; ma poi, come in tutte le espressioni artistiche, la tecnica, pur valida, non basta, ci vuole l'estro del momento, il colpo d'ala che ci permetta di capire qual'è il prezzo minimo al di sotto del quale il nostro contradditore non può scendere. Per parte mia, ho l'abitudine di lasciare a lui sempre l'ultima parola, accettando l'ultima sua controfferta, che lo faccia sentire vittorioso nella tenzone e lo faccia ritenere, anche se spolpato, vincitore morale. Questo lascia tutti di buonumore e apre favorevolmente ad altre trattative. C'è poi una diatriba sul fatto che agli orientali piaccia tanto la contrattazione da rimanere offesi e scontenti se la si evita. Io credo che sia una leggenda metropolitana come i camelli offerti per sposare le vostre mogli, che la guida vi offre in tutti i paesi arabi, un giochetto che hanno loro insenato perchè fa tanto colore e il buana bianco lo può poi raccontare agli amici a casa sghignazzando. Così penso che il bancarellaro sarebbe più felice se il turista gli versasse pari pari l'esagerato prezzo richiesto in prima battuta, per passare al cliente successivo, ma è talmente abituato, che anche una sfibrante trattativa non lo irrita e la fa diventare parte piacevole del suo lavoro, magari sorseggiando del buon thè, che offerto al cliente, aumenta i suoi obblighi morali. In ogni caso la regola è che non ci sono regole. Così avevo cercato di addestrare mia suocera, che andava per la prima volta in viaggio in India, a non cadere nelle trappole più semplici e poichè non parlava una parola di inglese, le feci imparare le due basilari espressioni del mercato, how much, per chiedere il prezzo e too much, per cominciare la trattativa; sforzarsi ad imparare i numeri non sarebbe servito, di norma il venditore li mostra sulla macchinetta o se li scrive sulle mani. Pronta alla pugna, scese subito nel mercatino tibetano di Jampath Road, il primo impatto con la realtà commerciale di Delhi e individuata una bella tovaglia ricamata, si diresse con piglio deciso, contravvenendo ai miei consigli, sull'oggetto e rivolta al venditore, indicando il drappo col dito, gli rivolse la frase a lungo studiata: " too much". Il sikh dal grande turbante rosso appollaiato su un trespolo di legno accanto al banco, la guardò un attimo pensoso e poi disse" OK milady, for you 100 rupees only". Così l'acquisto fu perfezionato definitivamente.

martedì 17 febbraio 2009

Cronache di Surakhis 8: elezioni.

Da quando la crisi aveva cominciato a pervadere la galassia, il lavoro alla miniera era ridotto e Paularius aveva molto più tempo per dedicarsi a pensare e la sua decisione di darsi alla politica cominciava ad essere pagante. Aveva fatto la scelta corretta di unirsi ai sostenitori dell'Imperatore, il CSNF , il partito del Chi se ne frega, che ormai spopolava, sostenuto da tutti i mezzi di informazione, soprattutto da quelli telepatici e subliminali, tutti intestati alle mogli o alle concubine del lungocrinito capo della galassia. Gli altri, olografi e cartacei tradizionali si erano adeguati in fretta per non perdere i finanziamenti. Tramite il partito era riuscito a far passare, con urgenza, data la crisi, un provvedimento per il nuovo contratto planetario di compartecipazione agli utili per i lavoratori schiavi del pianeta, che era stato accolto subito con favore anche dai Morigeratores, che di solito sono sempre contrari a tutto. Con effetto retroattivo, per ogni miliardo di crediti utili che l'azienda otteneva, la quantità di cibo giornaliero fornito agli schiavi veniva aumentato dell'uno per cento. Questo era piaciuto a tutti e la presidente della confminerari Rottengagl, lo aveva salutato come l'inizio di nuovi rapporti tra schiavi e imprese. In realtà pochi si erano accorti che, proprio Paularius aveva introdotto la parola "quantità" nel decreto e che quindi bastava allungare dell'uno per cento con acqua o altro liquido, il pappone quotidiano, per risolvere il problema e nessuno si lamentava, anche perchè diversamente, entravano in azione i Sardar con gli elettrostimolatori. Però adesso incombevano le nuove elezioni locali su Surakhis e bisognava porre in atto strategie politiche corrette. Si discusse poco, tanto erano già tutti d'accordo; Auran di Block che rompeva sempre le scatole, aveva avuto un malore e non si sarebbe più presentato in consiglio. Paularius si annotò che doveva pagare l'avvelenatore di Capella IV che aveva provveduto e al posto di Auran era stato cooptato un avvocaticchio con otto occhi sporgenti, che come tutti i Sorkis non aveva corde vocali e quindi non parlava mai, limitandosi ad alzare il tentacolo per approvare le decisioni; in ogni caso, per tranquillità, l'imperatore gli aveva affidato un incarico di Contatore ufficiale dei pollai imperiali e certo non avrebbe voluto perdere le prebende connesse. Quindi, via libera a spingere al massimo sul tema sicurezza, inondando le comunicazioni telepatiche notturne di notizie sugli stupri di gruppo, depennandoli da sport nazionale, quali erano sempre stati, e riferendo con particolari agghiaccianti quelli commessi dagli irregolari andromediani. Le notizie sarebbero state alternate alla liberalizzazione delle costruzioni esentasse sulla riva dell'oceano di metano che stava diventando una delle più ambite mete vacanziere della galassia. Le cose si mettevano bene; con la crisi sarebbero certo aumentate le famiglie che avrebbero dovuto cedere i figli in schiavitù e tutto poteva andare avanti come sempre. L'imperatore avrebbe regnato ancora per mille anni, questa era la vera democrazia! Il predestinato sconfitto, per grazia e bontà infinita dell'imperatore stesso, non sarebbe neppure stato eliminato fisicamente, come era la prassi. Ci avrebbero pensato i suoi stessi compari. Terminata la seduta, si teletrasportò a casa sdraiandosi sul divano di carne per godersi finalmente l'inizio dell'annuale festival di Saintoar.

