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domenica 6 marzo 2022

Quali erano i giorni felici?

 

Novyj Sviet - Crimea

Voglio riproporvi questo vecchio post di una decina di anni fa, in cui argomentavo della tendenza dell'anziano a trovare meravigliosi i momenti del passato, quando forse invece si tratta solo di un rigurgito di invidia per la giovinezza perduta. Alla luce di quanto sta accadendo però, parlare di giorni felici, quando si pensa a terre martoriate, non è proprio parlare a sproposito, quindi a ricordo di un caro amico russo e di un altro caro amico ukraino, ecco qua riemergere una chiacchierata che rimanda a giorni ancora piu' lontani, insomma ciò che si può definire il ricordo di un ricordo, una rimembranza al quadrato, per questo ancora piu preziosa ed importante per me e per i miei amici lontani, che spero non in difficoltà. 


L'amico Zhenja mi manda questa bella foto di Novyj Sviet, un paesino della costa della Crimea, affacciato su mar Nero e coronato alle spalle da montagne aspre, molto vicine alla struttura morfologica della nostra Liguria e che epidermicamente ha la stessa vocazione turistica e vacanziera. Non è che me la manda, insieme ad altre, di tanto in tanto, perché è un appassionato di fotografia e gli piacciono le belle immagini. Lo fa perché vuole ricordare con me, quelli che lui chiama i giorni felici, contrapposti a quelli che invece sono i giorni bui, quelli per cui bisogna mettere da parte qualche cosa per salvarsi dalla catastrofe che sicuramente arriva. Credo che sia una tipica espressione della melanconia russa. Per noi è invece semplicemente quel rimpianto del passato, categoria propria degli anziani per i quali ogni cosa appartenuta al tempo trascorso è bella e desiderabile, mentre il futuro è in ogni caso denso di nubi nere e popolato di ombre paurose. Il presente invece latita, fugace come è giusto che sia, sempre deludente e inferiore alle aspettative. E' un nostro brutto vizio quello di identificare a priori la freschezza e la forza nel nostro passato, momento in cui il corpo rispondeva vigorosamente agli stimoli e pareva pronto ad ogni sfida, con la situazione oggettiva di quei momenti.

Sono passati quasi venti anni da quando ero pressappoco nella posizione dell'uomo ritratto nell'immagine a guardare quel piccolo paese dall'alto, che allora viveva di un turismo sovietico poverissimo, con la piccola spiaggia sassosa gremita di lavoratori spaiati, senza il coniuge, perché solo loro avevano avuto dalla fabbrica la putiovka, la vacanza premio per l'operaio meritevole del mese, mentre la moglie invece l'avrebbe avuta magari il prossimo anno e in un sanatorij a Kislovodsk. Guardavo le mura ancora salde della Forteza Genovese, lasciata lì otto secoli prima dalla lontana repubblica marinara al massimo del suo splendore, aggrappate alla roccia della montagna, avamposto di una globalizzazione che il mercante ha sempre voluto con tutte le sue forze, in ogni tempo, possibilità e promessa di crescita e benessere per tutti. Calcavo sentieri percorsi anche dal giovane Marco Polo all'inizio della sua avventura, mercante anch'io come lui alla ricerca di opportunità, ma mai privo della curiosità per quanto si riesce ad abbracciare con lo sguardo. Davanti a noi Valentino, con la sua pensione da colonnello di 20 dollari, che voleva vendere la sua Pobieda a qualche ricco collezionista occidentale di auto. Valeva di certo 50.000 dollari, ne era sicuro, una fortuna, avrebbe presto risolto tutti i suoi problemi. Quelli erano i giorni felici? 

