lunedì 23 marzo 2026

Mau 21 - Il Banc d'Arguin

La baia - Mauritania - gennaio 2026

 

La costa
Questa Mauritania continua a metterti di fronte ad aspetti inattesi ed accattivanti. Ogni volta che pensi che il viaggio sia in effetti finito, ecco che saltano fuori nuovi interessi che ti muovono verso nuove scoperte. Siamo in effetti ormai arrivati al mare, all'Oceano, nel punto dove il deserto del Sahara finisce scontrandosi con la massa d'acqua che sola cosa, può paragonarsi alla sabbia e alla roccia che, partita dal lontanissimo Egitto, ha percorso migliaia di chilometri per arrivare a questo confine della natura. Onde di acqua da un lato che si ergono a barriera di onde di sabbia dall'altro, che anch'esse si muovono rincorrendosi, forse più lentamente di certo, ma egualmente in modo inarrestabile, come abbiamo visto capaci di seppellire addirittura città intere, figuriamoci strade e ferrovie, che per essere mantenute in vita, necessitano di continua ed attenta manutenzione. E qui, proprio qui su questo litorale di cui non riesci a distinguere i confini, i due oceani, quello di acqua e quello di sabbia si scontrano, in una battaglia epocale che dura da ere infinite e continuerà fino alla fine del mondo. Qui si crea un ecosistema unico e di una bellezza straordinaria, ma sì, abusiamo pure di aggettivi encomiastici, ma davvero non so come descrivere questo ambiente quasi surreale. 

La balena
E' una spiaggia unica lunga centinaia di chilometri che si stende già dal Sahara occidentale e arriva fino al fiume Senegal, alternata a basse scogliere che vengono continuamente erose dalle onde, mentre dove c'è solo tenera sabbia, sembra l'Oceano non voglia accanirsi e che anzi continui ad accumularne altre in lunghe barene infinite, in serie di dune continue e parallele che a volte riescono a coprirsi di ciuffi di erba rada e stentata, in altri punti di arbusti rinsecchiti e spogli. Lungo questa linea che parte addirittura dallo stretto di Gibilterra si snoda la rotta della famoso Aeropostale, che negli anni '20 e '30 era percorsa da quei velivoli di tela e legno e che collegava l'Europa a Città del Capo e che poco dopo Dakar tentava orgogliosamente il salto per portare la posta fino al lontanissimo Sudamerica. Era la rotta, pericolosissima che passava proprio da qui facendo base a Port Etienne, quello che oggi è l'insediamento ormai abbandonato di La Guera, sulla penisola di Cap Blanc, teoricamente zona saharui, praticamente sotto giurisdizione mauritana, dove orgogliosamente atterrava quel Saint-Exupery, pioniere della prima aviazione, inguaribile sognatore che scrive il suo Piccolo Principe proprio sulla base di un suo incidente aereo nel Sahara. 

Costa
Ma questa costa nuda e solitaria, di una bellezza che con un aggettivo poco usato, ho definito nientemeno che straordinaria, ti acchiappa subito non appena cominci a percorrerla, dopo aver abbandonato la nazionale N2 che porta fino alla capitale, per prendere quella che non è neppure una pista, ma che segue la battigia tra dune e mare, i due spazi deserti che si congiungono nell'abbracciarsi continuo del gioco delle maree. Tutta questa serie di motivi, che andrò nuovamente e più dettagliatamente ad illustrarvi hanno condotto nel 1988 alla costituzione del Parco Nazionale del Parc d'Arguin, successivamente anche sito Unesco, dal nome della grande isola che è situata in una grande insenatura sabbiosa della costa. Lo scopo era di proteggere in qualche modo questo territorio tutto sommato molto fragile, dall'ingordigia dell'uomo. Questo spazio infatti, appunto per il motivo di essere quasi completamente disabitato e naturalmente per la sua situazione climatica, è uno dei punti cruciali delle migrazioni di moltissime specie di uccelli artici, che transitano fin qui per svernare, partendo sia dalle coste della Groenlandia che da quelle del nord Europa. Si parla di circa tre milioni di individui che sostano in questa area, in parte paludosa che ne fa l'ambiente ideale per questi animali. 

pesca
Diverse specie di pellicani, fenicotteri rosa, aironi, cormorani, sterne, nitticore e moltissime altre specie, più di cento, vengono su questa costa ricca di pesce come vedremo e del tutto tranquilla, essendo quasi completamente disabitata, facendo di questo parco il paradiso dei fotografi naturalistici. Abbiamo detto del pesce, che qui abbonda perché si tratta di un tratto di mare ricchissimo di nutrienti, dalle acque fredde e particolarmente favorevoli dunque al moltiplicarsi delle specie ittiche, in particolare i muggini. Questo aspetto, che ovviamente favorisce la presenza degli uccelli, è diventata anche la sua maledizione suscitando gli appetiti, come vi ho già ampiamente relazionato delle grandi compagnie di pesca europee ed asiatiche, che hanno cominciato a saccheggiare il banco in maniera massiccia e con i metodi moderni e quindi devastanti per le dimensioni messe in atto. Ma su questa costa era anche presente da sempre un gruppo etnico del tutto particolare, una tribù di genti berbere, al tempo stesso nomadi, ma pescatori che avevano incentrato il loro stile di vita proprio sulla cattura dei muggini. Oggi sono attorno alle duemila persone insediate in sette piccoli villaggi lungo la costa, oltre a due esterni all'area, che si ostinano a vivere in questo ambiente difficile e sotto certi aspetti estremo.