lunedì 16 febbraio 2009

Biglietti difficili

Era un'inverno mite quell'anno a Mosca, con un piccolo sole anemico e basso nel cielo. Per le strade il consueto odore di cattiva benzina mal combusta dalle poche zhigulì che correvano sui viali, raschiava il fondo della gola e per questo, quel sabato pomeriggio, mi ero rifugiato a Novodievici, un oasi di bellezza e di pace quasi al centro di Mosca, aggirandomi nel piccolo cimitero e cercando tra le tombe coperte di neve, quelle dei personaggi famosi che vi hanno trovato la pace. Il volto severo di Mayakovsky e il semplice cippo di Bulgakov, e Chekhov, Gogol e la stele di Eisenstein; i grandi musicisti e l'ironia della tomba di Khrushchev, con il monumento scolpito da Neizvestny che in vita aveva sempre tacciato di arte degenerata. Avevo l'aereo l'indomani mattina e non volevo lasciare la città senza essere stato al Bolshoi, non importa a vedere cosa. Mi infilai quindi nella metro scendendo alla Teatral'naja, una delle più belle stazioni, coperta da marmi bianchi che le malelingue dicono sottratte da Stalin direttamente dall'abbattimento della cattedrale del Redentore (effettivamente le date coincidono) e dalle stupende maioliche in bassorilievo che ricoprono il soffitto. Emerso nella piazza del teatro, mi apprestai a risolvere il problema della ricerca del biglietto. Questa di procurarsi i biglietti, a Mosca, è una cosa curiosa. Per qualunque evento serva o per prendere un aereo o un treno, nessuno pensa di andare alla biglietteria, dove pare siano sempre esauriti, ma bisogna conoscere qualcuno che, tramite amici, conosca il posto dove ce ne si possono procurare. Zhenia, a cui mi ero rivolto il giorno prima, mi avea fatto un tortuoso giro di parole, parlandomi di amici degli amici che forse potevano procurarmi qualcosa, ma mi era parso troppo vago e sapevo che, in prima battuta, non voleva mai dire di no, quindi lasciai perdere. Speravo di trovare direttamente sulla piazza il consueto gruppo di bagarini in cerca di turisti spaiati. Così mi aggiravo davanti al frontone neoclassico del teatro, quando individuai un gruppetto di individui dalle facce interrogative che si guardavano intorno fiutando affari. Il primo a cui mi avvicinai, allargò contemporaneamente il sorriso e la tasca mostrandomi denti ricoperti d'acciaio e un pacco di carte. "Bil'eti?" propose cauto. "Karoshie miesta?" domandai speranzoso di attenere una buona posizione. "Prikrasnie!" magnifici, assicurò l'astuto mangiafuoco, addolcendo la voce per quanto possibile e, piantina del teatro alla mano, mi illustrò la buona disposizione dei suoi biglietti. Iniziammo la trattativa e mi stupii della rapidità con cui concludemmo sui 250 rubli, circa 8 dollari e col mio tagliando in mano salii per il magnifico scalone affascinato dagli stucchi e dalla bellezza delle sale senza preoccuparmi neppure di cosa andavo a vedere. Era il teatro in sè, con la sua carica di storia e di bellezza che mi interessava e mi stordiva, salendo le scale lentamente, a fianco di signore vestite con cura, che parlavano a bassa voce, come si faceva anche da noi, ma tanto tempo fa. Molte uscivano dale toilettes dove erano andate a cambiarsi gli scarponcini sporchi di neve e di ghiaccio con cui erano arrivate a piedi, per esibire scarpine leggere col tacco alto, eleganti, di finto taglio italiano, desiderio irrealizzato. Si lasciava poi il pacchetto al garderobe assieme ai cappottini con i colli di pelliccia e i bei colbacchi di visone, ricevendo in cambio da deliziose vecchie signore con camicette di pizzo, un bigliettino ed un piccolo binocolo d'avorio. Salire verso l'alto sempre di più, forse il mio posto non era poi così magnifico. Finite le scale sbucai nel loggione, dove una gentilissima maschera mi indicò un gruppo di sedie di legno ammassate sull'ultimo gradone. Alla faccia del bel posto! Avevo comunque una perfetta visione del bellissimo soffitto e del maestoso lampadario, essendovi per la verità, vicinissimo e comunque il palco si vede bene da tutte le posizioni. Mi accoccolai facendomi il più stretto possibile tra due balene bionde in camicetta semitrasparente che, strabordando dagli schienali mi tenevano diritto contro il duro schienale. Mi presero subito in simpatia, apprezzando lo straniero che si interessava tanto alla cultura russa, ma si sa, gli italianzy amano tanto la musica... Così scoprii, mentre il sipario si apriva, che mi sarei beccato il Boris Godunov, in versione integrale. Quattro atti, più il prologo, incluso il famigerato primo atto in cui nella segreta, il monaco Grigorij e Pimen si raccontano tragiche vicende in un dialogato di oltre mezz'ora, di norma elimininato anche nelle versioni più rigorose. Una lama nel costato, mortale, di oltre quattro ore, resa ancora più terribile dal formicolio che la mia posizione difficile mi procurava alle estremità. Solo la sala meravigliosa, le dorature, i velluti dei palchi, i visi estasiati delle mie vicine, edulcorarono il supplizio, intervallato, tra un atto e l'altro, dal rito dei butterbrodij con kalbasà e agurzy, tradizionali fette di pane e burro con salamaccio e cetrioli, distribuiti nei saloni antistanti i palchi, dove mi accompagnai di buon grado ai cetacei gongolanti. Uscii nella buia notte moscovita, con gli infrasuoni dei bassi profondi che ancora mi risuonavano nelle orecchie, in una atmosfera di altri tempi, in un passato presente in cui la periestrojka avanzava a fatica, distruggendo molte cose gradevoli e lasciando la maggior parte di quelle sgradevoli.