Anche se gli scaffali dei negozi erano tristemente vuoti, anche se la colazione era di due fette rinsecchite di kalbasà e agurzy in composta, anche se sui muri scrostati delle piazze di Sebastopol c'erano manifesti che mettevano in guardia dalla peste bubbonica, invitando a bollire l'acqua. L'anziano pensa sempre di sì, perché allora le gambe erano forti e il mondo sembrava tutto da conquistare. Quelli erano giorni felici, passati a bere vodka in un kolkoz sperduto vicino a Mariupol, ad ascoltare un direttore annoiato che raccontava i suoi giorni felici quando faceva il consigliere militare a Cuba al tempo dei missili. Il mio amico russo pensa invece con nostalgia al tempo in cui arrivava a casa col suo stipendio arrivato finalmente a 300 vecchi rubli, gli sembrava di avere il mondo in mano e nulla contava se lo zio che raccontava le barzellette su Stalin un giorno era scomparso, la sedia era restata li vuota e nessuno ne aveva più parlato. Erano giorni felici quando sul treno che andava verso sud la dejurnaja del vagone ti chiedeva se volevi thé indiano o cinese e non pensavi a quei ragazzi che stavano nell'altra camera della komunalka, vicino alla tua, che avevano rubato due sacchi di carbone alla ferrovia e si erano beccati il quartino, 25 anni di campo in Siberia. Certo, quando c'era Lui, le cose funzionavano però. Questo è l'anziano. Davanti solo giorni bui, volgendo lo sguardo indietro solo i giorni felici della giovinezza perduta.


La Pobieda di Valentino


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lunedì 31 agosto 2020

Luoghi del cuore 54: Giorni felici in Crimea

Novyj Sviet - Crimea - maggio 1994

La costa vicino a Yalta
La bellezza di un luogo ha la sua indubbia importanza quando si deve procedere alla lista dei luoghi del cuore, tuttavia, come ho già avuto modo di ricordare; un altro punto dirimente è rappresentato da quella che potremmo definire sindrome dei giorni felici. E' indubbio che più acqua passa sotto i ponti e più un luogo ti appare nella sua temporale lontananza come un luogo indimenticabile, proprio perché vi hai trascorso giorni memorabili e degni di essere impressi nella tua testa e nel tuo cuore. L'amico Zhenja, ad esempio, mi ha mandato questa bella foto di Novyj Sviet, un paesino della costa della Crimea, affacciato su mar Nero e coronato alle spalle da montagne aspre, molto vicine alla struttura morfologica della nostra Liguria e che epidermicamente ha la stessa vocazione turistica e vacanziera. Non è che me la manda, insieme ad altre, di tanto in tanto, perché è un appassionato di fotografia e gli piacciono le belle immagini. Lo fa perché vuole ricordare con me, quelli che lui chiama i giorni felici contrapposti a quelli che invece sono i giorni bui, quelli per cui bisogna mettere da parte qualche cosa per salvarsi dalla catastrofe che sicuramente arriva. Credo che sia una tipica espressione della melanconia russa. Per noi è invece semplicemente quel rimpianto del passato, categoria propria degli anziani per i quali ogni cosa appartenuta al tempo trascorso è bella e desiderabile, mentre il futuro è in ogni caso denso di nubi nere e popolato di ombre paurose. Il presente invece latita, fugace come è giusto che sia, sempre deludente e inferiore alle aspettative.


Un lido della Crimea
E' un nostro brutto vizio quello di identificare a priori la freschezza e la forza nel nostro passato, momento in cui il corpo rispondeva vigorosamente agli stimoli e pareva pronto ad ogni sfida, con la situazione oggettiva di quei momenti. Sono passati quasi trenta anni da quando ero pressappoco nella posizione dell'uomo ritratto nell'immagine a guardare quel piccolo paese dall'alto, che allora viveva di un turismo sovietico poverissimo, con la piccola spiaggia sassosa gremita di lavoratori spaiati, senza il coniuge, perché solo loro avevano avuto dalla fabbrica la putiovka, la vacanza premio per l'operaio meritevole del mese, mentre la moglie invece l'avrebbe avuta magari il prossimo anno e in un sanatorij a Kislovodsk. Guardavo le mura ancora salde della Forteza Genovese, lasciata lì otto secoli prima dalla repubblica marinara al massimo del suo splendore, aggrappate alla roccia della montagna, avamposto di una globalizzazione che il mercante ha sempre voluto con tutte le sue forze, in ogni tempo, possibilità e promessa di crescita e benessere per tutti. Calcavo sentieri percorsi anche dal giovane Marco Polo all'inizio della sua avventura, mercante anch'io come lui alla ricerca di opportunità, ma mai privo della curiosità per quanto si riesce ad abbracciare con lo sguardo. Davanti a noi Valentino, con la sua pensione da colonnello di 20 dollari, che voleva vendere la sua Pobieda a qualche ricco collezionista occidentale di auto. Valeva di certo 50.000 dollari, ne era sicuro, una fortuna, avrebbe presto risolto tutti i suoi problemi. Quelli erano i giorni felici?

