mercoledì 18 marzo 2026

Mau 19 - Cap Blanc

Cap Blanc - Mauritania - gennaio 2026


Ahmed
Sono le nove e la città dorme ancora, mentre prendiamo la via della costa. In realtà Nouadhibou, non è poi così nuova, o almeno, è nuova tutta la parte cresciuta come un fungo negli ultimi decenni, ma già all'inizio del secolo c'era qui un villaggio di pescatori ed un piccolo porto che i francesi avevano ribattezzato Port-Etienne ed era già come oggi, la seconda città della Mauritania. Poi ovviamente fungendo da terminal della miniera la città è cresciuta ed oggi conta quasi 100.000 abitanti. In realtà l'intera penisola, se guardi la mappa, è divisa in due longitudinalmente dalla solita linea netta, infatti appartiene in parti quasi uguali alla Mauritania e al Sahara occidentale, ma in realtà tutte le attività sono limitate alla parte mauritana. Sulla costa esterna che dà direttamente sull'oceano c'è solo il piccolo villaggio di pescatori di La Guera. Appena finita la città, la costa forma un grande golfo che dovrebbe ospitare un'altra delle attrazioni del paese, il grande cimitero di navi di Ras Nouadhibou. Si parla di oltre 300 carcasse abbandonate ad arrugginirsi nella sabbia che digrada dalla costa verso il mare, delle quali una ventina completamente affondate e seppellite dalla sabbia e dalle maree. Una delle varie tragedie ecologiche prodotte negli anni '70 quando grazie all'incuria ed alla corruzione molte petroliere da dismettere, pescherecci obsoleti e altre cosiddette carcasse del mare, furono mandate ad arenarsi su questi fondali bassi, qualcuna effettivamente naufragate in questo mare pericoloso, dove sono rimaste a farsi mangiare dalla ruggine. 

Vento
Un altro dei motivi fu che dopo l'indipendenza, lo stato, mal consigliato o aiutato a sbagliare, desideroso di formarsi una marina mercantile per sviluppare il suo commercio marittimo, acquistò un certo numero di carrette del mare da spedizionieri internazionali senza scrupoli, che subito si rivelarono impossibili da gestire a causa dell'obsolescenza e dei costi insostenibili, per cui la maggior parte di queste furono dopo poco tempo abbandonate qui, mandate ad insabbiarsi sul banco e abbandonate agli eventi metereologici. La più famosa è  la United Malika, un cargo di oltre centoventi metri di lunghezza, arenatosì quaggiù nel 2003, che rappresenterebbe una delle più note attrazioni fotografiche della zona, in bilico sulla chiglia e trattenuta dal girarsi su un fianco solo dalle catene dell'ancora, tese e conficcate nella sabbia. Noi intanto giriamo lungo l'arco perfetto del golfo, ma, ohibò, delle carcasse delle navi, non si vede nessuna traccia. Guardo Ahmed con aria interrogativa in attesa che mi spieghi questo mistero. Allora, sembra che qui sia accaduto l'incredibile, infatti subito dopo il COVID una compagnia cinese, ha ottenuto l'autorizzazione ad operare nella zona con uno scopo finale di ripulire il cimitero che si era formato e quindi si è occupata di smontare pezzo a pezzo tutte le carcasse, recuperando tutto il recuperabile. La Malika è scomparsa tra le prime. Al momento attuale la situazione si è compiuta e non c'è praticamente più nessun relitto visibile al di là di quelli scomparsi e sotterrati dalle sabbie e comunque non più visibili se non con ricerche approfondite. 

La Malika (dal web)
Roba da non credere. Ancora al momento se fate ricerche su internet la cosa è descritta vagamente e in maniera imprecisa. Se cercate Cimitero delle navi fantasma Mauritania, trovate ancora centinaia di foto evocative di relitti che non esistono più. Tranquilli, E' un mondo totalmente scomparso che non si può più vedere. Quindi noi possiamo procedere verso sud con un po' di rammarico ma con un'altra lezione sulla caducità delle cose del mondo. Questa che vi allego di fianco è una foto trovata sul web di quello che era il rottame più famoso della costa, smontato pezzo per pezzo e definitivamente scomparso. Passiamo dunque nella zona del porto industriale al di fuori del quale c'è anche la stazione del famoso treno. Qui scendono i passeggeri ufficiali dei due vagoni di cui vi ho parlato, gli altri, gli abusivi in generale scendono prima, quando il treno si ferma per situazioni tecniche. Nel porto minerario non si può entrare, in particolare i turisti sono al bando, non si sa mai che vadano a fotografare cose che è meglio non far vedere troppo, diciamo che la compagnia non ci tiene molto che si vada a mettere il naso lì dentro. Si vedono solo i moli che si allungano nel mare, dove attraccano le navi per il carico. Noi invece proseguiamo lungo la pista che porta fino al Cap Blanc, area ufficialmente protetta che fa parte del grande parco nazionale marino del Banco d'Arguin che prosegue poi verso sud fino quasi alla capitale. 