domenica 15 febbraio 2009

Zài jiàn

Due ideogrammi semplici, che si sovrappongono specularmente all'espressione italiana e della maggior parte delle lingue. Zài significa "di nuovo", Jiàn sta per "vedere", e se pur semplificato, in origine rappresentava un grande occhio sopra due gambe. La sproporzione dell'occhio nel confronto delle gambe sottolinea l'importanza dell'esperienza personale. "Meglio una cosa vista che cento ascoltate" diceva Zhao Chong Guo nel primo sec. a.C. , dopo aver osservato il campo di battaglia per adottare la strategia giusta che gli consentì di sconfiggere i generali tibetani e conglobare il Tibet nell'impero Han. Quindi "vedere nuovamente" o più semplicemente arrivederci. E' quello che ho detto venerdì al mio amico cinese, che se ne è tornato a Pekino. Continuando a frequentare di tanto in tanto l'Italia e soprattutto gli italiani, è diventato un cinese anomalo. Gli piace il parmigiano, la pizza con le acciughe e le olive e si porta a casa origano e semi, per piantare sul balcone basilico e prezzemolo. Vuole andare a sciare e gli piace il Brachetto d'Acqui. Ma per lui, gli italiani sono sempre gente strana e poco comprensibile. E' stupito dal nostro immobilismo, quando dice che viene ad Alessandria da 15 anni e le uniche cose nuove che ha visto fare sono un palazzo e il ponte Tiziano (detto il ponte di Barbie per le sue dimensioni). Gli italianio hanno poca voglia di lavorare, ma vogliono subito la soluzione delle cose. Ce l'hanno con la Cina illiberale e poi stanno facendo una legge che regolamenterà internet, ricalcata esattamente su quella cinese. Ci mettono anni per aggiungere una corsia a un centinaio di kilometri di autostrada; dicono che, al contrario dei cinesi, possono cambiare a loro piacimento i loro governanti, se ne lamentano continuamente e da quando viene da noi sono sempre gli stessi. Anche da loro, mi dice c'è crisi, quest'anno cresceranno solo dell'8%. Non gli è molto chiaro questo mondo, quando mi chiede di spiegare, guardandomi con l'occhio un po' malinconico; però ne sente la perversa attrazione e prepara la figlia a frequentare scuole all'estero. Siamo condannati ad apprezzare ciò che ci è lontano? La distanza annebbia i difetti e magnifica i vantaggi. Ma è sempre malinconico salutare un amico che parte.


Due amici, al momento dell'addio.