Forteza Genovese
Anche se gli scaffali dei negozi erano tristemente vuoti, anche se la colazione era di due fette rinsecchite di kalbasà e agurzy in composta, anche se sui muri scrostati delle piazze di Sebastopol c'erano manifesti che mettevano in guardia dalla peste bubbonica, invitando a bollire l'acqua. L'anziano pensa sempre di sì, perché allora le gambe erano forti e il mondo sembrava tutto da conquistare. Quelli erano giorni felici, passati a bere vodka in un kolkoz sperduto vicino a Mariupol, ad ascoltare un direttore annoiato che raccontava i suoi giorni felici quando faceva il consigliere militare a Cuba al tempo dei missili. Mikele che mi accompagnava pensava ai suo tempi felici quando al tempo delle varie guerre  passava da Cambogia ad Angola dove vendeva non ben precisati abarudovnija (macchinari), guardando gli occhi grigi di Lijuba che ci portava il thé. Il mio amico pensa con nostalgia al tempo in cui arrivava a casa col suo stipendio giunto finalmente a 300 vecchi rubli, gli sembrava di avere il mondo in mano e nulla contava se lo zio che raccontava le barzellette su Stalin un giorno era scomparso, la sedia era restata li vuota e nessuno ne aveva più parlato. Erano giorni felici quando sul treno che andava verso sud la dejurnaja del vagone ti chiedeva se volevi thé indiano o cinese e non pensavi a quei ragazzi che stavano nell'altra camera della komunalka, vicino alla tua, che avevano rubato due sacchi di carbone alla ferrovia e si erano beccati il quartino, 25 anni di campo in Siberia. Certo, quando c'era Lui, le cose funzionavano però. Questo è l'anziano. Davanti solo giorni bui, volgendo lo sguardo indietro solo i giorni felici della giovinezza perduta.


La Pobieda di Valentino


venerdì 14 giugno 2013

I giorni felici.

Novyj Sviet - Crimea

L'amico Zhenja mi manda questa bella foto di Novyj Sviet, un paesino della costa della Crimea, affacciato su mar Nero e coronato alle spalle da montagne aspre, molto vicine alla struttura morfologica della nostra Liguria e che epidermicamente ha la stessa vocazione turistica e vacanziera. Non è che me la manda, insieme ad altre, di tanto in tanto, perché è un appassionato di fotografia e gli piacciono le belle immagini. Lo fa perché vuole ricordare con me, quelli che lui chiama i giorni felici contrapposti a quelli che invece sono i giorni bui, quelli per cui bisogna mettere da parte qualche cosa per salvarsi dalla catastrofe che sicuramente arriva. Credo che sia una tipica espressione della melanconia russa. Per noi è invece semplicemente quel rimpianto del passato, categoria propria degli anziani per i quali ogni cosa appartenuta al tempo trascorso è bella e desiderabile, mentre il futuro è in ogni caso denso di nubi nere e popolato di ombre paurose. Il presente invece latita, fugace come è giusto che sia, sempre deludente e inferiore alle aspettative. E' un nostro brutto vizio quello di identificare a priori la freschezza e la forza nel nostro passato, momento in cui il corpo rispondeva vigorosamente agli stimoli e pareva pronto ad ogni sfida, con la situazione oggettiva di quei momenti.

Sono passati quasi venti anni da quando ero pressappoco nella posizione dell'uomo ritratto nell'immagine a guardare quel piccolo paese dall'alto, che allora viveva di un turismo sovietico poverissimo, con la piccola spiaggia sassosa gremita di lavoratori spaiati, senza il coniuge, perché solo loro avevano avuto dalla fabbrica la putiovka, la vacanza premio per l'operaio meritevole del mese, mentre la moglie invece l'avrebbe avuta magari il prossimo anno e in un sanatorij a Kislovodsk. Guardavo le mura ancora salde della Forteza Genovese, lasciata lì otto secoli prima dalla repubblica marinara al massimo del suo splendore, aggrappate alla roccia della montagna, avamposto di una globalizzazione che il mercante ha sempre voluto con tutte le sue forze, in ogni tempo, possibilità e promessa di crescita e benessere per tutti. Calcavo sentieri percorsi anche dal giovane Marco Polo all'inizio della sua avventura, mercante anch'io come lui alla ricerca di opportunità, ma mai privo della curiosità per quanto si riesce ad abbracciare con lo sguardo. Davanti a noi Valentino, con la sua pensione da colonnello di 20 dollari, che voleva vendere la sua Pobieda a qualche ricco collezionista occidentale di auto. Valeva di certo 50.000 dollari, ne era sicuro, una fortuna, avrebbe presto risolto tutti i suoi problemi. Quelli erano i giorni felici? 