Il faro
Il capo si protende nell'oceano come una piattaforma costituita da un plateau di roccia ricoperto dalla sabbia, che forma una scogliera alta una cinquantina di metri, Arriviamo fino al limite estremo dove un piccolo faro segnala l'importanza della posizione per le navi di passaggio in quello che abbiamo detto essere un mare particolarmente pericoloso e foriero di continui naufragi. Ci sono un paio di piccole costruzioni,  che ospitano una specie di museo che racconta la specificità della zona che risulta essere un santuario che ospita gli ultimi duecento esemplari di foca monaca del Mediterraneo (anche se qui siamo in pieno oceano Atlantico). Pensate un po' un luogo del genere a fianco ad uno dei più grandi cimiteri di navi del mondo che rappresentava uno dei luoghi a più grande tasso di inquinamento! Adesso sulla punta vicino al faro c'è un piccolo centro informativo, si tratta della Réserve Satellite du Cap Blanc che racconta la storia naturalistica della foca (Monachus monachus), che mi dicono, nella realtà, difficilissima da vedere comunque anche facendo un giro nelle cavità che si alternano alla base della scogliera. Un vecchietto simpaticissimo ci racconta le vicende riguardanti il sito e anche tutta storia famosissima e ben conosciuta degli Imraguen, una tribù di pescatori di origine berbera che abitano i 9 piccoli villaggi lungo questa costa, che è stata completamente inclusa nel Parco nazionale del Banc d'Arguin, una delle aree più pescose dell'Atlantico che ha sempre fatto molta gola al resto del mondo.

La pesca tradizionale degli Imraguen
Così la Mauritania ha venduto i diritti di pesca agli europei per il classico tozzo di pane e successivamente alla Cina, che in cambio ha promesso, come è il suo classico comportamento per aumentare la sua influenza sull'Africa, di costruire infrastrutture portuali e fabbriche di farina di pesce, secondo il suo consueto approccio. La zona vicino alla costa è stata trasformato in parco dove solo gli Imraguen hanno diritto di pesca, anche se solo con metodi tradizionale, con barche a vela e senza motore, anche se qui ormai non si pratica più la famosa pesca coi delfini, una delle più incredibili simbiosi tra uomini e animali che si conoscano. Infatti questi pescatori, da tempi immemorabili, uscivano al mattino con le loro barche e vicino alle rive del mare cominciavano a battere la superficie dell'Oceano coi remi. I delfini che qui sono numerosissimi e presenti in grandi branchi, richiamati da questi rumori ritmici, spingevano i banchi di pesce verso la riva fino a farli finire nelle reti dei pescatori che, alla fine della raccolta ne lasciavano una buona metà per loro, come nutrimento. Un modo di pesca decisamente unico che rappresentava una interazione tra uomini e animali presente qui da secoli. Oggi non si effettua più, se non come dimostrazioni per i turisti, che rappresenta una attività in crescita, infatti nei villaggi sono offerte uscite in barca per pescare con un limite di 5 kg di pesce per persona, mentre le attività normali di pesca, vengono effettuate per rifornire il ricco mercati del pesce della capitale di cui vi parlerò più avanti. 