A nord, montagne verdi all'orizzante
mentre acque chiare a sud, cingono la città.
E' il luogo dell'addio: da qui
andrai solo, fino a dove!
Nubi sospese, vagano i tuoi pensieri;
quale antica amicizia, tra i raggi del tramonto.
Un cenno con la mano e te ne andrai così,
al sonoro nitrito del tuo cavallo in corsa.




Li Po, dinastia Tang, 701-762 d.C.

venerdì 13 febbraio 2009

In alto




Due ragazzi, una quarantina di anni fa e molti chili in meno, che sognavano di salire in alto, di realizzare delle cose, di costruire un futuro assieme.

Due persone che dalla vita hanno avuto tanto.


Grazie Tiziana, Buon San Valentino

giovedì 12 febbraio 2009

Mao o Gesar?

Chi, come me, è attratto dal fascino dlela cultura orientale, non dovrebbe mancare di vedere il MAO a Torino e mai nome fu più azzeccato. Aperto da pochissimo nell' antico palazzo Mazzonis, espone su cinque piani una ricca serie di pezzi, alcuni molto importanti, basti ricordare la celebre Onda di Hokusai, che illustrano con completezza tutti gli aspetti delle varie forme artistiche orientali. Dall'arte del Gandara così vicina alla nostra sensibilità, alle sculture indiane; dalla ricca collezione che spazia in tutte le dinastie cinesi con particolare attenzione al rinascimento cinese del periodo Tang, allo spazio giapponese, forse il più ricco, di cui vediamo una meravigliosa statua lignea di un guardiano del tempio, senza trascurare l' arte islamica e la regione himalaiana. L'esposizione dei pezzi è molto suggestiva e l'insieme si gusta veramente con piacere, lasciando il desiderio di tornare ed approfondire, di aver fatto tutto troppo in fretta. Tutta la sezione dedicata al Gandara, ricca dei reperti in parte provenienti dagli scavi italiani a Botkara nella regione dello Swat pakistano, è certamente il trait d'union che lega i nostri mondi nella grande contaminazione avvenuta dopo l'ellenismo, ma per chi ha l'occhio fino ed è alla ricerca di quei labili contatti che il nostro mondo ha sempre avuto con l'Oriente anche più segreto e nascosto, al terzo piano c'è una chicca per intenditori. Ecco infatti comparire su una bella tanka tibetana illuminata da un faretto, vittorioso su di un cavallo circondato dalle fiamme della sua potenza distruttrice di nemici, un curioso personaggio dell'Olimpo tantrico himalayano. Si tratta di Gesar di Khrom, una divinità nota come conquistatore di regni e distruttore di orde nemiche.
Che c'entra con noi? C'entra, c'entra. Infatti, questa nostra barbuta divinità minacciosa, altri non sarebbe se non Cesare di Roma, della cui potenza e importanza anche al centro del Tibet sembavano avere piena contezza, tanto da divinizzarla a tacito riconoscimento della sua incombente e trasversale presenza in tutto il modo antico, dalla Cina a Gibilterra.
Sono le piccole sorprese che confermano quanto fossero presenti i contatti e le influenze non soltanto artistiche tra le culture nel mondo antico. Non passerete un pomeriggio invano.

mercoledì 11 febbraio 2009

Libertà

Anche se ieri le è stata perpetrata l'ultima, ennesima violenza di una inutile autopsia, adesso Eluana è libera. I corvi se ne stanno a poco a poco andando a becchettare altre vittime. Adesso, per favore, spegnete finalmente le telecamere.

Concordo completamente su quanto scrive qui sul suo blog la mia amica Adriana. Non voglio dire niente su chi si serve di tutto questo per un altro fine.