Anche se gli scaffali dei negozi erano tristemente vuoti, anche se la colazione era di due fette rinsecchite di kalbasà e agurzy in composta, anche se sui muri scrostati delle piazze di Sebastopol c'erano manifesti che mettevano in guardia dalla peste bubbonica, invitando a bollire l'acqua. L'anziano pensa sempre di sì, perché allora le gambe erano forti e il mondo sembrava tutto da conquistare. Quelli erano giorni felici, passati a bere vodka in un kolkoz sperduto vicino a Mariupol, ad ascoltare un direttore annoiato che raccontava i suoi giorni felici quando faceva il consigliere militare a Cuba al tempo dei missili. Il mio amico pensa con nostalgia al tempo in cui arrivava a casa col suo stipendio arrivato finalmente a 300 vecchi rubli, gli sembrava di avere il mondo in mano e nulla contava se lo zio che raccontava le barzellette su Stalin un giorno era scomparso, la sedia era restata li vuota e nessuno ne aveva più parlato. Erano giorni felici quando sul treno che andava verso sud la dejurnaja del vagone ti chiedeva se volevi thé indiano o cinese e non pensavi a quei ragazzi che stavano nell'altra camera della komunalka, vicino alla tua, che avevano rubato due sacchi di carbone alla ferrovia e si erano beccati il quartino, 25 anni di campo in Siberia. Certo, quando c'era Lui, le cose funzionavano però. Questo è l'anziano. Davanti solo giorni bui, volgendo lo sguardo indietro solo i giorni felici della giovinezza perduta.

La Pobieda di Valentino


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lunedì 22 marzo 2010

Il Milione 3: peste e corna.


Beh, il nostro Marco aveva ben chiaro in testa di voler scrivere per tutti quelli che avessero interesse alla conoscenza del mondo, andando oltre le semplificazioni del sentito dire, ben conscio che conoscere gli altri significasse innanzitutto cominciare ad intendersi e ad apprezzarne i lati positivi e comunque portasse ad un arricchimento utile.

Ma proseguiamo nel primo viaggio esplorativo che i due Polo (padre e zio) avevano fatto qualche anno prima, lungo la cosiddetta Via della seta del Nord, quando li avevamo lasciati in Soldania su mar Nero, che corrisponde alla attuale Crimea, dove le repubbliche marinare avevano dei punti commerciali di riferimento. In particolare ancora oggi sono ben visibili le mura di una cittadina nei pressi di Yalta chiamata (in russo) Forteza Genovesa, avamposto dove ben protetti, avvenivano gli scambi con le genti dell'interno. Erano porti franchi dove giungevano genti da lontano a scambiare merci, come oggi al gran mercato di Odessa. Da lì cominciava sempre l' espandersi delle grandi pestilenze endemiche dell'Asia centrale che arrivavano in Europa a seminare la morte. Peste e colera che i marinai trasportavano oltremare. Ero a Sinferopoli una quindicina di anni fa e la città era tappezzata di manifesti che imponevano di bollire l'acqua del rubinetto, mentre gli ospedali erano intasati di casi di colera. Le persone giravano per la strada con pezzuole sul viso e non ti dava la mano. Ma la curiosità ed i racconti di genti incontrate nei mercati che narravano di lontane meraviglie e di grandi regni, li spinge ad andare oltre:

Cap.3

...Quand'è furono dimorati alquanti dì in Soldania, persaron di andare più oltre e missonsi in cammino tanto cavalcarono che pervennero a Bolgara e ad un' altra città la quale ha nome Ontaca alla fine delle Signorie del Ponente sul grande fiume...ed oltrepassatolo andarono per uno diserto lungo diciotto giornate e non trovarono niuna abitazione ma Tarteri che stavano sotto loro tende e viveano di loro bestiame...

