sabato 10 novembre 2018

Oman 13 - Tra le dune


La solitudine dei numeri primi

Il brunch
Dopo una breve sosta per calmare i crampi della fame che ti prendono allo stomaco e non ti lasciano ragionare lucidamente, terminato una sorta di brunch a base di insalata fredda di farro e frutta a go go, banane e datteri succulenti, quelli non mancano mai, ci si prepara a ripartire. Consideriamo che stamattina siamo già alla terza fermata gastronomica. Questa sarà una delle costanti per tutto il resto del viaggio. Iapo ha una sorta di horror vacui, per i momenti morti. E' psicologicamente turbato dal fatto che qualcuno dei suoi ospiti rimanga senza mangiare o che non si provino tutte le cose migliori che offre in paese in materia edibile, per cui ogni sosta è buona per testare qualche cosa e in mancanza, per sopperire con la cassa viveri fornita dalla cucina di casa, che sempre in attività. Una delle certezze di questo viaggio, dunque, è che non moriremo di fame. Lasciamo la spiaggia deserta per risalire con fatica in un passaggio che traversa la falesia rocciosa che la delimita verso terra. Dopo poche centinaia dimetri si levano subito alte le dune delle ultime propaggini delle Wahiba sands, anzi se butti l'occhi un po' più in là vedi le avvallature ocra chiaro, quasi rosate adesso che il sole le illumina dall'alto, che arrivano fino all'Oceano, anzi superano la costa dove il vento le aveva spinte, per essere tagliate di netto dal lavorio delle onde. Amo i deserti. Tutti quelli che ho visto in giro per il mondo hanno la stessa, straniante caratteristica, il silenzio aperto che li avvolge costantemente e la sensazione di essere comunque in un luogo vivo, del quale non riesci però a scorgere movimenti segreti.

Granchi
Sono proprio le dune ad avere questa anima interna, quasi fossero animali fatati spinti, invece che dal mulinare del vento, da una loro forza interna che le muove, le sposta, in maniera impercettibile ma in realtà veloce, che fa di questi non luoghi, spazi sempre diversi, tali che non potresti riconoscerli se non genericamente ad una tua eventuale prossima visita. Se il tuo sguardo vaga lontano, tutto ti sembra una ondulata superficie scolpita in un materiale plastico che si arrotonda in maniera naturale ed elegante, ma se appena l'occhio ti casca sul vicino margine della duna che calpesti, ecco che proprio sul crinale, dalla parte più arrotondata, noti un leggero scorrere dei granelli di sabbia, sollevati di pochi centimetri dal vento leggero, che si precipitano dall'altra parte, quella ripida, aumentandone ancora di più l'altezza ed il taglio netto e deciso. La superficie stessa della sabbia diventa una splendida tela su cui si esercita il vento, disegnando una serie di ondulazioni successive, segni di grafica naturale, difficilissimi da riprodurre o anche solo da immaginare artificialmente. E' un luogo straordinario, consentitemi questa espressione alla Alberto Angela, ma qui cista proprio, anche soltanto da osservare, seduti sul bordo della duna più alta che riesci a raggiungere, godendo dei disegni delle ombre e delle linee, costruite dal vento nel suo lavoro continuo. Ma oggi anche solo arrivarci è una emozione fortissima.

Sgonfiare le gomme
La pista infatti cessa improvvisamente alla base delle dune più basse e non avete idea del divertimento che si prova a lanciare la macchina lungo i lati più erti delle stesse, risalendole a fatica per poi precipitarsi giù dall'avvallamento successivo, sbandando di lato nella sabbia soffice, col motore che ruggisce al massimo dei giri per non insabbiarsi. E' una vera goduria. Le nostre due macchine si rincorrono a lungo cercando ad occhio le superfici più solide dove le ruote pur sgonfie, affondano meno. Compiamo ancora un bel po' di evoluzioni per raggiungere un punto più elevato da cui l'occhio corre all'intorno per lungo spazio. Ci spargiamo qua e là, senza dir nulla, ognuno cerca quel momento di magica solitudine da assaporare con se stesso, seduto sul sif, l'orlo estremo della duna, ...sedendo e mirando interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi e profondissima quiete... così tra questa immensità si annega il pensier mio e il naufragar m'è dolce in questo mare. Rimaniamo a lungo qui, per non perdere nessuno dei vari topics del caso, oltre alla sosta della solitudine, la corsa sulle dune, il salto ed il successivo rotolamento giù dalle stesse, la sagra dei selfie e delle foto e così via, tutte le classiche nefandezze, innocue, per carità, del turista. Siamo tutti più o meno attoniti, senza sapere bene dove girare lo sguardo, Lina e Tiziana sono senza parole, le giovani Roberta e Sabrina stanno lì affascinate dallo spettacolo messo in scena dalla natura, immagazzinando bellezza, da portarsi via, assieme alla bottiglietta di sabbia rossa, per conservarla dentro di sé, patrimonio che rimarrà per sempre tuo e che mai nessuno riuscirà più a toglierti. 