martedì 10 febbraio 2009

Il mondo è piccolo

L'incontro con le due donne Himba ci aveva lasciato le camicie sporche di rosso proveniente dall'impasto di grasso e sangue animale con la terra, di cui le donne si spalmano il corpo per proteggere la pelle dai parassiti e renderla più morbida,attraente ed odorosa. Da qualche ora la Toyota seguiva una pista bianca che da sabbiosa si era mutata nel deserto ciottoloso del nord della Namibia. Il confine angolano non era molto lontano, quando la notte ci piombò addosso in pochi minuti, silenziosa come un commando, buia e senza stelle, senza avvertire. Cercavamo un campo tendato che ci aspettava, forse, a un centinaio di chilometri a nord di Opuwo, sulle rive di un fiume in secca. Questo per lo meno, è quanto ci aveva fatto capire il nostro autista, un Botswaniano dalla pelle rugosa e cappellaccio da cacciatore bianco, poco loquace e quel giorno ancor più parco di parole. Mentre le due lame di luce fioca dei nostri fari, cercavano la strada, girava la testa qua e là stringendo le fessure degli occhi per interrogare il deserto, cercando indizi, segnali, risposte difficili da interpretare. Non riuscivamo a procedere a più di 20/30 all'ora, sia per la difficoltà della pista, che per l'oscurità che ci avvolgeva. Dopo un paio d'ore di caligine nel nowhere, la preoccupazione inespressa dei terzi trasportati, non usi alle incertezze africane, si faceva spazio con colpi di tosse, spostamenti nervosi e occhiate interrogative scambiate con sguardo dubbioso. Non appariva chiaro se era la pista a zigzagare nel bush o la macchina che tentava di trovare un appiglio conoscitivo tra le rocce tutte uguali, tra i bordi ripetitivi. Ad un ennesimo tentativo di interrogazione muta, l'autista bofonchiò un no problem per nulla rassicurante. La notte sconosciuta genera paure dimenticate, di altri tempi e di altri luoghi, raccontati o soltanto letti, di incubi lontani. Passò altro tempo, silenzioso e denso, quando d'un tratto in lontananza parvero comparire delle fioche luci tremolanti, come di fuoco da campo. Con un largo giro, la macchina si diresse decisa verso la speranza, assopendo il timore di uno sconfinamento in Angola, cercando comunque un punto fermo, per comprendere dove eravamo finiti, se ci eravamo persi o ritrovati. Man mano che ci avvicinavamo, scrutavamo lo sguardo del cacciatore, che rimaneva inespressivo o forse dubbioso, così almeno ce lo faceva apparire la paura. I fuochi erano più vicini e scoprivano masse scure inquietanti. Arrivammo vicini senza capire; era un campo e da un varco uscirono due sagome nere che si avvicinarono alla macchina, guadagnando terreno verso di noi che eravamo scesi titubanti. Guerriglieri, predoni? Uno dei due mi puntò una torcia in faccia e subito sentii una voce strozzata che diceva:-Ma, dottore, cosa ci fa qui?- Appena la luce scoprì anche il suo volto, rimasi interdetto. Lo sguardo sorpreso di un importante fornitore della nostra azienda mi colse nella situazione di "Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico disperso in Africa?". Annaspai alla ricerca di una spiegazione e mi uscì soltanto un:- Ingegnere, avevamo urgente bisogno di una pressa da 200 tonnellate e la stavo cercando dappertutto!- Era il nostro campo e finì a spiedini di kudù e sidro namibiano attorno al fuoco. I leoni avrebbero aspettato almeno fino all'alba per attaccare.

lunedì 9 febbraio 2009

Incontrare, vedere, capire, xué

Una bella domenica, una bella giornata di sole dopo tanta pioggia. Che piacere trascorrerla con vecchi e nuovi amici, a guardare ed apprezzare maestri strardinari, a cercare di capire qualcosa di più dell'anima dell'Oriente, a tentare di imparare qualche cosa. Il multistage regionale F.I.Wu.K di discipline cinesi ad Alba è stata un'occasione rara per vedere contemporaneamente, tante tecniche così diverse tra di loro eppure così uguali nel fondamento, dense di concetti trasversali che le uniscono e che ne fanno un unico corpus indissolubile. Dalla quasi staticità dell' Yi Quan che semplifica e riduce all'essenza la devastante potenza dell'energia interna comune a tutti gli stili, ai movimenti circolari del Ba Gua, passando attraverso la velocità incredibile del Liu He Tang Lang Quan (il combattimento della mantide delle sei armonie), alla lenta e morbida meditazione in movimento del Tai Ji nel cadenzato stile Yang e nel potente stile Chen, fino alle interpretazioni molto pratiche del Long Quan della Cina meridionale, vicino al Viet Vo Dao e del competitivo ed agonistico Sanda. Un grande ringraziamento quindi al Delegato Regionale F.I.Wu.K. Livia Dutto che ha voluto organizzare una giornata che ha dato molto a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di partecipare. Nuove amicizie per potersi rivedere in molte altre prossime occasioni.

sabato 7 febbraio 2009

Tagliare o potare?




Oggi ho nostalgia di amici lontani e quindi anche di terre lontane. Forse è come quando, al contrario si è lontani e si ha nostalgia della terra natia o forse no, ma mi sento comunque vicino a Li Yu un altro grande poeta della dinastia Tang, quando diceva:





Solo ed in silenzio sull’alta torre ovest.