E' facile immaginare il senso di straniamento che avranno provato lasciando la costa sicura e popolata per penetrare l'immensa pianura sarmatica da Kazan (Bolgara) fino al Volga per poi percorrere territori sconosciuti fino agli Urali meridionali ed oltre. Ottocento anni dopo, la vista del Volga ghiacciato mi lasciò ugualmente smarrito per le sue dimensioni inusuali e le lunghe giornate trascorse in treno attraverso la Baskiria da Samara a Ufa, circondato da un paesaggio sempre uguale dove l'uomo è assente, mi davano il senso di procedere nel nulla. Si dice in Russia che cento anni non sono tempo e cento chilometri non sono distanza. Ma in quel tempo non si pensava di dover arrivare almeno un' ora prima per il check-in e si poteva procedere secondo ritmi meno stressanti.


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http://ilventodellest.blogspot.com/2009/12/letargo-glaciale.html


venerdì 21 agosto 2009

Conoscenze linguistiche.

Sono sempre stato morbosamente attratto dalla capacità che hanno alcuni nell’apprendimento delle lingue, forse perché mi ha sempre affascinato capire i tortuosi percorsi logici degli idiomi, spesso così comuni tra di loro, spesso così lontani e diversi. Che bello poter essere un poliglotta, capire con facilità le persone che incontri per il mondo, poter far passare i tuoi concetti a chi ti è tanto lontano per cultura e mentalità. Certo è per questo che mi sono avvicinato, per curiosità e interesse a tutte le forme linguistiche a cui ho avuto occasione di passare accanto, per caso o per scelta, cercando di penetrarne, almeno superficialmente i segreti ed i punti di comunione. Purtroppo, per incapacità genetica o per pigrizia innata, non sono mai andato oltre a conoscenze molto superficiali, che non mi permettono di esprimermi bene in nessuna delle lingue di cui mi sono interessato (per la verità neppure in italiano, come dicono alcuni miei detrattori e come avranno spesso avuto modo di notare i miei 25 lettori), fedele anche alla mia filosofia tuttologica che è meglio fare tante cose male piuttosto che conoscerne una a fondo alla perfezione. Però ho sempre ammirato gli affabulatori linguistici come il mio amico Ferox che intorta i suoi ascoltatori in russo o cinese indifferentemente oltre ad un altro paio di idiomi, ma, in questo caldo pomeriggio d’estate, questo mi porta a ricordare un tiepido marzo in Crimea, terra di storia antica anche se un poco decaduta, quando conobbi un certo R. un commerciale di lungo corso che aveva battuto per oltre tre decenni le terre dell’Unione Sovietica in lungo ed in largo. Era costui dipendente di una ditta di trading che vendeva impianti di vario tipo e ci eravamo trovati a collaborare casualmente, nel tentativo di fornitura di una fabbrichetta di gelati nella neonata Ukraina dalle parti di Sinferopoli. Poiché una serie di manifesti sparsi per la città, mettevano in guardia circa una epidemia di colera che, a quanto sembrava, stava imperversando in città, ce ne stavamo rintanati in albergo a mettere a punto l’offerta, ma come capita nei momenti di rilassamento, prese a raccontarmi un po’ delle sue esperienze. Io che avevo tutto da imparare di quel mondo, lo ascoltavo rapito. Rimpiangeva soprattutto di non essere più giovane, per poter cogliere tutte le opportunità che quel mondo in rapido mutamento sembrava offrire. Con poche migliaia di dollari avrebbe comprato un impianto usato per fare ghiaccioli e avrebbe voluto iniziare un business vicino a Yalta, luogo ideale che si apriva al turismo interno. Scoprii che il costo del ghiacciolo è costituito quasi tutto dal bastoncino di legno che lo sostiene, circa 1 lira, tutto il resto mirabolanti guadagni; già si vedeva con uno stuolo di ragazzini alle dipendenze,con un contenitore pieno di ghiaccioli appeso al collo, da mandare in giro per le spiagge ed i luoghi di villeggiatura, i cosiddetti Sanatorji, e poi forniture ad alberghi, bar, insomma soldi a palate. Mi raccontava anche, con dovizia di particolari i modi con cui prendere i russi e le russe; lui grande bevitore aveva dimostrato la sua resistenza alla vodka, scolandosene più volte un boccale da birra, suscitando in questo modo sconfinata ammirazione nei futuri clienti che valutando la prestazione, avevano poi, prontamente firmato il contratto. Conoscevo anch’io l’importanza della convivialità nei rapporti d’affari laggiù, ma ero comunque convinto che la parte fondamentale fosse giocata anche dalla simpatia personale e dalla capacità di chiacchiera del soggetto, per cui gli espressi la mia invidia per come certamente, attraverso tutti quegli anni di permanenza, avesse ormai una padronanza perfetta delle sfumature della lingua russa che gli potevano permettere valutazioni fondamentali nelle trattative. Mi squadrò in tralice dal basso, essendo piuttosto piccolino seppur corpulento (come lo definiva Zhenjia) e poi mi disse in tono definitivo: - Dopo trenta anni di Russia, so dire solo buon giorno, buona sera e togliti le mutande, le uniche cose che servono in questo paese.- Sarà anche per questo che non ho poi molto approfondito neanche il russo, che pure è una lingua così affascinante. Un’altra occasione perduta, mentre me ne sto qui, in un bar di montagna, a succhiare un ghiacciolo alla cola e mi sembra di ricordare che, secondo R. sarebbe stato uno dei gusti più richiesti dalle signore del luogo.