Formazioni di sabbia
Forse questo è anche uno degli scopi inestimabili del viaggio. Le cime delle dune formano linee nette tracciate da geometrie perfette, parabole, iperboli e sinusoidi che paiono tracciate da un computer di altri mondi. Il colore della sabbia, qui ocra leggero, ha pur sfumature diverse a seconda del declivio e dell'esposizione dei versanti. Poco più in là, un fenomeno naturale ed inatteso. Qui la sabbia, non si sa bene per quale bizzarria naturale o meteorologica, si è addensata irrigidendosi in lastre compatte accumulatesi le une sulle altre, alle quali il vento ha limato ed arrotondato i bordi così da formare ammassi che potresti comparare ad enormi conchiglie abbandonate di bivalvi mostruosi di un oceano seccato e popolato di esseri giganteschi. Ne guardi ogni aspetto, senza più riuscire a stupirti, tanto è l'accavallarsi delle immagini, delle emozioni. Riprendere le auto per scendere da questa meraviglia alla ricerca di un passaggio verso la strada, è fatica per lo spirito, che vorrebbe fermarsi ancora a lungo a goderne il più possibile. Quando arrivi al nastro asfaltato che i tempi nuovi hanno voluto tracciare in questo mondo estraneo, ne senti maggiormente l'ostilità che non appariva evidente tra le alte dune. Qui la sabbia tenta, spinta da un vento invisibile, di riguadagnare lo spazio perduto, lambisce dapprima la striscia grigia, come per corteggiarla, poi appena riesce la scavalca e tenta in ogni modo di ricoprirla, per cancellarla, per ucciderla, per riaffermare il suo diritto ad essere l'unica padrona di questo spazio vuoto. 

Wahiba sands
Però, nel breve almeno, vince il più forte e la riga nera procede salva, dopo qualche sussulto, anche quando la sabbia finisce e si tramuta in piana terrosa, una bassa infinita sulla quale un leggero velo di acque salse, via via sempre più visibili, mostrano subito l'affermarsi del biancore abbacinante del sale, nemico della vita e dell'uomo in particolare. Uno spazio enorme ricopre questa superficie ondivaga a metà strada tra mare e terra, dove tuttavia, la mala bestia dell'uomo è già presente, come in ogni luogo possibile. Vedi qualcuno infatti lungo i bordi che ammonticchia monticelli di sostanza bianca, qualcuno, sotto il sole implacabile riempie sacchi (e quanto sa di sale lo pane altrui, specialmente in questi climi!). Un camioncino è fermo sulla strada a caricarli. Questa specie, assieme a topi e scarafaggi è davvero la più resistente del pianeta ed è riuscita a colonizzare ogni possibile areale, anche quelli dove la vita, in linea teorica sarebbe negata. Ed ecco in questo luogo assolutamente inospitale, ottimo set per qualche film da ambientare su qualche estremo pianeta alieno, dove la laguna finisce, un ultimo braccio di strada da percorrere che si protende attraverso il mare fino ad un molo al largo, che consente il pescaggio di navigli di più grandi dimensioni. Di qui parte il traghetto per l'isola di Masirah, che scorgi lontana e piatta qualche chilometro al di là della costa. Appare come una terra incognita nel tremolio dell'umidità, che la temperatura ormai vicino a ai 40°C, solleva dalla superficie immobile dello stretto.

Roby in estasi

SURVIVAL KIT


Il mare a rovescio
La strada per arrivare all'isola di Masirah, la più grande del paese, corre lungo il mare verso sud per oltre 200 km da Ras al Hadd. Per evitare un lungo giro nell'interno occorre fare almeno una cinquantina di km sulla spiaggia rettilinea nella zona di Ghalat che comincia una cinquantina di km dopo Al Ashkharah. E' obbligatorio il 4x4 con le ruote sgonfie per non insabbiarsi. Finita la spiaggia, risalite l'interno e dovrete attraversare ancora l'estrema propaggine del Wahiba sands che termina nel mare. Dopo, raggiunta la strada, rigonfiate i pneumatici e ci sarà ancora una ventina di km di strada asfaltata che attraversa la laguna per arrivare al molo dove parte il traghetto. Qui c'è un benzinaio dove ricontrollare la pressione dei pneumatici (o farseli gonfiare se non avete con voi il compressore). C'è un traghetto molto economico dove paga solo l'auto, ma parte solo quando è pieno di macchine e quindi si possono perdere anche diverse ore nell'attesa che si riempia; l'altro molto più costoso, pagano sia l'auto che i passeggeri che però hanno una sala con comode poltrone, parte a orari quasi fissi, una volta all'ora. La traversata dura tra 1 h e 1,5 h.

Le Wahiba sands finscono in mare




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