La luna è come un gancio appeso nel cielo.
In fondo al cortile il fresco autunno
Incatena il platano solitario.
Non è giusto spezzarne i rami, ma bisogna potarlo
Riordinando ciò che è ancora confuso
Senza preoccuparsi di tagliare.
Ma che tristezza essere lontano dal paese natio.
Che sapore indicibile in fondo al cuore.



venerdì 6 febbraio 2009

Yín háng

La coppia di caratteri che esaminiamo oggi, definiscono, come è consueto nel cinese moderno, una realtà nuova con concetti antichi. Il primo (Yín ) è composto di due parti più semplici, quello di sinistra significa "metallo", uno dei cinque costituenti della natura secondo il Tao, assieme ad acqua, fuoco, aria e legno, secondo un concetto comune con cui anche i nostri prearistotelici tentavano di spiegare la complessità del cosmo. Sembra essere la stilizzazione di una copertura sotto la quale si scava per strappare alla terra le parti da cui si ricavano i metalli di cui la Cina è sempre stata povera; scavo che bisogna tenere nascosto appunto per non suscitare ai vicini insani desideri. La parte destra invece significa "duro, potente". Insieme danno il concetto di "argento" un metallo che serviva a coniare le monete, che dava il vero potere, quello economico. Il secondo carattere (Háng) invece è la stilizzazione di un concetto abbastanza complesso. Trasformatosi in maniera elegante, era all'inizio la rappresentazione di un incrocio di due grandi strade e così si trovava nei primi esempi incisi su ossa di animali. L'incrocio delle vie ha sempre rappresentato in tutte le culture, l'incontro tra le genti e le persone, il movimento da cui è nato lo scambio, il commercio. Infatti il carattere ha mentenuto due significati. Il primo è quello di "camminare" che vede nell'incrocio di strade la rappresentazione dello spostamento fisico delle persone, ma poichè proprio da questo muoversi e incontrarsi nasce l'economia, il carattere ha cominciato a rappresentare ciò nasceva negli incroci delle strade, il mercato, le botteghe, il negozio. Ecco dunque che nel cinese moderno, il "negozio dell'argento" non significa altro che "banca" e cioè il luogo fisico dove la gente si incontra per comprare (o vendere) il metallo che serviva come moneta di scambio. Scambio fisico certo, metallo contro beni o magari servizi. Poi noi, al seguito degli Stati Uniti, per un decennio almeno siamo andati a raccontargli che le loro "banche" erano assolutamente inadeguate alla finanza moderna, che dovevano darsi una mossa se volevano entrare a pieno titolo nel flusso mondiale degli scambi telematici, che i loro sistemi non avrebbero retto di fronte alla moderna intermediazione che, con sapienza e arguzia, creava nuovi strumenti, derivava titoli complessi ma efficientissimi, altro che scambi di pezzi di metallo! Adesso i manager delle banche cinesi sono un po' frastornati, non sanno bene a cosa credere; hanno in cassa montagne di crediti (di carta però non in pezzi d'argento) e per questo non si sganasciano dalle risate come vorrebbero e un po' di proccupazione ce l'hanno anche loro, però dentro gli viene da sorridere quando sentono le contorte scuse delle teste fini che erano così avanti. Si ricordano per la verità, che la carta al posto dei pezzi d'argento l'avevano già inventata loro ottocento anni fa e Marco Polo, che pure era furbo, ne era rimasto basito, ma ai "banchieri" che non avessero coperto la carta con i dovuti pezzi d'argento, Kubilai Khan il buono, avrebbe senza astio tagliato subito la testa, non prima, per monito, di averli sottoposti alla tortura detta delle mille morti. Niente bad bank o bad company, via le teste, chiaro? Quanto lavoro, oggi, se il povero imperatore fosse ancora in vita!

giovedì 5 febbraio 2009

Elogio della follia

Si può essere geni senza essere pazzi? Forse no. Cosa sarebbe stata la pittura di Van Gogh, se invece di un decennio di folle ed ansiosa corsa verso il climax finale del suicidio, avesse trovato una tranquilla e ben retribuita carriera, osannata dalla critica, per altri quarant'anni, nessuno può dirlo. Ma, le facce scavate, i corpi contorti nella fatica di vivere che ho avuto il privilegio di gustarmi ieri sulle pareti di Santa Giulia a Brescia raccontano che forse il tratto fuggente e disperato ed i rutilanti colori si sarebbero spenti irrimediabilmente nella serenità, nella opaca e tranquilla avvedutezza della sanità mentale. Un percorso straordinario che ti accompagna dai primi disegni malfermi, alle ultime opere sfuggenti nella rutilante disperazione della pazzia. Ossessione in tutto, a cominciare dai continui dubbi sulla sua capacità a disegnare, in una continua ricerca di migliorare il tratto, le posture, i significati, la resa dei soggetti che manifesta nelle splendide lettere al fratello Théo, questo pidocchioso mercante che lo mantiene, vero, ma a continuo stecchetto dosandogli non solo i quattro soldi per mangiare, ma anche pennelli, carta, colori, rimarcando sempre e comunque, anche senza dirlo, il peso di questo incapace fratello "sbagliato" che insegue i fantasmi della sua mente. Che nel manicomio della Provenza, lo obbliga a creare un capolavoro, perchè con solo un pennello talmente consumato da impedirgli di dipingere, lo obbliga a raschiare la tela, a scolpire la densità materica del colore con la sua ossessione disperata che tenta sfuggire dal quadro stesso. Mentre lui disegna e si deprime perchè "il disegno del seminatore appare in realtà come il disegno di un modello che finge di essere un seminatore", disperato perchè crede di non avere la capacità tecnica di fissare la verità dell'anima che lo circonda; mentre cerca di fissare nel tratto della matita da falegname, la disperazione dei corpi e la fatica di vivere dei "Mangiatori di patate", quel meschino mercantello gli suggerisce di dare un po' più di colore attorno ai disegni e aggiungere qualche tocco di ambiente, che magari quegli sgorbi si potrebbero vendere a qualcuno (non lo dice, ma evidentemente lo pensa) poco avveduto ed intenditore. Una incapacità di comprensione che lo porta a tenere in cantina le opere di quel fratello figlio di un Dio minore; un peso per la famiglia, che lui deve comunque accollarsi. Una mostra staordinaria dunque, una sequenza di quadri unita alle struggenti lettere (indispensabile chiave interpretativa), che evidenzia immagine dopo immagine, l'ansia di inadeguatezza ad un mondo che vuole risultati, che giudica in base al rendimento effettivo, che misura le capacità in seguito ai sondaggi ed al gradimento delle folle, che spinge quindi il genio verso il margine e verso la definitiva follia. Allora sì che ne intravede le possibilità commerciali, magari trasformabili in derivati, allora sì che lo accetta e se ne fa bandiera. Sorprendentemente attuale, no?
Grazie all'organizzazione, ma il prossimo anno niente più ...ehehehe. Se una cosa è fatta bene, va eliminata, chè potrebbe far scuola e creare problemi (direbbe il mio amico Paularius del pianeta Surakhis).