venerdì 15 maggio 2009

Al fin la premiazione

Oggi corre l'obbligo di por fine al concorso a premi intitolato Forteza Genovese. Ebbene, come giustamente indicato da Laura, il luogo si trova in Ukraina, più precisamente in Crimea, sulla costa del Mar Nero, tra Feodosia e Yalta nei pressi della cittadina di Sudak. E' anche vero che, come ha confessato Laura stessa, in tempi di internet non è difficle svelare l'arcano, ma mi sarebbe piaciuto che si arrivasse a tanto solo se, bruciate tutte le possibilità della conoscenza pregressa e tuttavia morbosamente interessati a giungere alla soluzione, si considerasse questa alternativa come l'ultima spes. Così è stato e non me ne dolgo, a riconferma dell'utilità e della bontà del mezzo per arrivare al fine. Ovviamente mi avrete scusato se ci ho messo alcuni giorni per esaminare tutte le risposte, valutare le sfumature delle varie proposizioni, prima di decidere il vincitore definititivo. Ebbene habemus papam finalmente e questi è la stessa già citata Laura che, pur essendo stata l'unica concorrente (devo ammettere un minimo di delusione) ha indicato con precisione la location in questione. E' una bella cinta di mura ben conservata a guardia della costa, eretta dalla Repubblica di Genova nel XII secolo a difesa dei mercanti e base commerciale, evidentemente allora assai frequentata, date le dimensioni. Di qui passarono certamente i fratelli Polo nel loro primo viaggio, come descritto nel Milione. Un avamposto di Europa in terra di barbari predoni (vero Ferox?) dove l'acume e l'arguzia italiana facevano quello che gli Italiani hanno sempre saputo ben fare, vendere a tutto il mondo le eccellenze prodotte dalla loro capacità ed intelligenza. Questo è sempre stato l'unico modo per allontanare la decadenza. Ricerca del nuovo, produzione di qualità, capacità di illustrare e vendere il proprio prodotto. Meditate gente, meditate. Ma bando alle ciance, si assegni quindi il premio virtuale mostrato dall'immagine a Laura che lo ha ben meritato, anche solo per la voglia di lasciare un commento (ho notato una certa pigrizia in tale senso tra i miei lettori; ragazzi non mi fate un dispiacere se lasciate qualche osservazione, arricchirebbe il dibattito). Non posso quindi assegnare secondo ed il terzo posto, che avrebbero avuto diritto ad una cucchiaiata di prodotto, per mancanza di concorrenti. A questo proposito, segnalo un problema a chi di dovere, nel mastellino di Nutella da 5 KG sunnominato. Quando si supera la metà del contenuto, diventa difficile pescare nel magma pastoso, non dico col dito o col tocco di pane, ma anche con il cucchiaino, rendendo necessario ad una più agevole pescaggio, quanto meno un cucchiaione dal manico allungato (da affogato per intenderci) o quanto meno un lungo grissino (ma di dura consistenza al fine di evitare una sgradevole rottura con conseguente abbandono nelle sabbie mobili odorose, indicherei il rubatà di Chieri come idoneo alla bisogna), pena l'imbrattamento della mano lungo le pareti laterali, che necessiterà quindi per essere forbita di un complesso anche se non sgradito lambimento circonferenziale. Mah, son problemi, comunque io li pongo, ai tecnici il cercare la soluzione. Potrei suggerire di allegare alla confezione un attrezzino apposito dal lungo manico ricurvo, ricavabile col tappo in fase di stampaggio? Che ne dice Davide il mago dello stampo?

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