Barche
Comunque lungo tutta questa costa meravigliosa, chiamata la Costa di Opale, e completamente deserta, si stende il parco considerato dall'UNESCO come uno dei luoghi più interessanti anche dal punto di vista ornitologico visto che è sulla rotta dei migratori dell'Europa  del nord e addirittura del Canada orientale. Sul capo che si distende completamente nell'oceano, tira un vento fortissimo che va verso il mare, non dimentichiamo infatti neanche che da qui parte un'altre delle fatali rotte della morte dei migranti che si è creata dopo che si sono ristrette le maglie tra nord del Marocco e Spagna soprattutto quella che si dipanava nelle zone di Ceuta e Melilla le due enclave dove transitavano precedentemente tutti i disgraziati provenienti dai paesi del sud del sahel, quelli della cosiddetta Africa nera occidentale a partire dal Senegal, Gambia e così via. Oggi la maggior parte di costoro tenta una pericolosa rotta eseguita coi i grandi barconi a vela dei pescatori, che parte proprio da qui, verso le isole Canarie, situate più di mille chilometri a nord nell'Oceano, rotta, come comprenderete, foriera di continui naufragi fatali al 100%, visto che parliamo di pieno oceano. Ora, che ci sia gente che, sapendo di andare incontro alla morte, con buone probabilità, pur di scappare dal proprio paese, dovrebbe raccontare molte cose. Ma questo è un argomento più grande di noi e che dovrebbe rimanere fuori dai semplici racconti di viaggio, anche se è così difficile ignorare questi problemi facendo finta di niente o più semplicemente pensando che non esistano. Così su questa balaustra affacciata sull'Oceano, si rimane lì a guardare quel punto lontano dove non distingui più il confine tra mare e cielo e lasci che il vento ti percuota il viso; avvolgi la testa nello cheche, quanto è utile questo semplice cencio e stai lì a perdere i tuoi pensieri nell'aria che li porti lontano da questa terra incredibile, nuda e solitaria, ma incredibilmente viva.

Gabbiani
Attraverso uno scivolo di sabbia scendiamo con le macchine fino alla spiaggia sotto le scogliere, dove la bassa marea ha lasciato un ampio isolone pieno di migliaia di gabbiani e cosparsa di conchiglie. Il numero di uccelli che appartengono ad almeno tre o quattro specie diverse, è impressionante. Devono essere abituati alla presenza umana, tant'è che ci si avvicina senza problemi, come se non ti notassero neppure, poi di colpo tutti si alzano in volo avvolgendoti in una nuvola starnazzante. Senti solamente il rumore confuso di migliaia di ali che sbattono che si agitano in ogni direzione, infine si disperdono nell'aria, ma è solo un attimo poi, di colpo ecco che si sono posati solo un poco più in là. Solamente a qualche decina di metri da te, a becchettare nella sabbia, pronti a riprendere il volo. Sono talmente tanti che ti pare di essere continuamente avvolto da questa tempesta di vita che infuria da ogni parti, come fosse lei a venirti a cercare e a volerti trascinare verso le onde che sono così vicine. Sirene che vogliono portarti verso una terra incognita che nasconde sogni, desideri, terre lontane. Provi solo uno stordimento che confonde e ti fa arrancare nella sabbia tra monticelli che ti nascondono la riva lontana, avvallamenti che sono in realtà trappole di acqua mista a rena in cui si affonda fino al ginocchio. Masse di alghe dove sei subito avvolto dall'odore forte del mare, delle carcasse di pesci che seccano al sole, dai molluschi scivolati fin lì che aspettano solamente di essere risucchiati dalle onde. 

Navi da carico
Dietro di te incombe la falesia della scogliera ora bianca, ora gialla ocra a seconda di come la luce del sole la colpisce. Noti subito l'erosione forte delle onde che evidentemente arrivano fin lassù nei momenti di tempesta o addirittura di burrasca. A tratti la roccia di arenaria è sbriciolata con fenditure e fratture nette che mettono in vista pareti lisce e spigoli vivi. Se sali su un monticello un poco più elevato senza affondare nella sabbia, vedi lontane nel mare, in cui le onde si muovono in maniera abbastanza agitata, lunghe barche di pescatori che a tratti scompaiono negli avvallamenti tra le onde stesse e ancora più lontano verso il porto industriale, sul quale aleggia sempre una nebbia grigia di polvere. grandi navi per il carico del materiale ferroso, che aspettano alla fonda il loro turno di carico. E' bellissimo passeggiare su questa spiaggia, camminando tra residui di plastica che il mare spinge a riva, in questo mondo dove il concetto di inquinamento è un po' vago, perlomeno ancora poco rilevante. Ma tra le masse di alghe e le carcasse di uccelli morti e lische di pesci secchi, le conchiglie di moltiplicano semisepolte tra la sabbia. Qualcuna ha l'animale che si protegge dentro di loro ancora vivo e che cerca disperatamente di riportarsi in posizione utile per essere ripreso dalle acque quando finalmente arriveranno le onde della marea che cresce. Ce ne sono altre invece rotte o semplicemente consumate dallo sfregamento contro il pietrisco della battigia. Ne raccogliamo qualcuna bellissima, contorta, colorata, solamente per riassaporare quella sensazione antica di ripercorrere il comportamento tipico di quando ragazzo camminavo sulle spiagge della Liguria o quando avevo assaporato le mie prime spiagge esotiche. Straordinario davvero e non è tanto per dire qualcosa.

pescatori


Il pontile di carico
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