martedì 3 febbraio 2009

Cronache di Surakhis 7: Noia

Non c'era bella gente nel bar di Grunchy. Il soffitto basso, la scarsa aerazione causata dalla mancaza di aperture verso l'esterno, il colore cupo delle pareti, contribuivano a creare un'atmosfera di indolente inquietudine e di vizio tollerato. In fondo, dietro al bancone dove Grunchy serviva i suoi intrugli, dove la luce calava ulteriormente, si imbucavano generalmente gruppi di Urmiti a fumare le loro porcherie, dopo aver acchiappato qualcuna delle ragazze del bar con quei tentacoli umidicci che a qualcuna piacevano tanto. Nel centro, su di una pedana bassa, un piccolo gruppo di Denebiani suonava una musica lenta, pestando sui tasti dei loro strumenti da naso con dissonanze trifoniche fastidiose ai più, ma fortunatamente con un volume piuttosto basso se non si consideravano gli infrasuoni, che grazie al cielo non sentiva quasi nessuno. Paularius e i suoi quattro amici se ne stavano defilati, in un angolo vicino all'ingresso, con la possibilità di controllare chi entrava ed usciva. Anche se la sua miniera era ancora chiusa, era tornato su Surakhis per tenere sotto controllo la situazione. Aveva lasciato il rifugio di Voghera di notte, senza farsi notare. Sulla Terra, la gente non considerava neppure la possibilità di vita al di fuori del pianeta, anche se ce ne era un sacco in giro sotto copertura; nessuno sospettava neanche che un alieno fosse a capo del governo, eppure bastava sentire le sue esternazioni giornaliere per capirlo. Meglio così, meno la gente capisce, più è facile governare. Era arrivato su Surakhis in tempo per partecipare al Gran Consiglio, ma adesso c'era poco da fare, così consumava le giornate con i quattro amici di sempre mangiando braciole di knut con abbondante birra nera. Le ragazze li interessavano poco ormai; quelle del bar di Grunchy, poi, era proprio roba scadente, non si poteva neanche più permettere intersex decenti e quelle poche appetibili avevano sempre troppe tette, dieci, dodici e anche di più, roba che andava bene per i turnisti delle stazioni spaziali. L'olografo in mezzo al bar trasmetteva una partita di quippeck, così cominciarono a scommettere qualche credito su quale giocatore sarebbe stato tagliato in due per primo, ma erano squadrette di quarta serie e le lame affettavano i giocatori troppo in fretta per essere divertente. Una vera palla. Dopo un'altra mezz'ora Nobrain, scolata l'ultima birra, lanciò l'idea. -Sentite, qua è un mortorio, andiamo a fare un giro al porto. Ci sono sempre un sacco di Andromediani illegali che dormono sotto il ponte, ne prendiamo un paio, li copriamo di nitrotoluene e vediamo chi brucia prima, dai, ci facciamo un sacco di risate!- Paularius si alzò e spinse Zogus e Bittercatz : - Ma sì, divertiamoci un po' se no qui ci si addormenta, ma passiamo dietro il bar se no incocciamo in quei rompiballe dei Morigeratores che hanno sempre qualcosa di dire su tutto.- Si aggiustarono il fazzolettino verde nel taschino, tanto per essere a posto e uscirono sghignazzando. Grunchy diede un'altra passata al bancone sudicio, lanciando loro uno sguardo storto dall'occhio posteriore: -Ragazzi....- biascicò scrollando la testa.