Barche Imraguen
Gli Imraguen, vivono qui di quanto offre loro il mare, da tempo immemorabile ed avevano sviluppato un tipo di pesca davvero particolare, di cui vi ho già parlato ma che vorrei approfondire meglio, che oggi viene raccontato nel piccolo museo di Cap Blanc, attraverso una serie di pannelli che la illustrano. Al mattino delle giornate di pesca, tutti gli uomini del villaggio uscivano dalle loro capanne, portando con sé delle piccole reti personali preparate alla bisogna ed entravano nell'acqua mentre la marea si ritirava a poco a poco, battendo l'acqua con le pale dei remi delle loro barche. Dal largo, gruppi di delfini di  grossa taglia (Souza teuszii), che arrivano fino a tre metri, si radunavano in gruppi sempre più numerosi e cominciavano a spingere i banchi di muggini verso la riva, fino a che questi riempivano completamente le reti tese di traverso che venivano quindi trascinate a riva completamente colme di pesci, lasciando più o meno la metà del pescato ai delfini stessi. Questa modalità di pesca veniva raccontata dai viaggiatori del deserto tanto che il noto ricercatore e documentarista Cousteau organizzò negli anni '80, una spedizione con la sua nave Calypso, che documentò ampiamente questa tradizione, d'altra parte non del tutto nuova e sconosciuta. 

Aekeiss
Infatti nella sua Storia Naturale, Plinio il Vecchio racconta di un analogo sistema di pesca che avveniva nel Mediterraneo nella laguna di Latera, vicino a Nimes nella Gallia Narbonese, raccontandone lo svolgimento con le stesse modalità, salvo che al termine della battuta i pescatori compensavano i delfini, non solo col pesce in sovrabbondanza ma anche con pane imbevuto di vino. Certo che tornavano ogni volta questi delfini beoni! Oggi, dopo che, come vi ho detto, le grandi compagnie mondiali a cui sono stati ceduti i diritti di pesca in cambio dell'annullamento del debito nazionale, il classico piatto di lenticchie, hanno quasi completamente saccheggiato l'area marina antistante il banco, riducendo consistentemente la quantità di pesce pescabile, anche se continuano imperterrite il loro lavoro, solo gli Imraguen hanno il diritto di pesca, ma eseguibile con barche senza motore e con i cosiddetti metodi tradizionali, cosa che da un lato ha consentito di incentivare il turismo di nicchia. Naturalmente l'impoverimento del pescabile ha influenzato anche il numero degli uccelli presenti sulla costa, che non trovando cibo con la consueta abbondanza si stanno spostando verso sud. Eccoci dunque a percorrere la costa del Banc d'Arguin, con le auto lanciate sulla battigia in mezzo a nuvole di gabbiani che si alzano al nostro  passaggio avvolgendoci completamente. 

La baia
Le sfumatura di ocra alla nostra sinistra e quelle degli azzurri alla destra, che si mescolano al verde delle acque fino ad arrivare al blu più profondo man mano che l'occhio corre verso il largo, formano una tavolozza irresistibile. Non sai più se vuoi fermarti per scattare verso le sabbie nella speranza di afferrare quel caleidoscopio mutevole o cercare di congelare nell'immagine quello sbattere di ali che ti avvolge, attraversato dallo stridio delle gole e lo sbattere dei becchi. Sinceramente non sai più dove posare gli occhi. Il banco di sabbia si allarga poi allungandosi nel mare, lasciando un largo spazio al centro leggermente più sopraelevato che consente di percorrerlo più in là per raggiungere l'azzurro. Lontane colonie di pellicani bianchi sbottono i becchi gialli verso l'alto, come per festeggiare la cattura di un bottino epocale di pesci. Arriviamo fino al margine della lingua. Aironi e gabbiani ci circondano. La sabbia è piena di conchiglie anche di grosse dimensioni, dalle quali occhieggia l'animale carnoso in cerca di uno spruzzo di onda che tarda ad arrivare. L'odore del mare è forte, ti riempie i polmoni così come le strisce di colore sovrapposte ti riempiono  gli occhi. Una indigestione irripetibile di sole, di mare, di natura assoluta.

Cous cous
E poi ancora in una corsa pazza sulla riva del mare, dove l'onda arriva a malapena ricoprendola di una lama sottile sulla quale le gomme delle nostre aito scavano solchi leggeri lasciando dietro di sé una scia spumeggiante. La spiaggia è adesso larghissima segno che la marea ha ancora molto da lavorare per salire al suo massimo e la fila dei cespugli è lontana. Infine, in lontananza ecco n altro piccolo capo, un promontorio tozzo affacciato sulla costa, con falesie frastagliate di arenaria tenerissima, quasi martirizzate dall'impeto dei marosi. Nell'ampio golfo che precede la punta, scorgi anche da lontano, se aguzzi la vista, qualche capanna sparsa, non più di una ventina, soprattutto tende, che man mano che ci avviciniamo appaiono sempre più povere e abbandonate. Nel mare di fronte qualche barca senza vele che scorre lenta al largo, di piccole dimensioni con non più di due o ter uomini di equipaggio. Siamo arrivati al paesino di Arkeis, il primo insediamento degli Imraguen, il sole è ormai alto nel cielo e noi andiamo in cerca di una baracca dove sembra si possa avere qualche cosa da mangiare. Infatti ci infiliamo in una grande tenda, stendendoci su stuoie e tappeti dove poco dopo, ecco che arrivano dei grandi piattoni con un grande couscous piuttosto piccante e pesce fritto e cosa mai ci potevamo aspettare.



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