domenica 1 febbraio 2009

Credit cards, una bolla speculativa

In America qualcuno dice che il disastro è cominciato quando con un rettangolo di pastica, tutti si sono sentiti autorizzati a comprare quello che non si potevano permettere e questo mi ha ricordato la chiosa che mancava nell'avventura turkmena del post Cocoons dell'altro giorno. Riprendo dunque dal punto in cui lasciammo Bulik ed Andrej sulla porta della Banca Nazionale Turkmena. Sfogata la rabbia contro i nostri accompagnatori, cercammo prima di mettere qualcosa sotto i denti e finimmo in una squallida stalovaija indicataci dall'albergatore, dove in un puzzo da ospedale psichiatrico dell'ottocento, ci trincerammo dietro ad un tavolaccio coperto alla meglio da una tovaglia, dove le parti non chiazzate da unti diversi per qualità ed epoche, erano poco evidenti. Preceduta da un grato effluvio di cavolo bollito, un rubicondo e cospicuo donnone arrivò direttamente con due scodelle sbrecciate di chorba bollente, ricca a sufficienza di peperoncino per anestetizzarci completamente il cavo orale, così da impedirci di contestare i sapori di un secondo costituito da cavoli e altri materiali proteici nerastri di difficile identificazione. Stefania aveva tentato, pronunciando interrogativamente la parola menu, di renderci partecipi alle decisioni del mastro di mensa, ma una specie di ghigno senza parole le avevano subito tolto ogni velleità. Lasciammo sulla tovaglia marezzata i couponi che ci eravamo procurati all'ingresso con i tenghé rimasti e subito ci dirigemmo decisi per risolvere il problema più importante: trovare i biglietti aerei che ci avrebbero permesso di abbandonare per sempre Asghabad, la perla del deserto del Turkestan. Questa dei biglietti è una cosa curiosa, ma assai normale nel periodo sovietico. Bisognava subito lasciare da parte idee strane e ridicole, come recarsi alla biglietteria e comprarli. Era d'obbligo invece, avere qualche conoscenza o amicizia che sapesse indicare una struttura dove, in qualche meandro segreto si trovava un ufficio in cui, a volte, si trovavano i biglietti cercati. Il bancario, che ci aveva visto abbacchiati e poichè sembravamo persone serie, si era fatto carico, tramite un amico, di indicarci il palazzo giusto. Come in una caccia al tesoro, Stefania risolse alfine il bandolo della matassa che ci permise, chiedendo qua e là, di accedere ad un sotterraneo dove, in fondo ad un corridoio c'era un ufficio con una grata di sbarre lucenti. L'addetta, alla vista di due stranieri spaesati ma decisi, si risvegliò dal torpore postprandiale e cercò di esibire quello che riteneva essere un sorriso. Scoprì quindi due arcate dentali, completamente ricoperte di acciaio inox, che seppure inquietanti, non ci furono d'ostacolo, anzi i biglietti per il pomeriggio furono staccati senza ulteriori problemi. Al momento di pagare, esibimmo la mia carta di credito Visa. Squalo (ormai l'avevamo battezzata così) rigirò tra le mani il rettangolo di plastica con aria interrogativa, che non mutò anche alla successiva presentazione di carta American Express, chiedendo cosa dovesse fare di di quei curiosi oggetti. Alle spiegazioni di Stefania illustranti l'utilizzo della carta di credito, scoppiò in un riso irrefrenabile, chiamando a sè i suoi sodali, una biondotta slavata che si stava coprendo di rossetto consistenti porzioni di epidermide ed uno scurissimo figuro con un unico sopracciglio cesposo che gli incorniciava entrambe le arcate. Vollero ancora farsi spiegare più volte l'utilizzo del mezzo, senza voler credere che dei matti volessero comprare biglietti mostrando dei pezzi di plastica. Con i dollari che avevo come di consueto nascosto nella tasca da mutanda, risolvemmo il problema e lasciammo il luogo seguiti dai lazzi dei tre che ci davano degli italiani burloni. Attraversammo la città scalcagnata come la Zhigulì che ci portava all'aeroporto nuovo di zecca, inaugurato da pochi giorni, tutto marmi italiani, telecamere, scale mobili e porte scorrevoli automatiche. Il gabelliere mi succhiò ulteriori 50 dollari adducendo imprecisioni nelle papke di espatrio, quindi uscimmo verso la porta che ci avrebbe consegnato al tunnel dell'aereo, alla libertà. Purtroppo la porta automatica non si aprì, non funzionava, come la quasi totalità dell'aeroporto. Quando giunse un omino per sbloccare il meccanismo ed aprire le ante, corremmo verso la salvezza. La puzza di gatto morto ci seguì fino a Mosca.

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